Deserto spirituale: proposte sullo Spirito Santo

Il deserto spirituale è il luogo interiore in cui lo Spirito Santo conduce la persona verso il silenzio, la povertà del cuore, il discernimento e una più profonda comunione con Dio. Non è un isolamento triste né una fuga dagli uomini, ma uno spazio di intimità e di prova nel quale imparare a vivere della Parola, ad affrontare le tentazioni e a lasciarsi trasformare dalla presenza divina.

Non entriamo infatti nel deserto da noi stesse, ma è lo Spirito Santo che ci chiama e ci attira in esso, è lui che ci sostiene nel combattimento spirituale, ci riveste con l’armatura di Dio, ci riempie dei suoi doni e della divina presenza, finchè siamo tutte trasformate in Dio e riflettiamo qualche raggio della sua infinita bellezza. Il deserto non è solamente un luogo solitario e silenzioso, come se ne possono trovare molti nel mondo e persino nel cuore delle nostre città.

Il deserto è più di un luogo di ritiro, perché nella sua estensione e nel suo vuoto porta dei valori che gli sono propri. Come la preghiera di pura adorazione, di cui èl'immagine, il deserto non è apparentemente di alcuna utilità per l'uomo.

Gesù nel deserto guidato dallo Spirito Santo

Lo Spirito Santo conduce Gesù nel deserto

Subito dopo il suo battesimo nel Giordano, Gesù «fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1) - così dice il Vangelo di Matteo. L’iniziativa non è di satana, ma di Dio. Andando nel deserto, Gesù obbedisce a una ispirazione dello Spirito Santo, non cade in un tranello del nemico, no!

Diversamente da quanto potremmo immaginare, Gesù non andò nel deserto per una volontà meramente umana. Fu condotto dallo Spirito (cf. Mt 4,1). È lo stesso Spirito che era disceso su di Lui nel Battesimo e del quale Egli era già colmo.

La pagina evangelica inizia in modo inatteso e brusco: “E subito lo Spirito scaccia Gesù verso il deserto”. L’immediatezza dice che Gesù non si è preparato a questa andata nel deserto, che la cosa giunge improvvisa. E il verbo il cui soggetto è lo Spirito, il verbo greco ekballein (sospingere, scacciare) esprime una certa violenza, una costrizione.

Lo Spirito getta fuori, spinge Gesù nel deserto. A dire che l’azione spirituale è un’azione non coincidente con il desiderio umano. Gesù si lascia trascinare, ma non è una sua iniziativa, una sua scelta l’andare nel deserto.

Forse si vuol significare che solo la forza dello Spirito può consentire di reggere la prova del deserto e che andarvi per eroismo o protagonismo spirituale è un atto spiritualmente suicida. La radicalità del deserto può affascinare, ma essa rigetta chi vi si inizia senza la mozione dello Spirito.

Una volta superata la prova, Egli - è scritto - tornò in Galilea «con la potenza dello Spirito Santo» (Lc 4,14). Gesù, nel deserto, si è liberato di satana e ora può liberare da satana.

Gesù si lascia guidare dallo Spirito nel deserto e lì vive la sua figliolanza divina, la sua immagine divina, la sua creaturalità abitata dalla parola di Dio che lo rende figlio e dallo Spirito che lo fa vivere come figlio.

Il deserto come spazio dell’interiorità

Il deserto qui non è solo un luogo geografico, ma lo spazio dell’intimità e della prova. Gesù vi si reca «per essere tentato», mostrando che la tentazione fa parte del cammino del discepolo, ma che non siamo mai soli: siamo mossi dalla forza di Dio per affrontare il nemico e, con Gesù, vincerlo.

Cosa avviene a Gesù? Dopo l’esperienza del battesimo in cui Gesù è tra la folla, accanto a Giovanni il Battezzatore, e ascolta la voce dal cielo che lo proclama figlio di Dio, ecco che la luminosità e la maestosità di questa esperienza si mutano nella discesa nel deserto che è invito all’interiorità, anzi, un imperioso comando all’interiorità.

Se è vero che è necessario discernere il proprio desiderio per conoscersi e saper scegliere la propria vita, è altrettanto vero che c'è anche una distanza tra il nostro desiderio e la vita dello Spirito in noi. E che ci sono resistenze da vincere per entrare nella vita dello Spirito.

La nostra nascita alla vita dello Spirito è dolorosa, frutto di lotta e costellata di resistenze. Di Paolo si dirà in At 20,22 che è costretto dallo Spirito ad andare dove lui non vorrebbe minimamente andare.

Intravediamo lo Spirito anche dietro a quell’allos, quell’altro che condurrà Pietro dove lui non vuole (Gv 21,18). È l’altro Paraclito (Gv 14,16). Lo Spirito appare come volontà di Dio che può entrare in conflitto con la nostra, ma da cui siamo chiamati a lasciarci vincere, ovvero, ad assumerla come nostra.

La solitudine è la condizione che consente l’affiorare dell’interiorità. Essa è memoria della nostra unicità. Ci ricorda che l’imperativo a cui non possiamo sottrarci pena il tradimento della vocazione originaria e fondante di ciascuno di noi, della nostra immagine e somiglianza con Dio, è la libertà, con cui possiamo realizzare noi stessi, cioè obbedire all’unicità irripetibile che Dio ha voluto per ciascuno di noi.

La lotta del deserto è anzitutto in questo abitare solitudine e silenzio. Che normalmente sono dimensioni rare, a cui non siamo abituati e a cui cerchiamo di sottrarci. Inoltre, il potere semplificante ed essenzializzante di solitudine e silenzio fa emergere i lati più oscuri e tenebrosi che sono in noi.

Ma proprio lì si situa il lavoro di verità che queste dimensioni operano per noi. Che non sono il fine cui giungere, ma la strada da percorrere per arrivare al fine dell’incontro con il Signore e dello stare con lui, al fine dell’incontrare gli altri in verità e carità.

Quaranta giorni: prova, attesa e trasformazione

Il numero quaranta è ricco di simbolismo biblico: ricorda i quarant’anni di Israele nel deserto e i quaranta giorni di Mosè ed Elia sul monte. Gesù attraversa questo tempo di digiuno e di preghiera per prepararsi alla Sua missione pubblica.

Nel deserto Gesù fa esperienza della durata. Silenzio e solitudine sono le condizioni per fare esperienza della durata e l’esperienza della durata è la condizione della contemplazione. Che è lavoro di unificazione e pacificazione.

Il deserto porta l’uomo al limite della sua debolezza e della sua impotenza e lo obbliga a cercare forza in Dio solo. Porta in sé il segno della povertà, dell’austerità, dell’estrema semplicità, della totale impotenza dell’uomo che scopre la sua debolezza, poiché l’uomo non è in grado di autosussistere di per se stesso di fronte al deserto.

D'altronde, è Dio che conduce al deserto, poiché lo spirito non può rimanervi senza essere nutrito direttamente da Dio. La nostra preghiera, anche quando è il risultato di una attività delle virtù teologali, comporta sempre una rispettosa- attesa del cibo divino.

Il periodo di deserto è una prova, un test} come un tentativo pieno di fiducia per sollecitare Dio a venire verso di noi, nella nostra impotenza, per condurci a lui. Ciò che, dunque, è essenziale, in un periodo di deserto, èlo spogliamento totale e l’attesa serena e silenziosa di Dio in una certa inattività delle nostre capacità.

Questa attesa passiva, senza una risposta di Dio sarebbe nociva se si prolungasse molto, ma è piena di vantaggi se èbreve, come un grido di aiuto lanciato verso Dio e di cui noi abbiamo bisogno, di tanto in tanto, per sostenere la nostra preghiera.

Non bisogna intraprendere ritiri prolungati nel deserto sconsideratamente, senza direzione spirituale e, comunque, bisogna sapersi comportare in modo tale da essere pronti, seguendo la risposta di Dio, a mescolare all’attesa silenziosa e allo spogliamento il cibo spirituale necessario per non indebolirsi e non ridursi all’inerzia, con il pretesto di aver voluto raggiungere, con le nostre forze, la montagna sulla quale solo Dio può condurci.

Il deserto e la discesa nell’umiltà

L’azione spirituale è dunque azione di profondità, di discesa, di abbassamento. Non di innalzamento, non di salita, ma anzitutto di contatto con il basso.

Dice un apoftegma dei padri del deserto: “Se vedrai un giovane salire al cielo di sua volontà, afferralo per un piede, e scaraventalo a terra, poiché ciò non gli serve”. Non si sale se non partendo dal basso, non ci si alza se non si è caduti, se non si è conosciuto e incontrato l’inferno interiore e nominato e combattuto il nemico che è in noi.

Anche nel testo di Marco quando si parla di Gesù che stava con le fiere e gli angeli lo servivano si inizia dal basso, dalle fiere, dalle bestie selvagge: si tratta di un movimento verticale ma dal basso verso l’alto, non il contrario.

Chi conosce il quadro di Caravaggio “La conversione di san Paolo” ricorda che Paolo è a terra, sbalzato dal cavallo, e che, nella sua caduta, le braccia tese verso l’alto esprimono l’inizio della salita ed egli sembra quasi spinto da una forza antigravitazionale: la caduta è l’inizio dell’ascesa.

Il culmine della scala di cui parla Benedetto nella sua Regola è l’umiltà (RB VII,62ss.), l’adesione all’humus, alla terra. Chi inizia dall’alto invece si espone all’illusione, all’autoinganno.

È sedotto dal proprio stesso procedere spirituale, è sedotto dall’angelo e finirà, come ricorda argutamente Pascal, col “fare la bestia”. Dice un pensiero di Pascal: “L’uomo non è angelo né bestia, e disgrazia vuole che chi vuol fare l’angelo faccia la bestia”.

Solitudine e silenzio: ascoltare ciò che lo Spirito rivela

Il testo di Marco è discreto: non dice in cosa consista la tentazione. Non vi è il dettagliare la tentazione in tre momenti come in Matteo e in Luca. Tutto resta avvolto nel silenzio.

Silenzio che è anche del testo stesso, non solo di Gesù che non si affida nemmeno alle parole della Scrittura come negli altri sinottici. Qui al posto della parola della Scrittura vi è il silenzio.

Silenzio per restare in se stesso, per abitare il proprio spirito e non dissiparsi all’esterno con parole, per restare concentrato. Silenzio per scoprire che il mondo è in noi, non banalmente fuori di noi.

Per sapere che i miraggi e le tentazioni di mutare miracolosamente la durezza delle pietre nella fragranza del pane nascono nel cuore; che le tentazioni della potenza e della gloria sono i sogni che coltiviamo in noi; che le illusioni di imporci agli altri e attirarne l’attenzione con imprese prodigiose come gettarci dal tempio ed essere salvati, sono fantasmi che abitano in noi.

Davvero il silenzio fa verità e ci suggerisce di non proiettare sugli altri e sull’esterno ciò che è in noi: “Guarda in te stesso e scopri il male che è in te. Se lo vedi in te eviterai di condannarlo e giudicarlo negli altri”.

Il silenzio di questo giorno di deserto non è innanzitutto un’assenza di parole, ma piuttosto uno spazio più ampio riservato all’ascolto della Parola di Dio e alla preghiera.

Come ascoltare Dio che parla al nostro cuore? Ognuno vi sarà adeguatamente guidato dallo Spirito Santo. Occorre innanzitutto rinunciare al nostro ritmo di vita abituale, a volte frenetico.

La presenza di Dio nella solitudine

Giovanni Paolo II ci ricorda questo senso del deserto: Amate la vostra separazione dal mondo del tutto paragonabile al deserto biblico. Paradossalmente questo deserto non è il vuoto. E’ qui che il Signore parla al vostro cuore e vi associa strettamente alla sua opera di salvezza. (Lisieux, 4; VS, nota 58).

Potremmo anche dire che l’enfasi caratteristica della vita contemplativa nella solitudine e nel silenzio, sperimentati dalla carmelitana per vivere nel deserto del cuore, rende più evidente nell’Ordine e nella Chiesa che solo Dio basta.

Ognuno prenderà almeno una giornata di deserto al mese. (SG 36) Che senso ha prendersi una giornata di solitudine e silenzio nel contesto di una vita fatta di relazioni e di incontri?

Dio, che conduce il suo popolo nel deserto, invita anche noi: «la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.» (Os 2,16) E Gesù dice ai suoi discepoli: «Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.» (Mt 6,6)

E la piccola Teresa afferma: «agli amanti serve la solitudine.» Ogni relazione ha bisogno di momenti d’intimità durante i quali rimanere esclusivamente con la persona amata.

Ciò che vale fra sposi e fra amici, vale anche nella nostra relazione con il Signore: esserci innanzitutto gratuitamente per Lui, ascoltare ciò che dice al nostro cuore nel silenzio, approfondire la nostra preghiera soltanto sotto il Suo sguardo.

Come? Per entrare nella solitudine occorre abbandonare le relazioni visibili, le conversazioni, il lavoro abituale, i computer e i cellulari - sempreché le opere di carità lo permettano - per dire a Dio: «sono qui soltanto per Te.»

Il deserto nella città

Ed eccomi qui a rispondere a chi mi ha chiesto di aiutarlo a cercare in città l'unione con Dio, l'intimità con l'Assoluto, la pace e la gioia del cuore, l'Invisibile presente, la realtà divina, l'Eterno. Intendiamoci subito: non è cosa facile!

Non dubito nel dare una risposta che ho provato sulla mia pelle in un momento difficile della mia vita: Deserto. deserto. deserto! Quando pronuncio questa parola sento dentro di me che tutto il mio essere si scuote e si mette in cammino, anche restando materialmente immobile là dove si trova.

È la presa di coscienza che è Dio che salva, che senza di Lui sono "nell'ombra di morte" e che per uscire dalle tenebre devo mettermi sul cammino che Lui stesso mi indicherà. È il cammino dell'Esodo, è la marcia del popolo di Dio dalla schiavitù degli idoli alla libertà della Terra promessa, alla luminosità e alla gioia del Regno. E questo attraverso il deserto.

Scegli una settimana qualunque, non fantasticare sulle possibilità ma accetta la realtà com'è. Tieniti vicina la Bibbia come strumento indispensabile e punta sull'amore che è in te.

Come luogo non preoccuparti, perché tutto è "luogo" di Dio e "ambiente" della Sua presenza. Per incoraggiarti, ti dirò che quando mi sono convertito avevo fatto del treno il "luogo" della mia preghiera.

Facevo il "pendolare" per motivi di lavoro e tu sai cos'è un vagone ferroviario che parte e arriva in città al mattino e alla sera, stracarico di operai e studenti. Chiasso, risate, fumo, trambusto, pigiapigia.

Io mi sedevo in un angolo e non sentivo nulla. Leggevo il Vangelo. Chiudevo gli occhi. Parlavo e ascoltavo Dio. Che dolcezza, che pace, che silenzio!

La potenza dell'amore superava la dispersione che cercava di penetrare nella mia fortezza. Ero veramente uno con me stesso e nulla mi poteva distrarre. Sotto la presa dell'amore ero in pace.

Sì, doveva essere proprio l'amore a creare l'unità in me. Difatti gli innamorati che si trovavano sul treno bisbigliavano tra di loro in perfetta armonia senza preoccuparsi di ciò che capitava attorno. Io bisbigliavo col mio Dio che avevo ritrovato.

Fare il deserto nei luoghi abitati. Fare di un vagone ferroviario un luogo di meditazione e delle strade della mia città i corridoi del mio ideale convento.

Considera la realtà in cui vivi, l'impegno, il lavoro, le relazioni, le adunanze, le camminate, le spese da fare, il giornale da leggere, i figli da ascoltare, come un tutt'uno da cui non puoi staccarti, a cui devi pensare.

Dirò di più: un tutt'uno attraverso il quale Dio ti parla e ti conduce. Non è fuggendo che tu troverai Dio più facilmente ma è cambiando il tuo cuore che tu vedrai le cose diversamente.

Il deserto nella città è solo possibile a questo patto: vedere le cose con occhio nuovo, toccarle con uno spirito nuovo, amarle con un cuore nuovo. Teilhard de Chardin direbbe: abbracciarle con cuore casto.

È allora che non occorre più fuggire, alienarsi, chiudersi tra sogno e realtà, spaccarsi tra ciò che penso e ciò che faccio, andare a pregare e poi distruggersi nell’azione, fare i pendolari tra Marta e Maria, restare perennemente nel caos, avere il cuore diviso, non sapere dove sbattere la testa.

Sì, la realtà ci educa e come! La realtà è il vero veicolo sul quale Dio cammina verso di me. Nel reale trovo Dio molto più vitalmente che nei bei pensieri che di Lui o su di Lui mi posso fare.

Preghiera silenziosa nella città affollata

Lo spogliamento e la preghiera del cuore

Quando partii per il deserto avevo veramente lasciato tutto com’è l’invito di Gesù: situazione, famiglia, denaro, casa. Tutto avevo lasciato meno le mie idee che avevo su Dio e che tenevo ben strette riassunte in qualche grosso libro di teologia che avevo trascinato con me laggiù.

E là sulla sabbia continuavo a leggerle, a rileggerle, come se Dio fosse contenuto in una idea e che avendo belle idee su di Lui potessi comunicare con Lui.

Il mio maestro di noviziato mi continuava a dire: “Fratel Carlo, lascia stare quei libri. Mettiti povero e nudo davanti all’Eucaristia. Svuotati, disintellettualizzati, cerca di amare. contempla. ”.

Ma io non capivo un bel nulla di ciò che volesse dirmi. Restavo ben ancorato alle mie idee. Per farmi capire, per aiutarmi nello svuotamento mi mandava a lavorare.

Mamma mia! Lavorare nell’oasi con un caldo infernale non è facile! Mi sentivo distrutto. Quando tornavo in fraternità non ne potevo più.

Mi buttavo sulla stuoia nella cappella davanti al Sacramento con la schiena spezzata e la testa che mi faceva male. Le idee si volatilizzavano come uccelli fuggiti dalla gabbia aperta.

Non sapevo più come cominciare a pregare. Arido, vuoto, sfinito: dalla bocca mi usciva solo qualche lamento.

L’unica cosa positiva che provavo e che cominciavo a capire era la solidarietà coi poveri, i veri poveri. Mi sentivo con chi era alla catena di montaggio o schiacciato dal peso del giogo quotidiano.

Pensavo alla preghiera di mia madre con cinque figli tra i piedi e ai contadini obbligati a lavorare dodici ore al giorno durante l’estate. Se per pregare era necessario un po’ di riposo, quei poveri non avrebbero mai potuto pregare.

La preghiera, quindi, quella preghiera che avevo con abbondanza praticato fino ad allora era la preghiera dei ricchi, della gente comoda, ben pasciuta, che è padrona del suo tempo, che può disporre del suo orario.

Non capivo più niente, meglio incominciavo a capire le cose vere. Piangevo! Le lacrime scendevano sulla “gandura” che copriva la mia fatica di povero.

E fu proprio in quello stato di autentica povertà che io dovevo fare la scoperta più importante della mia vita di preghiera. Volete conoscerla? La preghiera passa nel cuore, non nella testa.

Sentii come se una vena si aprisse nel cuore e per la prima volta “esperimentai” una dimensione nuova dell’unione con Dio. Che avventura straordinaria mi stava capitando.

Non dimenticherò mai quell’istante. Ero come un’oliva schiacciata dal torchio. Al di là della “sofferenza” che dolcezza indicibile mi inondava tutta la realtà in cui vivevo!

La pace era totale. Il dolore accettato per amore era come una porta che mi aveva fatto transitare al di là delle cose. Ho intuito la stabilità di Dio.

Ho sempre pensato, dopo di allora, che quella era la preghiera contemplativa. Il dono che Dio fa di sé a chi gli offre la vita come dice il Vangelo: “Chi perde la sua vita la troverà” (Matteo 10,39).

I consigli evangelici nel combattimento spirituale

Alla fine di quel periodo, il testo dice che Egli «ebbe fame» (Mt 4,2). Questa fame rivela l’umanità di Gesù e la Sua totale solidarietà con la nostra debolezza.

È in questo momento di vulnerabilità fisica che il tentatore si avvicina, cercando di distogliere il Figlio dalla Sua fiducia nel Padre.

«Non di solo pane vive l’uomo»: la povertà

Il demonio attacca il bisogno fondamentale della fame, proponendo a Gesù di usare il Suo potere a proprio vantaggio («ordina che queste pietre diventino pane»). È la tentazione dell’autosufficienza e del materialismo.

Gesù vince mediante il consiglio evangelico della povertà, rispondendo con la Scrittura: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (cf. Mt 4,4).

Egli ci insegna che l’“avere” e la soddisfazione materiale non colmano il cuore; il nostro bisogno più grande è la comunione con la volontà del Padre.

«Non tenterai il Signore Dio tuo»: l’obbedienza

Condotto sul punto più alto del Tempio, Gesù è tentato di compiere uno «spettacolo di fede», forzando la protezione di Dio, e il diavolo cita persino il Salmo 90(91). È la tentazione dell’orgoglio e dell’esibizionismo.

Gesù risponde con il consiglio evangelico dell’obbedienza e il rispetto della sovranità di Dio: «Non tenterai il Signore Dio tuo» (cf. Mt 4,7).

Egli ci mostra che la vera fiducia non esige miracoli per capriccio né manipola la relazione con Dio, ma accoglie il cammino del Padre nella semplicità.

«Adorerai il Signore Dio tuo»: la castità del cuore

Il tentatore offre il potere e la gloria del mondo in cambio dell’idolatria. È la tentazione di porre qualsiasi realtà (successo, denaro, piacere) al posto di Dio.

Gesù conclude il combattimento con il consiglio evangelico della castità, qui intesa come il dono totale ed esclusivo del cuore al Signore: «Adorerai il Signore Dio tuo e a Lui solo renderai culto» (cf. Mt 4,10).

Ordinando: «Vattene, Satana!», Gesù riafferma che il cuore umano trova la sua libertà solo quando appartiene unicamente a Dio.

La Parola di Dio come arma nel combattimento

Il punto centrale della vittoria di Gesù su tutti i fronti è l’uso della Parola di Dio. Egli non dialoga con il tentatore. Risponde con «Sta scritto…».

Nel deserto, la Parola si rivela come l’arma efficace contro le suggestioni del Maligno. Questo Tempo di Quaresima è un’opportunità per nutrirci maggiormente delle Scritture, poiché è attraverso di esse che discerniamo le insidie delle tentazioni e troviamo la forza per vincerle, vivendo con autenticità le pratiche del digiuno, della preghiera e della carità.

La battaglia contro lo spirito del male si vince come la vinse Gesù nel deserto: a colpi di parola di Dio. Vedete che Gesù non dialoga con il demonio, mai ha dialogato con il demonio.

O lo caccia via, o lo condanna, ma mai dialoga. E nel deserto risponde non con la sua parola, ma con la parola di Dio.

Con il diavolo non si dialoga. Lo si caccia via. Distanza.

San Pietro suggerisce anche un altro mezzo, di cui Gesù non aveva bisogno ma noi sì, la vigilanza: «Siate sobri, vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare» (1 Pt 5,8).

E San Paolo ci dice: «Non date occasione al diavolo» (Ef 4,27).

La consapevolezza dell’azione del diavolo nella storia non deve scoraggiarci. Il pensiero finale deve essere, anche in questo caso, di fiducia e di sicurezza: “Sono con il Signore, vattene via”.

Cristo ha vinto il demonio e ci ha donato lo Spirito Santo per fare nostra la sua vittoria. La stessa azione del nemico può volgersi in nostro vantaggio, se con l’aiuto di Dio la facciamo servire alla nostra purificazione.

Chiediamo perciò allo Spirito Santo, con le parole dell’inno Veni Creator: «Allontana da noi il nemico e donaci presto la pace. Con Te che ci fai da guida eviteremo ogni male».

Il deserto come luogo di riconciliazione

Gesù fa esperienza della durata. Silenzio e solitudine sono le condizioni per fare esperienza della durata e l’esperienza della durata è la condizione della contemplazione. Che è lavoro di unificazione e pacificazione.

Infatti, se Gesù annuncia, subito dopo i 40 giorni nel deserto, che “Il regno di Dio è vicino” (Mc 1,15) è perché quel regno Gesù l’ha conosciuto in se stesso, nella pace tra bestie e angeli, tra inferno e cielo, nel suo aver continuato ad abitare la parola ricevuta dall’alto “Tu sei mio figlio” (Mc 1,11) e a lasciarsi guidare dallo Spirito santo mentre si trovava nel confronto con Satana.

In quell’esperienza del deserto Gesù vive in sé ciò che avviene nel mondo, o meglio fa di se stesso il luogo del mondo riconciliato. Gesù è l’umanità riconciliata, l’umanità nella pace.

Gesù è il Regno di Dio davvero vicinissimo. L’era messianica si apre perché ciò che è destinato al mondo è avvenuto nella persona di Gesù.

Questo evento di riconciliazione profonda tra forze infere e potenze celesti, questa pace messianica profetizzata da Isaia, Gesù l’attua in se stesso, in lui avviene la riconciliazione e la pace.

Gesù è spazio di pace e di unità, di unificazione e riconciliazione. Egli riesce ad assorbire la violenza delle bestie selvagge senza cadere nel disumano, riesce a convivere con le potenze divine e angeliche senza innalzarsi nel sovrumano.

Gesù custodisce la postura umana e si lascia docilmente guidare dallo Spirito di Dio. Divenendo così esempio del battezzato: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio” (Rm 8,14).

Il deserto nella tradizione carmelitana

I nostri primi padri, sull’onda della spiritualità del loro tempo (secoli XII-XIII) cercarono di realizzare quest’impegno ascetico ritirandosi nella solitudine. Ma più che una realtà materiale, il loro deserto era un luogo del cuore, il contesto della dinamica vitale di chi centra tutto su Dio solo.

Essi avevano scelto di seguire Gesù Cristo che ha annientato e svuotato se stesso fino a morire nudo sulla croce. Ma, uomini di pura fede, attendevano il dono della vita nuova ed eterna, frutto della Risurrezione del Signore.

Solitario e arido, il deserto fiorisce e diviene il luogo in cui l’esperienza della presenza liberante di Dio forma la fraternità e spinge al servizio.

Sulle orme dei primi eremiti carmelitani percorriamo anche noi la via del deserto che sviluppa la nostra dimensione contemplativa. Ciò vuol dire abbandonarsi a un processo graduale di autosvuotamento e spogliamento di sé per essere riempite di Dio.

Questo processo comincia quando ci si affida a Dio, quale che sia il modo che egli sceglie per accostarsi a noi (RIVC 2000,27).

Mediante la clausura, le monache realizzano l’esodo dal mondo per incontrare Dio nella solitudine del ‘deserto claustrale’, che comprende anche la solitudine interiore, le prove dello spirito e il travaglio quotidiano della vita comune, come condivisione sponsale della solitudine di Gesù al Getsemani e della Sua sofferenza redentrice sulla croce (VS, 4).

Oltre al simbolo del deserto la tradizione carmelitana ha utilizzato espressioni e immagini per questo processo di trasformazione: puritas cordis (purità di cuore), vacare Deo (essere liberi per Dio), salita del Monte Carmelo, notte oscura.

La manna e la provvidenza di Dio

Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nella terra d'Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine».

Allora il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge.

Il Signore disse: «Ho inteso la mormorazione degli Israeliti. Parla loro così: «Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore, vostro Dio»».

La sera le quaglie salirono e coprirono l'accampamento; al mattino c'era uno strato di rugiada intorno all'accampamento. Quando lo strato di rugiada svanì, ecco, sulla superficie del deserto c'era una cosa fine e granulosa, minuta come è la brina sulla terra.

Gli Israeliti la videro e si dissero l'un l'altro: «Che cos'è?», perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: «È il pane che il Signore vi ha dato in cibo.

Il deserto insegna a ricevere ogni giorno il dono di Dio, senza trasformare la provvidenza in possesso e senza pretendere di controllare il futuro. La fame diventa così una scuola di fiducia, di obbedienza e di ascolto.

La memoria del cammino nel deserto

Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi.

Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.

Il tuo mantello non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant'anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore, tuo Dio, corregge te.

Guàrdati bene dal dimenticare il Signore, tuo Dio, così da non osservare i suoi comandi, le sue norme e le sue leggi che oggi io ti prescrivo.

Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore, tuo Dio.

Guàrdati dunque dal dire nel tuo cuore: «La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze».

Ricòrdati invece del Signore, tuo Dio, perché egli ti dà la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l'alleanza che ha giurato ai tuoi padri.

Come vivere una giornata di deserto

La giornata nel deserto viene a ricordarci regolarmente la necessità di questa attesa. Ci ricorda le condizioni di preparazione necessarie per ricevere questa grazia: l'umiltà del cuore, il non fare affidamento su se stessi, accettare l'assenza delle consolazioni sensibili e l'austerità di questo modo di incontrarci con Dio; perché, se lo Spirito Santo ci visita, ciò non accadrà se prima non ci saremo dimenticati di noi stessi.

Per andare nel deserto, bisogna dunque credere che Dio può venirci a trovare nella preghiera e, per ottenere la grazia di questa visita, bisogna desiderarla con fiducia e gioia.

Occorre scegliere un tempo nel quale lasciare, per quanto possibile, le conversazioni, il lavoro abituale, i computer e i cellulari, per riservare a Dio uno spazio concreto e libero.

Immergersi nella natura e prendersi un tempo di quiete può aiutare a ritrovare la presenza di Dio in noi. Possiamo cercare ciò che unifica la persona e ci mette in comunione con l’Ospite interiore: ciascuno ha la propria via preferenziale.

Dio ci parla nella nostra camera o in mezzo alla natura, grazie alla lettura meditata di un testo delle Scritture, mediante la recita del Rosario, nella preghiera di Gesù, nell’adorazione, nella contemplazione di un’icona ecc.

Anche un lavoro manuale può aiutarci. Il modo più adeguato di stare alla presenza di Dio (modalità che evolverà comunque nel corso della nostra vita spirituale) durante questo giorno di deserto si svela progressivamente.

Se il nostro luogo di deserto è la camera, sarebbe opportuno prepararla alla vigilia per consentire anche al nostro cuore di prepararsi, riordinando ad esempio ciò che è in disordine per evitare la tentazione di continuare un lavoro incompiuto, o liberando un tavolo per disporvi la Bibbia aperta ecc.

Se è vero che spesso si ha bisogno di riposo, sarebbe tuttavia un peccato occupare buona parte della mattinata a letto: è senz’altro meglio alzarsi presto per riservare uno spazio sufficiente all’ascolto della Parola di Dio, prevedendo, se del caso, una breve siesta a inizio pomeriggio…

La centralità della lectio divina

Nel deserto è bene privilegiare l’ascolto della Parola di Dio. L’ufficio delle letture e un tempo prolungato di lectio divina ci possono aiutare: leggere lentamente diverse volte la Parola, pronunciarla, ascoltarla attentamente, memorizzarne qualche passaggio, lasciar scaturire da essa la nostra preghiera e lasciarci condurre al silenzio e all’adorazione.

La Parola ricevuta può in seguito accompagnarci quando siamo in cappella, durante il pasto, durante una passeggiata o un lavoro manuale; può già nutrire questa giornata, pacificare e unificare il nostro cuore.

Si può anche prevedere un tempo di lavoro sulla Parola di Dio, approfondendo un termine o un tema, ad esempio con l’aiuto delle note di una Bibbia.

Se necessario ci può aiutare anche un’altra lettura, facendo attenzione a evitare la dispersione e la moltiplica-zione delle letture: potrebbe essere una tentazione. Non è tanto la quantità che nutre, ma la grazia insita in un passo o una frase meditata a lungo.

Ognuno trova col tempo ciò che gli è più congeniale per stare serenamente con il Signore.

Le difficoltà del silenzio e della solitudine

Il silenzio e la solitudine esteriori non bastano per far entrare il nostro cuore in un silenzio interiore. Dal momento che si interrompono le normali attività, ciò che è stato vissuto in precedenza riaffiora: difficoltà del passato, preoccupazioni, angosce per l’avvenire ecc.

Si risvegliano sentimenti negativi rimasti nascosti quando eravamo pienamente attivi… Torniamo incessantemente e serenamente dal Signore, senza analizzare in continuazione tutto ciò che riaffiora.

Brevi invocazioni ci possono aiutare. Il deserto è per antonomasia il luogo delle tentazioni e del combattimento spirituale: non dobbiamo quindi stupircene!

Se qualcosa continua a presentarsi con ostinazione, parliamone durante l’accompagnamento o la confessione.

Possiamo anche far fatica ad abbandonare l’usuale pressione o un’attività che avremmo voluto concludere; la via che conduce al nostro cuore ci è occultata e la noia ci invade…

Accogliamo serenamente queste purificazioni, ricordandoci che questo giorno è innanzitutto riservato a Dio. Non abbiamo nulla di più prezioso da offrirgli che il nostro tempo ed Egli si servirà di tutto per condurci a Lui.

I frutti della giornata di deserto

Questa giornata ci consente innanzitutto di riscoprire l’essenziale: è per Dio, per il suo amore che abbiamo fatto la nostra scelta di vita.

Grazie alla solitudine e al silenzio rimettiamo in evidenza questa scelta fondamentale. Possiamo guardare con maggiore distacco le preoccupazioni quotidiane, e anche se l’indomani non saranno ancora sparite, le guarderemo con una ritrovata pace e a volte sotto una luce nuova.

Se la nostra attività o l’uso di Internet occupano troppo spazio nelle nostre giornate, possono essere rimessi al loro giusto posto, se accettiamo di rinunciarvi per Dio durante un certo tempo.

L’atteggiamento d’ascolto e una preghiera prolungata rinnovano la nostra vita interiore e quindi anche la nostra attività esteriore.

«Le renderò le sue vigne» (Os 2,17), quindi vino e gioia! Non è per spogliarci inutilmente che Dio ci invita ad abbandonare le nostre abitudini, ma con la promessa di portare frutto (cfr. Os 2,23).

A fine giornata possiamo annotare qualche frutto in un quaderno: qual è stata la Parola di Dio che ha segnato questa giornata? Che cosa mi ha fatto capire il Signore su di Lui e su di me?

E noi Gli esprimeremo la nostra gratitudine, qualsiasi cosa abbiamo vissuto.

Lectio divina su Luca 4,1-13

Preparazione

L’esperienza del deserto è stata per me dominante. Tra cielo e sabbia, fra il Tutto e il Nulla, la domanda diventa bruciante.

Come il roveto ardente, essa brucia e non si consuma. Brucia per se stessa, nel vuoto. L’esperienza del deserto è anche l’ascolto, l’estremo ascolto.

Mi preparo Chiudo gli occhi, mi concentro sul momento presente, libero la mente da preoccupazioni e pensieri, esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore.

Lettura

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo.

Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane».

Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».

Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio.

Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».

Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”;

e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».

Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Meditazione

I quaranta giorni nel deserto sono un tempo pieno in cui, come Gesù, mi lascio guidare dallo Spirito. Allontano tutte le preoccupazioni del mondo, tutte le mie ferite, le mie ansie, le mie paure; allontano anche le mie relazioni per ritrovare in autenticità il mio rapporto personale con Dio.

Il deserto è un luogo di morte in cui però Dio si rivela per farmi diventare una nuova creatura; è il luogo in cui ricerco la presenza dello Spirito in me.

Si tratta di un tempo faticoso ma definito, poiché al termine devo rientrare nel mondo, come Gesù, per adempiere alla mia missione: ho un itinerario da seguire, un servizio da compiere per i miei fratelli e le mie sorelle.

Durante il deserto non ho bisogno di mangiare, poiché mi nutro dell’attesa, della speranza, della presenza dello Spirito in me. Gesù ebbe fame, infatti, solo al termine dei quaranta giorni.

Invero, ho bisogno di nutrirmi dei sacramenti in quanto fonti della grazia di Dio, per far fronte alle difficoltà della vita nel mondo segnata dalla ferita del peccato.

La riconciliazione, l’eucaristia, l’ascolto e la meditazione della Parola sono il nutrimento del figlio di Dio nella vita di tutti i giorni per adempiere alla missione che gli è affidata.

Il deserto vissuto come luogo di incontro con Dio diventa, proprio per questo motivo, anche il luogo delle tentazioni del nemico. Le tentazioni più forti per Gesù arrivano al termine dei quaranta giorni, quando ha fame ed è pronto per iniziare la vita pubblica.

La prima riguarda proprio il nutrimento: mi chiedo se mi sto nutrendo dei sacramenti come fonte della grazia oppure di pietre, come di qualcosa che può appagarmi nell’immediato ma che non mi sazia veramente.

La seconda tentazione riguarda il rapporto che ho con me stesso e con Dio: quello che vuole il nemico è che io abiti le mie divisioni, dovute alle mie ferite, ai miei vissuti, e che mi identifichi con quella parte falsa di me, invece che lasciarmi anzitutto amare da Dio.

Riscopro che non ho ricompense da chiedere a Dio, perché egli mi ha già ricompensato: lui per primo mi dona il suo infinito amore e non pretende la mia risposta, perché rispetta la mia libertà; non mi divide, ma vuole unirsi a me nell’amore.

La terza tentazione riguarda l’uso che faccio dei doni che il Signore mi ha dato e quindi l’immagine che ho di Dio: mi accorgo che a volte non utilizzo i doni che il Signore mi ha dato per dare gloria a Dio, ma per condurre i miei fratelli e le mie sorelle a dar gloria a me.

La tentazione, oggi, è per me quella di utilizzare tutto a mio vantaggio, pertanto chiedo al Signore di insegnarmi cosa significa servire i miei fratelli e le mie sorelle gratuitamente.

Immaginazione e discernimento

Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.

Di cosa sto nutrendo oggi la mia vita spirituale? C’è qualche pietra, inutile, di cui mi devo liberare? Quale ferita voglio affidare al Signore attraverso la quale poter riscoprire il suo amore per me? Cosa significa per me oggi servire i miei fratelli e le mie sorelle gratuitamente?

Preghiera e ringraziamento

Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi. Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.

Adorazione all’inizio della Quaresima

† Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen

Gesù, a Te volgiamo il nostro sguardo, a Te innalziamo la nostra preghiera. Entriamo nel tempo e nello spazio del deserto: accompagnaci, guidaci, proteggici e rendici forti per vincere con Te le tentazioni.

Aiutaci a fare silenzio, abita i nostri cuori e rendili docili alla Tua Parola. Donaci il Tuo Santo Spirito perché ci trasformi e rinnovi nell’amore.

Tutti: Spirito Santo, penetra nel profondo dei nostri cuori e ricolma di Te i deserti della nostra esistenza.

Vieni, Consolatore buono delle anime e sii per noi aiuto nella prova e nelle tentazioni. Vieni, Tu che rendi puri dalle colpe, Tu che guarisci dalle ferite.

Vieni, forza dei deboli e sostegno di chi cade. Vieni, maestro degli umili, vincitore degli orgogliosi.

Vieni, speranza dei poveri, conforto di quanti sbagliano. Vieni, gloria eccelsa dei viventi, salvezza unica dei moribondi.

Vieni e abbi pietà di noi. Rendici simili a Te, guarda con benevolenza verso di noi: perché l’aridità della nostra piccolezza trovi ristoro nella grandezza della tua azione di Grazia.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea proclamando il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo».

Adorazione silenziosa

Gesù, lo Spirito Santo ti sospinse verso il deserto, perché nella solitudine sbocciasse la tua preghiera: per quaranta giorni, con sguardo insistente, contemplasti il Padre.

Gli apristi il tuo cuore in un intimo contatto, un segreto dialogo in cui i lunghi silenzi esprimevano tutto l’amore che ti univa a lui, il tuo abbandono fiducioso.

Oggi, con noi, desideri rifare un soggiorno nel deserto, un lungo tempo di preghiera assidua e fervida, una quaresima interiore.

Vuoi farci apprezzare la ricchezza segreta e la profonda gioia della contemplazione, ispirarci il gusto di lasciare tutto il resto per guardare il Padre.

Vieni a creare nelle nostre vite lo spazio della preghiera, spazio dell’ascolto della Parola di cui abbiamo bisogno per dialogare con Te, per dilatare l’amore, per animare l’azione e renderla più feconda.

Rendici capaci di far fiorire il nostro deserto, non più segno di aridità ma di incontro ed intimità con Te.

Preghiere spontanee

Gesù, abbiamo bisogno della Tua forza per non soccombere davanti al peccato e alle tentazioni. A Te rivolgiamo la nostra preghiera e ad ogni invocazione rispondiamo: Confidiamo in Te, Gesù

  • Quando il dubbio ci tormenta
  • Quando la solitudine ci attanaglia
  • Quando lo scoraggiamento sembra avere la meglio
  • Quando ci assalgono angoscia e timore
  • Quando viviamo la tribolazione
  • Quando le difficoltà ci fanno vacillare
  • Quando l’ansia ci toglie la serenità

Tutti: Gesù, Tu che vieni come luce per accompagnarci lungo un cammino di fatica e di speranza. Signore, nella gioia e nel dolore, nella vita e nella morte, resta con noi!

Una preghiera allo Spirito Santo nel deserto

«Signore, Tu mi hai sedotto e condotto alla solitudine. Adesso la mia anima desidera occuparsi soltanto di Te, o desiderio del mio cuore!

Per la tua misericordia ti supplico di imporre pace e silenzio attorno e dentro di me. Per consolare la mia solitudine dammi un cuore innamorato del silenzio e di conversazioni frequenti con Te.

Fintanto che Tu sarai con me, io non sarò da solo. Guidami fin nelle profondità del deserto, là dove l’anima santa è interamente immersa nel fuoco dello Spirito Santo e s’infiamma come un serafino ardente.

Nascondimi nel segreto del tuo volto!»

«Chi ama intrattenersi con Cristo, ama stare solo.» Sant’Isacco il Siro

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