Le Upanishad sono testi sacri e filosofici della tradizione indiana, collocati nella parte conclusiva dei Veda e conosciuti anche con il nome di Vedānta, cioè «fine del Veda» o «quintessenza del Veda». Esse segnano una svolta rispetto alla religiosità vedica più antica: mentre nei Veda il sacrificio e il rito occupano una posizione centrale, nelle Upanishad diventano fondamentali la conoscenza, la meditazione e la ricerca dell’identità tra il Sé individuale, Ātman, e l’Assoluto universale, Brahman.
Le Upanishad sono dedicate alla contemplazione e all’illustrazione delle verità supreme e sono dirette a rispondere alle domande sull’origine e sul destino dell’uomo, sul significato delle vicende dell’esistenza, sul fondamento ultimo dell’universo e della vita. Il loro obiettivo è la conoscenza dell’Assoluto, la distruzione dell’ignoranza e il raggiungimento della liberazione, mokṣa, attraverso la comprensione dell’unità tra soggetto e oggetto della conoscenza, tra microcosmo e macrocosmo.
Che cosa sono le Upanishad
Con il termine Upanishad si intende l’insegnamento mistico e l’insieme dei testi che hanno trasmesso questo insegnamento, tramandati oralmente per secoli da maestro a discepolo, prima di essere trascritti. Essi appartengono al grande complesso della rivelazione vedica o śruti, «il sentito».
Le Upanishad sono un ampio insieme di testi religiosi e filosofici tramandati inizialmente solo ed esclusivamente in lingua orale, il cui primo nucleo, composto di 14 Upanishad dette anche le Upanishad Vediche, venne probabilmente concepito tra il IX e il IV secolo a.C. A questo primo nucleo si aggiungono altre Upanishad che continueranno ad essere create fino al XVI secolo d.C.
Le singole Upanishad non sono attribuite ad un autore determinato, ma raccolgono brani di vari sapienti e maestri, probabilmente una selezione del materiale che è stato frutto della ricerca di intere generazioni. Non si presentano generalmente come trattazioni filosofiche sistematiche, ma attraverso dialoghi, racconti, formule simboliche, immagini cosmologiche, insegnamenti esoterici e meditazioni.
Il significato del nome Upanishad
Letteralmente upa-ni-ṣad significa «vicino» oppure «ai piedi», «sedersi»: sedersi vicino a qualcuno; si accenna così in primo luogo al rapporto fra maestro e discepolo. Quest’ultimo siede con umiltà e venerazione ai piedi del guru per ascoltarne la saggezza.
Upanishad in quanto tranquillo, attento atto del sedersi, significa perciò anche che la venerazione o la meditazione sono l’unico modo adeguato per avvicinarsi a quest’ultima realtà. La tradizione indiana intende il termine Upanishad anche nel senso di «segreto, mistero».
Le Upaniṣad sono così dette perché custodi di una dottrina che il maestro rivela quasi nascostamente allo scolaro che gli siede vicino, come quella che, per essere una verità di ordine superiore, può venire comunicata solo a coloro che ne risultino degni. Si tratta, dunque, di testi d’insegnamento esoterico che hanno per obiettivo la meditazione e la conoscenza dell’Assoluto, del Brahman.
Le Upanishad nella struttura dei Veda
La Śruti è la rivelazione divina. Dalla radice sanscrita śru, «udire», indica la Conoscenza percepita dai saggi veggenti, ṛṣi. Contiene valori universali validi in eterno.
Sono considerati śruti, i Veda e le Upanishad. Il Veda è la Conoscenza sacra, la Verità divina. Non ha subito l’intervento dell’uomo, apauruṣeya, ed è eterno, anādi.
Il Veda delinea i confini dell’ortodossia indù: è l’autorità suprema, pramāṇa. In esso si ritrovano i fondamenti della cultura, della spiritualità, delle arti e delle scienze induiste.
Oltre alle quattro raccolte, il Veda comprende una serie di manuali di ritualistica, Brāhmaṇa; opere integrative, Āraṇyaka; testi speculativi ed esoterici, Upanishad; gruppi di testi ausiliari, Vedāṅga.
Le Upanishad sono parte dei Veda, in quanto scritti posti alla fine dei vari componenti dei Veda, nelle parti conclusive, ma non si inseriscono in modo omogeneo nella più antica speculazione vedica, anzi. Le Upanishad segnano una frattura e sono un momento innovativo rispetto alla tradizione religiosa e spirituale dei Veda.
| Tradizione vedica | Upanishad |
|---|---|
| Ruolo primario del sacrificio e del rito | Ruolo primario della conoscenza, vidyā o jñāna |
| Teologia mitologica | Speculazione e meditazione sull’Uno-tutto, Ātman-Brahman |
| Centralità dell’azione rituale | Centralità dell’introspezione e dell’intuizione |
| Conoscenza sacra custodita dal sacerdote | Ricerca spirituale del Sé e dell’Assoluto |
Le Upanishad mantengono riferimenti al rituale, ma preferiscono un approccio speculativo. Si interrogano sui quesiti profondi dell’esistenza: la natura di Dio, dell’uomo, la morte, lo scopo della vita e la realizzazione spirituale.
Il passaggio dal sacrificio alla conoscenza
Le Upanishad sono testi di dottrina arcana, nei quali, ritenendo sempre più inadeguata all’alto fine la materialità liturgica del sacrificio, il pensiero religioso dell’India si libra con indagini metafisiche e psicologiche a meditazioni sull’Essere supremo, sull’io e sul mondo esterno.
Mentre nei Veda viene dato un ruolo primario al sacrificio e al rito, nelle Upanishad acquista un ruolo primario la conoscenza, la gnosi, vidyā o jñāna. Mentre i Veda si basano su una teologia mitologica, le Upanishad si basano sulla speculazione e meditazione sull’Uno-tutto, Ātman-Brahman.
Le Upanishad debbono essere ritenute frutto di reazione razionalistica al potere sacerdotale. Vediamo, difatti, in esse sovrani, uomini di cospicuo o infimo stato, e pur donne, riuscire a confondere con il loro grande sapere filosofico alcuni brāhmaṇa.
Non erano più soltanto i sacerdoti a comparire come custodi della conoscenza. Probabilmente potevano accedere agli insegnamenti delle Upanishad non più solo i Brahmani, casta dei sacerdoti, ma anche coloro che appartenevano alla casta degli Kṣatriya, quella cioè dei principi e guerrieri, e poteva arrivare agli insegnamenti delle Upanishad anche una nuova figura, quella dell’asceta: uomo o donna appartenente a qualsiasi classe sociale che abbandonava la società per dedicarsi all’ascesi e alla ricerca spirituale.
Origine e trasmissione
Le Upanishad furono inizialmente trasmesse oralmente. La conservazione orale dei testi appartiene al più ampio sistema indiano di trasmissione della śruti, fondato sull’ascolto, sulla memorizzazione e sulla ripetizione rigorosa.
Le Upanishad sono scritte in maniera poetica anche probabilmente perché in questo modo era molto più facile memorizzarle. Sono una sorta di poesia mistica.
Le Upanishad vennero per la prima volta redatte in forma scritta nel 1650 per volere del sultano musulmano Dara Shikoh, che tra l’altro le fece tradurre dal sanscrito al persiano.
Il numero delle Upaniṣad, non tutte giunteci, si fa risalire a un massimo di 300; ma non più di 108, elencate dalla tarda Muktikā Upaniṣad, sono state pubblicate.
Le principali Upanishad vediche
Fra tutte, le seguenti 14 sono considerate dai commentatori indiani le più autorevoli per contenuto e per antichità:
- Bṛhadāraṇyaka
- Chāndogya
- Aitareya
- Taittirīya
- Kauṣītaki
- Kena
- Kaṭha
- Īśā
- Śvetāśvatara
- Mahānārāyaṇa
- Muṇḍaka
- Maitrāyaṇīya
- Praśna
- Māṇḍūkya
Le prime sei, considerate più antiche d’ogni altra, sec. VIII-VII a.C., sono scritte in una prosa sanscrita arcaica, del genere di quella dei Brāhmaṇa; le cinque seguenti, dal settimo all’undicesimo testo, in un metro che potremmo dire arcaico, preepico; le ultime tre, dal dodicesimo al quattordicesimo testo, in prosa del tutto simile alla classica.
| Gruppo | Upanishad | Forma linguistica |
|---|---|---|
| Prime sei | Bṛhadāraṇyaka, Chāndogya, Aitareya, Taittirīya, Kauṣītaki, Kena | Prosa sanscrita arcaica |
| Testi 7-11 | Kaṭha, Īśā, Śvetāśvatara, Mahānārāyaṇa, Muṇḍaka | Metro arcaico, preepico |
| Ultime tre | Maitrāyaṇīya, Praśna, Māṇḍūkya | Prosa simile alla lingua classica |
Appartengono, inoltre, alla scuola del Ṛgveda l’Aitareya e la Kauṣītaki, del Sāmaveda la Chāndogya e la Kena, dello Yajurveda bianco la Bṛhadāraṇyaka e la Īśā, dello Yajurveda nero la Taittirīya, la Kaṭha, la Śvetāśvatara, la Mahānārāyaṇa e la Maitrāyaṇīya, dell’Atharvaveda la Muṇḍaka, la Praśna e la Māṇḍūkya.
Upanishad antiche e Upanishad tarde
Appartengono esse rispettivamente a tempi diversi e costituiscono, più determinatamente che gli Āraṇyaka, i primi documenti del pensiero filosofico indiano, se si prescinde dai più antichi accenni in alcuni inni del tardo libro X del Ṛgveda.
Carattere particolarmente religioso anziché filosofico hanno le Upaniṣad più moderne, alcune delle quali vengono attribuite a un’età di gran lunga posteriore alle prime.
Esse sono, difatti, dedicate o a esaltazione delle pratiche dello Yoga o delle due divinità Viṣṇu o Śiva, indice questo certamente di reazione brahmanica allo spirito extrasacerdotale, che aveva originato e ispirato le precedenti.
Le Upanishad Vediche, quindi quelle più antiche, vennero concepite in un periodo antecedente al Buddismo e insieme ai Veda costituiscono la base di tutta la cultura indoeuropea e di tutto il pensiero filosofico e religioso indiano che poi tramite il Brahmanesimo confluirà nelle dottrine e pratiche dell’Induismo.
Brahman: l’Assoluto e la realtà ultima
In esse questa forza, il cui nome significa in origine «formula, preghiera, forza magica e misteriosa», la quale ogni atto del sacrificio accompagna e ispira, assurgerà al valore di prima e massima essenza, di principio cosmico, di quanto più grande può essere pensato.
Il Brahman è tale da non avere nulla «né davanti; né dietro di sé»; viene designato con semplice e pure efficacissima espressione: tat, «questo», e con la frase «realtà della realtà», satyasya satyam, frase che esclude ogni possibilità da parte di ogni intelletto umano di concepirlo.
Le Upanishad sono conosciute anche come Vedānta, «la parte finale del Veda» o anche «il fine, la quintessenza del Veda». In esse si delineano i contorni della concezione del Brahman, l’Assoluto, dell’Ātman, il Sé, della dottrina del karman, della fisiologia sottile propria dello yoga e di molte altre ancora.
Massimo fine dell’uomo per raggiungere la suprema felicità sarà l’assorbimento finale nel Brahman. La distruzione dell’ignoranza, ottenibile per mezzo della più intensa meditazione, e la rinuncia a ogni possibile affezione al mondo renderanno l’uomo degno di raggiungere dopo la morte il fine sospirato.
Ātman: il Sé individuale
Per opera appunto di tali pensatori eterodossi s’affermerà la dottrina dell’Ātman, di quel principio assoluto vitale che parve opporsi dapprima al Brahman, ma che poi venne con esso identificato.
Mentre i sacerdoti riconoscevano nel Brahman la forza che impersonata in tutti gli esseri ci sta dinnanzi, che tutti i mondi crea, sostiene, conserva e di nuovo in sé riassorbe, gli altri pensatori furono attratti a studiare il piccolo io, soggetto, piedistallo, radice di tutte le cose e di tutte le funzioni vitali dell’uomo, anima, «sé stesso», specchio del mondo esterno.
In esso i nuovi pensatori trovarono risposta a ogni più vario problema del mondo esterno; lo confermarono fondamento di ogni funzione, lo paragonarono al mozzo della ruota, in cui sono confitti i raggi.
Lo affermarono privo di ogni possibile qualità, pur essendo tutto ciò che esiste diverso da lui e non definibile che con le frasi: neti neti, «no! no!», o con «realtà della realtà», satyasya satyam.
L’esatta conoscenza dell’Ātman dà all’uomo la conoscenza di tutto lo scibile e gli fa raggiungere il supremo grado di tutte le virtù, come a colui che ha conosciuto ciò che vi è di migliore nel mondo.
L’identità tra Ātman e Brahman
I brahmani, la cui potenza sarebbe decisamente caduta per l’ingigantirsi e per il diffondersi nello spirito dei più di un principio che si opponesse al Brahman o che lo soverchiasse, non potevano non cercare il rimedio.
Nel Brahman e nell’Ātman essi videro così non una relazione di parte, Ātman, in confronto al tutto, Brahman, o di emanazione individuale di un principio universale; ma riconobbero in essi un solo principio, l’uno-tutto, il noumeno, l’universo, noi stessi.
Ecco dunque ben giustificata la formula tat tvam asi, «ciò tu sei», in cui si può dire riassunta tutta la dottrina teopanistica delle Upanishad: «ciò tu sei!, l’Universo è il Brahman-Ātman ed esso sei tu stesso».
La conoscenza, jñāna, diviene il mezzo prediletto per poter sperimentare l’identità tra sé individuale e Sé universale, Ātman-Brahman. Il mondo è in quanto appare nel tuo interno.
La beatitudine consiste nell’unità del soggetto con l’oggetto della conoscenza, del microcosmo con il macrocosmo dell’Ātman, vale a dire con il Brahman.
Ignoranza, conoscenza e liberazione
Uno dei messaggi fondamentali delle Upanishad è che tutto è eterno, l’essere è immortale e che nessuno è solo, nessuno è staccato dal mondo.
Esiste un’anima suprema da cui tutte le anime provengono e alla quale, ritornando, trovano suprema beatitudine. Lo Spirito tuttavia può essere conosciuto solo attraverso l’Unione con lui e una ricerca approfondita.
Solo la conoscenza può portare alla liberazione da questa catena. La distruzione dell’ignoranza e la rinuncia a ogni possibile affezione al mondo rendono possibile il raggiungimento della beatitudine.
Gli uomini sono artefici del proprio destino i cui risultati non sono limitati a una vita, poiché lo Spirito, che non è mai nato e mai morirà, tornerà e prenderà un altro corpo, affinché il suo sé inferiore possa avere maggiore riguardo delle sue azioni.
Karman e trasmigrazione
Le Upanishad contengono i primi accenni della dottrina dell’effetto delle opere, karman, e della rinascita, in questo caso trasmigrazione delle anime, saṃsāra, che costituirà il fulcro di ogni posteriore fede religiosa dell’India.
La condizione dell’uomo non è separata dalle sue azioni. Le opere producono conseguenze che non sono necessariamente limitate alla vita presente, mentre il principio spirituale continua il proprio percorso attraverso la rinascita.
La liberazione è quindi il superamento della catena delle rinascite mediante la conoscenza del Sé e la realizzazione dell’identità tra Ātman e Brahman.
Yoga, meditazione e disciplina interiore
Una delle pratiche fondamentali su questo percorso di conoscenza è appunto lo Yoga inteso come sistema che, attraverso la regolazione del vitto e del respiro e la concentrazione, privilegia l’importanza della disciplina mentale e degli esercizi ascetici.
La meditazione non è soltanto una tecnica, ma una modalità di conoscenza. La verità superiore non viene raggiunta attraverso l’accumulo di nozioni, bensì attraverso l’introspezione, l’intuizione, il raccoglimento e la trasformazione della coscienza.
Non è tramite una grande erudizione che l’Ātman si raggiunge, non è tramite l’intelletto, né tramite il sacro insegnamento. Si raggiunge scegliendo lui.
Neppure tramite una conoscenza profonda può essere raggiunto l’Ātman, se non sono state abbandonate le vie del male e ci sia riposo ai sensi, concentrazione nella mente e pace nel cuore.
La funzione del maestro e dell’insegnamento segreto
Molto spesso al loro interno si sottolinea che l’insegnamento deve essere tenuto segreto e comunicato soltanto a chi è iniziato, sia per l’audacia innovatrice dell’insegnamento stesso, sia per la difficoltà di essere compreso da orecchio impreparato.
Il rapporto fra maestro e discepolo non è una semplice trasmissione di informazioni. Il discepolo si avvicina al maestro con umiltà e venerazione, mentre il maestro comunica una conoscenza che richiede maturità spirituale, disciplina e capacità di comprensione.
La forma dialogica delle Upanishad rende visibile questo percorso: la domanda del discepolo, il dubbio, la risposta del maestro, la meditazione e la progressiva trasformazione della conoscenza in esperienza.
I temi filosofici principali
- La natura dell’Assoluto, Brahman.
- La natura del Sé, Ātman.
- L’identità tra Ātman e Brahman.
- L’origine e la struttura dell’universo.
- Il rapporto tra mondo esterno e coscienza.
- La morte e il destino dell’uomo.
- Il karman e la trasmigrazione nel saṃsāra.
- La meditazione e la disciplina dello Yoga.
- La liberazione dall’ignoranza.
- La beatitudine della conoscenza spirituale.
Le Upanishad si interrogano sui quesiti profondi dell’esistenza: la natura di Dio, dell’uomo, la morte, lo scopo della vita e la realizzazione spirituale.
La cosmologia della Taittirīya Upanishad
«Da Ātman-Brahman in principio venne lo spazio. Dallo spazio venne l’aria. Dall’aria, il fuoco. Dal fuoco, l’acqua. Dall’acqua venne la terra solida. Dalla terra vennero le piante. Dalle piante, cibo e seme; e dal seme e dal cibo venne un essere vivente: l’uomo».
La sequenza descrive una manifestazione progressiva dal principio assoluto agli elementi, alla vita vegetale e infine all’essere umano. L’uomo appare così inserito nella continuità dell’intero cosmo e non come realtà separata dal principio da cui proviene.
La meditazione nella Chāndogya Upanishad
«La meditazione è, in verità, più alta del pensiero. La terra sembra riposare in meditazione silenziosa; le acque, le montagne, il cielo e i paradisi sembrano tutti essere in meditazione. Quando un uomo ottiene grandezza su questa terra, egli ha ricompensa pari alla sua meditazione».
L’immagine della terra, delle acque, delle montagne e del cielo in meditazione estende la pratica individuale a una dimensione cosmica. La meditazione diventa un principio di raccoglimento che accomuna il cosmo, la natura e la coscienza umana.
L’Ātman nella Kaṭha Upanishad
«Nascosto nel cuore di tutti gli esseri è l’Ātman, lo Spirito, il Sé; più piccolo del più piccolo atomo, più grande degli spazi infiniti. Quando i saggi riconoscono lo Spirito onnipresente, che rimane invisibile nel visibile e permanente nell’instabile, vanno al di là del dolore».
«Non è tramite una grande erudizione che l’Ātman si raggiunge, non è tramite l’intelletto, né tramite il sacro insegnamento. Si raggiunge scegliendo lui. Ai propri eletti l’Ātman rivela la sua gloria».
«Neppure tramite una conoscenza profonda può essere raggiunto l’Ātman, se non sono state abbandonate le vie del male e ci sia riposo ai sensi, concentrazione nella mente e pace nel cuore».
Il simbolo dell’OM nella Māṇḍūkya Upanishad
«Questo Ātman è l’eterna parola OM. I suoi tre suoni A, U, M sono i primi tre stati della consapevolezza e questi tre stati sono i tre suoni».
«Il primo suono A è il primo stato di consapevolezza desta. Il secondo suono U è il secondo stato di consapevolezza onirica. Il terzo suono M è il terzo stato di consapevolezza sopita».
«La parola Om, come suono unico, è il quarto stato della consapevolezza suprema».
La Māṇḍūkya Upanishad collega il mantra OM agli stati della coscienza e presenta il quarto stato come una consapevolezza superiore, oltre la veglia, il sogno e il sonno profondo.
La pratica dello Yoga nella Śvetāśvatara Upanishad
«Quando il corpo si trova in silenziosa fermezza respira ritmicamente attraverso le narici con pacifico flusso e riflusso del respiro. Il carro della mente è trainato da cavalli selvaggi e quei cavalli selvaggi devono essere domati».
«Trova un ritiro di quiete per la pratica dello Yoga, a riparo dal vento, livellato e pulito, libero da immondizia, da fuochi che covano sotto la cenere e da turpitudini, e dove il suono delle acque e la bellezza del luogo favoriscano il pensiero e la contemplazione».
«Queste sono le forme immaginarie che appaiono prima della visione finale di Brahman: una nebbia, un fumo e un sole; un vento, lucciole e un fuoco; lampi, un cristallo chiaro e una luna».
«Quando lo Yogi ha pieno potere sul suo corpo composto dagli elementi di terra, acqua, fuoco, aria ed etere, egli ottiene allora un nuovo corpo di fuoco spirituale che è al di là della malattia, della vecchiaia, della morte».
«I primi frutti della pratica dello Yoga sono: buona salute, piccola perdita di materia e una carnagione chiara; leggerezza del corpo, odore gradevole e una voce dolce; assenza di desideri cupidi».
La metafora dell’acqua nella Kaṭha Upanishad
«Come la pioggia sul dorso di una montagna scorre lungo le rocce su tutti i lati, così l’uomo che vede solo la varietà delle cose la rincorre in ogni direzione. Ma come acqua pura che cade su acqua pura diventa una e identica, così diventa l’anima del Saggio che sa».
L’immagine distingue la percezione frammentaria della molteplicità dalla conoscenza dell’unità. La coscienza che riconosce soltanto la varietà si disperde nelle direzioni del mondo, mentre quella del saggio ritrova la propria identità nella realtà unica.
Il rapporto tra le Upanishad e l’Induismo
Le Upaniṣad Vediche, insieme ai Veda, costituiscono la base di tutta la cultura e di tutto il pensiero filosofico e religioso indiano che poi tramite il Brahmanesimo confluirà nelle dottrine e pratiche dell’Induismo.
Il loro ruolo è decisivo perché formulano concetti che diventeranno centrali nelle successive tradizioni indiane: Brahman, Ātman, māyā, prāṇa, nāḍī, karman, trasmigrazione delle anime, Yoga e mokṣa.
Le Upanishad sono conosciute anche come Vedānta, «la parte finale del Veda» o «il fine, la quintessenza del Veda». La loro posizione conclusiva nella rivelazione vedica è quindi sia letteraria sia spirituale.
Le Upanishad e la successiva filosofia indiana
Le Upanishad costituiscono i primi documenti del pensiero filosofico indiano, pur non essendo esposte in trattazioni sistematiche vere e proprie. Le loro dottrine saranno interpretate e organizzate dalle successive scuole del Vedānta.
La formula tat tvam asi, «ciò tu sei», riassume la concezione secondo cui il Sé individuale e il principio universale non sono due realtà definitivamente separate. La conoscenza spirituale consiste nel riconoscere questa identità oltre le apparenze della molteplicità.
La dottrina fu così cara, dopo tanti secoli, allo Schopenhauer: «ciò tu sei!, l’Universo è il Brahman-Ātman ed esso sei tu stesso».
Elenco di Upanishad tradizionalmente ricordate
- Īśā Upanishad, detta anche Īśopaniṣad
- Kena Upanishad, o Kenopaniṣad
- Kaṭha Upanishad, o Kathopaniṣad
- Praśna Upanishad, o Praśnopaniṣad
- Muṇḍaka Upanishad, o Muṇḍakopaniṣad
- Māṇḍūkya Upanishad, o Māṇḍūkyopaniṣad
- Taittirīya Upanishad, o Taittirīyopaniṣad
- Aitareya Upanishad, o Aitareyopaniṣad
- Chāndogya Upanishad, o Chāndogyopaniṣad
- Bṛhadāraṇyaka Upanishad, o Bṛhadāraṇyakopaniṣad
- Brahma Upanishad, o Brahmopaniṣad
- Kaivalya Upanishad, o Kaivalyopaniṣad
- Jābāla Upanishad, Jābalopaniṣad
- Śvetāśvatara Upanishad, Śvetāśvataropaniṣad
- Haṃsa Upanishad, Haṃsopaniṣad
- Āruṇeya Upanishad, o Āruṇeyopaniṣad
- Garbha Upanishad, Garbhopaniṣad
- Nārāyaṇa Upanishad, o Nārāyaṇopaniṣad
- Paramahaṃsa Upanishad, o Paramahaṃsopaniṣad
- Amṛtabindu Upanishad, Amṛtabindupaniṣad
- Nādabindu Upanishad, o Nādabindupaniṣad
- Śira Upanishad
- Atharvaśikhā Upanishad, o Atharvaśirṣa Upanishad
- Maitrāyaṇī Upanishad
- Kauṣītaki Upanishad
- Bṛhajjābāla Upanishad, o Bṛhajjābalopaniṣad
- Nṛsiṃhatāpanīya Upanishad, o Nṛsiṃhatāpanīyopaniṣad
- Kālāgnirudra Upanishad, o Kālāgnirudropaniṣad
- Maitreyy Upanishad
- Subāla Upanishad, Subālopaniṣad
- Kṣurikā Upanishad, o Kṣurikopaniṣad
- Mantrikā Upanishad, o Mantrikopaniṣad
- Sarvasāra Upanishad, o Sarvasāropaniṣad
- Nirālamba Upanishad, o Nirālambopaniṣad
- Śukarahasya Upanishad, o Śukarahasyopaniṣad
- Vajrasūcikā Upanishad, o Vajrasūcikopaniṣad
- Tejobindu Upanishad, o Tejobindupaniṣad
- Dhyānabindu Upanishad, o Dhyānabindupaniṣad
- Brahmavidyā Upanishad, o Brahmavidyopaniṣad
- Yogatattva Upanishad, o Yogatattvopaniṣad
- Ātmabodha Upanishad, o Ātmabodhopaniṣad
- Nārādaparivrājaka Upanishad, o Nārādaparivrājakopaniṣad
- Triśikhi Upanishad
- Sītā Upanishad, o Sītopaniṣad
- Yogacūḍāmaṇi Upanishad
- Nirvāṇa Upanishad, o Nirvāṇopaniṣad
- Maṇḍalabrāhmaṇa Upanishad, o Maṇḍalabrāhmaṇopaniṣad
- Dakṣiṇāmūrti Upanishad
- Śarabha Upanishad, o Śarabhopaniṣad
- Skanda Upanishad, o Skandopaniṣad
- Mahānārāyaṇa Upanishad, o Mahānārāyaṇopaniṣad
- Advayataraka Upanishad, o Advayatarakopaniṣad
- Rāmarahasya Upanishad, o Rāmarahasyopaniṣad
- Rāmatāpanī Upanishad
- Vāsudeva Upanishad, o Vāsudevopaniṣad
- Mudgala Upanishad, o Mudgalopaniṣad
- Śāṇḍilya Upanishad, Śāṇḍilyopaniṣad
- Paingala Upanishad, o Paingalopaniṣad
- Bhikṣu Upanishad, o Bhikṣupaniṣad
- Mahat Upanishad, o Mahadupaniṣad
- Śārīraka Upanishad, o Śārīrakopaniṣad
- Yogaśikhā Upanishad, o Yogaśikhopaniṣad
- Turīyātīta Upanishad, o Turīyātītopaniṣad
- Sannyāsa Upanishad, o Sannyāsopaniṣad
- Paramahaṃsaparivrājaka Upanishad, o Paramahaṃsaparivrājakopaniṣad
- Mālikā Upanishad, o Mālikopaniṣad
- Avyakta Upanishad, o Avyaktopaniṣad
- Ekākṣara Upanishad, o Ekākṣaropaniṣad
- Pūrṇa Upanishad, o Pūrṇopaniṣad
- Sūrya Upanishad, o Sūryopaniṣad
- Akṣi Upanishad
- Adhyātma Upanishad, o Adhyāt mopaniṣad
- Kuṇḍikā Upanishad, o Kuṇḍikopaniṣad
- Sāvitrī Upanishad
- Ātma Upanishad, o Ātmopaniṣad
- Pāśupata Upanishad, o Pāśupatopaniṣad
- Paramabrahma Upanishad, o Paramabrahmopaniṣad
- Avadhūta Upanishad, o Avadhūtopaniṣad
- Tripurātāpanā Upanishad, o Tripurātāpanopaniṣad
- Devī Upanishad
- Tripurā Upanishad, o Tripuropaniṣad
- Kātharudra Upanishad, o Kātharudropaniṣad
- Bhāvanā Upanishad, o Bhāvanopaniṣad
- Hṛdaya Upanishad, Hṛdayopaniṣad
- Yogakuṇḍalinī Upanishad
- Bhasma Upanishad, o Bhasmopaniṣad
- Rudrākṣa Upanishad, o Rudrākṣopaniṣad
- Gaṇapati Upanishad, o Gaṇopaniṣad
- Darśana Upanishad, o Darśanopaniṣad
- Tārasāra Upanishad, o Tārasāropaniṣad
- Mahāvākya Upanishad, o Mahāvākyopaniṣad
- Pañcabrahma Upanishad, o Pañcabrahmopaniṣad
- Prāṇāgnihotra Upanishad, o Prāṇāgnihotropaniṣad
- Gopālatāpanā Upanishad, o Gopālatāpanopaniṣad
- Kṛṣṇa Upanishad, o Kṛṣṇopaniṣad
- Yājñavalkya Upanishad, o Yājñavalkyopaniṣad
- Varāha Upanishad, o Varāhopaniṣad
- Satyāyanī Upanishad
- Hayagrīva Upanishad, o Hayagrīvopaniṣad
- Dattātreya Upanishad, o Dattātreyopaniṣad
- Garuḍa Upanishad, o Garuḍopaniṣad
- Kālī Upanishad
- Jābāli Upanishad
- Saubhāgya Upanishad, o Saubhāgyopaniṣad
- Sārasvatīrahasya Upanishad, o Sārasvatīrahasyopaniṣad
- Bahvṛca Upanishad, o Bahvṛcopaniṣad
- Muktikā Upanishad, o Muktikopaniṣad

Le Upanishad sono quindi testi sacri della rivelazione vedica, ma anche opere di ricerca filosofica e spirituale. La loro originalità consiste nell’aver trasferito il centro della religiosità dal rito esteriore alla conoscenza interiore, dalla potenza sacerdotale all’esperienza del Sé, dalla molteplicità delle forme all’unità di Brahman e Ātman.