La stagione della caccia ai delfini nella baia di Taiji, in Giappone, si conclude ufficialmente a marzo, dopo sei mesi di catture e uccisioni iniziati a settembre. The Cove, documentario premio Oscar del 2009 prodotto da Fisher Stevens e diretto da Louie Psihoyos, ha reso visibile a livello internazionale questa pratica e il legame tra acquari, mercato della carne e impatto ambientale.
A marzo, dunque, la fine della stagione non coincide con la fine del problema: la conclusione della caccia rappresenta soltanto il termine del periodo annuale autorizzato, mentre restano aperti il dibattito sulla cattura dei cetacei, il ruolo dei parchi acquatici, i rischi legati al mercurio nella carne di delfino e le richieste degli attivisti per l’abolizione della pratica.
Quando termina la caccia ai delfini a Taiji
The Cove entra nel cuore della caccia ai delfini che ogni anno si svolge a Taiji, in Giappone, tra settembre e aprile.
Le acque della baia di Taiji, nel Sud del Giappone, sono tornate a tingersi di sangue: quello dei poveri delfini, che - come da tradizione - vengono massacrati per essere mangiati o catturati per poi essere rinchiusi nei parchi acquatici di tutto il mondo. E la mattanza è appena iniziata, visto che durerà ben sei mesi (la conclusione della stagione di caccia è fissta a marzo).
La stagione comincia ufficialmente il 1° settembre e si estende per circa sei mesi, con la chiusura prevista a marzo. Nel documentario e nelle denunce degli attivisti, il periodo viene descritto come una fase annuale durante la quale centinaia o migliaia di animali possono essere catturati, destinati alla vendita, agli acquari oppure all’abbattimento.
| Elemento | Informazione |
|---|---|
| Luogo | Baia di Taiji, Sud del Giappone |
| Inizio ufficiale della stagione | 1° settembre |
| Durata indicata | Sei mesi |
| Conclusione | Marzo |
| Periodo considerato dal documentario | Tra settembre e aprile |
| Numero di esemplari autorizzabili in una stagione | Oltre 1800 |

Che cosa significa la fine della stagione a marzo
La conclusione della stagione di caccia a marzo indica la fine del periodo annuale nel quale le catture possono essere effettuate secondo le autorizzazioni previste, ma non cancella gli effetti delle operazioni già svolte.
Durante i mesi precedenti, gli animali possono essere separati dai gruppi, selezionati per gli acquari oppure uccisi per la carne. Alcuni finiscono negli acquari di tutto il mondo, alimentando il mercato dell’intrattenimento, altri vengono uccisi in una baia nascosta, chiusa da reti e controlli.
La cittadina, ufficialmente legata alla cultura di delfini e balene, è anche il luogo in cui ogni anno migliaia di animali vengono catturati.
Il termine della stagione non modifica quindi il funzionamento della filiera già documentata: la domanda di delfini vivi da parte dei parchi acquatici si intreccia con la cattura degli animali e con la commercializzazione della carne degli esemplari abbattuti.
Come avvengono le catture nella baia di Taiji
È un’inchiesta costruita sul campo, che tiene insieme una traiettoria personale e un sistema più ampio, difficile da osservare dall’esterno.
La baia è stata recintata con filo spinato e viene presidiata da guardie per allontanare chi vuole documentare le atrocità.
Al centro c’è Ric O’Barry, ex addestratore dei delfini della serie Flipper, protagonista di una svolta radicale dopo la morte di Kathy, uno degli animali che aveva seguito: «scelse di smettere di respirare tra le sue braccia», ricorda.
Da quel momento lascia l’industria e si dedica all’attivismo, fino a concentrare il proprio impegno su Taiji.
La cittadina, ufficialmente legata alla cultura di delfini e balene, è anche il luogo in cui ogni anno migliaia di animali vengono catturati.
Alcuni finiscono negli acquari di tutto il mondo, alimentando il mercato dell’intrattenimento, altri vengono uccisi in una baia nascosta, chiusa da reti e controlli.
È lì che prende forma il racconto, seguendo il tentativo della troupe di documentare ciò che accade nonostante i divieti.
Le riprese clandestine di The Cove
«La fase più critica è stata l’installazione delle telecamere subacquee nella baia: un’operazione ad alto rischio» spiega il produttore.
Le riprese vengono realizzate in segreto per anni, con telecamere nascoste, visori notturni e dispositivi a infrarossi, spesso camuffati tra le rocce.
Quelle immagini diventano il nucleo dell’opera e vengono mostrate anche a rappresentanti ufficiali giapponesi, generando reazioni immediate.
Un doppio livello sostiene l’inchiesta: da una parte l’azione sul campo, con infiltrazione e raccolta di prove, dall’altra la costruzione cinematografica di un racconto capace di rendere percepibile una realtà difficilmente osservabile dall’esterno.
«Quando documenti qualcosa, in realtà stai già spingendo le persone ad agire», Fisher Stevens torna su The Cove partendo da qui, dal momento in cui il film non si ferma al racconto, ma spinge e prende posizione.
«Alla fine indicavamo percorsi concreti: scrivere, andare a Taiji, partecipare alle proteste, coinvolgere altre persone».
Il legame tra delfini, acquari e mercato dell’intrattenimento
Il legame tra domanda di delfini per acquari e cattura a Taiji diventa uno dei nodi centrali, alimentando un dibattito internazionale.
Oggi la gran parte degli esemplari viene catturata per essere venduta agli acquari e ai parchi acquatici, dove vengono rinchiusi e costretti ad un’esistenza infelice e stressante.
Alcuni finiscono negli acquari di tutto il mondo, alimentando il mercato dell’intrattenimento, altri vengono uccisi in una baia nascosta, chiusa da reti e controlli.
Si crea quindi un doppio livello: da una parte l’azione sul campo - infiltrazione, raccolta di prove - dall’altra una riflessione sul rapporto tra industria dell’intrattenimento, consumo e tutela ambientale.
Insomma, questa pratica non fa altro che far arricchire i delfinari e chi sfrutta gli animali senza alcuna pietà.
Il documentario ha contribuito a spostare l’attenzione dal singolo episodio alla struttura economica complessiva, mostrando come la cattura degli animali vivi per gli acquari possa essere collegata alla prosecuzione della caccia nella baia.
La carne di delfino e il problema del mercurio
Accanto alla dimensione visiva, il lavoro insiste su un altro punto: la filiera della carne di delfino, venduta - secondo il documentario - anche nei supermercati e utilizzata nelle mense, nonostante l’elevata concentrazione di mercurio.
Un tema poco noto all’opinione pubblica, che in alcuni casi porta a decisioni locali, come il ritiro della carne dalle scuole.
Ciò che accade ai poveri delfini non è soltanto un crimine contro gli animali, ma è anche un pericolo per la salute umana.
Ad accendere i riflettori sulla questione è stato il docufilm dal titolo “The Cove”, uscito nel 2009, che denuncciava gli altissimi livelli di mercurio presenti nella carne dei delfini catturati.
Esponenti del governo giapponese criticano la rappresentazione del Paese; alcuni studiosi contestano dati specifici, distinguendo tra carne e fegato di delfino.
La discussione sulla salute pubblica si aggiunge così a quella sulla tutela degli animali e alla controversia sul ruolo degli acquari.
Le reazioni e le controversie
Le reazioni non tardano ad arrivare.
Esponenti del governo giapponese criticano la rappresentazione del Paese; alcuni studiosi contestano dati specifici, distinguendo tra carne e fegato di delfino.
Anche il ruolo dei parchi acquatici è divisivo.
Nonostante le polemiche, il film ha contribuito ad accendere l’attenzione globale e a influenzare alcune decisioni locali.
«Non ha fermato subito le uccisioni come speravamo, ma ha contribuito a salvare molti delfini e, soprattutto, a rendere visibile ciò che era ignorato - continua Stevens.
La lavorazione è stata lunga e complessa. Abbiamo sempre dato per certo che il progetto avrebbe preso forma, pur attraversando fasi e versioni diverse.
Non sapevamo se sarebbe mai arrivato nelle sale giapponesi».
Poi a sorpresa, il Tokyo Film Festival lo proietta.
«È stato un gesto coraggioso. Il riscontro è stato positivo, anche se dopo l’uscita che fossimo particolarmente benvenuti…».
Perché The Cove ha avuto un impatto internazionale
Nel montaggio il progetto prende davvero forma.
La troupe capisce come raccontarlo, trova il ritmo giusto e dà al materiale una direzione chiara tra tensione e realtà: «Per molto tempo non trovavamo la giusta cornice.
Poi, vedendo Ocean’s Eleven, abbiamo capito che poteva funzionare come un thriller.
È cambiato tutto: volevamo quella tensione, come in The Bourne Identity.
Da lì ha iniziato a funzionare, anche grazie alla musica».
Nasce così la forza di un’opera che usa i codici del cinema per entrare nella realtà e renderla percepibile.
Il film ha unito l’inchiesta, la testimonianza personale di Ric O’Barry, le riprese clandestine e la denuncia della filiera commerciale, trasformando una pratica poco conosciuta in una questione discussa a livello internazionale.
E oggi, a distanza di quindici anni, riportarla in sala davanti a studenti e pubblico, significa rimettere in circolo quella stessa attenzione.
L’incontro del Lucca Film Festival del 31 marzo
Quel lavoro - Oscar come miglior documentario nel 2009, diretto da Louie Psihoyos e prodotto da Stevens - è al centro dell’incontro che il Lucca Film Festival dedica all’autore martedì 31 marzo al Cinema Centrale, primo appuntamento in vista dell’edizione 2026 (26 settembre - 4 ottobre), diretta da Nicola Borrelli con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca.
Due momenti, alle 9:00 per le scuole e alle 21:00 per il pubblico, con proiezione in originale sottotitolata e dialogo moderato da Cristina Puccinelli, in un confronto tra cinema e ambiente.
«Sono molto emozionato: è la prima volta dopo tanto tempo. Ma il contesto è cambiato.
Negli anni ho realizzato molti altri lavori ambientali, e oggi è sempre più difficile ottenere un impatto reale».
The Cove - trailer
La situazione dopo il documentario
«Non ha fermato subito le uccisioni come speravamo, ma ha contribuito a salvare molti delfini e, soprattutto, a rendere visibile ciò che era ignorato».
La fine della stagione a marzo non equivale quindi all’interruzione definitiva della caccia e non elimina la necessità di monitorare ciò che accade nella baia.
La lavorazione è stata lunga e complessa. Abbiamo sempre dato per certo che il progetto avrebbe preso forma, pur attraversando fasi e versioni diverse.
Il riferimento è diretto agli Stati Uniti: «Con l’amministrazione Trump molti progressi sono stati smantellati o messi in discussione: un tentativo continuo di cancellare risultati importanti - continua.
Abbiamo un presidente sostenuto dalle industrie dei combustibili fossili, chimiche e dei fertilizzanti, che sta smantellando le normative ambientali e l’Environmental Protection Agency.
Questo rende molto difficile avanzare, sia nel cinema ambientale sia in quello politico.
Anche i distributori sono più cauti.
Gli Stati Uniti stanno attraversando una fase complessa, che possiamo definire quasi autoritaria».
Le associazioni contro la caccia ai delfini
Sono diverse le associazioni che da anni si battono per mettere la parola fine alla caccia dei delfini nella Baia di Taiji.
Fra tutti spicca l’Ong Dolphin Project, che ha lanciato una petizione online rivolta alle autorità del Giappone per chiedere di abolire questa folle tradizione.
Finora sono poco più di 366.700 le firme raccolte.
Anche in Italia si sono levate voci di dissenso nei confronti di questa pratica cruenta.
Proprio in questi giorni l’associazione Marevivo Onlus ha proposto la petizione #StopMassacroDelfini su Change.Org.
«È fondamentale continuare a esporsi, parlare, lottare.
Mi è dispiaciuto non essere negli Stati Uniti questo fine settimana per protestare, avrei voluto esserci.
Continuerò appena tornerò.
Perché raccontare vuol dire non fermarsi.
Mai».
La Giornata Mondiale del Taijiquan del 21 marzo
Il 21 marzo 2026, dalle 10.00 alle 13.00, si svolgerà nella suggestiva piazza romana di Testaccio la celebrazione della prima “Giornata Mondiale del Taijiquan”.
La data coincide con l’equinozio di primavera, quando la luce e il buio, lo Yin e lo Yang sono bilanciati, rimarcando così l’equilibrio armonico insito nell’antica disciplina orientale.
Nel 2020 il Taijiquan era stato riconosciuto come “Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità”.
A novembre 2025, l'Assemblea Generale dell'UNESCO ha approvato una risoluzione che proclama il 21 marzo, “Giornata Mondiale del Taijiquan”.
L’armonia, la precisione e la levità del Taijiquan saranno dimostrati sia dalla scuola dello Stile Chen, sia da quella dello Yang, in sequenze di gruppo, a mani nude e con armi, molto suggestive e scenografiche.
L’evento, organizzato dalle ASD “Il Campo del Cinabro” e “Volley Uno” prevede dimostrazioni e lezioni aperte gratuite di Taijiquan, un’arte capace di educare alla salute e al benessere psicofisico nel rispetto della natura di ogni essere umano.
Inoltre, la pratica del Taijiquan stimola un sentimento di unità e di pace in un mondo che necessita di un profondo dialogo interculturale, per una maggiore inclusione e uguaglianza sociale.

Nel dicembre del 2020 il Taiji Quan è stato riconosciuto come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità e il 5 novembre 2025 l’Assemblea generale dell’UNESCO ha approvato una risoluzione che proclama il 21 marzo come “Giornata mondiale del Taiji Quan”.
La data proposta del 21 marzo coincide con l’equinozio di primavera, rimarcando il mutamento, l’equilibrio e l’armonia insiti nel Taiji Quan.
Infatti il Taiji Quan svolge un ruolo positivo nel sostenere la salute e il benessere, promuovendo l’inclusione sociale e l’uguaglianza di genere e contribuendo alla costruzione della pace.
A partire dalla Nuova Zelanda, seguendo il fuso orario, un respiro, un’ onda di energia e di pace si propaga in tutto il mondo.
Evento a cura dell’ASD Il Campo del Cinabro e della ASD Volley Uno Trastevere.
Con la partecipazione dell’Accademia Tai Chi Chuan Il Grande Fiume