Il cuore della meditazione insegnata da Ghesce Ngawang Dhargyey è la consapevolezza della morte, coltivata non per alimentare paura o pessimismo, ma per riconoscere l’impermanenza, abbandonare gli otto dharma mondani e orientare con urgenza la mente verso il Dharma. La morte è certa, il momento in cui arriverà è incerto e, quando sopraggiungerà, nulla avrà valore quanto la propria realizzazione spirituale.
Questa meditazione sostiene l’intero percorso: rende autentica la pratica, rafforza la determinazione, indebolisce l’attaccamento e l’avversione, incoraggia la purificazione e prepara la mente alla comprensione della vacuità e della natura ultima della mente. Ghesce Ngawang Dhargyey: La Morte ed il Percorso La tradizione della meditazione sulla morte insegnata qui ha origine da Buddha Shakyamuni ed è stata praticata da famosi meditatori come Shantideva, i primi ghesce Kadampa, Gampopa il discepolo di Milarepa, lo yogi incomparabile Lama Je Tzong Khapa, i Dalai Lama e molti altri rinomati maestri.
Ghesce Ngawang Dhargyey e la trasmissione dell’insegnamento
Infine è stata trasmessa da Pabongka Rinpoce, uno dei maggiori maestri vissuti all’inizio di questo secolo [il 20°]. Pabongka la trasmise a Kyabje Trijang DorjeChang, il Tutore Junior di Sua Santità il Dalai Lama. È stato da questo guru perfetto, Kyabje Trijang Dorje Chang, che l’ho udita.
Mi sono formato sotto la guida di una ventina di guru, ognuno dei quali era senza dubbio un Buddha pienamente illuminato; tuttavia, dal punto di vista della mia personale disposizione karmica, il più gentile tra tutti loro è stato Kyabje Trijang Dorje Chang. L’eccellenza di questo maestro non può esseredescritta.
Il suo modo di insegnare e i sottili mezzi abili da lui adottati per generare una vera esperienza del Dharma nel discepolo sono così profondi che è pressoché impossibile, anche per il più ottuso degli ascoltatori, non restarne influenzato. È proprio molto triste che questo essere pienamente realizzato assuma ora la forma di un anziano che può insegnare solo raramente5.
Il solo stare seduti in sua presenza conferisce controllo sulla propria mente. Oltre ad aver cura dei suoi discepoli a livello spirituale, egli non trascurava il livello fisico. Molte volte, nel corso del mio addestramento, sono stato senza cibo giorno dopo giorno, con i vestiti divenuti cenci sbrindellati, ed era Kyabje TrijangDorje Chang che mi salvava.
Ghesce Ngawang Dhargyey (1925 - 1995) era conosciuto soprattutto come un magistrale insegnante buddhista. Educato al monastero di Sera Je, ha formato nove lama incarnati (tulku) e migliaia di occidentali.
Nominato dal Dalai Lama come il primo insegnante per occidentali alla Biblioteca degli Archivi e delle Opere Tibetane a Dharamsala, vi insegnò per 13 anni. Dopo un esteso tour internazionale di insegnamenti, fondò il Centro Buddhista Dhargyey a Dunedin, Nuova Zelanda, dove insegnò per il resto della sua vita.
La mente come centro della pratica
In generale, la mente è il fattore principale nel portare a compimento gli obbiettivi espliciti degli esseri viventi. Benché la mente, a differenza delle cose fisiche, è difficile da identificare, se l’addestriamo dipendendo da consapevolezza, introspezione, attenzione e così via, otterremo sia la felicità temporanea sia quella definitiva.
Perciò la tradizione che analizza in grandi dettagli il soggetto “mente” è presente fin dagli albori del Buddhismo. Questa è anche una delle ragioni principali della presenza nei testi Buddhisti di vaste spiegazioni che riguardano la psicologia.
La sofferenza e la felicità che sperimentano gli esseri in relazione agli scopi che desiderano dipendono ultimamente dal funzionamento della mente. Felicità e sofferenza, sia a livello temporaneo sia ultimo, dipendono da una mente pacificata o incontrollata.
L’essenza degli insegnamenti di Buddha è la pacificazione totale della mente. La mente, il fenomeno soggettivo, è perfettamente chiara poiché per natura è auto illuminante, e perché gli altri oggetti come la forma e così via, tramite qualcosa come il trasferire i loro aspetti, la natura della forma eccetera, alla coscienza chiara, diventano gli oggetti cha appaiono a tale coscienza.
Quindi, viene insegnato che le forme e così via appaiono chiaramente a quella coscienza. In quel caso, la coscienza che ha sia la qualità di illuminare, nel senso di illuminare se stessa, e la qualità di illuminare i suoi oggetti, in quanto le appare l’aspetto di quell’oggetto.
In accordo ad alcuni testi buddhisti antichi, i termini luminoso e cognitivo possono anche significare vuoto, nel senso di essere naturalmente vuoto di essere ostruente, dal momento che quei testi presentano i modi di identificazione della coscienza come ciò che possiede tre qualità: vuota, luminosa e cognitiva.
Per comprendere la presentazione della mente, i testi buddhisti originali offrono vari modi di classificare la mente, che sono inclusi nella settuple tipologia della mente, nella triplice divisione della mente e nella duplice divisione della mente.
| Numero | Tipologia della mente |
|---|---|
| 1 | percezione diretta |
| 2 | Inferenza |
| 3 | cognizione susseguente |
| 4 | supposizione corretta |
| 5 | percezione distratta |
| 6 | dubbio |
| 7 | cognizione distorta |
Perché la meditazione sulla morte è necessaria
Accade che molte persone studiano e parlano del Dharma, ma non lo praticano mai realmente. Il loro Dharma consiste solo nelle parole. Questo perché non hanno trascorso abbastanza tempo meditando sulla morte.
Gli svantaggi di non meditare sulla morte
Gli svantaggi dovuti al non meditare sulla morte sono innumerevoli, ma possono essere riassunti nei seguenti sei punti:
1. La pratica del Dharma viene continuamente rimandata
Se non si medita sulla morte non si sarà consapevoli della propria pratica di Dharma. Tutto il tempo andrà perso a perseguire scopi mondani.
Uno dei primi ghesce Kadampa disse: “Se non si medita sulla morte al mattino quando ci si sveglia, l’intera mattinata sarà sprecata, se non si medita sulla morte a mezzogiorno l’intero pomeriggio sarà sprecato e se non si medita sulla morte alla sera l’intera notte sarà sprecata.”
In questo modo la maggior parte delle persone sprecano tutta la loro vita. Benché si possano compiere delle pratiche di Dharma, la pratica principale sarà la procrastinazione.
Molti tibetani dicono ai loro guru di voler andare presto in ritiro ma, non avendo meditato a sufficienza sulla morte, rinviano anno dopo anno e muoiono prima di riuscire a farlo.
2. La pratica diventa impura
La propria pratica diventerà impura. Sarà mescolata alle ambizioni mondane, come gli ‘otto dharma mondani’.
Molti praticanti si prefiggono più di diventare eruditi o celebrità, piuttosto che di ottenere realizzazioni spirituali. Una volta chiesero a Jowo-je (Atisha): “Se qualcuno desidera solo la felicità di questa vita, cosa guadagnerà?”
Jowo-je rispose “Solo ciò che ha desiderato!”; il discepolo chiede: “Cosa otterrà nelle vite future?” e la risposta fu: “La rinascita nei reami degli inferni, degli spiriti famelici o degli animali”.
Si dice che, per poter praticare perfettamente, questa vita dev’essere abbandonata. Cosa significa? Non che si devono abbandonare l’attuale stile di vita, la casa, i possedimenti o la posizione, ma che si devono abbandonare gli otto dharma mondani: desiderare di sperimentare ricchezza, fama, lodi o felicità e di evitare la povertà, la cattiva fama, le critiche e i disagi.
Distinguere un vero praticante spirituale da un non praticante è semplice. Un praticante è qualcuno che ha abbandonato gli otto dharma mondani, mentre un non praticante è qualcuno che subisce il loro controllo.
Ghesce Potowa una volta chiese a Lama Dromtömpa: “Qual è il confine tra il Dharma e il non Dharma?” Lama Drom rispose “Ciò che contraddice le credenze delle persone samsariche è Dharma, ciò che non lo fa non è Dharma.”
3. La pratica perde vigore
La pratica sarà priva di vigore. Sebbene intraprendiate una pratica, al primo ostacolo l’abbandonerete.
Fuori della grotta del Ghesce Kadampa Karag Gomchung cresceva un piccolo cespuglio spinoso. Ogni volta che entrava o usciva le sue spine gli graffiavano le carni ma quel cespuglio rimase lì fino alla sua morte perché questo grande meditatore praticava con tale intensità che non volle mai sprecare i pochi momenti necessari per tagliarlo.
Ghesce Karag Gomchung ha realizzato i frutti del meditare sulla morte.
4. Continuano ad accumularsi karma negativo e distorsioni mentali
Si continuerà a creare karma negativo. Senza la continua consapevolezza della morte persisterà l’attaccamento a questa vita.
Amici e parenti saranno considerati come maggiormente degni di amore degli sconosciuti e degli esseri che vi arrecano disagio. Lo squilibrio emozionale fa sorgere una serie infinita di distorsioni mentali, che a loro volta risultano nella generazione di infiniti karma negativi.
In questo modo si perde la felicità di questa vita nonché quella di tutte le vite future.
5. La morte arriva in uno stato di rimpianto
Si morirà in uno stato di rimpianto. È certo che la morte arriverà. Senza vivere nella consapevolezza di essa, arriverà di sorpresa.
In quel momento cruciale realizzerete che tutte le attitudini orientate in senso materialistico che avete coltivato per tutta la vita non hanno alcun valore e che, similmente, la ricchezza, la famiglia e il potere sono inutili.
Al momento della morte non ha valore null’altro che la realizzazione spirituale ma, avendo trascurato la pratica della consapevolezza della morte, avete trascurato la pratica del Dharma e ora rimanete a mani vuote, il rincrescimento riempie la vostra mente.
Shantideva, nella sua Guida allo Stile di Vita del Bodhisattva scrive: Una volta afferrato dagli agenti della morte, che valore hanno gli amici, che valore hanno i parenti? In quel momento la sola protezione è la forza della bontà, ma di questo non mi sono mai occupato.
Ghesce Kadampa Kamaba una volta rimarcò che dovremmo aver paura della morte ora, mentre c’è ancora tempo per agire, ed essere impavidi al momento della morte. Gli esseri mondani si comportano all’opposto.
Quando sono forti e in salute non hanno mai un pensiero per la morte, ma quando la morte arriva si battono il petto terrorizzati. La maggior parte dei praticanti non inizia mai a praticare realmente, ma procrastina giorno dopo giorno.
Poi, mentre giacciono nel letto di morte, pregano per solo pochi giorni ancora di vita, ma è troppo tardi: ora sono nelle fauci del Signore della Morte e il tempo per praticare è solo un ricordo - come un pezzo di carne che tenevamo in mano ma non abbiamo mangiato, che ci è sfuggito, ed ora è nella pancia di un cane e non può essere ripreso.
Sebbene il rammarico sia insensato, il rammarico sorge.
I vantaggi di meditare sulla morte
Anche i vantaggi di meditare sulla morte sono innumerevoli, ma di nuovo possiamo sintetizzarli sotto sei punti.
1. La vita si arricchisce di uno scopo
La vita si arricchisce di uno scopo. Nel Sutra del Trapasso del Buddha (Mahaparinirvana Sutra) è detto: “Tra tutte le impronte, quella dell’elefante è la più grande; tra tutte le meditazioni di consapevolezza, quella sulla morte è suprema”.
Se si pratica correttamente la meditazione sulla morte, la mente desidererà cercare una comprensione più profonda della vita. Si può vedere questo nelle biografie dei santi.
Buddha stesso fu distolto dall’attrazione per l’esistenza mondana dopo aver visto prima un uomo malato, poi un vecchio e infine un cadavere. Lo yogi Milarepa fu ispirato a rinunciare alla magia nera e a cercare un sentiero più significativo dall’assistere alla reazione del suo maestro di magia alla morte di un protettore.
2. La consapevolezza della morte indebolisce le afflizioni
La consapevolezza della morte è un antidoto estremamente potente alle afflizioni. L’antidoto più forte alle afflizioni è la realizzazione della vacuità, ma la consapevolezza della morte la segue da vicino.
Se ci si ricorda della morte ogni volta che l’attaccamento o l’avversione sorgono nella mente, quell’afflizione è immediatamente distrutta, così come il colpo di un martello di ferro frantuma una pietra.
Gli yogi e i mahasiddha dell’antica India mangiavano il loro cibo in ciotole ricavate da calotte craniche umane e suonavano delle trombe fatte con femori umani. Similmente, i monaci ponevano teschi umani sulla porta delle loro toilet.
Questo non aveva lo scopo di spaventare le persone ma di mantenere la consapevolezza della morte. Anche oggigiorno, nei pressi dell’entrata principale della maggior parte dei templi, c’è appeso un dipinto del Signore della Morte che tiene l’intera esistenza condizionata nella bocca; non come decorazione ma per ispirare il pensiero della morte nei visitatori.
Nella pratica tantrica visualizziamo i cimiteri pieni di cadaveri e così via attorno al mandala mistico.
3. La meditazione sulla morte sostiene ogni fase del sentiero
La meditazione sulla morte è importante all’inizio della pratica perché ispira a praticare e a praticare bene. La meditazione sulla morte è importante nel mezzo della pratica perché ispira a esercitarsi intensamente e con purezza.
La meditazione sulla morte è importante alla fine della pratica perché causa il perfezionamento e completamento della pratica.
Alcune persone, appena avuti i primi approcci col Dharma, sviluppano molto facilmente un senso di rinuncia ed entrano in ritiro, ma dopo alcuni mesi il loro entusiasmo è svanito e bramano di tornare a casa.
Tuttavia si sento costretti a restare e completare il ritiro come previsto perché temono di cadere nel ridicolo se interrompono la loro pratica. Essi finiscono per maledire la loro rinuncia, considerando che sia stata per loro nient’altro che una fonte di fastidi.
4. La morte può essere affrontata senza paura e rimpianto
La morte avverrà felicemente e senza rincrescimenti. Mantenendo la consapevolezza della morte durante la vita si sarà spontaneamente incliniverso la virtù e la pratica del Dharma.
La morte non arriverà come una sorpresa e non porterà né paura né rincrescimento. È detto che i miglioripraticanti muoiono in uno stato di beatitudine, i praticanti mediocri muoiono felicemente ed anche un praticante scarso non avrà né rincrescimento né spavento al momento della morte.
Dovremmo mirare, tra questi, ad essere per lo meno come il praticante inferiore. Milarepa dichiarò: “Terrorizzato dalla morte, sono fuggito sulle montagne, dove ho realizzato la natura ultima della mente. Ora non sono più spaventato.”
Se pratichiamo intensamente come fece Milarepa, non c’è motivo per cui non dovremmo ottenere un uguale livello di realizzazione. Abbiamo lo stesso tipo di corpo e di capacità mentale che ebbe lui, e i vari metodi che ha applicato sono giunti a noi in un puro flusso ininterrotto tramite i vari guru del lignaggio.
In un certo senso la nostra opportunità di diventare illuminati è persino maggiore della sua, poiché abbiamo a disposizione molte trasmissioni orali di cui Milarepa non disponeva.
La meditazione sulla morte in nove parti
Dunque questi sono gli svantaggi del non meditare sulla morte e i vantaggi di meditare. Come si dovrebbe meditare sulla morte? I modi principali sono due.
Il primo modo consiste nella meditazione sulla morte in nove parti (le tre radici, le nove ragioni e le tre determinazioni). Questo metodo è insegnato nei Sutra e si trova sia nel Gioiello Ornamento della Liberazione di Gampopa che nella Grande Esposizione degli Stadi del Sentiero di Lama Tzong Khapa.
Il secondo è una tecnica in cui si visualizza se stessi mentre si attraversa il processo della morte. Questo è un metodo tantrico e si trova in ogni sistema di Tantra dello Yoga Supremo nella fase della meditazione del mandala conosciuta come prendere i tre kaya come sentiero.
Le tre radici
Le tre radici su cui meditare sono:
- l’inevitabilità della morte
- l’incertezza del momento della morte
- al momento della morte nulla, a parte la propria realizzazione spirituale, ha valore.
Le nove ragioni e le tre determinazioni sono equamente divise tra queste tre radici nel modo seguente:
Prima radice: l’inevitabilità della morte
Anche se la morte ha in progetto di colpirci, la maggior parte delle persone vive fingendo che non esiste. Non è difficile provare logicamente che ogni singola persona morirà.
Prendendo se stessi come esempio, certamente si morirà, poiché la morte è inevitabile. Come sappiamo che è inevitabile? Meditando su queste tre ragioni:
Prima ragione: tutti gli esseri umani muoiono
Sinora la morte è arrivata per tutti gli umani. Senza menzionare gli esseri ordinari, anche i grandi esseri realizzati, come gli arhat, i bodhisattva e i buddha, sono morti.
Dunque perché dovremmo aspettarci di sopravvivere? Buddha Shakyamuni stesso è morto, dimostrando così l’impermanenza ai suoi discepoli.
Chi conoscete che sia anche solo centenario? In base a questi fatti è difficile credere che solo noi saremmo immortali.
Seconda ragione: la vita diminuisce momento dopo momento
Giorno dopo giorno la vita decresce, non c’è possibilità di accrescerla. La lunghezza della vita umana può essere paragonata a un laghetto, a cui è stato interrotto l’afflusso d’acqua: momento per momento la sua acqua diminuisce; oppure è simile a un monaco che possiede solo 1000 rupie e nient’altro come entrata: se spende dieci rupie al giorno alla fine sarà al verde.
Shantideva scrisse: “Senza fermarsi, giorno e notte, la vita scorre via e non diventa mai più lunga. Perché la morte non dovrebbe venire da me?”
La lunghezza della nostra vita è andata decrescendo dal momento del concepimento. Quando 100 pecore sono portate al macello per essere uccise in serata, l’uccisione di ciascuna rende più vicina la morte dell’ultima pecora.
È lo stesso per la durata della nostra vita: mentre i minuti si consumano le ore passano, come le ore si consumano trascorrono i giorni, come i giorni si consumano trascorrono i mesi e una volta consumati i mesi gli anni passano.
Con il consumarsi dei nostri anni la morte si avvicina rapidamente.
Terza ragione: il tempo disponibile per praticare è limitato
Nel corso della vita troviamo poco tempo per praticare il Dharma. La nostra vita può probabilmente essere ripartita come segue: venti anni trascorrono dormendo, venti anni lavorando, dieci anni giocando, cinque anni mangiando e così via.
Forse impieghiamo quattro o cinque anni nella pratica. Queste sono le parti che compongono il fenomeno composto che è la vita di una persona media.
Come ha indicato Buddha, ogni cosa che è composta è destinata a disintegrarsi; ciò che è un insieme di parti esiste in dipendenza da quelle parti, che prima o poi si devono disintegrare.
Se si medita intensamente su questa prima radice e le sue tre ragioni si può, in capo a sette giorni, realizzare l’inevitabilità della morte. Da questa realizzazione sorgerà la prima delle tre determinazioni: la determinazione di praticare il Dharma.

Seconda radice: l’incertezza del momento della morte
Questa seconda radice è più difficile da realizzare pienamente. Molte persone vivono con la comprensione che alla fine devono morire, ma poche credono veramente che potrebbero essere morte tra un minuto.
Per generare questa consapevolezza, meditate sulle tre ragioni seguenti:
- la morte può sopraggiungere in qualsiasi momento;
- le condizioni della vita sono instabili;
- il momento della morte non può essere determinato con certezza.
La preparazione alla meditazione: rifugio, bodhichitta e purificazione
Pe questo, ci sono le pratiche preparatorie, i metodi effettivi, e le procedure conclusive. Quanto alle prime, al fine di avere una porta per entrare negli insegnamenti e un palo centrale da tenda per (erigere) una mente Mahayana, prendi ardentemente la direzione sicura del rifugio e sviluppa un obiettivo di bodhichitta.
Non fare in modo che queste siano semplicemente parole che escono dalla tua bocca. Molti maestri indiani - come Atisha, il fondatore della tradizione Kadam, e i suoi maestri spirituali Dharmakirti di Suvarnadvipa e Shantipa - sottolinearono di prendere in questa vita la direzione sicura del rifugio nelle Tre Gemme Preziose del Buddha, del Dharma, e del Sangha.
Questa è la linea di confine tra l’essere un buddhista o meno. Sakya Pandita (Sa-skya Pan-di-ta) ha affermato questo in modo succinto: “Se non prendi in questa vita la direzione sicura del rifugio, non sei un buddhista”.
In maniera simile, il paterno Padampa Sanggye (Pha-dam-pa sangs-rgyas) disse: “Affida la tua mente, il cuore, e il petto alle Tre Gemme Preziose e la loro ispirazione seguirà fortemente, O gente del Dingri”.
Con la determinazione del bodhichitta, tu lavori per ottenere l’illuminazione piena della Buddhità per essere il più possibile in grado di aiutare gli altri ad ottenere la liberazione dalla sofferenza.
Le opere di Shantideva e Atisha, nonché molti testi tantrici, dimostrano il fatto che sviluppare questo obiettivo o motivazione sia l’unico ingresso al sentiero Mahayana.
In effetti, tra i maestri di tutte le tradizioni del Buddhismo in Tibet, non c’è stato nessun disaccordo sul fatto che il modo di condurre i discepoli lungo il sentiero per l’illuminazione sia attraverso le pratiche preliminari della direzione sicura, il bodhichitta, le offerte del mandala, la purificazione di Vajrasattva, e il guru-yoga.
Questi preliminari straordinari nonché quelli comuni della meditazione lam-rim (il sentiero graduale) sono particolarmente evidenti nelle opere di Jetsun Milarepa (rJe-btsun Mi-la Ras-pa bZhad-pa rdo-rje) e il suo discepolo Gampopa (sGam-po-pa bSod-nams rin-chen), il quale unì le due correnti delle tradizioni Kadam e mahamudra.
Pure la tradizione Sakya del Separarsi dai quattro attaccamenti (Zhen-pa bzhi-bral), che proviene dal maestro Dragpa Gyaltsen (Grags-pa rgyal-mtshan), evidenzia molto questo.
Purificazione e forza positiva
Poi, siccome vedere la natura effettiva della mente in effetti dipende dal rafforzare le reti che costruiscono l’illuminazione e purificarti dagli oscuramenti mentali, indirizza (verso il tuo guru radice) almeno centomila ripetizioni del mantra in cento sillabe e quante più centinaia di prostrazioni possibili, compiute mentre reciti L’ammissione delle cadute.
La costruzione e lo smantellamento ripetuto di case da parte di Jetsun Milarepa per il suo guru Marpa erano tutte per eliminare gli ostacoli al suo progresso spirituale. Avendo superato gli impedimenti accumulati dalle sue precedenti azioni distruttive, Milarepa fu in grado di ottenere l’illuminazione piena nella sua stessa vita.
Sia Marpa che Je Tsongkhapa avevano l’abitudine di prostrarsi mentre recitavano L’ammissione delle cadute (lTung-bshags), popolarmente noto come L’ammissione davanti ai trentacinque buddha.
Come pratica preliminare (ngondro) per rafforzare una rete che costruisce l’illuminazione di forza positiva (collezione di merito) e per purificare gli ostacoli, Jey Tsongkhapa offrì trentacinque set di 100.000 prostrazioni, uno per ciascuno dei trentacinque buddha, nonché diciotto set di 100.000 offerte del mandala.
La recitazione dell’Ammissione delle cadute tre volte ogni mattina e tre volte ogni sera è il metodo speciale per ripristinare voti del bodhisattva indeboliti, mentre la meditazione Vajrasattva con la ripetizione del mantra in cento sillabe è specialmente efficace per voti tantrici degenerati.
Per purificarti accuratamente dagli ostacoli che sorgono da questi impegni rotti, hai bisogno di completare queste pratiche con le quattro forze opponenti.
Dopo aver dichiarato apertamente le tue trasgressioni, hai bisogno di rimpiangere questi sbagli, promettere di cercare di fare del tuo meglio per non ripeterli, riaffermare la tua base di direzione sicura e bodhichitta, e applicare le rispettive pratiche di meditazione come opponenti per contrastare le tue cadute.
Il ruolo del guru radice
In aggiunta, fai richieste ripetute e sentite al tuo guru radice inseparabile da tutti i Buddha dei tre tempi. Il tuo guru radice è colui che dà potenziamenti tantrici, e la cui ispirazione è la radice di tutti i tuoi conseguimenti effettivi.
È il mentore spirituale a cui ti affidi completamente. Tutti i maestri delle quattro tradizioni tibetane principali concordano che una relazione sana con un maestro spirituale è essenziale per la realizzazione della vacuità.
Il Tantra di Kalachakra afferma: “Anche se dovessi fare offerte a tutti i Buddha del passato, presente e futuro, e praticare la generosità per gli esseri limitati per eoni, ancora potresti non essere in grado di ottenere l’illuminazione.
Ma, affidandoti pienamente e in modo appropriato al tuo mentore spirituale in maniera sana, il conseguimento della mahamudra diventa facile”.
Il Tantra di Guhyasamaja sottolinea anche questo punto. Gampopa disse che quando realizzò l’inseparabilità tra la sua mente e quella del suo guru radice Jetsun Milarepa, conseguì la mahamudra.
Dalla consapevolezza della morte alla mahamudra
Quanto ai metodi fondamentali effettivi, sebbene ci siano molti modi di affermare la mahamudra, ce ne sono due quando sono suddivisi secondo i sutra e i tantra.
Ne I profondi quattro tipi della mudra (Zab-pa’i phyag-rgya rnam-bzhi), ad esempio, Drikungpa Jigten Gonpo (‘Bri-gung-pa ‘Jig-rten mgon-po), il fondatore della tradizione Drikung Kagyu, spiegò i quattro tipi della mudra (i sigilli) secondo i tre veicoli.
In tal modo, stava elaborando la spiegazione data da Drogon Rinpoche (‘Gro-mgon Ras-pa bSod-nams grags-pa), un discepolo del I Karmapa (Kar-ma-pa Dus-gsum mkhyen-pa).
Il primo Karmapa era un discepolo diretto di Gampopa, mentre Drikungpa era il discepolo di un altro discepolo di Gampopa Pagmodrupa (Phag-mo gru-pa).
Le diverse presentazioni della mahamudra
Secondo la tradizione Hinayana degli shravaka (gli ascoltatori), la mahamudra è lo stato del nirvana (rilascio totale) senza nessun residuo di aggregati fisici o mentali.
Nella tradizione sutra Mahayana dei bodhisattva, è l’unico sapore di vacuità e compassione. Nella tradizione tantra Mahayana della classe anuttarayoga in generale, la mahamudra è la manifestazione, al livello più sottile della mente di chiara luce, della consapevolezza profonda (ye-shes) che è una consapevolezza beata che sorge simultaneamente ad una consapevolezza non concettuale della vacuità.
Nel contesto specifico della pratica del tummo nello stadio di completamento (rdzogs-rim) dell’anuttarayoga (gtum-mo, energia-calore), la mahamudra è la sopracitata consapevolezza profonda stabilita spontaneamente attraverso il mero ricordo della vacuità, grazie alla familiarità con metodi come il tummo.
Secondo Go Lotsawa (‘Gos Lo-tsa-ba gZhon-nu dpal), un contemporaneo di Pagmodrupa, c’è soltanto una mahamudra - ovvero la consapevolezza profonda non concettuale, definitiva, della vacuità stessa.
In questo testo, tuttavia, Il IV Panchen Lama spiega una divisione duplice della mahamudra nel sutra e nel tantra, innanzitutto la seconda in breve e poi la prima in dettaglio.
Il secondo è una mente di chiara luce di grande beatitudine, che si manifesta tramite metodi abili quali il penetrare i punti vitali del corpo vajra sottile e così via.
Vacuità e unione di apparenze
Secondo Un goccio di mudra (Phyag-rgya thig-le), l’etimologia nascosta di “phyag-rgya chen-po”, il termine tibetano per “Mahamudra”, è come segue.
“Phyag” significa la consapevolezza profonda della vacuità; “rgya” indica la liberazione da tutti i fenomeni samsarici; e “chen-po” implica la “coppia unita” (zung-‘jug, scr. yuganaddha) - ovvero, la coppia unita di vacuità e apparenze.
Abbiamo bisogno di comprendere la presentazione tantrica della mahamudra in termini di questa etimologia.
La mahamudra delle tradizioni di Saraha, Nagarjuna, Naropa e Maitripa, è la quintessenza della classe anuttarayoga del tantra per come è insegnata ne I (Sette testi dei) Mahasiddha e I (Tre) volumi principali.
Il primo si riferisce ai modi di meditare sulla vacuità come indicato direttamente nei (Sutra della prajnaparamita) brevi, intermedi, e vasti. Il sommamente realizzato Arya Nagarjuna disse, “A parte questo, non c’è nessun altro percorso della mente che porta alla liberazione”.
Secondo un’altra etimologia nascosta del termine mahamudra, “mudra” significa necessità assoluta o prerequisito, qualcosa senza la quale non si raggiunge un punto finale. “Maha” significa grande comprensione.
Pertanto, il termine mahamudra implica che per ottenere la liberazione o l’illuminazione attraverso i sentieri degli shravaka, dei pratyekabuddha, o dei bodhisattva, non c’è altro metodo all’infuori di quello basato sulla cognizione non concettuale della vacuità.
La mahamudra dei sutra e dei tantra
Non c’è nessuna differenza tra la vacuità conosciuta tramite i metodi del tantra e quelli conosciuti tramite i metodi del sutra. La differenza riguarda il livello della mente che la conosce non concettualmente.
Con i metodi del tantra anuttarayoga, la vacuità viene conosciuta non concettualmente dal livello più sottile di coscienza a cui si accede facendo in modo che i venti-energia entrino, dimorino, e si dissolvano nel canale centrale dell’energia.
Con i metodi del sutra, è conosciuta non concettualmente da un livello più grossolano della mente.
La pratica tantrica e la mente di chiara luce
Per praticare la mahamudra dei tantra, devi per prima cosa ricevere puramente i quattro potenziamenti (dbang, iniziazione) nella classificazione più elevata del tantra, l’anuttarayoga.
Poi, è essenziale mantenere la purezza dei voti tantrici e del bodhisattva che hai preso e di mantenere le pratiche di connessione stretta (dam-tshig, scr. samaya) che hai promesso di seguire.
Inoltre, devi aver acquisito competenza nella prima fase della pratica anuttarayoga, lo stadio di generazione (bskyed-rim), fino al punto in cui ottieni stabilità nella sua pratica.
Ciò implica purificare il tuo corpo, parola, e mente attraverso la meditazione sul mandala e i mantra di una figura di Buddha (yidam, divinità di meditazione) secondo le istruzioni di un maestro tantrico pienamente qualificato.
Il corpo vajra e i canali di energia
Il corpo vajra (rdo-rje lus) corrisponde al tuo corpo fisico sottile quando viene utilizzato per la pratica tantrica. Esso contiene 72.000 canali di energia (rtsa, scr. nadi), tra cui otto di questi sono principali.
Tra gli otto, il più importante è il canale centrale di energia (rtsa dbu-ma, scr. avadhuti, sushumna), che corre parallelo e leggermente davanti la tua colonna vertebrale.
Nodi del canale normalmente bloccano il canale centrale, e pertanto il vento-energia (rlung; scr. prana) non può passarci dentro o attraverso. Le visualizzazioni dello stadio di generazione attivano il sistema energetico sottile.
Una volta attivato, poi nel secondo stadio della pratica anuttarayoga, lo stadio di completamento, tu impieghi vari metodi per sbloccare i nodi del canale e fare sì che i venti-energia entrino, dimorino, e si dissolvano nel canale centrale di energia.
Lo scopo è di ottenere una consapevolezza profonda della vacuità con la risultante coscienza sottile beata.
La chiara luce esemplare e la chiara luce effettiva
Una cognizione concettuale della vacuità con questa sottile coscienza beata si chiama un modello di mente di chiara luce (dpe’i ‘od-gsal, chiara luce che si avvicina).
Quando dissolvi completamente tutti i venti-energia così da raggiungere il livello più sottile di coscienza, la cognizione non concettuale beata della vacuità con essa si chiama una mente di chiara luce effettiva (don-gyi ‘od-gsal).
Varie tradizioni danno nomi differenti a questi livelli sottili e più sottili della mente quando hanno una cognizione beata della vacuità.
- la sillaba breve “a” del livello definitivo (nges-don a-thung);
- la goccia che non si dissipa (ma-bshig-pa’i thig-le);
- la mente che non inventa (ma-bcos-pa’i sems);
- la mente primordiale (gnyug-sems);
- e così via.
Questi sono tutti sinonimi.
20 frasi di Chiara Luce Badano: ispirazione infinita
La consapevolezza della morte come pratica quotidiana
La consapevolezza della morte non è una riflessione isolata né un pensiero da riservare agli ultimi momenti della vita. Essa deve trasformare il modo in cui si utilizzano il tempo, le relazioni, le aspirazioni e le difficoltà.
La morte è importante all’inizio della pratica perché ispira a praticare e a praticare bene. È importante nel mezzo della pratica perché ispira a esercitarsi intensamente e con purezza. È importante alla fine della pratica perché causa il perfezionamento e completamento della pratica.
Ricordare la morte significa riconoscere che ogni momento sprecato nell’inseguimento della fama, della ricchezza, delle lodi o dei piaceri non può essere recuperato. Significa anche comprendere che la meditazione non deve rimanere un insieme di parole, ma diventare una trasformazione effettiva della mente.
La consapevolezza dell’impermanenza conduce alla rinuncia, la rinuncia rende pura la motivazione, la motivazione sostiene il bodhichitta e il bodhichitta orienta la pratica verso l’illuminazione per il beneficio degli altri.
Il significato essenziale dell’insegnamento
L’insegnamento di Ghesce Ngawang Dhargyey presenta la morte come una soglia decisiva: può sorprendere una mente dominata dall’attaccamento, oppure trovare una mente preparata dalla consapevolezza, dalla virtù e dalla comprensione della vacuità.
La meditazione sulla morte non chiede di abbandonare la vita ordinaria, la casa, i possedimenti o la posizione. Chiede di abbandonare il controllo esercitato dagli otto dharma mondani e di utilizzare la vita come occasione per sviluppare rifugio, bodhichitta, purificazione, stabilità meditativa e comprensione della natura della mente.
Al momento della morte non ha valore null’altro che la realizzazione spirituale. La pratica consiste quindi nel preparare fin da ora la mente a non dipendere dalle condizioni impermanenti e a riconoscere, attraverso il sentiero del sutra o del tantra, la vacuità come base della liberazione.