Nisargadatta Maharaj è stato un maestro spirituale indiano dell’Advaita Vedanta, la tradizione non dualistica secondo cui non esiste separazione tra l’individuo e il Divino e ogni essere è un’espressione dell’Assoluto. Il nucleo del suo insegnamento consiste nel riconoscere che non siamo il corpo, i pensieri, le emozioni o il mondo percepito, ma la consapevolezza nella quale tutte queste esperienze appaiono e scompaiono.
Per Maharaj l’autorealizzazione non è qualcosa da ottenere attraverso sforzi straordinari, rinunce faticose o un ritiro dal mondo. Non devi “fare”. Sii e basta. L’indagine consiste nel distanziarsi dalle identificazioni, osservare la mente e tornare alla sorgente dell’“Io sono”, fino a riconoscere la propria natura come realtà-consapevolezza-amore, oltre lo sperimentatore e la sua esperienza.
Chi era Nisargadatta Maharaj
Nisargadatta Maharaj, che originariamente si chiamava Maruti Kampli, nasce a Bombay nel 1897. Suo padre, Shivrampant, di fede indù, lavorò come domestico e successivamente divenne agricoltore. Quando il padre morì Maruti, allora diciottenne, fu costretto a lasciare la casa di famiglia per andare a Mumbay dove trovò lavoro come tabaccaio.
Fu in quel periodo che conobbe Sumatibai, che sposò nel 1924 e dalla quale ebbe tre figlie femmine ed un maschio. A 33 anni conosce un maestro che gli insegna a concentrarsi sul mantra Brahmasmi (“Sono il Supremo”). Poco dopo si “realizza”.
All’età di circa 33 anni ebbe occasione di conoscere il guru Sri Siddharameshwar Maharaj, il quale lo ispirò così tanto che Maruti decise di seguire il suo insegnamento in modo totale. Il guru gli insegnò a focalizzare la concentrazione sul mantra “Brahmasmi”, letteralmente “Sono il Supremo”.
Dopo pochi anni purtroppo Sri Siddharameshwar morì ma, nel 1936, Maruti giunse a realizzare lo stato di “moksha”, cioè la liberazione, assumendo il nome di Nisargadatta Maharaj. Infatti, nonostante avesse avuto poche occasioni di incontrare il guru Maruti, spinto dal suo profondo desiderio di conoscenza e sostenuto dalla totale ammirazione e fiducia nel suo Maestro, arrivo alla moksha in soli tre anni di auto-osservazione.
In seguito Nisargadatta si ritirò per un lungo periodo di meditazione sulle cime dell’Himalaya vivendo come un sadhu errante. Durante questo ritiro si rese conto che la vera attuazione del Sé non poteva essere subordinata all’ambiente in cui l’essere umano viveva e quindi decise di fare ritorno in famiglia e di riprendere la sua attività di tabaccaio.
Tornò dunque nella caotica Mumbai dove riprese a gestire il suo negozio mantenendo ininterrottamente la sua non-divisione sino al momento della sua morte anche nei momenti in cui era impegnato nella quotidianità e si divideva tra lavoro e famiglia. Restò indenne da qualunque avvenimento che poteva accadergli e mantenne inalterata ed esatta per anni la descrizione precisa della realtà, al di là delle menzogne causate dalla mente, coltivando la sua umiltà e vivendo in modo semplice, e fino all’ultimo giorno di vita donò i propri insegnamenti a chiunque fosse interessato ad avanzare nel percorso di consapevolezza.
Nisargadatta Maharaj, maestro spirituale indiano, nasce nel 1897 a Bombay. Di famiglia semplice e non istruita, comincia a lavorare fin da giovane, si sposa, cresce quattro figli e per vivere fa il tabaccaio. Continua a fare il tabaccaio e resta nella sua casa a dialogare con chiunque lo raggiunga fino all’8 settembre 1981, giorno in cui muore.
Gli incontri con i suoi visitatori proseguirono fino a pochi giorni prima che abbandonasse il suo corpo vessato dalla malattia irreversibile che lui gestiva con un pacato distacco. Era chiaro che, a partire dal suo risveglio, Nisargadatta Maharaj non si identificava più con il proprio corpo e, allineato con ciò che insegnava, si accostava alla morte con leggerezza. Morì purtroppo di cancro nel 1981.

Una saggezza incarnata nella vita quotidiana
Ciò che rende unica la figura di Nisargadatta è proprio la sua semplicità. Non era un erudito, né un asceta ritirato dal mondo. Era un uomo comune che incarnava una saggezza straordinaria.
La sua stessa esistenza è un concentrato di coerenza e di semplicità. Come scopriremo tra poco, dopo essere riuscito a ‘risvegliarsi’, ritornò alla sua vita precedente senza fondare alcun ashram e accogliere discepoli o donazioni.
L’unica cosa che fece, oltre a svolgere il suo lavoro di sempre, fu di ricavare una piccola stanza nella sua abitazione dove accoglieva chiunque avesse necessità di porre domande per incamminarsi alla ricerca della verità universale. Fu un saggio che seppe trasmettere il significato profondo di quanto aveva sperimentato al punto che diversi studiosi si interessarono ai suoi insegnamenti.
Un particolare interessante è che Nisargadatta Maharaj si esprimeva in modo semplice, non conosceva il Sanscrito e non scrisse libri, ma tutti gli scritti che si trovano su di lui sono costituiti dai dialoghi che intrattenne con chi andava a trovarlo, e questa raccolta di pensieri rappresenta uno dei testi fondamentali per la spiritualità dei nostri tempi data la saggezza che trasmettono.
L’Advaita Vedanta e la natura non duale del Sé
L’appartenenza di Nisargadatta Maharaj alla tradizione dell’Advaita Vedanta si riflette chiaramente nei suoi insegnamenti. L’Advaita (che significa “non-dualismo”) sostiene che non esiste separazione tra l’individuo e il Divino, che ogni essere è un’espressione dell’Assoluto.
Questo concetto centrale pervade I Am That, dove Maharaj guida i suoi interlocutori verso la consapevolezza che l’identificazione con il corpo e la mente è illusoria. “Tu sei già ciò che cerchi” afferma Maharaj, ribadendo che la vera natura di ogni individuo è il Sé supremo, immutabile e infinito.
La massima conoscenza, la più eccelsa saggezza (jñana) è la consapevolezza del Sé e riguarda lo sviluppo della comprensione di essere Pura Coscienza. Significa realizzare il concetto di incarnare lo stesso Brahman e di accogliere pienamente la vita che interessa il corpo e l’individuo, come un gioco delle parti articolato da ciascun elemento della realtà.
Nisargadatta Maharaj era arrivato allo stadio in cui si è coscienti del fatto che il mondo, in sé e per sé, non può esistere se non vi è consapevolezza del Sé e portava le persone con cui interagiva a capire l’entità del concetto non-dualista il quale afferma che il mondo è illusione, che soltanto il Sé può essere considerato reale e che il Sé “è” il mondo.
Le parole di Maharaj sono dirette e, spesso, spiazzanti nella loro semplicità. Egli invita il lettore a superare il concetto di “io” come entità separata. “Tutto accade, ma nulla accade a te”.
In questo modo, Maharaj smantella le nostre convinzioni radicate sul controllo e sull’identità personale, portandoci a una comprensione più profonda della vita come flusso ininterrotto di esperienze che non toccano la nostra vera essenza.
Lo specchio della mente e l’autorealizzazione
Se vuoi l’integrazione, devi sapere chi vuoi integrare. Lo specchio rimanda l’immagine, ma l’immagine non modifica lo specchio. Tu non sei né lo specchio, né l’immagine nello specchio.
Puoi lucidarlo per renderlo trasparente e poi ti ci guardi dentro. L’immagine che ti rimanderà, non sei tu; tu sei l’osservatore dell’immagine. Capisci bene: qualunque cosa tu percepisca, non sei quello.
Poiché puoi vedere sia l’immagine che lo specchio, non sei nessuno dei due. Chi sei? Non pensare per formule. La risposta non è nelle parole.
L’enunciazione più adatta è: “io sono ciò che rende possibile la percezione”, la vita stessa, oltre lo sperimentatore e la sua esperienza. E ora, distanziati sia dallo specchio che dall’immagine, e resta solo, fermo.

La metafora dello specchio distingue tre elementi: l’osservatore, la mente e il mondo percepito. La mente riflette immagini, pensieri, sensazioni e interpretazioni, ma ciò che appare nello specchio non modifica la natura dello specchio e non coincide con chi osserva.
Impara a distanziarti dall’immagine e dallo specchio; allenati a ripetere: «Non sono la mente, non sono le sue idee». Se lo fai con pazienza e convinzione, arriverai a vederti direttamente come la fonte eterna e universale dell’essere-conoscenza-amore.
Tu sei l’infinito, concentrato in un corpo. Per ora vedi solo il corpo. Se insisti, arriverai a vedere solo l’infinito.
Non sei il corpo né la mente
Quanti sono i tuoi processi automatici? Digerisci, fai circolare il sangue e la linfa, muovi i muscoli, e poi percepisci, senti, pensi senza sapere come e perché. Analogamente, sei te stesso senza saperlo.
Non c’è nulla di sbagliato in te in quanto te stesso, il quale è come deve essere. Lo specchio invece non è chiaro e verace, e perciò ti dà delle false immagini: non devi correggerti ma solo mettere a punto la tua idea di te stesso.
Secondo Maharaj, il problema non è l’esistenza della persona, del corpo o della mente, ma la confusione tra questi strumenti e ciò che li osserva. Il corpo agisce, il cuore sente, la mente pensa, e la consapevolezza rende possibile l’esperienza senza essere riducibile a nessuno di questi elementi.
Non sei né il mondo “esterno” dei percepibili, né quello “interno” dei pensabili, né il corpo né la mente. Non ci si accosta per gradi. Accade ed è irreversibile.
L’indagine dell’“Io sono”
Il primo a emergere è il senso di essere, l’“Io sono”. Domandati da dove viene o osservalo quieto. Quando la mente s’installa nell’“Io sono” senza muoversi, entri in uno stato di cui puoi solo dire che ci sei dentro.
L’unica è allenarsi continuamente. Dopotutto l’“io sono” è sempre con te; non lo cogli perché gli hai sovrapposto una quantità di cose: corpo, sentimenti, pensieri, idee, proprietà interne ed esterne, e così via.
Sono tutte auto-identificazioni infedeli. Per causa loro, ti prendi per quello che non sei.
“Torna a quello stato di puro essere, dove l’‘Io sono’ è ancora nella sua purezza prima di essere contaminato da ‘Io sono questo o quello’.”
“Io gli ho creduto e l’ho fatto. Mi disse risiedi nell’‘Io sono’. Mi sedevo per ore, con nient’altro che l’‘io sono’ e presto la pace e la gioia e l’amore profondo che abbraccia tutto è diventato il mio stato normale. In quello stato tutto scomparve, io, il mio guru, la vita che vivevo e il mondo intorno a me. Solo la pace è rimasta e il silenzio insondabile.”
Alla domanda su come arrivare a conoscere il Sé, l’insegnamento è netto: il Sé non è qualcosa che puoi trovare cercandolo fuori di te. È già qui, sempre presente.
Non si tratta di trovare, ma di smettere di identificarti con ciò che non sei. Tu sei già ciò che cerchi. Devi solo distogliere l’attenzione dalle cose esteriori e focalizzarti sulla tua essenza interiore.
Quando lasci andare tutte le idee su chi pensi di essere, il Sé si rivela da solo.
Conoscere ciò che non si è
Non ti serve sapere chi sei, ma che cosa non sei. Infatti, se per conoscenza s’intende una descrizione a partire da ciò che è già noto, sia in senso fisico che concettuale, non può esserci la cosiddetta autoconoscenza, visto che ciò che sei è descrivibile solo come totale negazione: “Non sono questo, non sono quello”.
Affermare “Questo è ciò che sono” non ha senso, perché se lo indichi, non puoi essere tu. Niente di percepibile o immaginabile coincide con te e tuttavia, se non ci sei, non può esserci né percezione, né immaginazione.
Il cuore sente, la mente pensa, il corpo agisce, e tu li osservi; l’atto stesso di osservare mostra che non sei le tue percezioni, benché non ci sia percezione o esperienza senza di te.
Un’esperienza deve “appartenere”. Qualcuno dovrà venire a rivendicarla come sua. Senza lo sperimentatore, un’esperienza non è reale, è lui che le dà realtà.
La coscienza di essere l’“Io sono”, lo sperimentatore, è a sua volta un’esperienza, ma ogni cosa sperimentata è un’esperienza, e in ogni esperienza è presente chi la fa.
La memoria crea l’illusione della continuità. Di fatto, per ogni esperienza c’è uno sperimentatore, e il senso dell’identità è implicito in tutte le relazioni sperimentatore-sperimentato, come il fattore costante che le accomuna.
Sia l’identità che la continuità variano. Come ogni fiore ha il suo colore, ma tutti i colori dipendono dall’unica luce, così molti sperimentatori trapelano nella consapevolezza, che è una e indivisa.
Questa essenza è la radice e il fondamento di ogni esperienza, la sua perenne “possibilità” fuori dello spazio e del tempo.
Il mondo come riflesso della mente
Immaginiamo che il mondo percepito sia un riflesso sullo specchio della coscienza. Le immagini appaiono e scompaiono sullo specchio della coscienza. Lo specchio rimane.
Impara a riconoscere l’immobile nel mobile, l’invariabile nel mutevole, finché vedrai che tutte le differenze sono solo apparenti e che l’unicità è un fatto.
Questa identità di base puoi chiamarla Dio, Brahman, o matrice prakriti; le parole contano poco, basta scoprire che tutto è uno.
Non appena puoi dire: io sono il mondo, il mondo è me, con la fiducia di chi l’ha provato di persona, sei libero dal desiderio e dalla paura, e diventi totalmente responsabile del mondo.
L’insegnamento non invita a negare l’esperienza quotidiana, ma a riconoscerne la natura mutevole. Il mondo delle forme, dei nomi, dei pensieri e degli eventi appartiene al regno della mente e non può essere scambiato per il fondo immutabile della consapevolezza.
“Tutto questo gioco del mondo è nel regno della mente; una volta che si comprende di non essere la mente come si può essere coinvolti? Questa è una fase temporanea, imperfetta, inadeguata.”
Il presente, la memoria e l’illusione della continuità
Prima che qualcosa si mostri, dev’esserci qualcuno cui mostrarsi. Ogni apparizione e sparizione presuppongono un mutamento su uno sfondo immutabile.
L’esperienza del risveglio scorre così: “Io sono, un corpo, nel mondo”. In realtà non sono tre percezioni distinte e susseguenti, ma una sola e complessiva, quella di avere un corpo nel mondo.
Non vedi che i tuoi problemi sono tutti del corpo - cibo, vestiario, casa, famiglia, amicizie, posizione, fama, sicurezza, sopravvivenza - e che diventano subito irrilevanti appena ti rendi conto che non puoi essere solo il corpo?
In un certo senso sei tutti i corpi, i cuori e le menti, e molto di più. Scava nell’“Io sono”, e troverai.
La mente sovrappone al semplice senso di essere una quantità di ricordi, abitudini, proprietà e definizioni. In questo modo la coscienza appare frammentata in una storia personale, mentre la continuità dell’identità è prodotta dalla memoria.
Il passato è nella memoria, il futuro nell’immaginazione. Non c’è niente nell’evento presente, in sé, che lo faccia spiccare come reale.
Ovviamente, la mia presenza. Sono reale perché sono sempre “ora”, e ciò che è con me nel presente partecipa della mia realtà.
Una cosa messa a fuoco “ora”, è con me perché io sono “ora”; io contagio il presente con la mia realtà.
Sonno, veglia e sogno
Nella veglia il mondo emerge a causa dell’ignoranza e coinvolge in uno stato simile ad un sogno ad occhi aperti. Sia il sonno che la veglia sono ingannevoli.
Stiamo solo sognando. Solo lo jnani, colui che ha la vera conoscenza, conosce il vero stato di veglia ed il vero sonno.
Sogniamo di essere svegli e sogniamo di dormire. I tre stati sono solo varietà dello stato di sogno.
Trattare ogni cosa come un sogno ci libera. Finché prendiamo per realtà i sogni siamo loro schiavi.
Immaginando di essere nato così e così diventi uno schiavo del così e così. L’essenza della schiavitù consiste nell’immaginare se stessi come un processo, avere un passato ed un futuro, avere una storia.
Infatti, non abbiamo storia, non siamo un processo, non abbiamo sviluppo e decadimento; vediamo tutto come un sogno e siamo oltre ad esso.
Desiderio, paura e sofferenza
Ogni esperienza è necessariamente transitoria. Ma ha un fondo immutabile. Nulla che si possa definire un evento, è destinato a durare.
Senza l’autorealizzazione sarai consumato dai desideri e dalle paure che si rinnovano futilmente. I più ignorano che si può arrestare il dolore.
I desideri e le paure, le invidie e l’ira, le credenze cieche e l’arroganza intellettuale inquinano e intorpidiscono la psiche.
Istanti di profonda intuizione, di amore illimitato purificano la mente; invece i desideri e le paure, le invidie e l’ira, le credenze cieche e l’arroganza intellettuale inquinano e intorpidiscono la psiche.
Il desiderio è il ricordo del piacere, la paura il ricordo del dolore. La mente è inquieta per causa loro.
I momenti di piacere sono puri arresti nel flusso del dolore. Come può esistere, in simili condizioni, una mente felice?
La mente che si aggrappa alle rive del piacere e del dolore interrompe il naturale fluire della vita. Fluire con la vita significa accettare, lasciar venire ciò che viene e andare ciò che va.
Non desiderare, non temere, osserva il fatto come e quando accade, perché tu non sei ciò che accade, ma colui al quale accade, l’osservatore, e nemmeno solo quello.
Purificare la mente
Per Maharaj, la mente non deve essere distrutta, ma resa limpida. Il reale si rispecchia in una mente tersa.
Come quello fra il sole e i suoi raggi. L’armonia e la bellezza, l’intelligenza e l’amore esprimono la realtà. Sono realtà in atto, la congiuntura dello spirito nella materia.
Il tamas ottenebra, il rajas altera, il sattva esprime, e perfezionandosi elimina i desideri e le paure. La materia è redenta; lo spirito, svelato.
Sono visti come un’unità. E sono sempre tutt’uno, ma la mente imperfetta li vede come due. Il compito dell’uomo è perfezionare la mente, perché in essa s’incontrano la materia e lo spirito.
L’indagine intensa e metodica della propria mente è yoga. Quando svanisce l’ignoranza, che è la madre del peccato, il destino, la costrizione a peccare di nuovo, s’arresta.
Tutto termina con la fine dell’ignoranza. A quel punto le cose sono viste come sono, e sono buone.
La realizzazione non richiede violenza o isolamento
Non devi “fare”. Sii e basta. Non c’è da scalare montagne o giacere in caverne.
E neppure ti dico: “Sii te stesso”, giacché non ti conosci. Limitati a essere.
Non immaginare di cambiare grazie allo sforzo. La violenza, anche quando è autoinflitta, come nel caso delle austerità e penitenze, rimane sterile.
Affrontare tutte le vicissitudini della vita è una penitenza sufficiente! Non occorre che ti inventi altri guai.
Affrontare gioiosamente qualunque cosa la vita ti porti, è tutta l’austerità che ti occorre. Condividi volontariamente e con gioia tutto ciò che hai, con chiunque ne abbia bisogno; non inventare crudeltà da subire.
Accettare le cose come vengono. Devi andare e giocare le tue carte il meglio possibile.
Puoi lavorare in mezzo agli altri, vigile e cordiale, e maturare assai più che in un’oziosa solitudine, alla mercé delle chiacchiere senza fine della mente.
La vera attuazione del Sé non può essere subordinata all’ambiente in cui l’essere umano vive. La vita quotidiana, il lavoro e le relazioni non sono necessariamente ostacoli alla realizzazione.
Il ruolo del maestro e dell’iniziazione
Quando un ricercatore della verità pratica i suoi yoga, è assistito dal maestro interno, o è lasciato a se stesso in attesa del risultato?
Tutto avviene da sé. Il ricercatore e il maestro non fanno nulla. Le cose avvengono: biasimo e lode subentrano non appena s’instaura la coscienza di essere l’autore dell’azione.
L’azione è un fatto, l’autore è un concetto mentale. Il tuo stesso linguaggio mostra che l’azione è certa, l’autore no; spostare la responsabilità è un gioco squisitamente umano.
Dato il numero infinito di fattori necessari all’accadere di qualsiasi cosa, si può solo ammettere che tutto sia responsabile di tutto, anche in senso lato.
La coscienza di essere l’autore dell’azione è un mito fondato sull’idea illusoria del “me” e del “mio”.
Il Guru può dare qualunque iniziazione, ma l’iniziazione alla Realtà deve venire dall’interno. È data dal Sé.
Il maestro può richiamare l’attenzione del ricercatore su se stesso e sull’urgenza dell’indagine, ma il cambiamento decisivo non può essere imposto dall’esterno.
Il maestro è sempre pronto a spartire, mancano i partecipanti. Al momento giusto, la fede viene. Tutto viene a tempo.
Nel corso del tempo tutto accade e tutto passa, ma nemmeno un’anima andrà perduta.
Il maestro interno e la realtà
Il sé interiore ed esteriore sono immaginati. L’ossessione di essere un “Io” ha bisogno dell’altra ossessione di un sé superiore per essere curati, come abbiamo bisogno di un’altra spina per toglierci una spina o di un veleno per neutralizzare un altro veleno.
Ogni asserzione richiama una negazione, ma questo è solo il primo passo. Dobbiamo andare oltre ad entrambi.
Il Satguru, il Guru interiore senza principio, senza cambiamento, radice dell’essere, la promessa imminente, la certa realizzazione, è la sola realtà. Tutto il resto è solo un’ombra proiettata dalla mente-corpo (deha buddhi) sulla facciata del tempo.
Certamente anche un’ombra è in relazione con la realtà, ma di per se stessa non è reale. La tua perdita è il tuo guadagno.
Quando l’ombra è riconosciuta come solo un’ombra, smetti di seguirla. Ti volti e ti accorgi che il sole è sempre stato là, alle tue spalle.
Il Sé interiore garantisce la convinzione che tu sei l’eterno, senza mutamenti, realtà-consapevolezza-amore, all’interno ed oltre tutte le apparenze.
Una convinzione non è sufficiente deve essere una certezza. Esatto. Ma in questo caso la certezza prende la forma del coraggio.
La paura scompare assolutamente. La sensazione di coraggio è così inequivocabilmente nuovo, e nello stesso senso vissuto come così proprio che non può essere negato.
La responsabilità dell’azione e l’assenza di un autore separato
La coscienza di essere l’autore dell’azione è un mito fondato sull’idea illusoria del “me” e del “mio”. L’azione accade attraverso un numero infinito di condizioni, relazioni e fattori.
Non c’è nulla che possiamo fare, ma solo lasciare che le cose accadano secondo la loro natura. Chiarezza e carità sono azione.
L’amore non è pigro, e la chiarezza guida. Non occorre che ti preoccupi per l’azione, bada alla mente e al cuore.
L’egoismo e la stupidità sono l’unico male.
Se dissolvi l’“io”, la sofferenza personale cessa. Resta la grande tristezza della compassione, l’orrore del dolore inutile.
Nulla è necessario o inevitabile. L’abitudine e la passione accecano e ingannano. La consapevolezza compassionevole è sana e redime.
Amore e unità
L’universo è completo, e dove c’è completezza, dove niente manchi, che cosa può arrecare il dolore?
Anche una parte, se è vista in rapporto all’intero, è a sua volta completa. Solo se la consideri a sé stante, diventa manchevole e fomenta il dolore.
La mente è fatta per dividere e contrapporre. Se trascendi la mente che divide e contrappone, e metti fine al processo mentale che conosciamo, la sua cessazione equivale alla nascita della nuova mente.
La mente che tutto comprende, è amore in azione, frustrato all’inizio, ma alla fine vittorioso.
Il ponte tra lo spirito e il corpo è l’amore. La mente crea l’abisso, il cuore lo valica.
Un uomo realizzato ha il suo dolore ma non è avvelenato da un senso di colpa. Non c’è nulla di male a soffrire per i peccati degli altri.
Il tuo Cristianesimo si basa su questo. Alla fine sai che non c’è peccato, né colpa, né ricompensa, ma solo la vita nelle sue infinite trasformazioni.
Il reale, la morte e il corpo
Il reale non muore l’irreale non è mai esistito.
Immagina un grande palazzo che crolla, alcune stanze sono in rovina altre intatte. Ma è possibile parlare dello spazio come in rovina o intatto?
È solo la struttura e la gente che ci viveva che hanno sofferto. Nulla è successo allo spazio stesso.
Similmente, nulla succede alla vita quando le forme scompaiono ed i nomi sono cancellati. Il gioielliere fonde vecchi gioielli per farne dei nuovi.
Una volta che sai che la morte accade al corpo e non a te, puoi osservare il tuo corpo che se ne va come un indumento smesso.
Il tuo vero sé è senza tempo al di là di nascita e morte. Il corpo sopravviverà sino a che è necessario, non è importante che viva a lungo.
L’identificazione con il corpo produce la paura della perdita, del cambiamento e della morte. La consapevolezza di non essere limitati alla forma corporea apre invece alla comprensione del Sé come fondo immutabile di tutte le trasformazioni.
La mente come ladro da osservare
Non puoi fare nulla per rendere attuale questo stato, ma puoi evitare di creare ostacoli.
Guarda la tua mente, come essa venga in essere, come essa opera. Appena guardi la mente, scopri te stesso come l’osservatore.
La sorgente della luce è oscura, sconosciuta la sorgente della conoscenza. Solo questa sorgente è. Ritorna a questa sorgente e stabilisciti in essa.
È definitivamente oltre la mente, ma tutto ciò che puoi fare consiste nel conoscere bene la mente. Non che la mente ti possa aiutare, ma conoscendo la mente puoi evitare che essa t’inganni.
Devi essere molto allerta, oppure la mente t’ingannerà. È come tener d’occhio un ladro - non che tu ti aspetti qualcosa dal ladro, ma non vuoi essere derubato.
Allo stesso modo poni molta attenzione alla mente senza aspettarti nulla da essa.
Pratiche di attenzione e stabilizzazione
La ripetizione e il respiro ti stabilizzeranno. La respirazione quieta e profonda fa aumentare la vitalità, stimola il cervello, e aiuta la mente a diventare pura, stabile, e adatta alla meditazione.
Senza vitalità si può far poco, da qui l’importanza di proteggerla e accrescerla. Posizione del corpo e respirazione sono una parte dello yoga, perché il corpo deve essere sano e sotto controllo, senza eccessi di concentrazione che alla fine lo danneggiano, e senza dimenticare che all’inizio la mente è tutto.
Se la rendi quieta e incapace di disturbare lo spazio interiore (chidakasha), il corpo acquista un nuovo significato, e la sua trasformazione diventa necessaria e possibile.
La ripetizione del nome di Dio, la respirazione e la meditazione possono stabilizzare l’attenzione, ma non sostituiscono la comprensione essenziale: qualunque cosa venga osservata non è l’osservatore.
Ad un certo punto incontrerai un uomo che ti aiuterà a trovare la tua via. La discriminazione e il distacco, se li pratichi ora, matureranno a suo tempo.
Se le radici sono sane e bene irrorate, i frutti saranno sicuramente dolci. Sii puro, vigile, tienti pronto.
Libri, parole e realizzazione
Qual è il valore dei libri di ricerca spirituale? Aiutano a dissipare l’ignoranza. All’inizio servono, alla fine ostacolano. Bisogna sapere quando farne a meno.
Le parole sono simboli convenzionali che designano esperienze vissute. L’abitudine è così radicata, che tendiamo a negare realtà a tutto ciò che non sia verbalizzabile.
Hai inventato un mucchio di parole: interno, esterno, sforzo, sé, ecc., e t’industri a sovrapporle alla realtà. Le cose sono come sono, ma ci ostiniamo a incasellarle in uno schema linguistico.
La lettura di I Am That non è semplicemente un’esperienza intellettuale; è un invito a praticare un’osservazione profonda e distaccata di noi stessi e del mondo intorno a noi.
Il libro I Am That di Nisargadatta Maharaj è un viaggio spirituale che affonda le sue radici nella millenaria tradizione dell’Advaita Vedanta, uno dei pilastri del pensiero indiano.
Questo testo è un faro per chiunque cerchi di esplorare la natura del Sé e della realtà ultima. Attraverso una raccolta di dialoghi tra il maestro e i suoi discepoli, I Am That sfida il lettore a superare le illusioni dell’ego e a scoprire il nucleo dell’esistenza.
Uno degli aspetti più affascinanti del libro è la sua accessibilità. Nonostante tratti temi di altissima profondità filosofica, I Am That non si perde in astrazioni accademiche.
Al contrario, ogni dialogo è ancorato alla realtà pratica della vita quotidiana, offrendo risposte a problemi concreti con una chiarezza disarmante.
Nel lettore attento e meditativo matureranno, fioriranno e daranno frutti. Le parole fondate sulla verità, e verificate a fondo, hanno potere.
La metafora del buco nero
Nisargadatta Maharaj affronta argomenti di grande profondità filosofica e spirituale, inclusa la metafora dei “buchi neri”, che utilizza per spiegare la natura del Sé e della consapevolezza.
Maharaj, durante i suoi discorsi, usa l’analogia del buco nero per spiegare come il Sé assoluto funzioni come una sorta di punto focale, un vuoto pieno di potenzialità.
Tu chiami il Sé un buco nero perché non puoi vederlo, né puoi descriverlo. Ma ciò che per te sembra un buco nero, è in realtà una pienezza totale.
Tutto emerge da lì e tutto ritorna lì. Il buco nero che tu vedi è l’infinito potenziale del Sé.
Non ha forma, né qualità che la mente possa comprendere, ma è da lì che tutto ha origine. Così come l’universo si espande da un punto di energia infinita, così la tua consapevolezza emerge da ciò che tu chiami vuoto.
Perché tu la stai cercando nel luogo sbagliato. La stai cercando con i tuoi occhi, con i tuoi pensieri, con le tue emozioni.
Ma il Sé non può essere percepito con i sensi o la mente. È il fondo silenzioso e immobile di tutto ciò che appare e scompare.
Il buco nero non è vuoto, è pieno, ma ciò che lo riempie non può essere colto dalla mente. La mente lo vede come un vuoto, perché la mente è limitata.
La causalità e i limiti del pensiero
Il problema della causalità è indubbiamente uno dei più dibattuti. Ci si chiede se l’universo sia o no soggetto a quella legge.
Causalità significa il succedersi, nel tempo, di eventi nello spazio, il quale è fisico e mentale. Tempo, spazio e causalità sono categorie della mente, che sorgono e tramontano con la mente.
Nei limiti del funzionamento mentale, la causalità è valida. La cosiddetta legge di causalità è un prodotto della mente e, come tale, è contraddittoria.
Niente di esistente ha una causa particolare, e l’universo nella sua globalità provvede fino all’ultimo granello; niente potrebbe essere com’è, se l’universo non fosse quello che è.
Quando la fonte e il fondamento di tutto è anche la sua unica causa, è errato parlare di causalità come della legge universale.
L’universo non è vincolato dal suo contenuto perché le sue potenzialità sono infinite, ed è l’espressione di un principio fondamentalmente e totalmente libero.
Oltre il neo-Vedanta intellettuale
La società moderna, nel suo progressivo degrado, ha creato nuove mode anche in ambito spirituale tra cui troviamo il cosiddetto ‘neo-Vedanta’, una variante intellettualizzata di spiritualità attorno alla quale è nato un vero e proprio business.
I guru di questa nuova corrente si avvalgono delle parole e degli insegnamenti dei veri saggi ma tralasciano totalmente il concreto lavoro che dovrebbe essere fatto, distorcendo completamente il messaggio che è stato tramandato.
Secondo gli insegnamenti di questo Maestro, la piena e vera realizzazione porta ad acquisire semplicità e mancanza di sforzo però, l’esercizio dell’auto-indagine, si rivela essere una responsabilità totale del nostro essere, qualcosa che è possibile ottenere soltanto calandosi totalmente in questo lavoro interiore ed è qualcosa che non è perseguibile assistendo ad un seminario o leggendo alcuni libri che parlano del non-dualismo.
Gli insegnamenti che abbiamo ereditato dai grandi saggi di tutti i tempi ci trasmettono coerenza e strumenti per raggiungere l’auto-conoscenza, un percorso che dobbiamo necessariamente fare in solitaria.
Dal punto di vista esoterico, molti saggi affermano che non è più tempo di ‘Maestri’ e l’individuo ha come compito primario l’impegno a scoprire la propria autenticità e l’essenza del suo stesso essere in modo autonomo, senza sviluppare alcuna dipendenza da guru esterni o da movimenti ideologici.
Non fidarti di definizioni e descrizioni: sono ingannevoli. Se non accetti l’avventura interiore come un modo di vivere, la scoperta non verrà a te.
Il “Grande Verdetto”: Tu sei Quello
Il saggio guru Sri Siddharameshwar basava il suo insegnamento a Nisargadatta su una famosa frase: “Tu non sei quello che credi di essere”.
Spingendolo a riflettere sul profondo concetto che sta alla base di questa affermazione gli dimostrò come fosse possibile, attraverso lo sviluppo dell’auto-indagine, riuscire a comprendere di essere l’incarnazione dell’essenza dell’Assoluto, la matrice del Tutto da cui nasce ogni cosa.
Ecco che allora possiamo condensare il pensiero di Nisargadatta Maharaj nel cosiddetto ‘Grande Verdetto’: Tat tvam asi, “Tu Sei Quello”.
Nisargadatta Maharaj ci ha dimostrato che è possibile avvicinarsi alla Pura Essenza coltivando la costante ‘spoliazione’ degli strati egoici che incrostano la personalità e che ne determinano l’identificazione distorta con la coscienza.
Siamo pietre preziose, lucenti, ma ricoperte di incrostazioni che ci impediscono di brillare. Solo rimuovendo questa patina torneremo al nostro splendore originario: il primo passo è comprenderlo e il secondo è abbracciare la sfida.
Ne va della nostra libertà interiore.
L’autorealizzazione come esplosione della realtà
Non ci si accosta per gradi. Accade ed è irreversibile. Ruoti in una nuova dimensione, dalla quale i vecchi abiti mentali appaiono vuote astrazioni.
Come al sorgere del sole si vedono le cose come sono, così, nell’autorealizzazione, tutto si mostra com’è, il mondo delle illusioni è lasciato alle spalle.
Non è l’esperienza della realtà, bensì dell’armonia dell’universo.
La realtà non è il risultato di un processo; è un’esplosione.
Quando esplode la realtà in te, puoi chiamarla esperienza o Dio, oppure che è Dio che fa esperienza di te.
Dio ti conosce quando tu conosci te stesso. Dio è tutto ciò che è grande e meraviglioso; io non sono nulla non ho nulla, non posso fare nulla.
Tuttavia tutto viene fuori da me - la sorgente è me; la radice l’origine sono io.
La consapevolezza non è un oggetto da conquistare, perché è già il fondo di ogni esperienza. L’indagine rimuove gli ostacoli, disidentifica dall’irreale e lascia che il reale rientri in sé.
Smetti di dipendere dall’irreale, e il reale rientrerà sofficemente in sé; smetti di immaginare che sei o che fai questo o quello, e scoprirai che la fonte e il fulcro di tutto è dentro di te.
A quel punto amerai, e sarà un grande afflato, senza scelta, predilezione o attaccamento, la forza che rende tutte le cose care, e degne d’amore.
conosci te stesso 7. insegnamenti di Nisargadatta maharaj.
La lettura di I Am That non è solo una lettura, ma un compagno di viaggio che può guidarci verso una trasformazione interiore duratura.
Le parole di Nisargadatta Maharaj sono un invito costante a risvegliarsi dal sogno dell’identificazione personale e a riconoscere la nostra vera natura come pura consapevolezza.
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