Dedichiamo la catechesi di oggi a un’opera di misericordia che tutti conosciamo molto bene, ma che forse non mettiamo in pratica come dovremmo: sopportare pazientemente le persone moleste. È un’opera di misericordia non facile da attuare. Le persone che in vari modi ci “molestano” non mancano mai.
Molestia è tutto ciò che disturba la nostra quiete, riduce la nostra sicurezza, scompagina i nostri piani. Sopportare pazientemente le persone moleste focalizza la nostra attenzione sulle persone “pesanti” perché ci importunano, ci disturbano, sono sgradevoli. La pazienza è la virtù dei forti.
Che cosa significa sopportare pazientemente le persone moleste
Siamo tutti molto bravi nell’identificare una presenza che può dare fastidio: succede quando incontriamo qualcuno per la strada, o quando riceviamo una telefonata. Subito pensiamo: “Per quanto tempo dovrò sentire le lamentele, le chiacchiere, le richieste o le vanterie di questa persona?”. Succede anche, a volte, che le persone fastidiose sono quelle più vicine a noi: tra i parenti c’è sempre qualcuno; sul posto di lavoro non mancano; e neppure nel tempo libero ne siamo esenti.
C’è indubbiamente una simpatica ironia nella scelta della tradizione cristiana di collocare, praticamente al termine dell’elenco delle opere di misericordia, quella relativa al vissuto più universale e quotidiano che ci sia: chi può dire di non avere qualche persona che gli chiede un esercizio quotidiano di pazienza e sopportazione? Dunque, abbiamo a che fare con la virtù che sostiene il vivere sociale di tutti e di ciascuno, l’opera in assenza della quale la vita si trasformerebbe immediatamente in un inferno insopportabile. Per tutti, credenti e non credenti.
Un'altra opera di misericordia è quella di sopportare pazientemente le persone moleste, cioè le persone che hanno un particolare difetto che ci infastidisce. Anzitutto chiediamoci cosa sia una molestia. Si può trattare di un qualcosa di fisico o di morale. Ma al di là di questo, centriamoci soprattutto di capire se quel che mi infastidisce è più un aspetto soggettivo che oggettivo.
Ricordo un mio confratello che detestava essere vicino a uno che non cantasse bene o fosse stonato. Cosa che a me non dice nulla, anzi pure mi sorprende che possa molestare… qui dipende da ognuno, dalla sua sensibilità. Però c’è la dimensione oggettiva. In effetti ci sono proprio i caratteracci.
Le diverse forme di molestia
Diverse sono le categorie nelle quali possiamo collocare le persone di questo tipo. Ci sono i molesti “dannosi” che procurano solo disagio con la loro invasione, ma soprattutto con la mancanza di rispetto, quelli che fanno discorsi poco attenti alla sofferenza altrui: sono quelli che Giobbe chiama i «consolatori molesti». Ci sono poi i molesti “scomodi”, che disturbano il nostro quieto vivere e i nostri egoismi con le loro richieste di giustizia.
Ci sono i molesti “provocatori” che disturbano con la loro stessa presenza: sono le persone ai margini sociali, una provocazione alla nostra responsabilità. Ci sono poi i molesti che consideriamo “detestabili” in quanto diversi per la loro identità, le loro convinzioni e i loro comportamenti. Sono persone che ci disturbano in vari modi e che cerchiamo di tenere lontane.
La molestia può assumere forme quotidiane e apparentemente insignificanti: la zingara che ci insegue petulante per estorcerci l’elemosina; l’amico che avvia una lunga conversazione telefonica in un momento in cui siamo pressati da urgenze, l’automobilista scortese; i bambini che giocano sotto le finestre impedendoci di riposare; i vicini di casa che litigano a voce alta come fossero in un’isola deserta.
Ma poi ci sono le molestie più pesanti: i giudizi errati e maligni dati sul nostro operato, l’ingratitudine di cui abbiamo beneficato, il pettegolezzo noioso del vicinato. In alcuni momenti tutto sembra congiurare contro la resistenza dei nostri nervi. La sapienza cristiana ci porta a distinguere tra molestia e molestia.
Ci sono molestie che provengono dalla cattiveria umana, altre che sono espressione di maleducazione, altre infine che scaturiscono da strutture sbagliate. Il disturbo dei bambini che giocano, ad esempio, può dipendere dall’assenza di verde pubblico e di spazi per il gioco. Il disturbo dei vicini di casa dipende in buona parte dalle strutture edilizie, progettate all’insegna del massimo risparmio e senza preoccupazione di salvaguardare la privacy.
Le persone moleste nella vita quotidiana
Quante volte i difetti del marito o della moglie diventano per l’uno o l’altro motivo di separazione! Anche solo il dentifricio usato male, il rotolo di carta igienica sempre lasciato vuoto, le scarpe buttate là… Quanto fastidio ci possono causare i nostri parenti, con le loro invadenze e osservazioni, che dobbiamo per forza sorbire sistematicamente nelle feste o ricorrenze importanti.
Certi nonni che ripetono sempre le stesse cose e fanno le stesse domande… E che dire dei vicini di casa? Con certi tonfi che fanno anche nel cuore della notte e che si permettono anche di prendersi un cane che abbaia di continuo!!! Ma è nulla a confronto del posto di lavoro!
Ormai lì è inutile, sono tutti falsi, guai a svelare cose di te, attento a come parli! Quanta competizione, quanto carrierismo, quanto sgomitare, quante maschere troviamo! Quella collega inferma ad esempio, è troppo esigente, non è mai contenta, si lagna continuamente, benché a torto; quell'altra è fastidiosa, trova a ridire su tutto, niente va mai bene per lei; questa ha un carattere sofistico e altero; l'altra usa villanie; quell'altra fa il broncio e non parla…
Le persone insicure, ansiose, fragili psicologicamente, bisognose di essere ascoltate, per chiarirsi interiormente, si incontrano ad ogni passo e in ogni ambiente. Parla delle cose sue, di fatti banali, insignificanti. Il colloquio talvolta è solo un pretesto, per spezzare la sua insopportabile solitudine.
Le persone sole sono una moltitudine: ci sono anziani che si sentono e sono considerati inutili, perché improduttivi; ci sono persone con handicap fisici e psichici e ci sono i loro familiari, anch’essi emarginati; ci sono individui accasciati da disgrazie, che lentamente sono diventati misantropi, scontenti. La cosa più importante nella vita è la persona, è l’avviare un dialogo, l’aprire un rapporto.
La pazienza secondo la fede cristiana
Perché tra le opere di misericordia è stata inserita anche questa? Sopportare pazientemente le persone moleste? Nella Bibbia vediamo che Dio stesso deve usare misericordia per sopportare le lamentele del suo popolo. Ad esempio nel libro dell’Esodo il popolo risulta davvero insopportabile: prima piange perché è schiavo in Egitto, e Dio lo libera; poi, nel deserto, si lamenta perché non c’è da mangiare (cfr 16,3), e Dio manda le quaglie e la manna (cfr 16,13-16), ma nonostante questo le lamentele non cessano.
Mosè faceva da mediatore tra Dio e il popolo, e anche lui qualche volta sarà risultato molesto per il Signore. Ma Dio ha avuto pazienza e così ha insegnato a Mosè e al popolo anche questa dimensione essenziale della fede. Chi compie quest’opera è simile a Dio: “Non sono io che uso pazienza e chiudo un occhio?” (Is 57,11); “È forse stanca la pazienza del Signore?” (Mi 2,7).
“Ti prendi gioco della…sua pazienza, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione?” (Rm 2,4); “Il Signore usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2 Pt 3,9); “Dio…ha sopportato con grande pazienza vasi di collera” (Rm 9,22; cfr 3,25-26).
La pazienza e la dolcezza sono stati sempre importanti insegnamenti di Gesù “A chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Da’ a chi ti domanda, e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle” (Mt 5,40-42).
Una virtù che altro non è se non la traduzione di quell’amore per il nemico che Gesù non ha mai smesso di ordinare a chi vuol essere suo discepolo (cfr Mt 5,38-48). La pazienza implica un “patire” che porterà frutto, perché nasce dall’amore.
Gesù e la pazienza con i discepoli
Guardiamo soprattutto a Gesù: quanta pazienza ha dovuto avere nei tre anni della sua vita pubblica! Una volta, mentre era in cammino con i discepoli, fu fermato dalla madre di Giacomo e Giovanni, la quale gli disse: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno» (Mt 20,21).
La mamma faceva la lobby per i suoi figli, ma era la mamma … Anche da quella situazione Gesù prende spunto per dare un insegnamento fondamentale: il suo non è un regno di potere, non è un regno di gloria come quelli terreni, ma di servizio e donazione agli altri. Gesù insegna ad andare sempre all’essenziale e a guardare più lontano per assumere con responsabilità la propria missione.
Potremmo vedere qui il richiamo ad altre due opere di misericordia spirituale: quella di ammonire i peccatori e quella di insegnare agli ignoranti. Pensiamo al grande impegno che si può mettere quando aiutiamo le persone a crescere nella fede e nella vita. Accompagnare nella ricerca dell’essenziale è bello e importante, perché ci fa condividere la gioia di gustare il senso della vita.
Spesso ci capita di incontrare persone che si soffermano su cose superficiali, effimere e banali; a volte perché non hanno incontrato qualcuno che le stimolasse a cercare qualcos’altro, ad apprezzare i veri tesori. Insegnare a guardare all’essenziale è un aiuto determinante, specialmente in un tempo come il nostro che sembra aver perso l’orientamento e inseguire soddisfazioni di corto respiro.
Insegnare a scoprire che cosa il Signore vuole da noi e come possiamo corrispondervi significa mettere sulla strada per crescere nella propria vocazione, la strada della vera gioia. Così le parole di Gesù alla madre di Giacomo e Giovanni, e poi a tutto il gruppo dei discepoli, indicano la via per evitare di cadere nell’invidia, nell’ambizione, nell’adulazione, tentazioni che sono sempre in agguato anche tra noi cristiani.
La pazienza non è passività
La difficoltà di questa opera di misericordia sta nella virtù della pazienza, che non è qualcosa di puramente passivo, che ci fa accettare tutto senza muovere un dito o dire una parola. La pazienza ci invita a sostenere l’urto delle molestie (persone o situazioni), ma anche a resistere di fronte all’ostilità e a non rinunciare a lottare contro ciò che non è solo “molestia” ma vera e propria ingiustizia.
Le altre opere di misericordia ci invitano ad “agire”. Questa sembra solo passiva. Ma non è così. Sopportare indica sforzo, attività, resistenza, controllo, speranza che le cose cambino, facendo quello che è possibile perché questo avvenga.
Sostenere una persona molesta, con i suoi difetti è difficile, ci indispone perché è come se frantumasse un nostro progetto, impedendoci di fare quello che vogliamo, che programmiamo e che riteniamo giusto. Luigina Tomiola ci ricorda che sopportare non è un agire passivo ma è una risposta attiva, un gesto accogliente e rispettoso che presume di rimanere in equilibrio, controllando gli impulsi per aiutare chi questo equilibrio lo ha perso.
Uno stile che gioca su due virtù: anzitutto quella si saper “sopportare”, verbo che deriva da un’espressione greca che significa “rimanere saldi”, “portare il peso”, quel peso rappresentato da quanti incontriamo e mostrano la loro inadeguatezza e debolezza; e poi la virtù della “pazienza” che a sua volta è la traduzione di un altro termine greco che si potrebbe tradurre con “magnanino”, “dall’animo grande”, “capace di guardare oltre le singole fragilità, i singoli fallimenti”.
Lungi dall’essere sinonimo di debolezza, la pazienza è forza nei confronti di se stessi, capacità di non agire in modo affrettato, attesa dei tempi dell’altro, capacità di supportare l’altro, di sostenerlo e portarlo. Questa opera è l’unica a inglobare un avverbio, “pazientemente”, ad indicare una durata e continuità, “per molto tempo”.
Quando la pazienza non significa subire un’ingiustizia
Il dovere di sopportare non coincide con il martirio. Il primo dovere è di evitare noi le molestie agli altri, assumendo l’abitudine di interrogarci sui riflessi delle nostre azioni. Un secondo dovere è di impegnarci tutti, per creare una città a misura d’uomo e per alzare il senso civico della comunità e il rispetto delle persone.
Infine dobbiamo accettare i disagi inevitabili. Le piccole croci che scaturiscono dalla convivenza e dalla diversità ci possono aiutare a maturare in umanità. Così come dobbiamo riconoscere che in certe situazioni la pazienza smette di essere una virtù tutte le volte che diventa tolleranza di un sopruso, incapacità di dire “no” di fronte al perpetuarsi di una violenza, di un abuso.
La pazienza ci invita a sostenere l’urto delle molestie (persone o situazioni), ma anche a resistere di fronte all’ostilità e a non rinunciare a lottare contro ciò che non è solo “molestia” ma vera e propria ingiustizia. Tutto questo per dire che la pazienza è un’arte che non ha nulla a che fare con il subire passivamente.
Quella di cui parliamo è piuttosto la paziente ma libera sopportazione nei confronti di chi è fastidioso, antipatico, noioso, lento. “A quelli che vi molestano - ci consiglia Anselm Grün - non date così tanto potere. Restate saldi. Mostrate capacità di resistenza. Non crollate! Rimanete in piedi, senza lasciavi piegare.
Al fratello molesto, alla sorella fastidiosa è concesso essere come sono, ma non fatevi condizionare da loro. State dalla loro parte, ma non portate per intero il loro peso, perché spetta a loro doverlo portare. Aiutateli a portarlo, perché abbiano il loro posto nella comunità, ma non lasciate che la comunità sia determinata da loro: ciò la schiaccerebbe e basta».
Come comportarsi con le persone moleste
E allora che fare con le persone moleste? Se c’è la speranza che le persone che ci “molestano” possano cambiare, può essere sufficiente farlo notare agli interessati, dire loro che ci disturbano, che così non si fanno degli amici, che tutto ciò complica la loro vita e le relazioni con gli altri. Altre volte non ci resta che prendere le distanze, o far capire loro in modo chiaro che ci sono dei limiti, dei “confini” da rispettare.
Una terza via è quella di sopportare la persona così com’è. È quello che suggerisce san Paolo: «Portate i pesi gli uni degli altri». Ma questo ci ricorda che anche noi possiamo essere “molesti” per gli altri. E quindi la sopportazione deve essere reciproca.
Del resto sia le famiglie, che le amicizie, che le comunità resistono solo così. Chi tollera è bravissimo ma magari non vede l’ora che la persona in questione se ne vada. Chi sopporta, offre a Dio con amore il fastidio, il dolore, il male che sente.
Questo ce lo dice tale e quale san Paolo: “Portate pazientemente gli uni i pesi degli altri per amore”. Le due parole chiave sono: “pazientemente” e “per amore”. Non è scontato ma bisogna sopportare e offrire.
Ma certamente non è questo l’unico comportamento plausibile. Se ci sono problemi oggettivi, se il comportamento altrui è davvero dannoso per me, allora qui entra in gioco al “santa furbizia” di Papa Francesco, riferita ai Magi, che seppero evitare un vero problema: il re Erode.
Un aspetto della luce che ci guida nel cammino della fede è anche la santa “furbizia”. E’ una anche virtù questa, la santa “furbizia”. Si tratta di quella scaltrezza spirituale che ci consente di riconoscere i pericoli ed evitarli.
I Magi seppero usare questa luce di “furbizia” quando, sulla via del ritorno, decisero di non passare dal palazzo tenebroso di Erode, ma di percorrere un’altra strada. Il mondo, la mentalità comune, in genere dinanzi a questi problemi e a queste persone ci invita a starne alla larga, a evitarle o nel migliore dei casi a tollerarle.
Sopportazione, tolleranza e rispetto dei confini
La tolleranza di per sé è un valore ma non si equiparerà mai a quel che il Signore ci chiede invece con questa opera di misericordia. Rimane troppo orizzontale invece di aprirsi a quel che il Signore vuole dirci attraverso queste persone.
La paziente sopportazione non elimina la necessità di riconoscere i limiti. Altre volte non ci resta che prendere le distanze, o far capire loro in modo chiaro che ci sono dei limiti, dei “confini” da rispettare. Restate saldi. Mostrate capacità di resistenza.
State dalla loro parte, ma non portate per intero il loro peso, perché spetta a loro doverlo portare. Aiutateli a portarlo, perché abbiano il loro posto nella comunità, ma non lasciate che la comunità sia determinata da loro: ciò la schiaccerebbe e basta.
Il dovere di sopportare non coincide con il martirio. La pazienza smette di essere una virtù tutte le volte che diventa tolleranza di un sopruso, incapacità di dire “no” di fronte al perpetuarsi di una violenza, di un abuso.
L’esame di coscienza e la conversione dello sguardo
Viene quindi spontanea una prima domanda: facciamo mai l’esame di coscienza per vedere se anche noi, a volte, possiamo risultare molesti agli altri? È facile puntare il dito contro i difetti e le mancanze altrui, ma dobbiamo imparare a metterci nei panni degli altri.
L’esigenza di consigliare, ammonire e insegnare non ci deve far sentire superiori agli altri, ma ci obbliga anzitutto a rientrare in noi stessi per verificare se siamo coerenti con quanto chiediamo agli altri. Non dimentichiamo le parole di Gesù: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?» (Lc6,41).
Non dobbiamo dimenticare che, a volte, le persone ci risultano moleste perché, in qualche modo, risvegliano dentro di noi qualcosa di “molesto” che ci abita e che in qualche modo avevamo rimosso e dimenticato. E ciò che ci molesta sono spesso i nostri limiti e le nostre fragilità.
La sopportazione paziente dell’altro che è sentito come fastidioso va di pari passo con la pazienza verso noi stessi. Saper resistere di fronte alle “molestie” e alle sofferenze della vita, saperle affrontare e sopportare “attivamente”, anche con l’aiuto degli altri (e di un Altro), può portare a scoprire in noi delle forze che non credevamo di avere e a diventare persone migliori.
Già, ma quando una persona è sentita come molesta? Quando e perchè ci disturba? Quando sentiamo che una persona è insopportabile? Perchè un determinato comportamento di una persona ci infastidisce?
E non è che di fronte al fastidio che una persona genera in noi, in realtà ci stiamo come rivelando a noi stessi per scoprire di essere piuttosto noi gli intolleranti, gli schizzinosi, i presuntuosi? E non è che l’incontro con persone difficili da sopportare diventa una strategia attraverso cui il Signore Gesù ci chiede un lavoro su di noi per imparare a conoscere e ad amare il nemico che è in noi, ciò che in noi è molesto, ciò che è insopportabile a noi stessi e che Dio, in Cristo, ha sopportato pazientemente amando noi in modo incondizionato?
L’esempio dei santi e la pratica della pazienza
Ci sono stati santi che hanno vissuto in modo egregio questa opera di misericordia. Penso ora a Santa Teresina. Lei racconta due particolari di come ha affrontato una molestia oggettiva che riceveva nel suo monastero.
Ogni giorno, una sua consorella, al momento di lavare i vestiti presso la fontana, la spruzzava sempre. Lei si impose di non dirle nulla. Un’altra invece, sua vicina in cappella, aveva una specie di tic per cui faceva un rumore continuo e fastidioso con la sua bocca.
Anche in quel caso lei si impose di non sbottare mai, di non prendersela. S. Bernardo diceva che se in una comunità o in una casa non ci fosse qualche persona fastidiosa da sopportare, bisognerebbe andare a cercarla e pagarla anche a peso d’oro…
La pazienza è una virtù che si esercita nella concretezza delle relazioni, nella famiglia, nelle amicizie, nelle comunità e nel lavoro. La pazienza e la dolcezza sono stati sempre importanti insegnamenti di Gesù.
La pazienza nella Sacra Scrittura
Il biblista ci ricorda anche che chi sopporta con pazienza le persone moleste ascolta la Parola di Dio. “L’iracondo commette sciocchezze, il riflessivo sopporta” (Pr 14,17). “Guai a voi che avete perduto la pazienza; che farete quando il signore verrà a visitarvi?” (Sir 2,14).
“Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace e pazienza” (Gal 5,22). “La prova della vostra fede produce la pazienza” (Gc 1,3-4). “Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata” (Rm 5,3).
“Noi che siamo forti abbiamo il dovere di sopportare l’infermità dei deboli” (Rm 15,1). “Vi esorto a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore” (Ef 4,1-2).
“Rivestitevi dunque…di sentimenti di misericordia…, di mansuetudine, di pazienza” (Col 3,12). “Ma tu, uomo di Dio…, tendi alla…carità, alla pazienza, alla mitezza” (1 Tim 6,11).
“Tu invece mi hai seguito da vicino nell’insegnamento…, nella magnanimità, nell’amore del prossimo, nella pazienza” (2 Tim 3,10). “I vecchi siano sobri, dignitosi, assennati, saldi nella fede, nell’amore e nella pazienza” (Tt 2,2). “La carità tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Cor 13,7).
Il Signore diriga i vostri cuori nell’amore di Dio e nella pazienza di Cristo (2 Ts 3,5). Prendete, o fratelli, a modello di sopportazione e di pazienza i profeti che parlano nel nome del Signore (Gc 5,10).
Noi chiamiamo beati quelli che hanno sopportato con pazienza. Avete udito parlare della pazienza di Giobbe e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore (Gc 5,11).
Portare i pesi gli uni degli altri
Ma questo ci ricorda che anche noi possiamo essere “molesti” per gli altri. E quindi la sopportazione deve essere reciproca. La misericordia è amore concreto e visibile. Si esprime attraverso opere che rispondono ai bisogni, vecchi e nuovi, delle persone.
Le opere di misericordia spirituale ci invitano a prestare attenzione, in particolare, alla qualità dei nostri rapporti quotidiani con le persone. È un’opera di misericordia non facile da attuare. Non bisogna, però, perdere l’attenzione sulla “pazienza” che ci viene consigliata, e sulla sofferenza che tutto ciò può comportare.
La pazienza ci invita a sostenere l’urto delle molestie, ma anche a resistere di fronte all’ostilità e a non rinunciare a lottare contro ciò che non è solo molestia ma vera e propria ingiustizia. Sopportare indica sforzo, attività, resistenza, controllo, speranza che le cose cambino, facendo quello che è possibile perché questo avvenga.
Le famiglie, le amicizie e le comunità resistono attraverso la reciprocità. Portare il peso dell’altro non significa cancellare la sua responsabilità, ma aiutarlo a portarlo perché possa avere il suo posto nella comunità.
La misericordia come stile di relazione
È stata una grande la saggezza quella che ha condotto i padri della chiesa a porre questa opera come sigla finale, come sigillo che se non riassume tutte le altre, nondimeno le lega con un fiocco rosso senza il quale non riuscirebbero a trovare unitarietà.
Ascoltate questa citazione di sant’Agostino che papa Benedetto XVI ha inserito nella sua seconda enciclica dedicata alla speranza: « [Agostino] una volta descrisse così la sua quotidianità: “Correggere gli indisciplinati, confortare i pusillanimi, sostenere i deboli, confutare gli oppositori, guardarsi dai maligni, istruire gli ignoranti, stimolare i negligenti, frenare i litigiosi, moderare gli ambiziosi, incoraggiare gli sfiduciati, pacificare i contendenti, aiutare i bisognosi, liberare gli oppressi, mostrare approvazione ai buoni, tollerare i cattivi e [ahimè!] amare tutti”. “È il Vangelo che mi spaventa” - quello spavento salutare che ci impedisce di vivere per noi stessi e che ci spinge a trasmettere la nostra comune speranza ». (Spe salvi n. 19).
E non poter vivere per noi stessi significa imparare uno stile di relazione con gli altri che passa anche attraverso quelle che la spiritualità cristiana chiama “persone moleste”. La difficoltà di questa opera di misericordia sta nella virtù della pazienza, che non è qualcosa di puramente passivo, che ci fa accettare tutto senza muovere un dito o dire una parola.
Lo Spirito Santo ci aiuti ad essere pazienti nel sopportare e umili e semplici nel consigliare. Quando ho piantato il mio dolore nel campo della pazienza, mi ha dato il frutto della felicità.

che cos'è la pazienza? Don Luigi Maria Epicoco
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