Nel buddhismo rituale i “semi” indicano i potenziali presenti nella mente e nella natura di Buddha, che possono essere coltivati attraverso consapevolezza, meditazione, comportamento etico e pratiche tantriche.
Un potenziamento tantrico, conosciuto anche come un’iniziazione o wang in tibetano, è una cerimonia che attiva il nostro potenziale per diventare un buddha. Fa questo stimolando i nostri fattori della natura di Buddha (i materiali di lavoro fondamentali che noi tutti abbiamo i quali possono trasformare il nostro corpo, parola, mente, azioni, e buone qualità ordinarie in quelli di un Buddha), aiutandoli a svilupparsi ulteriormente, e piantando altri “semi” di potenziale.
Il significato dei semi nel buddhismo
Nel buddhismo da sempre si parla dei semi della mente, detti in sanscrito Klesha. In ognuno di noi sono presenti molteplici semi, generati da quello che è il nostro vissuto. Questi semi, una volta piantati e cresciuti, hanno il potere di condizionare le nostre azioni, il nostro modo di agire e di essere.
Sono questi che ci “fanno” così come siamo. L’erronea convinzione è che siamo così e non possiamo cambiare. Eppure, in tutti i campi, è possibile cambiare le coltivazioni, creando spazio per nuove colture anche tagliando via gli alberi.
Lo stesso possiamo farlo con la nostra coscienza: impariamo a piantare nuovi semi, grazie alla costante pratica. Basta iniziare a cambiare il nostro punto di vista, alimentare quelle che sono le cose positive che sono dentro di noi.

Coltivare o abbandonare i semi mentali
Se prestiamo attenzione solo a ciò che dentro di noi c’è di negativo, ad esempio rimuginiamo sulle ferite del passato, o su ciò che avremmo voluto o desiderato fare, allora stiamo nutrendo dei semi negativi di astio, rabbia e rancore.
Ci stiamo solo crogiolando nei nostri dolori e piangendoci addosso. Stiamo creando da soli il nostro inferno. Al contrario, dobbiamo innaffiare le qualità positive che sono dentro di noi.
Ad esempio, se iniziamo a praticare la compassione in consapevolezza, il suo seme diverrà giorno dopo giorno più forte. Diventerà col tempo una potente energia.
Praticando la compassione, il suo germoglio crescerà fino a diventare così grande da non lasciare spazio ai semi negativi. Questo vuol dire che non bisogna combattere le nostre accezioni negative, ma imparare a coltivare quelle positive.
Grazie alla pratica della consapevolezza, riusciamo gradualmente a riconoscere i semi da coltivare e quelli da abbandonare. Tale modo di agire non significa che ignoriamo la sofferenza, ma che permettiamo ai semi positivi di sconfiggerla, imparando a prendere il meglio di noi.
La natura di Buddha e i suoi fattori
I fattori che tutti noi abbiamo includono:
- Caratteristiche in evoluzione della natura di buddha, fattori che possono essere stimolati a crescere, come le nostre reti di forza o potenziale positivo, e la nostra consapevolezza profonda.
- Queste sono spesso tradotte come le nostre “collezioni di merito e saggezza”.
- Caratteristiche dimoranti della natura di buddha, fattori che rimangono sempre gli stessi in tutte le fasi della nostra evoluzione, ovvero la vacuità dei nostri continua mentali, che consentono effettivamente la trasformazione.
- Secondo alcune tradizioni, è inclusa anche la natura convenzionale della nostra attività mentale.
A prescindere da quanto oscure possano sembrare, tutte le persone hanno al loro interno proprio gli strumenti necessari per ottenere l’illuminazione. Nel Buddhismo, le iniziazioni tantriche ci aiutano a svelare questi strumenti, consentendo loro di spargere i semi della nostra futura illuminazione.
Il contesto degli insegnamenti buddhisti
Dopo aver raggiunto l’Illuminazione il Buddha impartì numerosi insegnamenti, in accordo alle predisposizioni dei suoi vari discepoli, con l’unico scopo di individuare la via più adatta per ognuno per raggiungere l’Illuminazione.
Come risultato il Buddhismo oggi offre un insieme molto vasto di insegnamenti che costituiscono un versatile gruppo di metodi e tecniche per sviluppare qualità della propria mente fino a raggiungere l’Illuminazione.
L’enfasi maggiore nella dottrina buddhista è infatti rivolta alla comprensione e al controllo della propria mente, e di conseguenza delle proprie azioni, e allo sviluppo della saggezza.
Per questo motivo la filosofia buddhista comprende un vero e proprio sistema psicologico che, combinato con le tecniche di meditazione, forma quella che spesso viene chiamata “La Scienza della Mente Buddhista”.
Le Quattro Nobili Verità e la trasformazione della mente
L’intero corpus degli insegnamenti buddhisti è comunque compreso nel primo insegnamento che il Buddha impartì a Sarnath, nel parco delle Gazzelle (anche nell’iconografia buddhista questo avvenimento è stato sin dalle origini ricordato con simboli che ancora oggi si ritrovano nei paesi buddhisti, come le gazzelle accovacciate ai due lati della Ruota del Dharma che ricordano appunto il Parco di Jetavatana in cui la ruota iniziò a girare): l’Insegnamento delle Quattro Nobili Verità, le realtà esperienziali sperimentate dal Buddha stesso.
La Nobile Verità della sofferenza
Nel primo punto del suo insegnamento il Buddha espose con chiarezza la situazione di sofferenza caratteristica del nostro stato di esistenza, che comprende la sofferenza della malattia, dell’invecchiamento, della povertà, della morte e molte altre.
Va compreso correttamente il motivo per cui il buddhismo pone come stadio fondamentale allo sviluppo spirituale la consapevolezza del proprio stato di sofferenza. L’obiettivo del sentiero spirituale buddhista è quello di raggiungere la completa liberazione dalla sofferenza.
Tale liberazione, però, avviene tramite lo sforzo personale di seguire i metodi proposti dal Buddha, per cui è necessario avere una decisa motivazione a raggiungere tale liberazione.
Una forte motivazione, infine, si ottiene solo sulla base di una chiara consapevolezza dello stato che si vuole abbandonare. Per questo è necessario riconoscere il proprio stato di sofferenza, senza farsi cogliere da atteggiamenti nichilisti o pessimisti, ma rimanendo realisti riguardo la propria situazione.
La Nobile Verità della causa della sofferenza
Una volta compresa la propria situazione di sofferenza è necessario indagare sull’origine di quest’ultima. In tale contesto la filosofia buddhista individua l’origine della sofferenza sulla base della legge di causa ed effetto, per la quale qualsiasi fenomeno o qualsiasi situazione ci si trovi a sperimentare dipende da azioni intraprese in precedenza.
Sulla base del principio filosofico fondamentale della legge di causa ed effetto il buddhismo deriva gran parte della sua dottrina utilizzando una disquisizione logica rigorosa ed elaborata, in modo del tutto simile all’approccio tipico della scienza occidentale.
Il risultato di tale analisi è che l’origine principale delle nostre sofferenze risiede nei cosiddetti veleni mentali, tra i quali il principale è l’ignoranza, cioè la non conoscenza del reale modo di esistenza di tutti i fenomeni.
Da questo tipo di ignoranza discendono gli altri veleni mentali, che possono essere raggruppati in: odio, attaccamento, invidia, orgoglio e dubbio.
Sulla base di queste predisposizioni mentali negative vengono poi compiute le azioni negative di corpo e parola, come ad esempio rubare, uccidere, avere una condotta sessuale scorretta, mentire, calunniare o usare parole che provocano sofferenza o portano a conflitti.
Dato che risalendo a ritroso nella nostra vita, fino al momento della nascita, tutte le situazioni che sperimentiamo dipendono, oltre che dalle condizioni contingenti, anche da una causa fondamentale posta in precedenza, è necessario asserire l’esistenza di vite precedenti alla nostra nascita, per non cadere in una contraddizione logica.
Il buddhismo pertanto sostiene, sulla base della legge fondamentale di causa ed effetto, che ogni individuo è costretto in un ciclo continuo di morte e rinascita (in sanscrito Samsara), dove sperimenta un grado di sofferenza dipendente dalle azioni da lui compiute in precedenza.
Tale principio è indicato con il termine Karma, che significa azione.
La Nobile Verità della cessazione della sofferenza
La realizzazione della seconda Nobile Verità, che individua per ogni sofferenza una causa, è di fondamentale importanza nel processo verso la liberazione dalla sofferenza: infatti dal momento che la sofferenza ha una causa, consegue che rimuovendo tale causa si estinguerà anche la sofferenza corrispondente.
Su questo principio si basa quindi la giustificazione dell’intero sentiero spirituale buddhista, che si focalizza sulla rimozione di tutte le cause della sofferenza per ottenere la liberazione.
La Nobile Verità del sentiero per la liberazione dalla sofferenza
Nell’ultima parte del suo insegnamento il Buddha espose il metodo vero e proprio per raggiungere la liberazione dalla sofferenza.
Tale sentiero, anche noto come “La Via di Mezzo”, evita i due estremi: l’estremo della ricerca della felicità attraverso la mera soddisfazione dei piaceri sensoriali e l’estremo dell’automortificazione delle diverse forme di ascetismo.
In estrema sintesi l’intero percorso spirituale buddhista, suddiviso in otto aspetti fondamentali (Retta Comprensione, Retto Pensiero, Retta Parola, Retta Azione, Retta Condotta di vita, Retto Sforzo, Retta Consapevolezza e Retta Concentrazione), indirizza il praticante verso l’abbandono di tutte le azioni negative di corpo, parola e mente, eliminando tutti i veleni della mente e coltivandone tutti gli aspetti positivi.

Bodhicitta, compassione e semi positivi
Come già accennato in precedenza, nell’ambito delle scuole buddhiste del “Grande Veicolo” vi è grande enfasi nella motivazione altruistica di raggiungere l’Illuminazione, esclusivamente per il beneficio degli altri esseri.
Tale tipo di motivazione pone le sue basi sullo sviluppo dell’equanimità, della compassione e dell’amore. Equanimità significa stemperare la nostra visione distorta che distingue tra amici e nemici, simpatici e antipatici e così via, comprendendo che tutti gli esseri viventi sono uguali tra loro, avendo lo stesso desiderio di felicità e la stessa repulsione per la sofferenza.
Essi sono pertanto ugualmente degni del nostro aiuto e della nostra attenzione. Compassione significa aspirare alla completa liberazione di tutti gli esseri dalla sofferenza, mentre amore significa desiderare la felicità per tutti gli esseri.
Coltivando l’aspirazione di essere noi in prima persona a liberare tutti gli esseri dalla sofferenza e a donare loro la felicità e comprendendo che saremo in grado di fare questo solo una volta Illuminati, sorge la motivazione di raggiungere la completa Illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri.
Tale motivazione è indicata con il termine sanscrito di Bodhicitta, che significa Mente dell’Illuminazione. La motivazione di Bodhicitta è sostenuta e coltivata dalla pratica delle sei perfezioni (Paramita): generosità, moralità, pazienza, sforzo entusiastico, concentrazione e saggezza.
Una descrizione dettagliata del sentiero buddhista richiederebbe una trattazione molto più elaborata, ma come dice spesso S.S. il Dalai Lama, la sua essenza consiste nell’essere il più possibile di beneficio per tutti gli esseri viventi o almeno, se non si può essere loro di beneficio, di non danneggiarli.
Il potenziamento tantrico come rituale di attivazione
Per ricevere un potenziamento, è necessario non soltanto un maestro tantrico pienamente qualificato, ma abbiamo anche bisogno di essere correttamente preparati e ricettivi, e partecipare attivamente nelle procedure.
Una preparazione appropriata significa che innanzitutto abbiamo dato una direzione sicura alla nostra vita (“prendere rifugio”): ciò significa che stiamo andando attivamente nella direzione mostrata dai Buddha, dal Dharma, e dall’Arya Sangha altamente realizzato.
Sebbene il Dharma si riferisca al livello convenzionale agli insegnamenti buddhisti, al livello più profondo si riferisce a quello che otteniamo seguendo tali insegnamenti.
Otteniamo lo stato in cui tutte le nostre sofferenze e le loro cause sono state totalmente sradicate per sempre dai nostri continua mentali, e tutte le realizzazioni che derivano da questi stati e li generano riempiono invece le nostre menti.
I buddha sono coloro che hanno nei loro continua mentali, in maniera integrale, questi veri arresti (vere cessazioni) e questi veri sentieri della mente (vere comprensioni che portano a questi arresti e che derivano da questi arresti, “veri sentieri”).
L’Arya Sangha sono coloro che li hanno in parte.
Le condizioni interiori per l’iniziazione
In aggiunta a questa direzione sicura, abbiamo anche bisogno di avere un certo livello di “rinuncia”, la forte determinazione ad essere liberi dall’incontrollabile rinascita ricorrente (il samsara).
Quando siamo determinati ad essere liberi da questo, siamo assolutamente disposti ad abbandonare la vera sofferenza e le sue vere cause che rendono limitati in ciascuna rinascita i nostri corpi, la parola, le menti, le attività, e le buone qualità.
Inoltre, per attivare effettivamente i potenziali della nostra natura di Buddha, abbiamo bisogno di avere un livello minimo di un obiettivo del bodhicitta, in cui ci concentriamo sul nostro stato individuale di illuminazione che non è ancora avvenuto, ma che può avvenire sulla base della nostra natura di buddha.
Il nostro obiettivo è di raggiungere questo stato, e la ragione per fare così è per essere in grado di aiutare al massimo tutti gli altri a ottenere la liberazione dalle loro incontrollabili rinascite ricorrenti, e raggiungere anche l’illuminazione.
Un obiettivo del genere è basato sull’avere lo stesso amore e compassione intense per ognuno e prendersi la responsabilità universale di aiutarli tutti.
Infine, abbiamo bisogno di una comprensione della vacuità: noi, gli altri, il samsara, la liberazione, l’illuminazione e così via sono tutti “primordialmente” privi di un’esistenza in modi impossibili.
Nessuno di loro esiste in modo isolato, indipendentemente da cause, effetti, categorie concettuali e ogni altra cosa. È anche necessario avere una comprensione di base su come il tantra ci porterà effettivamente all’illuminazione, e avere fiducia nei suoi metodi e nell’abilità del nostro maestro di guidarci in questi metodi.
Voti e disciplina etica
Durante un potenziamento in una qualunque delle quattro classi del tantra, prendiamo i voti del bodhisattva, e per le due classi superiori, prendiamo anche i voti tantrici.
- Voti del bodhisattva, per evitare comportamenti che ci impedirebbero di aiutare gli altri al massimo.
- Voti tantrici, per evitare comportamenti e modi di pensare che ostacolerebbero il nostro successo nella pratica tantrica.
Per ricevere questi voti, dobbiamo accettarli consapevolmente con la ferma intenzione di fare del nostro meglio per mantenerli fino al nostro conseguimento dell’illuminazione.
La base per la capacità di mantenerli è il nostro addestramento nell’autodisciplina etica ottenuto tramite il mantenimento di un certo livello dei voti per la liberazione individuale (voti pratimoksha), per esempio i voti laici di astenersi dall’uccidere, dal rubare, dal mentire, dal prendere agenti intossicanti [alcool, droghe, ecc.], e abbandonarsi a comportamenti sessuali inappropriati per l’ottenimento della liberazione.
La struttura simbolica del rituale
Il rituale del potenziamento contiene molte parti, ognuna delle quali comporta visualizzazioni complesse del nostro maestro tantrico come una figura di Buddha (yidam), del nostro ambiente come il palazzo del mandala, e di noi stessi come varie figure di Buddha che rappresentano il nostro futuro stato illuminato che intendiamo conseguire con il bodhicitta.
Anche se non possiamo visualizzarli chiaramente, abbiamo bisogno almeno di sentire che il nostro maestro tantrico, noi stessi, e l’ambiente siano in queste forme pure.
In ciascuna fase del potenziamento, abbiamo anche bisogno di immaginare che stiamo provando uno stato beato della mente concentrato sulla vacuità.
Anche se non siamo in grado di farlo molto bene, è necessario almeno pensare che nulla di quanto sta accadendo esista indipendentemente dall’avere cause, effetti, parti, e dall’essere ciò a cui si riferiscono le parole e i concetti.
Quando ci ricordiamo questo fatto della loro vacuità, dobbiamo sentirci felici che questo sia il caso. Questa esperienza conscia di una beata consapevolezza della vacuità è quello che effettivamente attiva i nostri fattori in evoluzione della natura di Buddha, li stimola a crescere ulteriormente, e pianta più “semi” di potenziale.
Pertanto, dobbiamo fare del nostro meglio per generare uno stato mentale del genere. In questo modo, riceveremo effettivamente il potenziamento, invece di essere semplicemente presenti.

Il permesso successivo e la continuità della pratica
Dopo aver ricevuto un potenziamento nella pratica di una particolare figura di Buddha, potremmo inoltre ricevere un rituale noto come “permesso successivo” (jenang).
Come il mio maestro principale Tsenciab Serkong Rinpoche era solito spiegare, se un potenziamento è come ricevere una spada, il permesso successivo è simile al renderla affilata.
Durante questo rituale, riaffermiamo i nostri voti e sperimentiamo un’ulteriore ispirazione del nostro corpo, parola, mente, e di tutti e tre integrati insieme.
Nella tradizione Gelugpa possiamo facilmente cogliere la differenza tra un potenziamento e il permesso successivo: il primo viene dato sulla base di una rappresentazione del palazzo del mandala situato accanto al maestro tantrico, mentre il secondo viene dato con una torma (torta a forma di cono), visualizzata come la figura di Buddha.
Avendo ricevuto un potenziamento, siamo autorizzati a immaginarci nella forma della figura di Buddha.
Secondo Tsongkhapa, se riceviamo soltanto un permesso successivo senza aver mai ricevuto prima un potenziamento completo, ci è permesso soltanto di immaginare la figura davanti a noi durante la nostra pratica meditativa.
Ma se abbiamo ricevuto un potenziamento nella stessa classe, o in una classe superiore, come quella della figura di Buddha, allora anche se non abbiamo ricevuto prima un potenziamento per quella specifica figura di Buddha, tuttavia abbiamo il permesso di immaginarci nella sua forma.
Partecipazione e impegno rituale
Sia che riceviamo un potenziamento o un permesso successivo, accettiamo felicemente qualunque impegno di pratica che ci dà il nostro maestro tantrico.
Dopotutto, quella era la nostra intenzione per andarci! Se abbiamo partecipato soltanto come un osservatore neutrale o per le cosiddette “benedizioni” o soltanto per rinfrescare i nostri voti, e non partecipiamo attivamente nelle procedure rituali, non abbiamo l’impegno di praticare quel tantra.
Tuttavia, se siamo di mentalità aperta, riceviamo l’ispirazione ad essere una persona più gentile e saggia nella vita.
Ci sono molti tipi differenti di iniziazioni, e ciascuna delle scuole buddhiste tibetane promuove certe pratiche di divinità, ma il loro obiettivo è lo stesso: di creare un forte legame tra il ricevente, il maestro qualificato, e la figura di Buddha.
Partecipare attivamente in un’iniziazione è l’inizio di un impegno costante a migliorare sé stessi, e lavorare per il beneficio di tutti gli esseri.
Preliminare Iniziazione di Heruka della Tradizione Luipa - giorno 1
Semi, stagioni e immagini rituali della rinascita
La dimensione dei semi può essere collegata anche alla rappresentazione rituale dei cicli della natura, della morte e della rinascita.
Agnese Viviana Perrella (coreografia e ballo) e Gino Sansone (regia e musica) spiegano che la loro azione creativa "ci riconnette al ritmo delle stagioni in cui le energie della Natura muoiono e rinascono circolarmente in abbondanza di forme".
"Per questo motivo lo spettacolo si propone in quattro date diverse nel corso dell'anno, una per stagione, aggiungendo ad ogni rappresentazione un continuum.
L'azione scenica come un rito si svolge all'interno di un cerchio dipinto, detto Enso, il Grande Vuoto, che genera le diecimila cose, semi di ogni vita".
L'azione nelle quattro stagioni evoca anche i quattro elementi vitali: la terra, l'acqua, il fuoco e l'aria contenuti nel grande spazio.
Nel terzo appuntamento di Semi-in-azione, che ci porta all'estate, Kore, ormai divenuta donna-uccello, fugge dagli inferi e mette in scena la "gioia solare" grazie a cui le spighe di grano maturano nei campi come forme dei raggi solari nel grande cerchio della vita.
Nella sua danza Agnese Viviana Perrella interpreta sia Kore, con le piume di pavone (uccello dell'immortalità e della bellezza), che Demetra, la madre solare che dona il pane della vita.
"Danzando coi covoni di grano, tra le piume variopinte della figlia Kore, Demetra alza con la sua destra mano una spiga verso il cielo, svelando nel silenzio del gesto (mudra) il segreto della vita a coloro che sanno vedere - raccontano ancora regista e coreografa - come farà poi il Buddha, sul Picco dell'Avvoltoio, alzando verso il cielo un fiore: a tal gesto solo il semplice Bhikkhu Kasyapa sorrise nel mezzo dell'attonita assemblea di monaci, giunti sin lassù per ascoltare il sermone del Beato".
Ma le sirene (anticamente donne-uccello) sono anche simboli, spiriti guida, nel culto antico nato tra la costiera Amalfitana e la penisola Sorrentina e che arrivò fino a Napoli, fondata sul corpo della sirena Parhenope.
Per questo motivo, concludono Sansone e Perrella, "Semi-in-azione: se il seme non muore non può dar frutto vuole essere anche un contributo al risveglio dell'anima della nostra città".
