Deva e Asura nella mitologia e nelle divinità induiste

Nella tradizione induista, Deva e Asura sono due classi di esseri primordiali generate dal progenitore comune Prajapati e coinvolte in un conflitto cosmico che esprime l’eterna oscillazione fra creazione e distruzione, ordine e caos, luce e tenebra. I Deva sono generalmente associati alle forze della luce, dell’ordine e della saggezza, mentre gli Asura vengono progressivamente rappresentati come potenze oscure, avversarie degli dèi.

Questa opposizione, tuttavia, non corrisponde a un dualismo assoluto: nella mitologia indiana gli Asura non furono sempre considerati demoni e il termine, nelle parti più antiche del Rigveda, veniva impiegato addirittura per indicare un dio. Deva e Asura nascono dalla stessa origine e partecipano allo stesso processo cosmico, nel quale anche la negatività, il conflitto e l’ombra possono svolgere una funzione necessaria.

Il significato originario del termine Asura

Originariamente il termine Asura, «signore, spirito, divino», rappresentava la classe di esseri divini espressione e personificazione dei fenomeni della natura, sia positivi - come la fertilità - che negativi, come la siccità e la malattia. Gli Asura sono i rappresentanti di una religiosità arcaica che, successivamente, saranno raffigurati come demoni diventando l’immagine contrapposta dei Deva, i Celesti, ossia gli dèi.

L’ambiguità del potere dei demoni è avvalorata anche dal significato attribuito al termine asura, che nelle parti più antiche del “Rigveda” è addirittura impiegato per indicare un dio. Progenie dello stesso dio, Prajapati, i deva e gli asura, dei e demoni nella cultura indiana, sono ben lungi da rappresentare un dualismo ‘manicheo’.

Benché deputati a ruoli e funzioni opposte, che vorrebbero gli uni signori della luce e dell’ordine e gli altri potenze delle tenebre e del caos, in effetti in molte situazioni i deva agiscono in modo diabolico e gli asura si comportano virtuosamente. All’origine, dunque, le competenze divine sembra includessero aspetti contrastanti, la cui progressiva polarizzazione portò alla rappresentazione di potenze distinte ed eternamente contrapposte, in quel processo della proiezione del ‘doppio’ che è uno dei fenomeni che accompagnano l’evolversi della coscienza.

Deva e Asura nell’ordine cosmico

Nella mitologia indiana gli Asura costituiscono un elemento importante: da esseri divini divengono i rappresentanti delle forze del male e delle tenebre, avversari degli dei, a testimoniare l’eterna oscillazione fra creazione/distruzione, ordine/caos, bene/male. Nella tradizione vedica un gruppo di 33 divinità e demoni governava le regioni di cielo, aria e terra e assisteva l’umanità con i propri poteri benigni.

Nella lotta cosmica tra le forze dell’ordine e il caos, ai Deva si contrapponevano i demoniaci Asura. Progressivamente gli dei e gli antidei, ovvero i demoni, da entità antropomorfe divennero principi metafisici, elementi portanti del sistema etico e, in quanto tali, il loro contrapporsi e contendersi il dominio dell’animo umano è una costante irriducibile del meccanismo della coscienza.

I Demoni sono necessari per l’ordine del mondo ogni volta che si presenta un ostacolo qualunque alla creazione, quest’ultimo viene personificato e si trasforma mitologicamente in un demone, così che un dio o un eroe possano, attraverso lo scontro, combattere il caos per ristabilire il movimento verso la costruzione ordinata e coerente.

La lotta tra il bene e il male è dunque uno degli argomenti privilegiati del mito, strumento attraverso il quale l’anima tenta di narrare se stessa. Prima che si attuasse la frattura fra pensiero immaginale e pensiero razionale, il mito proiettava dall’oscurità dell’inconscio i contenuti della psiche, offrendoli alla luce della coscienza perché li integrasse.

La visione non dualistica di Deva e Asura

Nella mitologia yogica, i Deva, gli dèi, rappresentano le forze della luce: ordine, saggezza, altruismo, accettazione. Qualità elevate che lo yogin cerca di coltivare dentro di sé. Gli Asura, i dèmoni, rappresentano invece le forze dell’oscurità: caos, egoismo, ignoranza, forze opposte all’ordine.

Nella mitologia yogica, Deva e Asura non rappresentano semplicemente il bene e il male in senso morale. Sono forze archetipiche, presenti entrambe nell’esperienza umana. Deva e Asura nascono dalla stessa origine e partecipano allo stesso processo cosmico.

Quando una di queste forze viene esclusa o repressa, il sistema perde equilibrio. Riconoscere Deva e Asura come polarità di un’unica realtà significa uscire dal giudizio ed entrare in una visione più ampia, dove luce e ombra cooperano per generare equilibrio.

Quante volte nella vita dobbiamo imparare ad avere a che fare con i nostri mostri interiori, oltre che con i miti di luce. In questa visione, la luce non ha la funzione di distruggere le tenebre, ma dovrebbe inglobarle nel processo stesso di illuminazione, per ciò che servono.

A volte un evento disturbante, scomodo, capace di scardinare in modo inaspettato le nostre abitudini, viene vissuto come un momento buio, una difficoltà, un male. Eppure, dietro quell’ombra può celarsi la rivelazione di una nuova prospettiva: una luce che illumina il cammino e sprigiona risorse già presenti dentro di noi.

Bene e male, luce e ombra, dèi e dèmoni diventano così facce della stessa medaglia. Nella vita, spesso, i dèmoni assumono il volto delle nostre paure, dei lati oscuri o dei traumi non elaborati.

Il conflitto come dinamica della manifestazione

Lo scontro, in quanto archetipo, rappresenta prima di tutto l’interazione delle polarità cosmiche, autrici del dinamismo esistenziale. Nel macrocosmo, dunque, il conflitto è il necessario contrapporsi di forze antagoniste che sottendono il dinamismo dell’esistenza.

Pertanto la definitiva risoluzione della guerra fra dei e demoni è ontologicamente impossibile, poiché l’eliminazione di una delle polarità significherebbe l’arresto della vita stessa. “Il conflitto è risolto non in un’immagine statica, ma piuttosto nel costante movimento del pendolo, la cui forza animatrice è l’eterno paradosso del mito”.

Nel dipanarsi ciclico della manifestazione scandito, misurato e offuscato dalla maya, niente resta quello che è e tutto trasmuta in qualche cosa d’altro. Perfino gli dei assumono aspetti, ruoli, comportamenti che sembrano contraddittori - basti pensare a Shiva, supremo asceta e supremo amante -, anche se questo, di nuovo, potrebbe non essere altro che l’opera dell’eccelsa Signora, la Devi Mahamaya.

Il paradosso in merito al demone virtuoso e al dio malvagio esprime dunque il movimento a pendolo della manifestazione ma, ancora di più, traduce in termini mitici l’ambivalenza della coscienza umana.

La zangolatura dell’oceano cosmico

Il mito più celebre della collaborazione e dello scontro fra Deva e Asura è quello del Samudra Manthana, il rimescolamento dell’oceano cosmico. Come viene narrato nel Mahabharata e nei Purana, al fine di portare a maturità il processo di evoluzione stabilendo la supremazia tra dei e demoni questi si rivolsero a Brahma, il creatore, che li indirizzò al Signore dell’Acqua che suggerì di estrarre dall’oceano cosmico il nettare dell’immortalità: chi ne avesse bevuto avrebbe vinto, sarebbe diventato immortale.

Decisero così di allearsi per estrarre i tesori che giacevano nascosti nelle profondità dell’oceano cosmico, simbolo della potenzialità infinita, tra i quali l’Amrita, l’ambrosia che li avrebbe liberati dalla malattia e dalla morte.

Secondo l’accordo, Deva ed Asura si sarebbero dovuti spartire il nettare dell’immortalità alla fine del processo di estrazione, realizzato frullando l’oceano per mezzo del monte Mandara, la montagna mitica che costituisce l’asse centrale intorno al quale il cosmo si dispiega radialmente, fatto ruotare vorticosamente utilizzando come corda Vasuki, il re dei serpenti Naga, e come perno il dorso della tartaruga cosmica Kurmaraja.

Samudra Manthana Deva Asura oceano cosmico

Deva e Asura collaborano per far emergere l’amṛta, il nettare dell’immortalità. Ma prima che il nettare possa manifestarsi, dalle profondità dell’oceano affiora un veleno potentissimo, capace di distruggere ogni cosa.

Da questo processo di separazione del bene dal male primo fra tutti emerse il fatale veleno capace di distruggere l’intera creazione, che solo il supremo Signore Shiva poté neutralizzare inghiottendolo; un gesto che gli rese per sempre la carnagione di colore blu.

Śiva e il veleno cosmico

Nessuno vuole farsi carico del veleno. È Śiva a intervenire: beve il veleno, non per eliminarlo, ma per trattenerlo. Lo ferma nella gola, che diventa blu, Nīlakaṇṭha, segno visibile di un’energia distruttiva divenuta consapevole di sé e contenuta.

Durante il Samudra Manthana, il rimescolamento dell’oceano cosmico, Deva e Asura collaborano per far emergere l’amṛta, il nettare dell’immortalità. Ma prima che il nettare possa manifestarsi, dalle profondità dell’oceano affiora un veleno potentissimo, capace di distruggere ogni cosa.

In questo mito, il veleno non è un errore del processo: è una fase necessaria. Senza attraversare ciò che è tossico, disturbante, oscuro, la trasformazione non può compiersi.

Che la negatività sia parte imprescindibile del processo vitale e che con essa si debbano misurare perfino gli dei è sottolineato dall’insorgere del terribile miasma che il dio Shiva aspira per evitare l’avvelenamento del cosmo.

La conseguenza di tale impresa, cioè l’ustione della gola del dio, appare come un monito, se vogliamo declinarla in termini psicologici ed interpretarla come un processo di reintegrazione: l’irrompere delle forze oscure della psiche è una minaccia di notevole portata e rischia di distruggere chi non è sufficientemente consolidato.

L’episodio, inoltre, rilancia la tematica delle polarità: il veleno, infatti, è l’opposto dell’amrita, bevanda di immortalità in quanto distillato di suprema conoscenza, e al tempo stesso essenza vitale eterna e immutabile sottesa al processo del divenire.

Nel percorso di consapevolezza l’amrita potrebbe simboleggiare lo stato conseguente alla risoluzione di un conflitto, quell’attimo di pienezza e stabilità che la coscienza vive quando reintegra parte di sé.

I tesori emersi dall’oceano

Dal rimescolamento dell’oceano sorsero diverse entità archetipe e benefiche tra cui il cavallo alato Uccaishrava, le cui sette bocche generano i sette colori della luce solare, Airavata, l’elefante bianco cavalcatura di Indra, le ninfe celesti Apsaras guidate da Laxmi, dea della bellezza e della fortuna che divenne sposa di Vishnu, Vishvakarman, l’architetto celeste e Chandra dio della luna.

Infine apparve Dhanvantari, il guaritore divino incarnazione di Vishnu, recando la Kumbha, la brocca piena di Amrita, nettare dell’immortalità.

  • Uccaishrava, il cavallo alato dalle sette bocche, associate ai sette colori della luce solare.
  • Airavata, l’elefante bianco cavalcatura di Indra.
  • Apsaras, le ninfe celesti guidate da Laxmi.
  • Laxmi, dea della bellezza e della fortuna, divenuta sposa di Vishnu.
  • Vishvakarman, l’architetto celeste.
  • Chandra, dio della luna.
  • Dhanvantari, guaritore divino e incarnazione di Vishnu, portatore della Kumbha.

La contesa per l’Amrita

Deva ed Asura, nonostante il patto stipulato, cominciarono subito a combattere per l’esclusiva proprietà del nettare dell’immortalità. I Deva persero la battaglia ma riuscirono a rientrare in possesso della preziosa brocca con l’aiuto di Mohini, la seducente incantatrice nella quale Vishnu si incarnò per riscattare le sorti dei Deva.

Irretiti dalle sue grazie gli Asura persero il controllo della Kumbha. Seguì un’altra battaglia nella quale Jayant, il figlio di Indra re dei Deva, o secondo altre versioni Garuda, re degli uccelli e veicolo di Vishnu, ebbe l’incarico di fuggire con la Kumbha.

Inseguito per dodici giorni dagli Asura riuscì a portare in salvo l’Amrita nel cielo dei Deva, ma durante il volo, secondo altre fonti durante le sue soste, dodici gocce del prezioso nettare caddero dalla Kumbha, di cui otto in luoghi celesti e quattro sulla terra.

ElementoFunzione nel mito
Monte MandaraAsse centrale utilizzato per frullare l’oceano
VasukiRe dei serpenti Naga e corda del rimescolamento
KurmarajaTartaruga cosmica e perno del processo
AmritaNettare dell’immortalità
KumbhaBrocca contenente il nettare
MohiniIncarnazione seducente di Vishnu
Śiva NīlakaṇṭhaColui che trattiene il veleno cosmico nella gola

Il Kumbhamela e la lotta tra Deva e Asura

Dal punto di vista simbolico, l’epica dei Kumbhamela è associata sul piano macrocosmico alla mitica lotta tra Deva ed Asura, o dei e antidei, narrata nella letteratura epica e puranica.

Secondo la mitologia Deva ed Asura sono due classi di esseri primordiali generati dal progenitore comune Prajapati all’origine della manifestazione dell’attuale universo, ed in eterna lotta tra di loro.

Le dodici gocce dell’Amrita cadute durante la fuga di Jayant o di Garuda marcarono così i quattro luoghi del Kumbhamela: Haridwar sulla Ganga, Prayaga al Triveni, Ujjain sulla Shipra e Nasik sulla Godavari.

  • Haridwar, sulla Ganga.
  • Prayaga, al Triveni.
  • Ujjain, sulla Shipra.
  • Nasik, sulla Godavari.

Tra questi, il Triveni ha un valore particolare perché qui si trova la confluenza dei sacri fiumi Ganga e Yamuna con il mistico Saraswati, un mitico fiume “fossile” del quale la più recente ricerca archeologica e topografica ha rinvenuto tracce, e che pare abbia rivestito un ruolo fondamentale nello sviluppo e nell’evoluzione delle civiltà dell’India tra il VII ed il II millennio a.C.

Il ciclo cosmico dei quattro Kumbhamela

Poiché un giorno dei Deva corrisponde ad un anno degli uomini, nell’arco di dodici anni, uno per ogni giorno della battaglia celeste, il grande raduno viene celebrato al ripresentarsi di specifiche configurazioni astrologiche che interessano pianeti e costellazioni corrispondenti alle divinità che hanno svolto un ruolo nella mitica lotta, tra cui Sole, Luna, Giove e Saturno, Toro, Leone e Scorpione.

In quattro di queste congiunzioni si radunano di volta in volta nei quattro luoghi sacri corrispondenti ai raduni del Kumbhamela, 350 milioni di Deva ed 88 mila Rishi, i saggi primordiali, oltre alle moltitudini di pellegrini.

I più umili tra i pellegrini percorrono a piedi lunghissime distanze a costo di grandi sacrifici, pur di beneficiare di questo momento di congiunzione tra le molteplici dimensioni del cosmo.

Queste congiunture astrali ripropongono periodicamente sul piano sottile il processo cosmico di sublimazione alchemica narrato dal mito, le cui componenti sono poste in corrispondenza con gli elementi della fisiologia del corpo sottile così come descritta dallo Yoga Kundalini.

Le nadi ed i chakra corrispondono ai corpi celesti ed ai luoghi che identificano le coordinate spazio-temporali del raduno. Partecipandovi con devozione si può così beneficiare della eccezionale e transitoria risonanza armonica purificatrice tra microcosmo e macrocosmo, simboleggiata dalle gocce di Amrita cadute sulla terra e dalla Vina, lo strumento musicale che accompagna Saraswati nell’iconografia tradizionale.

Mappa dei quattro luoghi del Kumbhamela

Il Kumbhamela come concilio dell’induismo

Nelle cronache di Huan-Tsang, il pellegrino buddista cinese che visitò l’India nel VII secolo di questa era, viene ricordato un gigantesco raduno indetto dal re Harshavardhan nel 644 cui partecipò circa mezzo milione di persone, pellegrini appartenenti a tutte le caste e convenuti da ogni parte del regno proprio al Triveni, la confluenza dei fiumi a Prayagraj, Allahabad.

In occasione di questo raduno della durata di un mese, e che secondo Huang-Tsang si celebrava già allora “da tempo immemorabile”, il sovrano guidò le celebrazioni di un complesso rituale alla presenza di ministri, tributari, sacerdoti e capi di sette e scuole religiose, filosofi, dotti, asceti, laici di ogni ceto dai ricchi mercanti e proprietari terrieri fino ai mendicanti.

Il raduno periodico aveva lo scopo di creare nell’impero, attraverso la condivisione fisica dello spazio sacro, la partecipazione mistica al rituale di purificazione collettiva ed il confronto sulle problematiche religiose e sociali della comunità, uno spirito generale di cooperazione e tolleranza sotto gli auspici della invisibile eppur presente Saraswati, dea dell’armonia.

L’VIII secolo vide la riorganizzazione delle strutture religiose indù da parte di Shankaracharya, fondatore dell’Advaita Vedanta, che istituì i dieci ordini monastici costituenti l’ordinamento del Dasanama e la costituzione degli Akhara, comunità di Sadhu, monaci cultori degli aspetti esoterici della religione ed addestrati alla difesa armata della fede indù.

Dal punto di vista sociale e politico il Kumbhamela assunse a partire dall’epoca di Shankaracharya la funzione di concilio della religione indù riformata, in cui vengono riviste e rinnovate le leadership degli Akhara, iniziati nuovi monaci, ed i Sadhu più carismatici dei diversi ordini periodicamente rinnovano i contatti con la massa dei fedeli.

Viene posta poi a revisione periodica la Smirti, l’insieme di codici tramandati oralmente che governano la legge ed il costume della società indù e che, a differenza dei Veda, l’immutabile tradizione rivelata, richiede di essere adattata all’evoluzione dei tempi.

Nel corso dei secoli i Kumbhamela furono anche occasione di scontro tra le varie sette, con molti episodi di vere e proprie battaglie tra le scuole che videro la morte anche di migliaia di persone.

La divisione storica più sentita fu sempre tra gli shaiva, seguaci di Shiva, ed i vaishnava, seguaci di Visnu: gli yogi militanti dei rispettivi Akhara a volte non esitavano a passare a fil di spada chiunque osasse cercare di entrare prima di ciascuno di loro nel punto più sacro delle acque al momento più propizio, il sorgere del sole.

Chi mise definitivo ordine a questo mistico caos furono gli inglesi, che durante la loro dominazione coloniale nel 1882 riuscirono a far sedere assieme i capi delle varie scuole e ad imporre un ferreo elenco di precedenze per l’accesso al punto più sacro per le abluzioni, che varia in modo appropriato nei quattro siti.

Prayaga e l’iniziazione degli Akhara

Un ultimo appunto importante per apprezzare l’intensità dei Kumbhamela è che la ricorrenza di Prayaga è di estrema importanza perché, secondo la tradizione, per quasi tutti gli ordini degli Akhara, i Juna eseguono il rito ad Haridwar, è solo in questa occasione che un adepto, dopo aver superato lunghe e pesantissime prove di resistenza, può ottenere l’ammissione.

Da quel giorno verrà considerato da tutti gli indù un rinato, un essere che ha già attraversato il mare della sofferenza e vive appieno nella dimensione della realizzazione.

Durga e la sconfitta di Mahishasura

In un altro mito una battaglia infuriò tra Deva e Asura per centinaia di anni. I Deva furono messi in fuga dal demone bufalo Mahisha, ma si salvarono grazie alla collera di Vishnu e Shiva, così violenta da materializzarsi nella forma della divinità Durga, che ebbe la meglio sul bufalo.

Durga, in sanscrito «l’Inaccessibile», nella mitologia indù è una delle molte forme di Shakti, spesso identificata come moglie di Shiva. È molto nota la battaglia in cui sconfisse il demone Mahisasura, dalla forma di bufalo.

Secondo il mito, Durga fu creato proprio per questo scopo con le fiamme che uscirono dalle bocche di Brahma, Vishnu, Shiva e di altre divinità minori. Nacque già adulta e bellissima, nonostante ai suoi nemici si presenta con una forma terribile.

Viene raffigurata mentre cavalca un leone o talvolta una tigre, con otto o dieci braccia, ognuna delle quali porta una delle armi degli altri dei che glieli cedettero per la battaglia contro il bufalo-demone.

La Durga-puja è una delle festività religiose più importanti che si tengono nell’India del Nord, fra settembre e ottobre. Un’immagine speciale della Divinità viene venerata con cerimonie particolari per nove giorni e poi immersa dopo essere stata portata in processione dai bramani seguiti dalla popolazione.

Durga combatte il demone Mahishasura

Altri miti di scontro tra dèi e demoni

In numerosi miti gli Asura ottennero l’aiuto di Brahma, che consentì loro, ad esempio, di costruire tre grandi città da cui dominare le regioni di cielo, aria e terra. All’apice della gloria, tuttavia, le città degli Asura furono ridotte in cenere da Shiva e gli stessi Asura vennero scagliati in mare.

Considerando alcuni dei principali miti indù, siano essi d’ambito vishnuita o shivaita, si rilevano notevoli differenze nelle modalità di sconfitta dei nemici, che vengono di volta in volta annientati, risparmiati, trasformati.

Se accentuiamo la lettura degli eventi mitici in chiave psicologica, sembra possibile ipotizzare che l’atteggiamento diverso dell’eroe umano o divino verso l’avversario sia proiezione di una differente reazione della coscienza nei confronti dei conflitti a cui è costretta.

La furia di Bhima contro Duryodhana, la ferocia di Shiva verso Gajasura e quella di Narasimha nei confronti di Hiranyakashipu si risolvono nell’annientamento del nemico che viene maciullato, scuoiato, sventrato.

Collisione violentissima, che appare espressione di istinti e pulsioni incontrollabili e devastanti, che tracimano in reazioni ferine. Secondo alcune correnti psicoanalitiche è l’emergere della destrudo, una manifestazione dell’aggressività primaria.

La Bhagavadgita e la guerra interiore

L’esempio più esplicito di tale interpretazione del conflitto è offerto dalla “Bhagavadgita”, ove il Kurukshetra, il ‘campo dei Kuru’, è la proiezione del mondo interiore, i Pandava e i Kaurava sono gli aspetti polari della coscienza ed Arjuna rappresenta l’uomo sconvolto da un evento ingiusto e crudele.

Preda di una disperata cecità interiore, il guerriero rifiuta di uccidere consanguinei ed amici, appellandosi ad un codice etico che non è il suo, incapace di scorgere nella crisi un’opportunità di diversa lettura del dolore e dell’enorme potere catartico che esso offre.

Atterrito dalla sofferenza e dalle contraddizioni, millenni fa come oggi l’uomo smarrisce se stesso. Arjuna, rinnegando il combattimento e il ruolo di kshatriya, si trova ad affrontare il confronto con quello che è in essenza, al di là di ogni qualifica e funzione.

Consapevole solo della propria individualità ferita, tende a dare valore assoluto al suo sentire ed agire e non comprende che i congiunti, quelli che egli chiama ‘la mia gente’, interpretati simbolicamente risultano essere le convenzioni che nutrono gli atteggiamenti mentali e comportamentali, quei costrutti psichici che costituiscono l’io fittizio, pertanto estremamente cari e strenuamente difesi.

Se vorrà perseguire il cammino che conduce alla ricerca del sé più profondo e all’incontro con il Divino, Arjuna dovrà liberarsene, ‘uccidere i congiunti’ e cioè accettare il conflitto, quella guerra che “è l’alimento costante dell’anima”.

La guerra, ‘porta del cielo per i guerrieri’, è strumento di trasformazione per eccellenza: l’accettazione del mistero del dolore e della morte violenta, il combattimento eseguito per spirito di dovere e di servizio, dharma, la capacità suprema di annullare il proprio ego, la propria individualità che grida e si ribella di fronte al sangue, la purificazione della mente da tutti i condizionamenti individuali, dalle convenzioni rassicuranti, perfino dai dettami della tradizione, sono gli atteggiamenti interiori che riscattano l’orrore della battaglia e la trasformano in un rito escatologico.

Nelle ‘guerre sante’ il nemico è dentro ciascuno, parte recondita del proprio essere, Ombra junghiana da portare alla luce e combattere smascherandola.

L’Ombra e l’antagonista nella coscienza

I nemici rappresentano allora le proiezioni di forze disgreganti che minacciano, incrinano e frantumano l’integrità interiore, separando e antagonizzando come fanno il diavolo e Satana.

Ma quando a decodificare il conflitto e le componenti che lo innescano non è l’etica ma la psicologia, è possibile riconoscere a queste presenze interiori negative un ruolo positivo. È quanto ha fatto Jung postulando l’esistenza dell’Ombra, collegata all’introiezione della figura dell’Antagonista, cioè il diavolo.

Contenitore di tutti quegli aspetti della personalità che l’Io e la coscienza condannano, la funzione compensatoria dell’Ombra si esplica nel favorire l’assimilazione della malvagità e l’incorporazione delle tendenze aggressive.

È a questo lato oscuro che sono demandati i meccanismi di difesa e di offesa indispensabili all’affermazione dell’Io, è qui che si nutre quell’egoismo necessario per salvaguardare la propria specificità individuale minacciata dalla pressione livellatrice della comunità.

Radicando nelle profondità terrestri dell’essere, l’Ombra impedisce i voli pindarici e l’ipertrofia dell’Io, zavorra o àncora a seconda del grado di consapevolezza con cui ci si rapporta ad essa.

Per evitarne gli eccessi, bisogna confrontarsi e dialogare con questo ‘Altro’, in cui si esprimono le parti scisse della coscienza che agiscono come sconosciuti abitanti a nostra insaputa dentro di noi.

L’Altro spesso rappresenta tutto ciò che si nega di essere, che non si riesce ad accettare come parte di noi, in quanto stride con l’immagine coltivata e proiettata dal Super-io.

L’Ombra va addomesticata, come il cavallo, animale protagonista di molti miti che lo vedono nascere dagli abissi marini e slanciarsi in volo nei cieli.

Probabile allusione ad un percorso di consapevolezza che parte dalle profondità dell’inconscio, il cavallo simboleggia l’istintività, assumendo valenze positive o negative, a seconda della capacità di controllo esercitata dal cavaliere su tutte quelle forze che operano dietro la soglia del conscio.

Se il destriero che procede docile alla guida nella chiara luce del giorno simboleggia l’istinto controllato dalla ragione e potrebbe far supporre un valore maggiore attribuito a quest’ultima, nell’oscurità della notte colui che cavalca si affida al suo animale, restituendo all’istinto la sua dignità e vedendo nel cavallo, soprattutto se è volante, il simbolo dell’intuito.

L’unione dell’Ombra con l’archetipo dell’Antagonista contiene in sé un enorme potenziale di compensazione e trasformazione e, come dice Neumann, “fa parte del vero e proprio abisso creativo di ogni personalità viva”.

L’Antagonista in quanto ostacolatore funge da motore primo nel processo di superamento e ricostellazione. Nella visione junghiana la forza della vita psichica, la dynamis, risiede nella contrapposizione e nella relazione dialettica fra gli opposti.

Lo sviluppo della psiche è incessante succedersi di integrazioni e scissioni della personalità, nella tensione ad attualizzare tutte le potenzialità creative ed espressive, mirando alla totalità.

“Nell’impossibile ambizione di compiersi come totalità e come infinito, la psiche incontra l’Ombra come parte mancante, come ostacolo che impedisce la chiusura del cerchio, simbolo di totalità e perfezione”.

Per Jung, a differenza di Freud che nei conflitti fra Es, Io e Super-io vedeva una negatività e una patologia, il conflitto è funzionale alla costruzione della personalità.

Deva e Asura nella pratica yogica

Nella vita, spesso, i dèmoni assumono il volto delle nostre paure, dei lati oscuri o dei traumi non elaborati. Attraverso la pratica - āsana, prāṇāyāma, meditazione - possiamo portare luce in queste zone d’ombra, rendendoci consapevoli della loro esistenza e riconoscendo la dualità come unità di un tutto.

Attraverso la pratica - āsana, prāṇāyāma, meditazione - impariamo a fare ciò che fa Śiva: non fuggire il veleno, non identificarci con esso, ma portarlo alla coscienza, trasformandolo.

Nella pratica lavoriamo costantemente su forze fisiche opposte per toccare l’equilibrio. È l’incontro tra la parte materiale del corpo e quella più sottile e luminosa dello spirito.

Il conflitto con i demoni, evidente simbolo di crisi interiore, si presenta allora come opportunità di trasformazione ed espansione.

Deva, Asura e le principali divinità induiste

La religione induista possiede una vastissima iconografia, che conta all’incirca 33.000.000 di dei. Non essendo possibile citarli tutti, vengono ricordati esclusivamente i principali, dopo la sacra Trimurti.

Agni, il fuoco divino

Agni è il fuoco, l’elemento di purificazione, ciò che bruciando le impurità eleva l’uomo dalla mortalità all’immortalità. Sin dagli albori della razza umana, il fuoco era visto come manifestazione di un elemento superiore alla contingenza.

Il fuoco esprime luce, la luce sorge dal fuoco. Fuoco è l’astro solare, fuoco sono le stelle, fuoco sono i lampi della tempesta.

Agni è il più importante degli dei terrestri, secondo per importanza fra gli dei dell’antica mitologia vedica solo a Indra. Agni è il fuoco del sole, del fulmine e quello terreno che gli uomini accendono per venerare le Forme del Divino.

Come personificazione divina del fuoco rituale del sacrificio, Agni è la bocca degli dei, il tramite che porta loro l’oblazione, l’offerta. È il mediatore fra l’ordine umano e quello Divino.

Nonostante presenti due volti, uno benevolo e uno severo, grazie alla sua funzione di mediatore è molto amato e venerato perché intercede per l’uomo presso tutti gli altri dei.

Viene rappresentato con due teste, i capelli ritti a simboleggiare le fiamme che salgono, tre o sette lingue, tre gambe e fino a sette braccia, accompagnato da un montone, mentre regge il ventaglio per alimentare le fiamme, la fiaccola e il cucchiaio sacrificale.

Il volto severo è quello che giudica e la sua è la natura dell’onnipresenza, grazie alla sua triplice natura, celeste, acquatica e terrena. Viene infatti visto come figlio o amante delle acque, a seconda dei culti originari.

È detto anche “Figlio delle due Madri”, perché nasce dallo sfregamento di due bastoncini di legno, che alla sua nascita subito divora.

Attualmente in India non esistono culti rilevanti che facciano Agni centrale nella loro devozione, ma nonostante questo continua ad essere considerato un aspetto importante del Divino, specialmente nella sua natura di luce.

Agni assume molta importanza in tutti gli altri culti, specialmente durante le cerimonie che prevedano l’uso del fuoco e considerato che quasi tutte le cerimonie si concludono con un’oblazione di fuoco e che le stesse icone vengono venerate attraverso l’offerta del fuoco sacrificale, si comprende la sua importanza.

Esiste poi una classe sacerdotale di bramani, gli Agnihotri, che lo invoca specificatamente in molte cerimonie.

In alcuni culti Shakta dell’India, che adorano l’aspetto energetico della manifestazione, personificato nella consorte di Shiva o nello stesso Shiva, Agni è associato alla kundalini, considerato come l’energia di Shiva, la coscienza trascende la molteplicità.

Gli Aditya e Surya

Gli Aditya sono, nella mitologia Hindu, un gruppo di divinità solari, figli di Aditi e Kashyapa. Originariamente essi erano sette o otto, ma in età vedica il loro numero fu portato a dodici, a rappresentare i dodici mesi dell’anno.

Gli Aditya proteggono contro varie sciagure ed appartengono alla categoria dei Deva.

  • Ansa
  • Aryaman
  • Bhaga
  • Daksha
  • Dhatri
  • Indra
  • Mitra
  • Ravi
  • Savitri
  • Surya
  • Varuna
  • Yama

Dyaus e Prithivi

Dyaus è il dio indiano del Cielo, padre di Indra. Potrebbe essere assimilato all’Urano della mitologia greca. Sua moglie è Prithivi, la terra, dea-madre, identificabile con la Gaia greca.

La coppia Dyaus-Prithivi è considerata la genitrice degli dei e degli uomini.

Annapurna, dea del nutrimento

Annapurna è la dea induista del pane quotidiano e del nutrimento. È un epiteto di Parvati, moglie di Shiva.

Il saggio Narada le insegnò come persuadere il popolo a donarle offerte di cibo così che, quando Shiva tornò a casa affamato, lei poté soddisfarne l’appetito.

Il dio le fu talmente grato che l’abbracciò fino a diventare un solo essere con lei, Ardhanarishvara.

Annapurna ha dato il nome a una delle montagne più alte del mondo, che con i suoi numerosi torrenti nutre i campi e i pascoli delle valli sottostanti. Il suo simbolo è il cucchiaio.

Ganesha o Ganapati

La filosofia relativa al “chi vede” ed alla “cosa vista” è il grande messaggio di Ganapathi, di cui oggi celebriamo l’avvento. Ga sta per Intelligenza, Buddhi, Na per Saggezza, Vijñana, Pathi per Maestro.

Ganapathi, pertanto, è il Maestro della Conoscenza, dell’Intelligenza e della Saggezza. Esiste poi un altro significato rilevante della parola Ganapathi: essa indica che Egli è il Condottiero, Pathi, degli Esseri Celesti, Gana.

Egli è anche chiamato Vinayaka, che significa “Colui al di sopra del quale non esistono Maestri”. Egli è il Maestro Supremo ed è al di là della condizione dell’assenza di mente.

Ogni volta che la gente intende intraprendere qualche attività, vuole iniziare lo studio della musica o delle belle arti, oppure dedicarsi a qualche ramo dello scibile, offre, prima di cominciare, il proprio culto a Vinayaka.

Potenza spirituale, siddhi, ed intelligenza suprema, buddhi, Egli è anche detto Lambodara, che significa “Guardiano della ricchezza”.

In questo caso, il termine lakshmi rappresenta ogni ricchezza e prosperità, non solo il denaro, per il quale esiste una diversa divinità, detta Dhanalakshmi, una delle otto Lakshmi.

In questo caso, ricchezza significa gioia e beatitudine. A che serve avere tutto il resto se non si possiede gioia e beatitudine?

Ganapathi è Colui che ci dona potenza spirituale ed intelligenza suprema, dette, rispettivamente, siddhi e buddhi. Esse vengono descritte come le Sue due consorti.

Vinayaka non ha desideri, ragion per cui non v’è necessità che abbia moglie e figli. In questo Paese, viene adorato fin dai tempi più antichi, ma esistono testimonianze storiche che mettono in luce come il culto di Vinayaka fosse diffuso anche in altri Paesi, come la Tailandia, il Giappone, la Germania ed il Regno Unito.

L’adorazione di Vinayaka come divinità principale viene menzionata nei Veda e, sia in tali Scritture che nelle Upanishad, si parla del profondo significato di Ganapathi.

Egli è Colui che infonde purezza nel corpo e caccia la paura dalla mente. Si dice: “Possa Colui che è dotato di zanna spingerci a ciò”, alla meditazione, facendo riferimento alla Sua zanna.

Il topolino è simbolo del buio dell’ignoranza, mentre Ganesha rappresenta il fulgore della Saggezza che dissipa le tenebre dell’ignoranza.

Vinayaka viene anche chiamato Vighneswara, poiché Egli rimuove tutti gli ostacoli che potrebbero intralciare l’azione dei devoti che Lo pregano con sincerità.

Gli studenti, quando si recano ad adorarlo, portano con sé i propri libri, affinché tutte le nozioni contenutevi possano da loro essere ben assimilate.

Il significato simbolico della testa di elefante, tipica di Ganesha, deve essere compreso appieno. L’elefante è dotato di profonda intelligenza.

L’elefante possiede il vigore datogli dall’intelligenza. Esso ha, inoltre, grandi orecchie che gli permettono di sentire ogni minimo rumore.

Ascoltare le Glorie del Signore è il primo passo da intraprendere nel sentiero della pratica spirituale e, per fare ciò, bisogna tenere le orecchie ben aperte. Dopo aver udito, è necessario riflettere su quanto si è appreso e poi metterlo in pratica.

L’elefante accetta lode e biasimo in modo equanime. Quando ode qualcosa di brutto muove il corpo in qua e in là e si scrolla di dosso le cose indesiderate, mentre trattiene quelle buone.

Solo Vinayaka insegna le lezioni che sono fondamentali per l’umanità: non basta avere una statua da adorare ed offrirle cerimonie di culto per qualche giorno; bisogna invece cercare di diventare maestri di se stessi.

Balarama e Krishna

Balarama è il fratello maggiore di Krishna, settima incarnazione di Vishnu. Vishnu prese due capelli, uno bianco e uno nero, dalla sua chioma, e creò col nero Krishna, raffigurato infatti con la pelle azzurra, e col bianco Balarama.

Quest’ultimo sfuggì al tiranno di Mathura, Kansa, che ne voleva la morte. Divenuto adulto, uccise il demone Dhenuka e aiutò Krishna a sconfiggere e uccidere Kansa.

Balarama insegnò l’uso della mazza ferrata a Bhima e Duryodhana, che si preparavano alla guerra di Kurukshetra, descritta nel Mahabharata.

Gli emblemi di Balarama sono il vomere Hala e il pestello Musala: egli era infatti considerato il dio degli agricoltori, mentre Krishna era il gopala, il pastore di buoi.

Deva e Asura oltre la tradizione induista

Nello zoroastrismo gli Asura, o Ahura, erano associati alle forze del bene sotto la guida del dio supremo Ahura Mazda, mentre i Deva o Daeva svolgevano il ruolo opposto, essendo associati allo spirito del male Arimane.

Il confronto mostra come il significato attribuito a nomi e figure divine possa cambiare profondamente da una tradizione religiosa all’altra.

Il giorno in cui la dea Lakshmi scomparve 😱 Storia della Samudra Manthan spiegata #lakshmi #mitol...

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