Il Libro dei morti tibetano, o Bardo Thödol, è uno dei testi fondamentali del buddhismo tibetano e una guida rituale alla comprensione della morte, degli stati intermedi e della possibilità di liberazione. Il testo non considera la morte un istante in cui si passa semplicemente dall’esistenza alla non-esistenza, ma un processo nel quale la coscienza attraversa esperienze, visioni, paure e possibilità di risveglio.
Nel Bardo Thödol, il bodhisattva appare soprattutto come figura di compassione e di protezione: Buddha e Bodhisattva vengono invocati affinché assistano il defunto durante il passaggio nel bardo, lo aiutino a non soccombere alla paura e gli permettano di riconoscere la vera natura delle apparizioni. Il testo è quindi anche un percorso nel quale la compassione sostiene la saggezza e orienta la coscienza verso la liberazione.
Che cos’è il Libro dei morti tibetano
Conosciuto originariamente come Bardo Thödol («Liberazione attraverso l’udito»), è un testo del buddhismo Vajrayana, la corrente tantrica del buddhismo diffusa in Tibet. Il titolo tibetano più comune dell’opera è perciò Il grande libro della liberazione naturale attraverso la comprensione nello stadio intermedio.
Bardo indica la condizione intermedia, mentre le parole thos grol significano che l’insegnamento offerto da questo libro «libera» non appena lo si «apprenda» o «intenda», offrendo alla persona che affronta lo stato intermedio una comprensione così chiara e profonda da non richiedere una riflessione prolungata. Bardo thos grol, tuttavia, il vero titolo tibetano, non significa il libro dei morti.
Il titolo Il libro tibetano dei morti si deve alla traduzione di Kazi Dawa Samdup e W.H.Y. Evans-Wentz. L’opera è stata così presentata in Occidente attraverso un titolo che richiama il Libro dei Morti dell’antico Egitto, anche se i due testi appartengono a tradizioni religiose, concezioni della coscienza e sistemi rituali differenti.
Più che un semplice testo sacro, è un viaggio attraverso la transizione dell’anima, un manuale di istruzioni per chi si prepara a lasciare questa esistenza e per chi resta, cercando di comprendere il mistero della morte. Un testo che parla alla vita attraverso la morte.
Origini, Padmasambhava e il tesoro nascosto
Si dice che sia stato scritto nell’VIII secolo dal mistico indiano Padmasambhava, il leggendario fondatore del buddhismo tibetano. Il Bardo Thodol fu composto dal grande maestro Padma Sambhava, nell’VIII o nel IX secolo, per i buddhisti indiani e tibetani.
Secondo la tradizione tibetana, il Bardo Thödol è un terma, ovvero un «tesoro nascosto». Fu da questi nascosto per un’era a venire e ritrovato nel XIV secolo dal noto «scopritore di tesori» Karma Lingpa.
Nei secoli successivi alla sua composizione, il libro sarebbe stato sigillato per evitare che cadesse nelle mani sbagliate e sarebbe stato riscoperto solo nel XIV secolo dal maestro tibetano Karma Lingpa, che lo ritrovò in una caverna. I terma sono un concetto tipico del buddhismo tibetano: si tratta di insegnamenti segreti lasciati nascosti fino al momento in cui l’umanità è pronta a comprenderli.
Questo fa sì che il Bardo Thödol sia visto non solo come un testo sacro, ma come una rivelazione che continua a parlare attraverso i secoli. L’opera, che per lunghi secoli fu tramandata oralmente fra monaci, racchiude gli insegnamenti sulla vita e la morte del fondatore del buddhismo tibetano, il maestro Padmasambhava.

Il significato di bardo
Il libro interpreta le esperienze dello stato intermedio, in tibetano bar-do, di solito riferito alla condizione tra la morte e la rinascita, secondo la prospettiva degli iniziati in un particolare mandala esoterico, il mandala delle cento divinità di buddha miti o feroci.
I tibetani distinguono sei stati intermedi: l’intervallo tra la morte e la rinascita, tra il sonno e la veglia, tra la veglia e «l’assorbimento profondo», e i tre stati intermedi durante il processo di morte-rinascita.
È un testo che non parla solo ai morenti, ma anche ai vivi: ci insegna che ogni istante può essere un bardo, un momento di transizione in cui possiamo trasformarci e che la nostra stessa vita nasce e muore innumerevoli volte rimanendo nella stessa forma fisica a cui siamo abituati.
I tre stati principali del bardo dopo la morte
Secondo il Bardo Thödol, la morte non è un istante, dove prima sei qui e poi cessi di esistere, ma un processo. La transizione post-mortem non è un semplice vagare nell’aldilà, ma un confronto con la natura stessa della coscienza.
Il defunto affronta una serie di esperienze che possono essere spaventose o liberatorie, a seconda della sua consapevolezza. In particolare l’anima del defunto attraversa tre stati intermedi, chiamati bardo, che in tibetano significa «transizione».
| Stato del bardo | Esperienza principale | Possibilità spirituale |
|---|---|---|
| Bardo della morte, Chikhai Bardo | Apparizione della Chiara Luce Primordiale | Riconoscimento della natura profonda della mente e liberazione |
| Bardo delle visioni, Chönyi Bardo | Manifestazione di divinità pacifiche e terrificanti | Riconoscimento delle apparizioni come proiezioni della mente |
| Bardo della rinascita, Sidpa Bardo | Attrazione verso una nuova esistenza | Determinazione della rinascita secondo il karma |
Il bardo della morte
Subito dopo la morte fisica, l’anima sperimenta una grande luminosità, chiamata Chiara Luce Primordiale. È il momento in cui l’essenza più profonda della mente viene rivelata.
Se l’anima «riconosce» questa luce e vi si fonde, raggiunge la liberazione immediata. Ma la maggior parte delle persone, confuse e attaccate alla vita terrena, non riesce a farlo e passa alla fase successiva.
Durante la morte, il testo invita la coscienza a rimanere senza distrazione nello spazio delle istruzioni che illuminano, ad abbandonare l’attrazione, il desiderio e la debolezza verso le cose del mondo e a riconoscere che il corpo è impermanente ed illusorio.
Il bardo delle visioni
Qui l’anima inizia a percepire delle apparizioni: prima le divinità pacifiche, poi quelle terrificanti. Queste immagini sono considerate proiezioni della mente stessa, ma se il defunto non le riconosce come tali, sarà trascinato nel ciclo della rinascita.
Il Bardo Thödol descrive il Bardo della Realtà come il momento in cui tutte le cose che appaiono devono essere riconosciute come forme-pensiero. Abbandonando tutti i timori, le paure ed il terrore, il defunto può riconoscerle come apparizioni nello Stato Intermedio.
Il bardo della rinascita
Se l’anima non ha raggiunto la liberazione, entra nel bardo della rinascita, dove viene attratta verso una nuova esistenza. Le esperienze in questo stato determinano in quale regno l’anima rinascerà, influenzata dal karma accumulato.
Il karma buddista non deve essere confuso con un giudizio esterno o con una punizione divina. La «spinta del karma» deve essere intesa come risultato dell’abitudine e delle condizioni create.
Nel Bardo della Rinascita, la coscienza è invitata a continuare con i ripetuti sforzi il corso delle buone azioni, focalizzata su un singolo voto, e ad allontanare da sé l’invidia meditando sul Guru e sul Padre-Madre.
Le divinità pacifiche e terrificanti
Abbiamo parlato di divinità pacifiche e terrificanti che non sono da intendersi nel senso strettamente occidentale di divinità, ma come manifestazioni visionarie della mente del morente, che rappresentano la coscienza illuminata e la mente oscurata dalle illusioni.
Le divinità pacifiche
Nei primi giorni dopo la morte, appaiono 42 divinità benevole, circondate da luci splendenti e colori puri. Sono manifestazioni dell’illuminazione e della saggezza.
Se l’anima le «riconosce» e le accoglie, può raggiungere la liberazione. La loro apparizione non rappresenta semplicemente l’incontro con esseri esterni, ma un’occasione per riconoscere la luminosità e la saggezza presenti nella coscienza.
Le divinità terrificanti
Dopo qualche tempo, le visioni cambiano e appaiono 58 divinità irate, con sembianze mostruose e atteggiamenti spaventosi. Urlano, brandiscono armi, sembrano giudici severi.
Se il defunto fugge spaventato, invece che riconoscerle come proprie manifestazioni, anche in questo caso perde l’occasione di liberarsi dal ciclo della rinascita. Il testo invita quindi a non fuggire dalle immagini terrificanti, ma a riconoscerle come forme della propria mente.
Il passaggio dalle divinità pacifiche a quelle terrificanti mostra che la liberazione dipende dalla capacità di riconoscere l’esperienza senza trasformarla immediatamente in attaccamento, paura o rifiuto.

Il ruolo dei bodhisattva nel Bardo Thödol
Il Sentiero dei Buoni Voti per Invocare l’Aiuto dei Buddha e dei Bodhisattva si rivolge ai Buddha e ai Bodhisattva dimoranti nelle Dieci Direzioni, dotati di grande compassione, prescienza, vista divina e amore.
Oh, Buddha e Bodhisattva, dimoranti nelle Dieci Direzioni, dotati di Grande Compassione, dotati di prescienza, dotati della vista divina, dotati d’amore, che date protezione agli esseri coscienti, acconsentite, grazie al potere della vostra grande compassione di venir qui; acconsentite di accettare queste offerte concrete qui deposte e quelle create mentalmente.
Oh, Compassionevoli, voi possedete la saggezza della comprensione, l’amore della compassione, il potere di compiere azioni divine e di proteggere, in misura inarrivabile. Compassionevoli, (nome del defunto) sta passando da questo mondo al mondo dell’al di là.
Oh, Compassionevoli, difendete (nome del defunto) che è senza difese. Proteggetelo, poiché è senza protezione. Siate le sue forze ed i suoi cari. Proteggetelo dalla grande tristezza del Bardo.
Il linguaggio della preghiera presenta il bodhisattva come colui che non abbandona l’essere cosciente nel momento della massima vulnerabilità. La compassione non elimina il processo del bardo, ma offre protezione, orientamento e sostegno affinché la coscienza possa riconoscere la realtà delle proprie esperienze.
Oh, Buddha e Bodhisattva, non lasciate che la potenza del metodo della vostra compassione sia debole verso di lui. Impadronitevi di lui con la vostra grazia. Non lasciate cadere questo essere animato sotto il potere del karma cattivo.
Oh, Trinità, proteggilo dalle sofferenze del Bardo.
Compassione e saggezza nel Sentiero dei Buoni Voti
Quando il lancio dei dadi della mia vita si è esaurito, i parenti in questo mondo non mi saranno d’aiuto; quando mi aggiro da solo nel Bardo, Voi, Conquistatori, Pacificatori e Furiosi, esercitando il potere della vostra compassione, permettete che le Tenebre dell’Ignoranza vengano dissolte.
Quando mi aggiro da solo, separato dai cari amici, quando sorgono su di me le immagini delle mie vuote forme-pensiero, possano i Buddha, esercitando il potere della loro divina compassione, far sì che non ci siano né paura né terrore nel Bardo.
Quando la brillante radiosità delle Cinque Saggezze splende su di me, possa io, senza esserne spaventato, né terrorizzato, riconoscerle come parte di me; quando le apparizioni delle immagini delle Pacificatrici e delle Furiose sorgono su di me, possa io, ottenendo la rassicurazione di essere libero dalla paura, riconoscere il Bardo.
Quando sperimentando le sofferenze, a causa della forza del cattivo karma, possano i Conquistatori, le Pacificatrici e le Furiose, allontanare le sofferenze; quando il suono della Realtà autooriginante risuona come mille tuoni, possa esso essere trasformato nel suono delle Dottrine del Mahayana.
Quando senza protezione, le influenze karmiche mi seguiranno qui, imploro i Conquistatori, le Pacificatrici e le Furiose, di proteggermi; quando soffrendo i tormenti, a causa dell’influsso karmico delle propensioni, possa sorgere il beato Samhadhi della Chiara Luce.
Quando avrò una rinascita sopranormale nel Sidpa Bardo, possano le rivelazioni ingannatrici di Mhara non verificarsi; quando arriverò ovunque io desideri, possa io non sperimentare la paura ed il terrore del cattivo karma.
Il bodhisattva come ideale di protezione e liberazione
Nel buddhismo Mahayana e Vajrayana, il bodhisattva è associato alla compassione attiva e all’impegno per la liberazione degli esseri coscienti. Nel Bardo Thödol, questa funzione emerge nelle invocazioni rivolte ai Buddha, ai Bodhisattva, ai Guru e alle divinità pacifiche e terrificanti.
La salvezza non è descritta come una decisione arbitraria di un giudice esterno. La compassione dei Buddha e dei Bodhisattva agisce come una presenza capace di ricordare alla coscienza ciò che sta accadendo, mentre la liberazione dipende dal riconoscimento della Chiara Luce e delle apparizioni come manifestazioni della mente.
Il testo unisce quindi due elementi: la fiducia nella compassione dei risvegliati e la responsabilità della coscienza. La protezione viene invocata, ma il defunto deve riconoscere la realtà, superare la paura e non lasciarsi trascinare dalle proprie propensioni karmiche.
I sei bardo e la pratica durante la vita
Ora, quando sta sorgendo su di me il Luogo di Rinascita del Bardo, possa il Tri-Khaya essere realizzato, abbandonando la pigrizia, entrando nella Realtà senza distrarsi, ascoltando, riflettendo e meditando, portando sul Sentiero il sapere della vera natura delle apparenze e della mente.
Ora, quando sta sorgendo su di me il Sogno del Bardo, possa la consapevolezza senza distrazione mantenersi nel suo stato naturale, abbandonando il disordinato torpore senza vita del sonno dell’ignorante.
Possa io crescere nella Chiara Luce della Trasformazione Miracolosa, comprendendo la vera natura dei sogni: possa il mescolarsi della pratica del sonno e la presente esperienza essere grandemente apprezzate, evitando di agire come una bestia abbandonata nell’inerzia.
Ora, quando sta sorgendo su di me il Dhyhana Bardo, possa la mente essere presa dall’attenzione senza fine e senza distrazioni del Samhadi. Abbandonando l’intera matassa delle distrazioni e delle illusioni, possa essere raggiunta la stabilità sia nello stato della visualizzazione sia in quello perfezionato.
In questo momento, quando sto meditando in assoluta concentrazione, libero da qualsiasi altra attività, possa io non cadere sotto il potere delle passioni che traviano ed instupidiscono.
Questi passaggi mostrano che il bardo non riguarda soltanto il momento successivo alla morte. Il sonno, il sogno, la meditazione, la morte e la rinascita possono essere considerati stati nei quali la consapevolezza deve imparare a riconoscere la natura dell’esperienza.
La lettura rituale per il defunto
Il libro veniva tradizionalmente letto ai morenti da un lama o da un monaco esperto, per aiutarli ad attraversare la transizione della morte con consapevolezza. Il Bardo Thödol non è considerato solamente un testo filosofico o religioso, ma un manuale pratico utilizzato nei rituali funebri tibetani.
Nei monasteri del Tibet e delle regioni himalayane, la lettura del Bardo Thödol è una delle pratiche più sacre. Durante la recitazione, le parole vengono rivolte alla coscienza del defunto affinché possa riconoscere gli stati che sta affrontando e orientarsi verso la liberazione.
Secondo la tradizione, il viaggio nei bardo dura fino a 49 giorni. Durante questo periodo, i monaci leggono il testo ogni giorno, spesso accompagnandolo con mantra e canti sacri, cercando di far arrivare le loro prediche alla coscienza del morente.
Vengono anche preparate offerte di incenso, burro di yak e candele per facilitare il passaggio dell’anima.
MANTRA PER I DEFUNTI cantato da Lama Michel - MANTRA for Deceased Noun
Il momento della morte nel testo rituale
Oh, nobile essere (nome della persona), è giunto per te il momento di cercare il Sentiero. Il tuo respiro sta per cessare. Il tuo guru ti ha posto in precedenza in confronto faccia a faccia con la Chiara Luce; ed ora tu la stai sperimentando nella sua Realtà nello stato del Bardo, in cui tutte le cose sono come il cielo vuoto e senza nuvole, ed il nudo intelletto senza macchia è come un vuoto trasparente senza circonferenza né centro.
In questo momento, riconosci te stesso e resta in questo stato. Io pure, in questo momento, sono qui faccia a faccia con te. Oh, nobile essere, non lasciare che il tuo spirito venga distratto.
Queste parole non descrivono la morte come un giudizio morale pronunciato da un’autorità esterna. La voce rituale cerca piuttosto di mantenere viva la consapevolezza e di ricordare al morente che ciò che appare durante il bardo deve essere riconosciuto senza distrazione.
Il confronto con il Libro dei Morti egiziano
L’idea di un testo che guidi l’anima dopo la morte non è esclusiva della tradizione tibetana. Esistono sorprendenti parallelismi con altre culture, specialmente con l’antico Egitto.
Il Libro dei Morti dell’antico Egitto, noto anche come Libro della «Venuta alla Luce», è una raccolta di formule magiche, preghiere e incantesimi progettati per aiutare il defunto a superare le prove dell’aldilà e raggiungere il regno di Osiride.
Entrambi i testi descrivono un viaggio dopo la morte, ricco di prove e incontri con esseri divini, offrono istruzioni per evitare la reincarnazione indesiderata o la dannazione.
Ma ci sono chiaramente anche profonde differenze, ad esempio il concetto di «giudizio» è presente solo nel testo dell’antico Egitto, dove il cuore del defunto veniva pesato contro la piuma di Maat, la dea della verità, della giustizia e dell’ordine cosmico.
Se il cuore era più leggero o uguale alla piuma di Maat, il defunto era considerato degno di entrare nel Regno di Osiride, un paradiso noto come Iaru, i Campi di Giunco, un luogo di pace e abbondanza simile alla vita sulla Terra ma senza sofferenze.
Se il cuore era più pesante della piuma, significava che il defunto aveva vissuto una vita ingiusta e peccaminosa. In questo caso, il cuore veniva divorato da Ammit, una creatura mostruosa con testa di coccodrillo, corpo di leone e zampe posteriori di ippopotamo.
Questo atto distruggeva completamente l’anima del defunto, impedendole di raggiungere l’aldilà e condannandola all’annichilimento eterno. A differenza delle visioni di inferno di altre religioni, gli egizi non credevano in una punizione eterna dopo la morte: il vero destino peggiore era cessare di esistere.
Nel Bardo Thödol, invece, la «spinta del karma» deve essere intesa come risultato dell’abitudine e delle condizioni create, non come giudizio esterno o punizione divina.
Il karma e la differenza dal giudizio
Il karma non è un tribunale metafisico davanti al quale un’autorità assegna premi e castighi. Il karma buddista è legato alle azioni, alle intenzioni, alle abitudini e alle condizioni che orientano il corso dell’esperienza.
Per questo il Bardo Thödol parla di propensioni karmiche, di forze dell’abitudine e di influenze che possono trascinare la coscienza. Il defunto non viene semplicemente giudicato: è esposto alle conseguenze delle proprie disposizioni e alla possibilità di riconoscerle.
Le invocazioni ai Buddha e ai Bodhisattva chiedono che la coscienza non venga abbandonata al potere del karma cattivo e che la compassione possa proteggerla dalle sofferenze del bardo.
La lettura psicologica di Carl Gustav Jung
Uno degli studiosi occidentali più influenzati dal Bardo Thödol è stato Carl Gustav Jung, il fondatore della psicologia analitica. Jung vedeva il libro non solo come un testo religioso, ma come una profonda rappresentazione simbolica del viaggio della psiche.
Jung interpretava il viaggio attraverso i bardo come una metafora del processo di individuazione, il cammino verso la realizzazione del Sé. Secondo la sua interpretazione, le divinità pacifiche e terrificanti rappresentano aspetti del nostro inconscio.
Il bardo della morte è simile alle esperienze di dissoluzione dell’ego tipiche di stati mistici e psichedelici. La Chiara Luce Primordiale è l’equivalente dell’integrazione con il Sé, uno stato di realizzazione totale.
In questa prospettiva, le immagini del Bardo Thödol possono essere lette come simboli di processi interiori: ciò che appare come divinità, demone o giudice può rappresentare una dimensione della psiche che deve essere riconosciuta e integrata.

Il Bardo Thödol e le esperienze di premorte
Negli ultimi decenni, molti studiosi hanno notato una forte somiglianza tra il Libro tibetano dei morti e le esperienze di premorte, NDEs, Near-Death Experiences, riportate da persone che sono state vicine alla morte.
- La Chiara Luce Primordiale: molti riportano di aver visto una luce intensa e avvolgente.
- L’incontro con entità spirituali: nelle NDEs, spesso si descrivono esseri di luce o figure religiose.
- La revisione della vita con la comprensione delle conseguenze delle scelte compiute: simile al concetto di karma e alla valutazione post-mortem nel buddhismo tibetano.
- Il ritorno alla vita: alcuni sperimentano un senso di scelta o di spinta a tornare, come nel bardo della rinascita.
Diversi ricercatori hanno indagato la connessione tra NDEs e tradizioni spirituali, incluso il buddhismo tibetano. Tra cui questa analisi, molto interessante, del rapporto tra cultura tibetana ed esperienze pre morte, analizzando il resoconto di casi contemporanei e storici di Délok, termine usato per indicare le persone che sono tornate in vita dopo uno stato di morte.
La somiglianza tra questi racconti e le descrizioni del Bardo Thödol può essere interpretata in modi diversi. Il testo offre una mappa religiosa e simbolica dell’esperienza post-mortem, mentre le NDEs sono resoconti personali legati a condizioni di prossimità alla morte.
La trasformazione interiore attraverso i bardo
Il Bardo Thödol insegna che la morte è solo un passaggio, uno stadio intermedio in cui l’anima affronta prove, visioni, illusioni e possibilità di liberazione. In questo testo, invece, la morte è solo un passaggio, uno stadio intermedio in cui l’anima affronta prove, visioni, illusioni e possibilità di liberazione.
Il testo invita a rimanere ancorati all’importanza della consapevolezza nel presente, insegnando che la mente crea la propria realtà, sia in vita che nella morte o quanto meno nel suo processo.
Incoraggia il superamento delle illusioni e delle paure, come le visioni pacifiche e terrificanti descritte nel testo possono essere interpretate come proiezioni della nostra psiche. Riconoscerle e accettarle è un percorso di liberazione, utile soprattutto nella vita quotidiana.
Una delle cose che emerge con maggiore forza è la descrizione dei bardo non solo come stati post-mortem, ma come momenti di passaggio nella nostra esistenza quotidiana. La fine di una relazione, un cambiamento lavorativo e una nuova fase della vita possono essere letti come momenti di passaggio nei quali ogni fine diventa un’opportunità per risvegliarsi a una nuova comprensione.
Infine il libro suggerisce che, anche di fronte all’inevitabile, esiste sempre una possibilità di evoluzione e di risveglio. In questo senso, il testo può essere letto come una guida alla conoscenza di sé, oltre che alla morte, aiutando chiunque sia interessato alla crescita interiore.
Perché il Libro dei morti tibetano è ancora attuale
Nonostante sia stato scritto più di mille anni fa, il Bardo Thödol continua a essere un testo di straordinaria rilevanza. Affronta il mistero della morte, un tema universale e senza tempo, offrendo una prospettiva su di essa che invita all’analisi del fenomeno e delle nostre convinzioni su di esso, che riduce la paura e promuove la consapevolezza.
Dialoga fluentemente con la psicologia moderna, in particolare con le teorie di Jung e con gli studi sulle esperienze di pre-morte, suggerendo che il passaggio dalla vita alla morte possa essere un processo psicologico profondo, non solo biologico.
Ed infine offre strumenti di trasformazione personale, attraverso la meditazione e la riflessione sul ciclo della vita e della morte, in un’epoca in cui la società occidentale tende a rimuovere o medicalizzare la morte.
Il Libro tibetano dei morti ci invita a guardarla con occhi diversi, a prepararci a essa non come fine, ma come parte di un processo più grande. Ma come accennato nell’introduzione è un testo che prima di parlare ai morenti parla ai viventi.
Leggere il Libro tibetano dei morti significa confrontarsi con il cambiamento, non solo con la morte fisica, ma con ogni transizione nella vita, con maggiore lucidità e accettazione, non passiva ma attiva.
Per questo motivo, il Bardo Thödol può essere avvicinato non solo da chi è interessato alla spiritualità tibetana, ma da chiunque voglia comprendere la relazione tra morte, paura, trasformazione, consapevolezza e compassione.