Perché il buddhismo fa bene: benefici e principi tra meditazione, psicologia e neuroscienze

Il buddhismo può fare bene perché propone di osservare direttamente la mente, riconoscere le cause dell’insoddisfazione e ridurre la reazione automatica a pensieri, emozioni e desideri. La meditazione consente di prendere una certa distanza da ciò che accade interiormente, creando uno spazio tra stimolo e risposta e rendendo più gestibili ansia, rabbia, attaccamento e impulsi.

Il suo beneficio non dipende necessariamente dall’accettazione di tutte le dottrine metafisiche buddhiste. Una parte importante del suo valore può essere verificata come pratica psicologica: osservare pensieri ed emozioni, lasciarli sorgere e passare, esaminare il rapporto con il desiderio e coltivare maggiore consapevolezza, compassione ed equilibrio.

Che cosa significa che il buddhismo “fa bene”

Il buddhismo combina psicologia, filosofia, mindfulness, scienza ed esperienza personale. Attraverso un’analisi semplice e profonda rende accessibili a tutti concetti complessi quali il vuoto o il non-sé e mostra come il Buddha abbia descritto migliaia di anni fa aspetti della realtà che gli scienziati stanno scoprendo solo ora.

La meditazione ha un ruolo cruciale: consente di osservare con distacco pensieri ed emozioni, rendendo permeabili i confini tra sé e non-sé, cioè tra il mondo e gli altri; ne consegue una maggiore compassione verso tutte le creature e la possibilità di superare egoismi, conflitti e sofferenze.

Il buddhismo non promette semplicemente una successione di stati piacevoli. La sua funzione è comprendere il funzionamento della mente, riconoscere le fonti della sofferenza e sviluppare qualità mentali capaci di trasformare il modo in cui viviamo gli eventi.

La religione è conoscenza, è saggezza, come può degenerare? Tutti pensano: “io metto in pratica la religione: medito, prego, e leggo i testi”. Ma dovete controllare se tutte queste attività modificano realmente la vostra mente, risolvendo i problemi mentali, e se vi procurano una chiara percezione della realtà.

Il buddhismo come sistema di osservazione della mente

Dopo aver raggiunto l’Illuminazione il Buddha impartì numerosi insegnamenti, in accordo alle predisposizioni dei suoi vari discepoli, con l’unico scopo di individuare la via più adatta per ognuno per raggiungere l’Illuminazione.

Come risultato il Buddhismo oggi offre un insieme molto vasto di insegnamenti che costituiscono un versatile gruppo di metodi e tecniche per sviluppare qualità della propria mente fino a raggiungere l’Illuminazione.

L’enfasi maggiore nella dottrina buddhista è infatti rivolta alla comprensione e al controllo della propria mente, e di conseguenza delle proprie azioni, e allo sviluppo della saggezza.

Per questo motivo la filosofia buddhista comprende un vero e proprio sistema psicologico che, combinato con le tecniche di meditazione, forma quella che spesso viene chiamata “La Scienza della Mente Buddhista”.

Il buddhismo non è una cosa statica, immutabile. Ha sicuramente degli aspetti religiosi, ma racchiude anche molti altri fattori: filosofia, psicologia, scienza, logica e così via.

Buddha diede molti differenti insegnamenti a seconda delle varie esigenze dei suoi numerosi discepoli. Egli stesso affermò: “ad alcuni discepoli dico: fa così. Ad altri invece dico non fare così, devi comportarti in un altro modo”.

Perciò non desidero che i miei seguaci affermino che qualcosa è giusto o sbagliato solo perché ho detto così. Spetta a voi verificare se qualcosa è giusto o sbagliato, non potete dire: “perché così ha detto Buddha, perché così ha detto Dio”.

Le Quattro Nobili Verità

L’intero corpus degli insegnamenti buddhisti è comunque compreso nel primo insegnamento che il Buddha impartì a Sarnath, nel parco delle Gazzelle: l’Insegnamento delle Quattro Nobili Verità, le realtà esperienziali sperimentate dal Buddha stesso.

La prima Nobile Verità: la sofferenza e l’insoddisfazione

Nel primo punto del suo insegnamento il Buddha espose con chiarezza la situazione di sofferenza caratteristica del nostro stato di esistenza, che comprende la sofferenza della malattia, dell’invecchiamento, della povertà, della morte e molte altre.

Va compreso correttamente il motivo per cui il buddhismo pone come stadio fondamentale allo sviluppo spirituale la consapevolezza del proprio stato di sofferenza.

L’obiettivo del sentiero spirituale buddhista è quello di raggiungere la completa liberazione dalla sofferenza. Tale liberazione, però, avviene tramite lo sforzo personale di seguire i metodi proposti dal Buddha, per cui è necessario avere una decisa motivazione a raggiungere tale liberazione.

Una forte motivazione, infine, si ottiene solo sulla base di una chiara consapevolezza dello stato che si vuole abbandonare.

Per questo è necessario riconoscere il proprio stato di sofferenza, senza farsi cogliere da atteggiamenti nichilisti o pessimisti, ma rimanendo realisti riguardo la propria situazione.

Il buddhismo comincia con una diagnosi: esiste la sofferenza, o più precisamente il dukkha, cioè insoddisfazione, imperfezione e impermanenza.

Anche se il Buddha è famoso per avere affermato che la vita è pervasa dalla sofferenza, alcuni studiosi sostengono che si tratti di un’interpretazione incompleta del suo messaggio, e che la parola tradotta come «sofferenza», dukkha, potrebbe in certi casi essere intesa come «insoddisfazione».

La seconda Nobile Verità: le cause della sofferenza

Una volta compresa la propria situazione di sofferenza è necessario indagare sull’origine di quest’ultima.

In tale contesto la filosofia buddhista individua l’origine della sofferenza sulla base della legge di causa ed effetto, per la quale qualsiasi fenomeno o qualsiasi situazione ci si trovi a sperimentare dipende da azioni intraprese in precedenza.

Sulla base del principio filosofico fondamentale della legge di causa ed effetto il buddhismo deriva gran parte della sua dottrina utilizzando una disquisizione logica rigorosa ed elaborata, in modo del tutto simile all’approccio tipico della scienza occidentale.

Il risultato di tale analisi è che l’origine principale delle nostre sofferenze risiede nei cosiddetti veleni mentali, tra i quali il principale è l’ignoranza, cioè la non conoscenza del reale modo di esistenza di tutti i fenomeni.

Da questo tipo di ignoranza discendono gli altri veleni mentali, che possono essere raggruppati in: odio, attaccamento, invidia, orgoglio e dubbio.

Sulla base di queste predisposizioni mentali negative vengono poi compiute le azioni negative di corpo e parola, come ad esempio rubare, uccidere, avere una condotta sessuale scorretta, mentire, calunniare o usare parole che provocano sofferenza o portano a conflitti.

La terza Nobile Verità: la cessazione della sofferenza

La realizzazione della seconda Nobile Verità, che individua per ogni sofferenza una causa, è di fondamentale importanza nel processo verso la liberazione dalla sofferenza: infatti dal momento che la sofferenza ha una causa, consegue che rimuovendo tale causa si estinguerà anche la sofferenza corrispondente.

Su questo principio si basa quindi la giustificazione dell’intero sentiero spirituale buddhista, che si focalizza sulla rimozione di tutte le cause della sofferenza per ottenere la liberazione.

La quarta Nobile Verità: il sentiero della liberazione

Nell’ultima parte del suo insegnamento il Buddha espose il metodo vero e proprio per raggiungere la liberazione dalla sofferenza.

Tale sentiero, anche noto come “La Via di Mezzo”, evita i due estremi: l’estremo della ricerca della felicità attraverso la mera soddisfazione dei piaceri sensoriali e l’estremo dell’automortificazione delle diverse forme di ascetismo.

In estrema sintesi l’intero percorso spirituale buddhista, suddiviso in otto aspetti fondamentali, indirizza il praticante verso l’abbandono di tutte le azioni negative di corpo, parola e mente, eliminando tutti i veleni della mente e coltivandone tutti gli aspetti positivi.

Aspetto della Via di MezzoDirezione della pratica
Retta ComprensioneComprendere la realtà e le cause della sofferenza
Retto PensieroColtivare intenzioni non dominate da odio e attaccamento
Retta ParolaAbbandonare menzogna, calunnia e parole che provocano sofferenza
Retta AzioneEvitare azioni negative di corpo
Retta Condotta di vitaOrientare la propria vita in modo coerente con la pratica
Retto SforzoColtivare gli aspetti positivi della mente
Retta ConsapevolezzaOsservare corpo, pensieri, emozioni e azioni
Retta ConcentrazioneSviluppare stabilità e profondità dell’attenzione

Perché il cervello tende all’insoddisfazione

Robert Wright legge il dukkha attraverso la psicologia evolutiva: il cervello umano è stato selezionato non per essere felice, ma per riprodursi e sopravvivere.

La conseguenza è strutturale. La dopamina non premia il raggiungimento dell’obiettivo, ma premia l’anticipazione.

Una volta ottenuto ciò che volevi, il segnale di ricompensa cala e il sistema si sposta già verso il prossimo obiettivo.

Non è debolezza morale: è l’architettura di un cervello che doveva continuare a cercare risorse, partner e status per sopravvivere.

Aspettarsi soddisfazione permanente da gratificazioni esterne è combattere l’evoluzione.

La selezione naturale mira a un unico scopo, dovrei mettere tra virgolette «mira» perché si tratta di un processo cieco, non dell’azione di una mente consapevole: trasmettere dei geni alla generazione successiva.

I tratti che in passato hanno contribuito alla proliferazione dei geni tendono ad affermarsi e prosperano, mentre gli altri tendono a scomparire.

E tra le qualità che sono sopravvissute a questa prova vi sono anche quelle mentali, cioè strutture e algoritmi integrati nel cervello che influenzano la nostra esperienza quotidiana.

Se vi chiedete: «Che tipo di percezioni, idee ed emozioni ci guidano ogni giorno?», la risposta non è «le percezioni, idee ed emozioni che ci forniscono un’immagine accurata della realtà».

Al livello più autentico la risposta è: «Le percezioni, idee ed emozioni che hanno aiutato i nostri antenati a trasmettere il patrimonio genetico alla generazione successiva».

Che quelle percezioni, idee ed emozioni ci forniscano un’immagine veritiera della realtà non è scontato.

E infatti, a volte non è così. Il cervello talvolta è progettato per illuderci.

Dukkha, desiderio e gratificazione

Uno dei suoi messaggi fondamentali era che i piaceri che perseguiamo svaniscono in fretta e ci lasciano con nuovi desideri insoddisfatti.

Passiamo il tempo a cercare fonti di gratificazione: ciambelle coperte di zucchero a velo, incontri sessuali, promozioni prestigiose, acquisti online.

Ma il brivido si dissipa in fretta, e dietro di sé lascia il vuoto.

La vecchia canzone dei Rolling Stones, I can’t get no satisfaction, riassume l’idea buddhista della condizione umana.

In cosa consiste, esattamente, l’illusorietà dell’inseguire ciambelle, sesso, beni di consumo o una promozione?

Esistono illusioni diverse associate ad aspirazioni diverse, ma per ora possiamo concentrarci su un’illusione comune a tutti questi elementi: la sopravvalutazione della gioia che ci daranno.

Ancora una volta, l’aspetto illusorio di questi traguardi è subdolo.

Trascorriamo più tempo a immaginare i vantaggi che una certa promozione ci darà che a prevedere i grattacapi che ci procurerà.

E potremmo avere l’impressione, peraltro inespressa, che una volta che avremo raggiunto questo traguardo tanto anelato, una volta che saremo giunti in cima, potremo rilassarci, o perlomeno che le cose per un bel po’ andranno meglio.

Analogamente, quando vediamo la ciambella, ci concentriamo immediatamente sulla sua bontà e non sul fatto che, una volta mangiata la prima, ne vorremo sicuramente un’altra, o sulla stanchezza e la nevrosi che proveremo quando la botta di zucchero sarà svanita dal nostro organismo.

Il craving non coincide con il desiderio

Una delle distinzioni più importanti del libro: il buddhismo non insegna ad eliminare i desideri.

Insegna a cambiare il rapporto con essi.

Il craving, cioè brama e dipendenza, è diverso dal desiderio.

Desiderare un lavoro interessante è sano; non riuscire a tollerare l’idea di non averlo è craving.

Desiderare connessione è sano; scrollare compulsivamente i social cercando qualcosa che non sai neanche cosa sia è craving.

La differenza è nella qualità dell’urgenza e nella capacità di starci con il disagio senza agire immediatamente.

Il problema non è il desiderio in quanto tale, ma il modo in cui l’urgenza del desiderio prende il controllo della mente e rende il benessere dipendente dall’ottenimento di un oggetto, di una situazione o di una conferma.

La meditazione e lo spazio tra stimolo e risposta

Wright descrive i ritiri di meditazione vipassana come laboratori: osservi cosa succede quando smetti di alimentare ogni pensiero.

Non lo combatti, non lo segui: lo noti e lasci che passi.

Il buddhismo chiama questo processo «notare», noting, e i risultati, secondo Wright, non richiedono fede: richiedono pratica.

Il meccanismo che spiega perché funziona è il seguente: ogni pensiero o emozione che sorge porta con sé una valenza, piacevole o spiacevole, e una spinta all’azione, avvicinarsi o evitare.

Di solito agiamo automaticamente su quella spinta.

La meditazione inserisce uno spazio tra stimolo e risposta: osservi la valenza, senti la spinta, e scegli se seguirla.

Non sempre, ma più spesso di prima.

persona in meditazione osserva pensieri

Separare l’emozione dalla sua narrazione

Most obviously, it is a practice designed to give us some distance from our emotions.

Questo avviene separando il sentimento dalla sua narrazione.

Nella vita quotidiana, per esempio, la rabbia non viene mai vissuta “pura”: ci arrabbiamo sempre per qualcosa, e il pensiero dell’evento è una componente enorme della sua esperienza.

Il meditante fa del suo meglio per concentrarsi sul sentimento stesso, per esaminare la sua manifestazione nel corpo e nel cervello, lasciando andare la narrazione corrispondente.

Privato dell’incidente che lo ha provocato, il sentimento cessa di essere provocatorio, e la rabbia può persino scomparire completamente.

Spiegata in questo modo, la meditazione mindfulness è l’immagine speculare della terapia cognitivo-comportamentale.

Nella terapia cognitivo-comportamentale la rabbia viene attaccata dal lato opposto: concentrandosi sulla narrazione e sottoponendola a una critica logica.

Nella mia esperienza, almeno, le cose che ci diciamo quando siamo arrabbiati raramente resistono a un’analisi fredda.

E quando smettiamo di credere al pensiero, il sentimento scompare.

L’efficacia sia della meditazione mindfulness sia della terapia cognitivo-comportamentale si basa quindi sull’interdipendenza tra sentimento e pensiero.

Se vengono separati, concentrandosi sul sentimento durante la meditazione oppure sul pensiero attraverso l’analisi, l’emozione scompare.

In poche parole, è così che la meditazione mindfulness può avere un effetto terapeutico.

Mente modulare e non-sé

Il secondo grande argomento riguarda la struttura della mente.

Wright presenta la psicologia evolutiva modulare: la mente non è una unità comandata da un «io» coerente.

È un insieme di moduli, cioè sottosistemi che si sono evoluti per gestire domini specifici, come status, minacce, riproduzione e cooperazione, che competono e si alternano nel controllo del comportamento.

Questo è esattamente ciò che il buddhismo chiama anatta, «non-sé».

L’io unificato e stabile che senti di essere è, in buona parte, una narrativa post-hoc: una storia che il cervello si racconta per dare coerenza a decisioni prese da moduli diversi.

Non un’entità che comanda, ma un commentatore che spiega dopo i fatti.

Secondo ciò che sappiamo del cervello, non esiste un centro esecutivo della coscienza.

Wright cita i famosi esperimenti sul cervello diviso, e altri simili, per sostenere che la coscienza non è il potente decisore che un tempo immaginavamo, ma assomiglia di più a un agente pubblicitario: rende le nostre azioni più coerenti agli occhi degli altri.

Questo è necessario perché, sotto l’apparente unità dell’esperienza cosciente, diversi “moduli” specifici, come quelli della gelosia sessuale, del corteggiamento romantico e così via, competono nel cervello per il potere e l’attenzione.

Ogni modulo governa il nostro comportamento in modi differenti, e gli stimoli ambientali determinano quale modulo sia al comando.

La nostra coscienza dà un senso di continuità e coerenza a questo controllo mutevole, facendoci apparire migliori agli occhi dei nostri simili, o almeno questa è la teoria, che Wright considera ben sostenuta.

L’insight pratico del non-sé

Quando osservi i tuoi pensieri in meditazione, inizi a vedere che “rabbia”, “paura” e “desiderio” non sono te: sono eventi che sorgono e passano.

Quella distanza cambia tutto.

Dire che il sé è una costruzione o che è frammentato non significa negare la realtà pratica della persona.

L’esperienza di un sé distinto continua a essere necessaria per agire, assumersi responsabilità, aiutare gli altri e orientarsi nel mondo.

Il punto è comprendere che il sé non è necessariamente un’entità unica, immutabile e pienamente sovrana sui propri pensieri e comportamenti.

Il concetto buddhista di “vuoto”

Una delle idee centrali del buddhismo è quella di “vuoto”: il meditante illuminato vede il mondo come privo di una forma essenziale.

La prima volta che incontrai questa idea in un testo buddhista non aveva alcun senso per me, ma Wright ne offre un’interpretazione interessante.

Il nostro cervello, progettato per sopravvivere, assegna naturalmente un valore alle cose dell’ambiente in base a quanto siano utili o dannose per noi.

Secondo la teoria di Wright, queste valutazioni vengono vissute come reazioni emotive.

Queste emozioni, talvolta davvero minuscole, sono ciò che dà alla realtà esperienziale un senso di essenza.

Le emozioni, in altre parole, ci aiutano a identificare e utilizzare rapidamente gli oggetti.

Non devo esaminare attentamente i computer, per esempio, perché l’emozione porta rapidamente alla mia attenzione le loro qualità strumentali.

I vantaggi di questo meccanismo sono evidenti per chiunque abbia fretta.

La registrazione emotiva è altrettanto vantaggiosa nell’evitare il pericolo, poiché non è consigliabile prendersi il tempo di riflettere davanti a un serpente a sonagli.

Lo svantaggio è che possiamo guardare il mondo in modo molto ristretto, ignorando le qualità sensoriali degli oggetti a favore di una visione strumentale.

La meditazione mindfulness dovrebbe generare questo stesso atteggiamento non soltanto nei confronti di un dipinto, ma nei confronti di ogni cosa.

Spogliato da queste reazioni emotive identificative, il mondo potrebbe davvero sembrare “vuoto”: vuoto di distinzioni, ma pieno di sensazioni ricche.

Vuoto e giudizio sugli altri

Con gli oggetti è difficile capire perché questo stato di vuoto sarebbe particolarmente desiderabile.

Per quanto riguarda gli esseri umani, però, questa disposizione mentale può avere dei vantaggi.

Invece di attribuire a qualcuno qualità essenziali di bontà o cattiveria, potremmo vedere che il suo comportamento può variare molto a seconda delle circostanze, e questo può renderci meno giudicanti e più indulgenti.

La meditazione può quindi aiutare a distinguere una persona dai suoi stati temporanei, dai suoi errori e dalle sue reazioni momentanee.

Questo non significa approvare ogni comportamento, ma ridurre la tendenza a trasformare un’azione in un’identità permanente.

Compassione, equanimità e non violenza

Nell’ambito delle scuole buddhiste del “Grande Veicolo” vi è grande enfasi nella motivazione altruistica di raggiungere l’Illuminazione, esclusivamente per il beneficio degli altri.

Tale tipo di motivazione pone le sue basi sullo sviluppo dell’equanimità, della compassione e dell’amore.

Equanimità significa stemperare la nostra visione distorta che distingue tra amici e nemici, simpatici e antipatici e così via, comprendendo che tutti gli esseri viventi sono uguali tra loro, avendo lo stesso desiderio di felicità e la stessa repulsione per la sofferenza.

Essi sono pertanto ugualmente degni del nostro aiuto e della nostra attenzione.

Compassione significa aspirare alla completa liberazione di tutti gli esseri dalla sofferenza, mentre amore significa desiderare la felicità per tutti gli esseri.

Coltivando l’aspirazione di essere noi in prima persona a liberare tutti gli esseri dalla sofferenza e a donare loro la felicità e comprendendo che saremo in grado di fare questo solo una volta Illuminati, sorge la motivazione di raggiungere la completa Illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri.

Tale motivazione è indicata con il termine sanscrito di Bodhicitta, che significa Mente dell’Illuminazione.

La motivazione di Bodhicitta è sostenuta e coltivata dalla pratica delle sei perfezioni, Paramita: generosità, moralità, pazienza, sforzo entusiastico, concentrazione e saggezza.

Una descrizione dettagliata del sentiero buddhista richiederebbe una trattazione molto più elaborata, ma la sua essenza consiste nell’essere il più possibile di beneficio per tutti gli esseri viventi o almeno, se non si può essere loro di beneficio, di non danneggiarli.

Perché la meditazione può ridurre rabbia, ansia e impulsività

Il cervello evoluto ci conferisce diversi mezzi per acquisire una visione pressoché fedele della realtà.

Tuttavia, la selezione naturale non ha necessariamente prodotto percezioni, idee ed emozioni finalizzate alla serenità, alla comprensione o alla felicità duratura.

Il cervello talvolta è progettato per illuderci.

Alcune illusioni producono momenti piacevoli, ma altre possono creare situazioni difficili.

Quando restate svegli per colpa dell’ansia, quando attraversate periodi di disperazione o di depressione, quando provate accessi di rabbia verso qualcuno o quando avete desideri irrefrenabili, potete sperimentare il lato problematico di queste reazioni automatiche.

Anche se queste sensazioni, ansia, disperazione, odio e avidità, non sono frutto della vostra immaginazione tanto quanto un incubo, se le esaminate da vicino vedrete che implicano qualche elemento ingannevole, senza il quale vivreste meglio.

Se ciò che dico risponde al vero, se queste fonti di sofferenza e crudeltà umana sono in gran parte il prodotto di un’illusione, è opportuno smascherarle.

La meditazione non elimina necessariamente ogni emozione difficile, ma può modificare il rapporto con essa.

Invece di reagire subito alla rabbia, alla paura o al desiderio, il praticante impara a riconoscere la sensazione, osservare la sua intensità e lasciare che cambi.

Questo può ridurre la probabilità che un impulso momentaneo si trasformi automaticamente in parola, gesto o comportamento.

Il rapporto tra buddhismo e terapia cognitivo-comportamentale

In terapia cognitivo-comportamentale la rabbia viene osservata concentrandosi sulla narrazione e sottoponendola a una critica logica.

La meditazione, invece, può concentrarsi sull’esperienza immediata del sentimento, sulla sua manifestazione nel corpo e sulla spinta all’azione che lo accompagna.

In entrambi i casi diventa possibile interrompere la fusione automatica tra pensiero ed emozione.

Quando un pensiero viene riconosciuto come pensiero e un’emozione come emozione, entrambi possono essere valutati senza obbedire immediatamente alla loro urgenza.

L’efficacia sia della meditazione mindfulness sia della terapia cognitivo-comportamentale si basa quindi sull’interdipendenza tra sentimento e pensiero.

Se vengono separati, concentrandosi sul sentimento durante la meditazione oppure sul pensiero attraverso l’analisi, l’emozione scompare.

Questa formulazione non significa che ogni emozione scompaia sempre o che la meditazione sostituisca una terapia.

Significa che la consapevolezza può creare condizioni più favorevoli per comprendere le reazioni interiori e scegliere come agire.

Scienza, neuroscienze e limiti delle prove

Wright cita studi su mindfulness e neuroplasticità con umiltà appropriata: la ricerca è promettente ma non conclusiva, le dimensioni degli studi sono spesso piccole, gli effetti variano per individuo e contesto.

Non vende miracoli. Vende un’ipotesi da testare e uno strumento per testarla.

Il rapporto tra buddhismo e scienza, quindi, non dovrebbe essere presentato come una dimostrazione secondo cui tutte le dottrine buddhiste sarebbero state confermate dalle neuroscienze.

La scienza può studiare alcuni effetti della meditazione sull’attenzione, sulla regolazione emotiva e sul comportamento, ma non può trasformare automaticamente un’esperienza privata in una prova di una verità metafisica.

Il libro interpreta alcune dottrine buddhiste alla luce della psicologia evolutiva e della scienza cognitiva, ma questa è un’interpretazione selettiva, non una rappresentazione esaustiva di ogni scuola buddhista.

Wright interpreta liberamente le dottrine buddhiste, e quando dice che la scienza moderna sta confermando il buddhismo rimane da chiedersi che cosa stia confermando che cosa.

Il buddhismo non richiede necessariamente fede metafisica

La domanda centrale può essere formulata così: se si rimuovono le parti metafisiche, come reincarnazione, cosmologia e karma letterale, che cosa rimane del buddhismo?

La risposta è qualcosa di molto più solido di quanto si pensi: un insieme di pratiche e osservazioni sulla mente che può essere confrontato con l’esperienza e con alcune conoscenze della psicologia contemporanea.

Non è necessario credere nella reincarnazione per trarre beneficio dalla meditazione e dagli insegnamenti sul desiderio, sull’impermanenza e sulla consapevolezza.

Il buddhismo occidentale è fondato su parte della pratica buddhista che in Asia è comune a monaci e laici: la meditazione e l’immersione nella filosofia.

Due delle idee più diffuse tra gli occidentali a proposito del buddhismo, che sia basato su una visione ateistica e sulla meditazione, sono errate: quasi tutti i buddhisti orientali credono nelle divinità, sebbene queste non somiglino al Dio cristiano, onnipotente creatore del mondo, e non meditano.

È quindi utile distinguere il buddhismo come tradizione religiosa complessa dalla mindfulness secolare, che utilizza alcune tecniche di attenzione e consapevolezza senza assumere l’intero sistema dottrinale buddhista.

La pratica personale e la verifica nell’esperienza

Il buddhismo non chiede di accettare automaticamente un’affermazione soltanto perché appartiene a una tradizione antica.

Buddha stesso affermò: “io do insegnamenti differenti che siano adatti alle differenti capacità delle singole menti, è un metodo programmato”.

Per esempio, la filosofia che parla dell’anima è adatta per la mente di alcuni esseri, ma non per quelli di intelligenza superiore.

In altre parole i suoi insegnamenti tenevano conto al massimo grado della psicologia della persona a cui erano rivolti.

Potete capire quest’aspetto osservando come in tutti i paesi buddhisti i modi di praticare siano differenti.

Se non capite e traete conclusioni con un’esperienza limitata, forse vedendo alcuni tibetani offrire lampade di burro o incenso, potreste pensare che quello che avete visto sia l’unico modo di praticare.

La pratica religiosa non ha nulla che vedere con le usanze sociali o con superficiali cambiamenti esteriori, è esclusivamente un particolare stato mentale.

Il criterio decisivo diventa quindi l’effetto della pratica sulla mente: se una pratica riduce confusione, aggressività, attaccamento e sofferenza e sviluppa maggiore chiarezza, allora può essere considerata utile in relazione a questi obiettivi.

Benefici psicologici e relazionali attribuiti alla pratica

Le persone si avvicinano al buddhismo per motivazioni differenti, ma tra i benefici più frequentemente indicati compaiono il lavoro sul corpo e sulle emozioni, il supporto psicologico e la serenità.

Per quanto riguarda i benefici della pratica, tutti i praticanti sottolineano di sentire di progredire sia a livello personale che spirituale attraverso tecniche mente-corpo.

Parole come serenità, pace interiore e unità ricorrono più spesso.

Area di beneficioEffetto descritto
ConsapevolezzaOsservare pensieri, emozioni e impulsi senza reagire automaticamente
Regolazione emotivaRiconoscere rabbia, paura e desiderio e lasciarli trasformare
SerenitàRidurre la dipendenza del benessere dalle gratificazioni esterne
CompassioneConsiderare la sofferenza altrui e sviluppare una motivazione altruistica
EquanimitàRidurre la distinzione rigida tra amici, nemici, simpatici e antipatici
ChiarezzaRiconoscere la componente narrativa e interpretativa dell’esperienza
ResponsabilitàEsaminare il rapporto tra intenzioni, azioni e conseguenze

La pratica può inoltre rendere più permeabili i confini tra sé e non-sé, cioè tra il mondo e gli altri.

Ne consegue una maggiore compassione verso tutte le creature, perché l’assenza di una separazione assoluta può rendere più evidente che danneggiare gli altri produce conseguenze anche per chi agisce.

Il buddhismo può così contribuire al superamento di egoismi e conflitti, non attraverso la cancellazione delle differenze individuali, ma attraverso una comprensione più ampia della loro interdipendenza.

Tribalismo, conflitto e vita moderna

La psicologia evolutiva può aiutare a comprendere perché emozioni e comportamenti che avevano un valore adattivo in piccoli gruppi possano creare difficoltà in una società moderna complessa.

È evolutivamente sensato preoccuparsi profondamente di sé e dei propri familiari, aggiungendo alcuni amici stretti.

Secondo la logica evolutiva, chi resta fuori da questo cerchio dovrebbe essere trattato con sospetto, e questo spiega perché gli esseri umani siano così inclini a dividersi in gruppi reciprocamente antagonisti.

Questo può spiegare il tribalismo, che Wright considera il pericolo più pressante del mondo moderno.

Qualcosa come un colloquio di lavoro, cioè cercare di impressionare un perfetto sconosciuto per guadagnarsi da vivere, semplicemente non esisteva per i nostri antenati.

Il divario tra la nostra configurazione emotiva e il nuovo mondo sociale complesso è una delle ragioni dello stress e dell’ansia diffusi.

La meditazione può offrire una distanza dalle reazioni di appartenenza, minaccia e competizione, permettendo di riconoscere l’istinto a dividere il mondo in “noi” e “loro”.

Questo non significa che la meditazione da sola possa salvare l’umanità dal tribalismo o sostituire le trasformazioni sociali e politiche.

Presentare la meditazione come un mezzo per salvare l’umanità dal tribalismo può essere considerato ingenuo e fuorviante.

L’attaccamento egoistico, sebbene potenzialmente ristretto, non deve necessariamente rimanere tale quando questi sé sono inseriti in relazioni reciprocamente vantaggiose.

Un certo grado di attaccamento, con le sue insoddisfazioni concomitanti, può essere necessario perché le persone si impegnino a migliorare la propria condizione e quindi a cambiare il mondo.

Il rapporto tra distacco, morale e compassione

Wright sostiene che il distacco generato dalla meditazione può permettere di vedere ogni persona come ugualmente preziosa, invece di considerare egoisticamente i propri desideri più importanti.

La meditazione può rendere le persone più calme e persino più gentili.

Ma il distacco non conduce logicamente a una chiarezza morale.

Il distacco è semplicemente distacco, cioè noncuranza, mentre la moralità è impossibile senza interesse e coinvolgimento.

Essere meno dominati dalle emozioni non equivale a diventare indifferenti alla sofferenza.

Una pratica orientata alla compassione richiede invece di riconoscere la sofferenza senza esserne completamente travolti e di trasformare questa consapevolezza in un’azione appropriata.

Un’esperienza di unità non indebolisce necessariamente la realtà delle identità personali distinte, senza le quali sarebbe difficile vivere quotidianamente.

Se una persona viene colpita da un’automobile, è necessario distinguere chi soffre, chi può aiutare e chi è responsabile dell’incidente.

La distinzione tra le persone rimane quindi importante sul piano pratico, anche quando la meditazione mette in discussione l’idea di una separazione assoluta e immutabile.

Che cosa la meditazione può e non può dimostrare

La meditazione può essere un grande aiuto all’introspezione e può permettere di gestire le emozioni in modo più efficace.

Non è però necessario concludere che un’esperienza meditativa consenta di vedere una verità metafisica, come l’irrealtà del sé o l’unità del cosmo.

Un’esperienza essenzialmente privata non può confermare né negare da sola una teoria metafisica.

La meditazione può cambiare il modo in cui una persona percepisce i propri pensieri, emozioni e sensazioni, ma questo cambiamento non costituisce automaticamente una prova sulla natura ultima della realtà.

Allo stesso modo, la meditazione può favorire calma, attenzione e gentilezza, ma il distacco non porta logicamente a una visione morale completa.

La prudenza è particolarmente importante quando vengono utilizzati termini come illuminazione, salvezza, guarigione o neuroscienze, perché la pratica contemplativa non elimina automaticamente ogni problema psicologico e non sostituisce l’assistenza medica o psicoterapeutica quando questa è necessaria.

Le sei perfezioni e l’orientamento etico

La motivazione di Bodhicitta è sostenuta e coltivata dalla pratica delle sei perfezioni, Paramita: generosità, moralità, pazienza, sforzo entusiastico, concentrazione e saggezza.

PerfezioneDirezione della pratica
GenerositàCondividere tempo, risorse e attenzione
MoralitàEvitare azioni che danneggiano gli altri
PazienzaNon reagire immediatamente a difficoltà e provocazioni
Sforzo entusiasticoColtivare con continuità gli aspetti positivi della mente
ConcentrazioneSviluppare stabilità e continuità dell’attenzione
SaggezzaComprendere impermanenza, interdipendenza e non-sé

In questo quadro la meditazione non è una tecnica isolata destinata esclusivamente al rilassamento.

È una componente di un percorso più ampio che comprende comprensione, intenzione, parola, azione, condotta di vita, sforzo, consapevolezza e concentrazione.

La pratica buddhista non ha quindi come unico obiettivo sentirsi meglio nell’immediato, ma trasformare progressivamente il modo di percepire, desiderare, parlare e agire.

Il buddhismo come “alchimia delle emozioni”

Mentre la maggior parte dei dogmi cristiani, come l’Incarnazione o la Trinità, vengono presentati come misteri incomprensibili, la maggior parte delle credenze buddiste vengono presentate come soluzioni logiche.

Ad esempio, di fronte alla questione del male, il cristianesimo invoca il mito del peccato originale, mentre il buddismo parla della legge del karma, che appare più credibile e razionale agli occidentali.

Inoltre, i buddisti incarnano ogni precetto in una pratica fisica.

Pertanto, quando a un discepolo viene chiesto di perdonare qualcuno, il suo maestro spirituale gli insegnerà tecniche mente-corpo che lo aiuteranno a gestire l’emozione negativa e a trasformarla in positivo.

Ecco perché la meditazione buddista può essere descritta come una vera e propria alchimia delle emozioni, certamente una delle maggiori lacune della civiltà occidentale, che tende a negare il corpo e le emozioni.

La metafora dell’alchimia indica il tentativo di trasformare la qualità dell’esperienza, non di reprimere le emozioni o sostituirle con una calma artificiale.

La rabbia può diventare informazione sul senso di minaccia o ingiustizia; il desiderio può essere osservato senza trasformarsi automaticamente in dipendenza; la paura può essere riconosciuta senza diventare necessariamente evitamento.

Come avvicinarsi alla pratica con realismo

La pratica buddhista non ha nulla che vedere con le usanze sociali o con superficiali cambiamenti esteriori, è esclusivamente un particolare stato mentale.

Non è indispensabile assumere un’identità religiosa, adottare abiti, appartenere a un gruppo o accettare immediatamente ogni dottrina.

È possibile iniziare osservando il respiro, le sensazioni del corpo, i pensieri e le emozioni mentre sorgono e passano.

Il punto centrale è non combattere il pensiero, non seguirlo automaticamente e non confonderlo con una descrizione completa della realtà.

Quando sorge un’emozione, si può osservare la sua valenza, piacevole o spiacevole, la sua intensità e la spinta all’azione che la accompagna.

Quando compare un desiderio, si può distinguere il desiderio stesso dall’urgenza di soddisfarlo immediatamente.

Quando appare un giudizio su un’altra persona, si può esaminare la differenza tra un comportamento concreto e l’attribuzione di un’essenza permanente.

Quando la pratica viene integrata nella vita quotidiana, i suoi effetti possono riguardare il modo di parlare, la gestione dei conflitti, l’uso del tempo e il rapporto con il consumo, il successo e l’approvazione.

Non bisogna però trasformare la meditazione in un nuovo oggetto di attaccamento o in una gara per raggiungere rapidamente l’illuminazione.

La meditazione inserisce uno spazio tra stimolo e risposta: osservi la valenza, senti la spinta, e scegli se seguirla.

Non sempre, ma più spesso di prima.

Una visione equilibrata dei benefici

Il buddhismo può fare bene quando aiuta a vedere con maggiore chiarezza il rapporto tra pensieri, emozioni, desideri e azioni.

Può favorire una maggiore serenità, una più efficace regolazione emotiva, una riduzione delle reazioni impulsive e una disposizione più compassionevole verso gli altri.

Può inoltre offrire un linguaggio per comprendere l’insoddisfazione strutturale, la mente non unitaria, il craving, l’impermanenza e la costruzione del sé.

Il problema non è necessariamente la mancanza di forza di volontà: il cervello è stato selezionato per volere sempre di più, non per stare bene in modo stabile.

La meditazione cambia questo rapporto: non elimina il desiderio, ma lo rende gestibile.

Il buddhismo non deve però essere presentato come una conferma totale delle neuroscienze, come una cura universale o come una soluzione sufficiente ai problemi individuali e collettivi.

La ricerca scientifica sugli effetti della mindfulness è promettente ma non conclusiva, le dimensioni degli studi sono spesso piccole e gli effetti variano per individuo e contesto.

Il beneficio più solido consiste nella possibilità di osservare l’esperienza con maggiore precisione, ridurre l’automatismo e orientare la mente verso meno danno, più consapevolezza e maggiore compassione.

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