Sui Monti Sibillini lo sciamanesimo non si presenta come una tradizione documentata nello stesso modo delle pratiche siberiane o africane, ma come un insieme di leggende, figure profetiche, guaritori, luoghi liminali e racconti di accesso al soprannaturale. La Grotta della Sibilla e il lago di Pilato costituiscono il centro di una geografia mitica in cui conoscenza, medicina, profezia, magia e demonologia si sono sovrapposte per secoli.
L’ibogaina appartiene invece a una tradizione africana distinta: è un alcaloide psicoattivo ricavato dalla Tabernanthe iboga, utilizzato nei rituali del culto Bwiti e studiato per il possibile impiego nel trattamento delle dipendenze. Non è tuttavia un rimedio privo di rischi: può provocare aritmie cardiache, complicazioni neurologiche e, a dosi elevate, anche la morte; inoltre non è attualmente approvata per alcun uso medico ed è vietata in Italia.
Che cos’è lo sciamanesimo
Lo sciamanismo è forse la pratica religiosa più antica appartenente al genere umano. Diffusa pressoché in tutti i continenti, ha da un lato affascinato intere generazioni di studiosi, dall’altro ha colpito profondamente l’immaginario occidentale.
La parola sciamano deriva dal tunguso saman. La Siberia è la regione in cui gli europei hanno incontrato per la prima volta queste figure di sacerdoti che vanno in trance suonando tamburi e viaggiano in spirito per curare e profetare, vestendosi di pelli animali.
L’etimologia della parola sciamano è per certi versi ancora incerta, ma si fa canonicamente risalire al termine 'saman', utilizzato nella cultura tunguso siberiana per indicare ‘colui che conosce’. Infatti lo sciamano viene generalmente considerato come un guaritore e un mediatore tra il mondo dei vivi e il mondo degli spiriti, capace di operare in uno stato alterato di coscienza e influenzare il corso degli eventi.
Tra le etimologie proposte per il termine saman, una rimanda a un’origine indoeuropea, alla parola sanscrita sramana, sacerdote, che sarebbe arrivata in Mongolia attraverso la mediazione del cinese mandarino.
L’incanto e il mistero dell’agire sciamanico, oltre alla difficoltà di circoscriverne il fenomeno, hanno attraversato il dibattito scientifico per decenni. Lo sciamano è un terapeuta, un mago, un esorcista? Oppure - com’è stato definito - un eroe culturale, un intermediario col mondo degli spiriti, o una sorta di psicoanalista ante litteram della collettività?
La Siberia è stata un luogo di snodo, se non l’origine, di una tradizione che si è diffusa col migrare di popolazioni in Asia e nelle Americhe, oltre lo stretto di Bering. La parola shaman è stata estesa a quelli che gli antropologi americanisti chiamavano medicine men, e poi a tutto il mondo, anche a figure sociali molto diverse.
Lo sciamanesimo tra storia, repressione e trasformazione
Qui tra Seicento e Settecento mercanti, naturalisti e funzionari osservarono le cerimonie e offrirono resoconti, e già nell’Europa dell’illuminismo, complice la presenza del filosofo Denis Diderot alla corte di Caterina II di Russia, il dibattito sugli sciamani si infiammò: erano sapienti o ciarlatani? Poeti o veggenti? Folli o profeti?
Non necessariamente le cose si escludevano, e attraverso opposte opinioni la figura ha continuato a affascinare. Come racconta Sergio Botta in Dagli sciamani allo sciamanesimo, la figura dello sciamano è un tema di riflessione che per oltre tre secoli ha impegnato studiosi e psicologi in Europa, e oltre.
Eppure di recente, da queste parti, gli sciamani non hanno avuto vita facile. Quel che i buddhisti prima e la sovrana illuminista Caterina poi non erano riusciti a fare - estirpare questa indecenza di donne e uomini forsennati che cadevano in trance pretendendo d’incontrare e perfino sposare gli spiriti degli animali - riuscì quasi del tutto con la repressione del governo sovietico.
Ma dopo il 1991 si è innescata una reviviscenza, corrispondente a una ricerca di radici identitarie, per cui in Tuva, Buriazia e Jacuzia, epicentri di tradizioni sciamaniche, è comune imbattersi in sciamani e rituali aperti a concittadini e visitatori, né mancano seminari di tamburi sciamanici frequentati da comitive di turisti.
Oggi una nuova generazione di sciamani coltiva le proprie tradizioni promuovendo pure attività culturali, scrivendo libri, andando in tv, e in Buriazia gli sciamani sono costituiti in Associazione. È necessario considerare questi cambiamenti per capire il presente e il futuro dello sciamanismo, che riguarda non soltanto gli studiosi e gli artisti che se ne occupano.
All’interno del corso, osserva il prof. Beggiora, è nata negli anni una sperimentazione di gruppo, una sorta d’osservatorio, “che per me e credo per tutti coloro che vi hanno finora partecipato è stata veramente entusiasmante: un’esperienza che non ha mancato di testimoniare l’esistenza di uno sciamanismo ancora vivente e dinamico, sui cui è ancora possibile sviluppare la ricerca.
In taluni specifici casi è emerso un fenomeno che sembrerebbe conservare forme forse primordiali, aspetti culturali arcaici, d’un mondo ormai scomparso, viceversa in altri ambiti s’è delineata la manifestazione d’un approccio al sacro veramente versatile, duttile, capace con resilienza d’attraversare momenti di cambiamento sempre più complessi e radicali.
Forse proprio per questo, da sempre refrattario a essere circoscritto in un paradigma teoretico unico, lo sciamanismo in ogni caso si conferma ancor oggi vivo e vibrante attorno al mondo, come il dibattito che su di esso si rinnova”.
Il cosmo sciamanico e la ricerca antropologica
È appena uscito, per la casa editrice Franco Angeli, con una evocativa copertina illustrata dall’artista veneziano Andrea Tagliapietra, il volume Il cosmo sciamanico: ontologie indigene fra Asia e Americhe.
L’opera è a cura di Stefano Beggiora, direttore della collana S.t.r.a.d.e. - Spiritualità e tradizioni religiose: approcci, discipline, etnografie presso il medesimo editore e professore all’Università Ca’ Foscari di uno dei pochissimi corsi in Italia di etnografia dello sciamanesimo, nonché docente di Storia e Letteratura dell’India.
“Partendo dalle più aggiornate teorie scientifiche - si legge nella sinossi del volume - il libro ospita ventuno saggi a opera dei maggiori specialisti sul tema e propone una panoramica pressoché globale sugli studi sciamanici, apportando nuove testimonianze e ricerche sul campo, ove la percezione del cosmo sembra essere il cardine di un diverso modo d’interpretare l’alterità e la liminalità.
Dalla foresta amazzonica alle giungle indiane, dalle steppe dell’Asia alle isole del Giappone, dalle vette andine alle vallate himalayane: lungo queste e altre rotte si snoda un viaggio affascinante fra tradizioni religiose, folklore e ontologie indigene”.
I ventuno autori partono dallo stato dell’arte, proponendo un’analisi nuova sui vari sciamanismi, distanziandosi dall’analisi eurocentrica dell’esperienza religiosa e spostando il cardine dello studio sul concetto di cosmo.
I saggi contenuti spaziano da uno sciamanismo postmoderno e contemporaneo in Siberia centrale (Mihály Hoppál ) e Jakutia (Lia Zola), allo sciamanismo in Corea (Laurel Kendall), Giappone (Silvia Rivadossi), Mongolia (Elisabetta Ragagnin), Malesia (Diana Riboli), India (Stefano Beggiora, Giovanni Torcinovich), alle tradizioni dell’Himalaya (Davide Torri, Gian Giuseppe Filippi) e dei paesi scandinavi (Gianluca Ligi) fino a giungere al Nord (Enrico Comba), Centro (Sergio Botta) e Sud America (Emanuele Fabiano, Domenico Branca) e a paesi d'ambito islamico (Giovanni De Zorzi e Thomas Dahnhardt).
La raccolta è conclusa da una nota etnopsichiatrica (Alessandro Norsa) e da un’Appendice che ripropone in traduzione i saggi di alcuni celebri studiosi (Ioan Lewis, Vladimir Basilov, Romano Mastromattei), scomparsi di recente, che collaborarono con l’Ateneo veneziano.
Beggiora presenta nel suo intervento il caso emblematico dei Saora, una popolazione dell’Odisha - uno stato dell'India Orientale sul golfo del Bengala - dove la vita della comunità si svolge sotto la guida di una serie di figure carismatiche: il gomango - il capo villaggio, il buyā, una sorta di sacerdote, e infine il kuḍān, lo sciamano.
Quest’ultimo incarna tutte le caratteristiche del genere: rapimento iniziatico, funzione di psicopompo, conoscenza dei principi medicinali della foresta, esorcista.
Spesso il kuḍān sperimenta durante la pubertà una serie di esperienze allucinatorie, interpretate come manifestazioni di uno spirito tutelare che cerca di mettersi in comunicazione con il prescelto. L’iniziato in alcuni casi viene ‘prelevato’ dallo spirito guida durante il sonno e affronta una serie di prove o esperienze propedeutiche al suo futuro ruolo.
Nel classico caso del ‘rapimento sciamanico’, l’iniziato si trova a vagare nella foresta per alcuni giorni, in stato confusionale e di amnesia. In altri casi i kuḍān hanno anche descritto la sensazione di essere sollevati verso l’alto, librandosi nell’atmosfera (a volte vedendo e descrivendo il paesaggio sottostante) per poi essere precipitati nell’oscurità.
La ricerca spirituale contemporanea
L’interesse di osservatori e visitatori provenienti da civiltà dove lo sciamanismo originariamente non esisteva, o è scomparso, non è ovviamente sfuggito a chi porta avanti quelle tradizioni.
Oggi si assiste a un doppio movimento: per un verso, l’apertura di spazi e rituali a chi arriva da lontano, estraneo alle comunità che originariamente beneficiano degli sciamani, che determina dei cambiamenti nei riti e nell’elaborazione della tradizione.
Per l’altro verso, l’arrivo di questi stranieri che vanno in cerca di un altro tipo di giovamento. Come può l’istituzione dello sciamanesimo, che inevitabilmente si trasforma, restare preziosa nel mondo contemporaneo?
Il bisogno e la richiesta hanno dato luogo all’arrivo di sciamani e curatori che organizzano rituali in casa nostra, oltre al turismo sciamanico che si spinge lontano.
De Matteis indica un paradosso: una tendenza alla “contromodernità” ispira il desiderio, nutrito da individui esausti e sradicati, di riscoprire un passato ancora attuale in civiltà non del tutto conformate alla frammentazione sociale e ai ritmi di vita frenetici dell’Occidente; d’altra parte, questo confronto “è vissuto soprattutto come un mezzo per misurarsi con le proprie ‘profondità’.
Nel tentativo di viaggiare in se stessi. Perché, nel complesso, viene offerta loro una straordinaria gratificazione sostitutiva: dall’incontro usciranno migliorati, quindi capaci di affrontare diversamente la vita”.
Chi frequenta queste riunioni sarebbe “un Io solitario, poco socializzato”, che evade dalle maglie di “sistemi familiari sempre più in declino”, “modalità lavorative oppressive”, “spazi collettivi sempre più angusti”, in un’epoca accompagnata dallo “spettro molto reale della crisi ecologica e climatica”.
Il sospetto, allora, è che i nuovi bisogni stravolgano il senso originario dello sciamanismo. È importante considerare questi cambiamenti per capire il presente e il futuro dello sciamanismo, che riguarda non soltanto gli studiosi e gli artisti che se ne occupano.
I Monti Sibillini come paesaggio mitico
A 2150mt, nel cuore delle Marche, ecco la fucina di antichissime storie di magia, esoterismo e mistero.
Tradizione, a volte, significa anche leggenda. Come non approfittare allora delle Marche, terra in cui mi trovo in questo momento, ricca di luoghi segreti, creature enigmatiche e personaggi leggendari.
E no, non mi riferisco agli amici che, ogni estate, mi accolgono e sopportano da quasi quindici anni, sto parlando delle storie intorno ai Monti Sibillini, definiti da Guido Piovene “i più leggendari dell’Italia del centro”.
Probabilmente, la conformazione stessa di questi monti, erosi al vento, divorati da piccoli e grandi torrenti a precipizio e segnati da affascinanti fenomeni carsici, ha contribuito non poco alla creazione e diffusione di leggende misteriche e stregonesche, tanto che dal XIV al XVI secolo essi sono stati al centro di iniziazioni negromantiche e racconti magici diffusi poi in tutta Europa.
«si può affermare che quel che furono nell’antichità classica i Campi Flegrei con l’antro della Sibilla Cumana e il lago di Averno, furono nel tardo medioevo e nel primo rinascimento i Monti Sibillini con la grotta della Sibilla e col lago di Pilato» - Giuseppe Santarelli

Vorrei avere il tempo e lo spazio per raccontare tutte le storie costruite e diffuse sullo sfondo di luoghi veramente incantati, ma ognuna di loro merita rispetto e pazienza, mi concentrerò quindi sulle principali sperando di riuscire a trasmettere almeno un poco dell’intensa energia che si avverte ascoltandole con le proprie orecchie dagli abitanti del posto, mentre si cammina sui sentieri che quei luoghi attraversano.
La Grotta della Sibilla e le fate
La Grotta della Sibilla, chiamata anche di maga Alcina o delle Fate, è una cavità che si trova a 2150 m. sul versante nord del monte Sibilla.
La Sibilla era una strega buona, detentrice della conoscenza, conoscitrice dell’astronomia e della medicina, che elargiva responsi e profezie con il tipico linguaggio profetico non sempre facile da interpretare.
Circondata da ancelle, le fate, essa permettava a loro di scendere a valle per insegnare a filare e tessere alle fanciulle del posto.
Le fate erano donne bellissime che di notte frequentavano le feste dei paesi vicini, ma che si dovevano ritirare sui monti prima dell’alba: la leggenda fa risalire l’origine de la Strada delle Fate, una faglia di 200 metri sul Monte Vettore, ad una delle loro fughe precipitose prima del sorgere del sole.
Queste affascinanti creature si muovevano tra il lago di Pilato, dove secondo la tradizione si recavano per il pediluvio, ed i paesi di Foce, Montemonaco e Montegallo, tra il Pian Grande, il Pian Piccolo ed il Pian Perduto di Castelluccio di Norcia e Pretare, dove ancora oggi una rappresentazione di teatro detta “La discesa delle fate” custodisce e rievoca la memoria della presenza di queste creature.
Sono descritte come giovani donne di bell’aspetto, vestite con lunghe gonne da cui spuntavano zampe di capra e i cui passi ricordavano il rumore degli zoccoli degli animali sui ghiaioni dei monti.
«Quando a Foce un montanaro, sorpreso dallo scricchiolio dei piedi di un’incantevole ballerina, scoprì al posto delle scarpette due luridi zoccoletti di capra inorridì e fu sul punto di gridare all’inganno diabolico.
Ma la danzatrice infernale gli soffiò nell’orecchio parole magiche: tu non parlerai! In cambio del tuo segreto avrai ricchezza a dismisura: ogni volta che porrai la mano in tasca la ritrarrai fuori colma di monete d’oro.
Fu così per lungo tempo, peccato che quel montanaro un giorno volle rivelare il suo segreto: tutto il denaro e la ricchezza accumulata scomparve in un brivido di lampi infernali» - Da “Cecco D’Ascoli e le fate ballerine”.
Le fate sibilline, infatti, amavano danzare nelle notti di plenilunio e, appropriandosi segretamente dei cavalli dei residenti, raggiungevano i paesi vicini per ballare con i giovani pastori, proprio a loro si attribuisce l’origine del ballo del “saltarello”.
Demonizzate per lunghi secoli dalle prediche di santi e di frati, furono costrette a rifugiarsi nelle viscere della montagna ed entrare a far parte del mondo invisibile.
Ma, secondo alcuni, esse popolano ancora i monti Sibillini e prova ne sarebbero le treccioline delle criniere delle cavalle (capita che gli animali condotti liberi al pascolo sui monti tornino con le criniere intrecciate le cui artefici sarebbero le ancelle della Sibilla) e gli avvistamenti di luci.
Dopo il tramonto, lungo i crinali delle montagne, si vedono delle piccole luci che si muovono dondolando come fossero trasportate da persone in cammino, secondo alcuni sarebbero proprio le fate che risalgono i pendii.
Il lago di Pilato e la negromanzia
Di altro registro sono le leggende intorno al Lago di Pilato.
Pilato, responsabile della crocifissione di Gesù e condannato a morte dall’imperatore Vespasiano, fu posto su di un carro trainato da bufali e affidato alla sorte.
I bufali indiavolati partiti da Roma giunsero fino ai Monti Sibillini e terminarono la loro folle corsa con il corpo di Pilato proprio dentro i laghi.
Benvenuto Cellini, nella seconda metà del ‘300, racconta di essere stato avvicinato da creature magiche, Negromanti intenti a far consacrare il “libro del comando”, in terra di Norcia, con l’aiuto degli abitanti norcini «abili in stregonerie e magie».
Pierre Bersuire, enciclopedista e monaco benedettino, parla di un alto prelato che gli raccontò di un luogo nei pressi di Norcia popolato da creature demoniache.
«Il negromante appena giunto al lago forma tre cerchi concentrici e, postosi nel mezzo del terzo, con qualche offerta destinata allo spirito maligno, chiama per nome il demonio desiderato, leggendo il libro magico che vuol consacrargli.
- Perchè mi chiami? - Voglio consacrarti questo libro, e voglio che tu ti impegni a eseguire tutto ciò che vi è contenuto, ogniqualvolta te lo chiederò! Vuoi sapere il prezzo? Ti dò l’anima in contanti.
Ecco che il diavolo afferra il libro tracciandovi sopra segni misteriosi ed impegnandosi ad attuare ogni sorta di male quando esso viene letto dal negromante.
Un patto irrevocabile, per l’eternità.» - da una predica di Fra Bernardino Bonavoglia da Foligno, vissuto nel XV sec.
Fino al secolo scorso questo sarebbe stato un viaggio da intraprendere in segreto, una pericolosa sfida che pochi avrebbero raccolto. Potrebbe confermarlo l’ignaro botanico che nel 1892 le donne di Castelluccio ridussero in fin di vita avendolo scambiato per un mago.
Fin dal medioevo infatti, i Monti Sibillini sono stati sinonimo di luogo magico. Nel XIII secolo, maghi, streghe e negromanti provenienti da ogni contrada d’Europa, affrontavano fatiche e pericoli inimmaginabili per raggiungere l’antro della regina Sibilla o il lago di Pilato.
Le autorità ecclesiastiche e la popolazione dei paesi circostanti, temevano e condannavano quel pellegrinaggio profano. Cercarono in tutti i modi di impedirlo, senza risparmio di fondi quando con una muraglia sbarrarono i valichi, senza risparmio di vite umane, quando decretarono l’impiccagione di chiunque fosse stato sorpreso in quei luoghi.
Sulla vetta di un monte che sovrasta il paese di Montemonaco, si pensava fosse l’antro della regina Sibilla, dispensatrice di verdetti profetici e di inebrianti piaceri. Il lago di Pilato era invece considerato una porta dell’inferno, dalle sue rive s’invocavano i demoni per consacrare il libro del comando.
Sarebbe fuorviante ricondurre queste leggende alla semplice superstizione popolare: l’Orlando furioso dell’Ariosto, le opere di Benvenuto Cellini, Andrea da Barberino, Antoine de La Sale, sono le fonti che ne hanno consentito una ricostruzione organica.
Michelangelo diede un volto e un corpo alla Sibilla negli affreschi della Cappella Sistina. Wagner compose un’opera ispirandosi alle vicende del Tannhauser, cavaliere della mitologia germanica che, intorno alla metà del XIV secolo, visitò il regno della Sibilla.
Storie concluse, superate dal tempo ma non svanite senza lasciare traccia se Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia ha definito i Sibillini “i monti più misteriosi del centro Italia”.
Il male ed il bene, il regno della Luce e quello delle Tenebre, si sono sempre intrecciati e scambiati di posto nelle leggende dei Monti Sibillini, descrivendo e provocando sentimenti di paura e gratitudine, rispetto e condanna, maledizione e redenzione.
A rispecchiarli è lo spettacolo del magnifico paesaggio marchigiano, ricco di sentieri percorribili, che di queste leggende porta con sè i nomi e le storie: sul Pizzo del Diavolo svetta la Cima del Redentore che a sua volta domina il lago di Pilato e “incastonato tra i monti quasi a voler fugare le ombre che macchiano la tradizione della grotta e del lago” si erge il santuario medievale della Madonna dell’Ambro al quale fa invece eco la meravigliosa gola dell’Infernaccio.

Leggenda, paesaggio e sciamanesimo
Il rapporto tra i Monti Sibillini e lo sciamanesimo va quindi inteso con cautela. Le leggende locali non costituiscono automaticamente la prova di una continuità storica con lo sciamanesimo siberiano, ma mostrano come una comunità possa attribuire a montagne, grotte, laghi e sentieri una funzione di confine tra il mondo ordinario e un’altra dimensione.
La Sibilla è una figura di conoscenza, profezia e medicina; le fate sono esseri liminali che attraversano il confine tra montagna e paese; il lago di Pilato è una soglia pericolosa verso il mondo demoniaco; il negromante cerca invece di stabilire un rapporto rituale con potenze invisibili.
In questo senso, il paesaggio dei Sibillini conserva temi che ricorrono anche nelle descrizioni antropologiche dello sciamanesimo: il passaggio, l’iniziazione, l’accesso a un luogo separato, la comunicazione con entità non umane, la guarigione, la profezia e la trasformazione dell’identità.
La differenza è altrettanto importante: lo sciamano, nelle tradizioni etnografiche, è una figura rituale inserita nella vita di una comunità, mentre la Sibilla, le fate e i negromanti appartengono soprattutto a un patrimonio leggendario, letterario e religioso stratificato nel tempo.
Che cos’è l’ibogaina
L'ibogaina è una sostanza naturale estratta dalla corteccia della pianta africana Tabernanthe iboga. È stata utilizzata per secoli dalle tribù indigene dell'Africa occidentale per le sue proprietà medicinali e spirituali.
L’ibogaina presente nella pianta di Tabernanthe iboga, è un arbusto perenne usato come sostanza psichedelica nel Culto dei Buiti (chiamato anche “Culto dei Bwiti“).
La molecola ibogaina è, in estrema sintesi, una sostanza psicoattiva dagli effetti dissociativi che rientra nel gruppo dei cosiddetti psichedelici.
Questa molecola psichedelica si ritrova originariamente nella pianta Tabernanthe iboga (volgarmente chiamata solo “iboga“) che è un arbusto perenne della foresta pluviale originario dell’Africa occidentale.
Questo arbusto sempreverde indigeno del Gabon, molto diffuso a livello selvatico nella Repubblica Democratica del Congo, è anche coltivato in tutta l’Africa occidentale.
Nella medicina tradizionale africana e nei rituali del Culto dei Bwiti, la sua radice o la corteccia giallastra vengono usata per produrre allucinazioni ed esperienze “near death” (ovvero simili ad una simulazione di morte), che in alcuni casi portano realmente alla morte per sovradosaggio.
Da diverse centinai di anni le popolazioni pigmee della Foresta del Gabon sono i principali detentori delle conoscenze dei e dei segreti della pianta dell’iboga, che utilizzano nei loro rituali religiosi del culto dei Buiti (“Bwiti“).
Iboga, Bwiti e dimensione rituale
Nel contesto del culto Bwiti, l’iboga non è semplicemente una sostanza destinata a produrre visioni individuali, ma una pianta inserita in una struttura rituale, religiosa e comunitaria.
Le esperienze “near death” associate alla sua assunzione vengono interpretate come passaggi simbolici e spirituali, mentre la pianta mantiene un rapporto con la medicina tradizionale e con le conoscenze trasmesse dalle comunità che la utilizzano.
Il collegamento tra ibogaina e sciamanesimo deve però essere formulato senza sovrapporre tradizioni differenti. L’iboga appartiene alla storia religiosa e culturale dell’Africa occidentale, mentre lo sciamanesimo è una categoria comparativa applicata a pratiche molto diverse tra loro.
Il fatto che entrambe le esperienze possano includere stati alterati di coscienza, guarigione, rapporto con gli spiriti o trasformazione personale non significa che abbiano la stessa origine, lo stesso significato o la stessa funzione sociale.
Effetti psicoattivi dell’ibogaina
Negli ultimi decenni, l'ibogaina si è imposta all'attenzione internazionale anche per il suo potenziale nel trattamento delle dipendenze, in particolare da oppioidi e altre droghe pesanti.
Mediamente l’esperienza psichica che segue l’assunzione di ibogaina avviene in due fasi, chiamate (1) fase visionaria e (2) fase di introspezione.
La fase visionaria è stata descritta come onirica e bizzarra, in riferimento alla natura psichedelica dei suoi effetti, e dura dalle 4 alle 6 ore.
La seconda fase, la fase di introspezione, è responsabile degli effetti terapeutici: questo stato alterato della psiche può permettere alle persone di vincere le loro paure ed emozioni negative, con effetti che sembrano perdurare nel tempo.
L’ibogaina catalizza uno stato alterato di coscienza che ricorda il sogno mentre si è pienamente coscienti e consapevoli, in modo che i ricordi, le esperienze di vita e i problemi di trauma possano essere ricordati, elaborati e discussi in un contesto psicoterapeutico nel corso dei mesi seguenti.
Gli effetti possono durare per ore e possono variare da visioni intense a una profonda introspezione. È importante affrontare l'esperienza con rispetto e mantenere una mente aperta.
L'uso dell'ibogaiana può essere profondo e trasformativo, ma il fatto che sia "divertente" dipende dalla vostra percezione del divertimento.
Mentre alcuni vedono l'esperienza come illuminante e liberatoria, per altri può essere un viaggio impegnativo e conflittuale. È importante mantenere una mente aperta ed essere disposti a imparare dall'esperienza, indipendentemente dal fatto che sia percepita come "divertente".
Meccanismo d’azione e farmacologia
L'ibogaina agisce a diversi livelli nell'organismo, ma il suo principale meccanismo d'azione sembra essere legato al modo in cui agisce sui recettori del cervello.
Ricerche preliminari indicano che l’ibogaina, un alcaloide presente nelle radici e nella corteccia di iboga, ha un potenziale per il trattamento della dipendenza da oppioidi e altre sostanze d’abuso (cocaina, nicotina, alcol e forse altre sostanze).
L’ibogaina agisce simultaneamente su molti sistemi di neurotrasmettitori diversi tra qui anche i recettori per la serotonina 5-HT2A, 5-HT2C e 5-HT3; questa molecola psichedelica, come spesso accade in sostanze di questo tipo, stimola anche i recettori NMDA della via glutamatergica.
La noribogaina, un metabolita secondario, è molto potente come inibitore della ricaptazione della serotonina.
La ibogaina agisce anche, e soprattutto, come moderato agonista del recettore κ-opioide e debole agonista del recettore μ-opioide o, forse, come debole agonista parziale.
È possibile che l’azione dell’ibogaina sul recettore κ-opioide possa effettivamente contribuire in modo significativo agli effetti psicoattivi attribuiti all’ingestione di ibogaina; la Salvia divinorum, un’altra pianta riconosciuta per le sue forti proprietà allucinogene, contiene la sostanza chimica salvinorina A, che allo stesso modo è un agonista kappa oppioide altamente selettivo.
Per quello che riguarda la farmacocinetica, vedimao che l’ibogaina è metabolizzata nel corpo umano dal citocromo P450 2D6 in noribogaina (più correttamente, O-desmetillibogaina o 12-idrossibogamina).
Sia l’ibogaina che la noribogaina hanno un’emivita plasmatica di circa due ore nel ratto, anche se l’emivita della noribogaina è leggermente più lunga di quella del composto madre.
Si propone che l’ibogaina sia depositata nel grasso e metabolizzata in noribogaina quando viene rilasciata da esso.
Dopo l’ingestione sotto forma di pianta di Iboga negli esseri umani, dopo pochi minuti, la noribogaina mostra livelli plasmatici più alti dell’ibogaina e viene rilevata per un periodo di tempo più lungo rispetto alla sostanza originaria.
Dipendenze e potenziale terapeutico
L'ibogaina viene spesso utilizzata nei centri di trattamento delle dipendenze per aiutare i pazienti a superare la dipendenza fisica e mentale dalle droghe.
Può aiutare a ridurre i sintomi dell'astinenza e ad alterare la chimica del cervello, riducendo il desiderio di sostanze che creano dipendenza.
Le persone che hanno fatto uso di ibogaaina spesso riferiscono di essere state in grado di affrontare e guarire le paure e i traumi più profondi.
Ha anche il potenziale di interrompere le dipendenze e può aiutare le persone a trovare pace interiore ed equilibrio.
Anche se i risultati variano, alcune persone hanno riferito che l'ibogaina li ha aiutati a liberarsi dalla dipendenza per lungo tempo.
Gli studi clinici sull’ibogaina per trattare la tossicodipendenza sono iniziati nei primi anni ’90, ma le preoccupazioni sulla sua cardiotossicità hanno portato all’interruzione di questi studi e allo stato attuale non ci sono sufficienti evidenze cliniche basate su dati attendibili per determinare se sia utile nel trattamento delle dipendenze o di altre condizioni medico-psichiatriche.
È importante sottolineare che l’ibogaina non è attualmente approvata per alcun uso medico, anche se ci sono strutture legali di riabilitazione con ibogaina in alcune nazioni del centro america come il Messico.
Pertanto, l’ibogaina può essere un’opzione promettente per le persone che lottano contro la dipendenza, ma è importante notare che non è un farmaco miracoloso e comporta seri rischi.
Deve essere usata in modo responsabile e attento come parte di un piano di trattamento completo.
Rischi, controindicazioni e quadro legale
L'uso dell'ibogaina non è privo di rischi e deve essere somministrato sotto stretto controllo medico.
L'uso improprio dell'ibogaina ha provocato gravi effetti collaterali, come aritmie cardiache e complicazioni neurologiche.
Come accennato prima, a dosi elevate, l’ibogaina è considerata tossica, e può causare gravi disturbi anche quando viene usata insieme ad oppioidi, alcuni psicofarmaci ed altri farmaci da prescrizione.
Inoltre pare che ad alti dosaggi e per periodi prolungati il trattamento con ibagavina generi una degenerazione cerebellare a carico delle cellule del Purkinje.
Pertanto, è essenziale che le persone che intendono utilizzare l'ibogaina per il trattamento delle dipendenze lo facciano solo sotto la supervisione di professionisti esperti.
Poiché l'ibogaiana ha effetti molto forti, è importante utilizzarla sotto la supervisione di professionisti esperti. Assicuratevi di avere un ambiente sicuro e di essere supervisionati da persone che conoscono bene la sostanza e i suoi effetti.
La United States Drug Enforcement Administration (DEA) elenca l’ibogaina come una sostanza controllata del Controlled Substances Act, e quindi pericolosa, e allo stesso modo risulta vietata anche in Italia.
Ovviamente queste limitazioni di legge hanno contribuito a rallentare fortemente gli studi clinici dell’ibogaina in ambito psichiatrico e tossicologico.
La durata del trattamento può variare, ma il processo può durare da pochi giorni a una settimana, compresi i tempi di preparazione e recupero.
Somiglianze e differenze tra Monti Sibillini e ibogaina
| Elemento | Monti Sibillini | Ibogaina |
|---|---|---|
| Origine | Tradizioni leggendarie, religiose e letterarie dell’Appennino centrale | Pianta della foresta pluviale dell’Africa occidentale |
| Figura o pratica centrale | Sibilla, fate, negromanti, guaritori e racconti profetici | Rituali del culto Bwiti e uso tradizionale dell’iboga |
| Funzione simbolica | Accesso a luoghi liminali, profezia, conoscenza, magia e trasformazione | Esperienza visionaria, introspezione e passaggio rituale |
| Stato alterato di coscienza | Presente soprattutto nei racconti di magia, profezia e accesso all’invisibile | Associato agli effetti psicoattivi dell’ibogaina |
| Uso terapeutico | La Sibilla è descritta come conoscitrice della medicina | Potenziale studiato nel trattamento delle dipendenze, senza sufficienti evidenze cliniche |
| Rischi | Rischi storici legati a pellegrinaggi, isolamento e persecuzione | Aritmie cardiache, complicazioni neurologiche, tossicità e rischio di morte per sovradosaggio |
| Situazione giuridica | Paesaggio culturale e leggendario | Vietata in Italia e sottoposta a restrizioni in altri Paesi |
Un confronto senza sovrapposizioni
Il punto d’incontro tra sciamanesimo, leggende sibilline e ibogaina è la ricerca di un rapporto con ciò che viene percepito come invisibile, profondo o non ordinario.
In tutti questi ambiti ricorrono immagini di passaggio, morte simbolica, guarigione, conoscenza nascosta, incontro con entità non umane e ritorno trasformato alla vita quotidiana.
La distinzione storica e culturale rimane però essenziale. La Sibilla dei Monti Sibillini appartiene a una costruzione mitica e letteraria europea; lo sciamanesimo è un insieme ampio e non uniforme di pratiche rituali; l’ibogaina è una sostanza psicoattiva legata soprattutto alla pianta iboga e ai rituali Bwiti dell’Africa occidentale.
Confondere questi piani può trasformare tradizioni complesse in un generico mercato dell’esperienza spirituale. Il bisogno di “viaggiare in se stessi” può essere autentico, ma non elimina la necessità di distinguere tra simbolo, rito, ricerca antropologica, sostanza farmacologicamente attiva e trattamento medico.
La magia dei Monti Sibillini può sopravvivere come memoria culturale, paesaggio e racconto; lo sciamanesimo continua a modificarsi nelle comunità che lo praticano; l’ibogaina rimane una sostanza potente, oggetto di ricerca e di controversie, ma non un farmaco miracoloso né una pratica da affrontare senza controllo medico.
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