Principi del buddhismo Theravada thailandese

Il buddhismo Theravada thailandese si fonda sugli insegnamenti del Buddha, sulle Quattro Nobili Verità, sull’Ottuplice Sentiero, sulla legge dell’impermanenza, sul non-sé e sulla liberazione dal ciclo del samsara. Nella pratica, questi principi vengono sviluppati attraverso la condotta etica, la meditazione, la consapevolezza del corpo, delle sensazioni, della mente e dei fenomeni.

La meditazione thailandese mira ad allenare la mente a non occuparsi della centralità del proprio sé, avendo invece cura delle cose che sono al di là di noi stessi: verità, amore, compassione e pace. Le due maggiori forme di meditazione buddista sono Samatha e Vipassana - collettivamente conosciute come Bhavana.

Il buddhismo Theravada nel contesto della tradizione buddhista

Spesso, nell’immaginario collettivo occidentale, il buddhismo si manifesta attraverso forme specifiche, come quelle del buddhismo tibetano, Zen e Theravāda. Purtroppo, molte scuole del Mahāyāna dell’Asia orientale rimangono sconosciute in Europa e negli Stati Uniti, anche perché, spesso, il termine “buddhismo” evoca principalmente immagini legate alle pratiche tibetane, una percezione che potrebbe non riflettere pienamente la diversità di questa antica tradizione.

Un’idea diffusa e fuorviante è quella di un buddhismo “puro”, privo di “superstizioni”, trasmesso miracolosamente attraverso le culture fino al mondo occidentale. Questa concezione, relativamente recente, è nata da riforme in Asia, influenzate dalla colonizzazione, dalla necessità di modernizzazione e dall’influenza del protestantesimo, cercando di adattarsi alle sensibilità occidentali.

Dal punto di vista storico e sociologico, il buddhismo non costituisce un’entità singola, ma piuttosto una varietà di pratiche svolte da individui. La diversità è ulteriormente evidente nelle credenze e nelle pratiche di coloro che si sono convertiti in tempi recenti - particolarmente quelli di origine europea o statunitense - che differiscono notevolmente da quelle dei buddisti di origine asiatica, sfidando così l’idea di un buddhismo omogeneo e sottolineando le sfumature culturali e individuali presenti nella pratica.

Bisogna evitare di saltare direttamente dal Buddhismo “puro”, cioè quello del Buddha stesso (come lo immaginiamo), al buddhismo tibetano, Zen e Theravāda come se derivassero direttamente da questa forma originale; si sono infatti evoluti attraverso l’influenza delle varie culture ospitanti, subendo una grande quantità di cambiamenti nel tempo.

Il Buddha e il fondamento degli insegnamenti

Il fatto che la figura nota come Buddha sia nata, abbia vissuto e sia morta non è un dato messo in discussione dagli accademici, ma tutte le fonti che abbiamo oggi sono frutto di una trasmissione e un’evoluzione lunga secoli, che ha reso la realtà difficilmente distinguibile dal mito. Sicuramente, tutte le diverse scuole di pensiero buddhiste si sono sviluppate dopo la sua morte, e hanno tutte l’obiettivo di seguire il suo esempio e di trasmettere quelli che affermano essere i suoi insegnamenti, anche se il contenuto di questi insegnamenti ha subito anch’esso svariati cambiamenti con il passare del tempo.

Secondo la tradizione, questa è la sua storia. Siddharta Gautama, noto come Shakyamuni (il saggio degli Shakya), nacque nel VI secolo a.C. - mentre studi recenti ipotizzano circa un secolo più tardi - in un piccolo regno ai piedi delle colline dell’Himalaya, nel moderno Nepal.

Suo padre, capo del clan Shakya, sperava che il figlio diventasse un monarca, ma tra le tante profezie dei Bramini, una in particolare affermava che sarebbe anche potuto diventare un grande saggio e seguire un cammino spirituale. Il padre, desideroso che Siddharta lo succedesse (alla?) nella guida del regno, lo cresce in un ambiente protetto, addirittura nascondendo i fiori appassiti per preservarlo dalla consapevolezza della transitorietà.

Nonostante una vita lussuosa e un matrimonio che gli dona un figlio, persiste in lui un’ombra interiore. Sarà durante un’escursione fuori dalle mura domestiche che Siddharta incontrerà la malattia, la vecchiaia e la morte, esperienze che lo sconvolgono.

Chiede spiegazioni e apprende che tutti sono soggetti a queste inevitabilità, anche lui. Questo pensiero si insinua nella sua mente e, dopo aver incontrato un asceta, intravede la possibilità di liberarsi dalla sofferenza rinunciando ai piaceri materiali.

Tornato al palazzo, saluta la famiglia, si rasa i capelli e indossa abiti da eremita. Inizia così, a 29 anni, un percorso alla ricerca della liberazione, esplorando diverse scuole ascetiche.

Dopo aver provato vari maestri, Siddharta abbraccia l’ascetismo radicale, ma, non trovando liberazione, dopo sei anni di austerità estrema, sceglie di perseguire una via di mezzo tra l’ascesi e una vita dedita ai piaceri terreni.

Si siede sotto l’albero della Bodhi, determinato, finché, dopo un giorno e una notte, raggiunge il Grande Risveglio. Realizza che ciò che cercava non era mai andato perduto, e il suo risveglio è la comprensione della realtà così com’è, senza lotta o ricerca.

Per sette settimane, Siddharta gode della libertà e della tranquillità della liberazione, ma realizzando l’importanza di trasmettere questa comprensione, inizia a insegnare le quattro nobili verità.

Le Quattro Nobili Verità

La sofferenza e l’insoddisfazione

La prima verità afferma che tutta l’esistenza è caratterizzata dal Dukkha, che significa insoddisfazione e sofferenza. Il Buddha sottolinea l’importanza dell’introspezione diretta sulla natura dell’esistenza, rivelando che anche i momenti di grande felicità possono trasformarsi in sofferenza quando ci attacchiamo ad essi o quando quando questi finiscono.

Per il buddhismo Theravada, dukkha non indica soltanto il dolore evidente, ma anche l’instabilità di ogni esperienza condizionata. Ciò che cambia continuamente non può offrire una sicurezza definitiva quando viene considerato permanente o possedibile.

L’origine della sofferenza

La seconda nobile verità, il dukkhasamudhaya, affronta l’origine di questo Dukkha: la sete di piacere, il desiderio continuo e l’ignoranza, da cui deriva questa sete, poiché è il non conoscere davvero come funziona la realtà che porta alla sete, che a sua volta causa la voglia di possedere e l’attaccamento.

Nella prospettiva della meditazione thailandese, la sofferenza viene alimentata dall’interpretazione egocentrica delle esperienze e dall’incapacità di riconoscere il loro carattere mutevole e condizionato.

La cessazione della sofferenza

La terza nobile verità, il dukkhanirodha, sottolinea la possibilità di cessare il Dukkha. Riconoscendo che il dolore può cessare quando si comprende che l’insoddisfazione è inevitabile, il Buddha propone di seguire un mārga, un sentiero: l’ottuplice sentiero.

La cessazione non consiste nella semplice eliminazione delle esperienze spiacevoli, ma nell’assenza delle emozioni disturbanti e del comportamento karmico compulsivo che derivano dal credere in un tale “io” impossibile.

Il sentiero della liberazione

La quarta nobile verità, quindi, presenta l’Ottuplice Sentiero come la via per raggiungere la cessazione del Dukkha. Questo sentiero comprende retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retto modo di vivere, retto sforzo, retta presenza mentale e retta concentrazione.

La Sangha, la comunità di seguaci del Buddha, pratica la meditazione viaggiando e chiedendo elemosina per il cibo, seguendo questo sentiero verso la liberazione.

Impermanenza, non-sé e condizionalità

Per anni, il Buddha cerca di comunicare e farsi capire nelle città dell’India, insegnando che tutto cambia continuamente, niente è stabile o duraturo. Questo concetto è espresso nella legge dell’impermanenza (anitya).

Tutte le cose sono soggette a cambiamenti e trasformazioni, e questo costituisce la natura del Dukkha, poiché tutte le cose manifestano una natura di sofferenza quando sono avvolte nell’ignoranza.

Questo accade quando siamo immersi nella dimensione samsarica e convinti dell’esistenza di soggetti separati, individualità distinte, di fronte a un mondo di oggetti distinti e immutabili, ai quali cerchiamo di attaccarci.

Ma ogni elemento di realtà è privo di un sé autonomo e permanente (concetto espresso dal termine anattā). Il concetto di anatta, o mancanza di un sé permanente, può essere spiegato considerando il cosiddetto ‘sé’ non come un’entità fissa, ma piuttosto come un processo in continuo cambiamento da momento a momento.

Questo ‘sé’ è composto da elementi, nessuno dei quali, da solo, potrebbe essere considerato un sé. Non è tanto che il ‘sé’ non esiste, quanto che non è quello che comunemente pensiamo: un’entità discreta e indipendente, ultimamente separabile o distinguibile dalla rete di relazioni in cui è immersa.

Fondamentalmente, esiste solo il mutevole intreccio di relazioni a cui erroneamente attribuiamo grande valore e a cui ci aggrappiamo.

Questo è l’insegnamento fondamentale della Via buddhista, chiamato Nairātmyavāda, la Via del Non-sé, la quale afferma che ogni elemento della nostra esperienza è privo di consistenza autonoma o sostanzialità, essendo dipendente da cause e condizioni.

Infine, il Buddha raggiunge il Grande Nirvana, liberandosi dal ciclo delle nascite e rinascite, il Saṃsāra. La sua figura diventa un punto di riferimento per molti fedeli, e il Buddhismo si diffonde ampiamente.

Il concetto chiave di azione con intenzione, fondamentale nel buddhismo, evidenzia che non siamo ciò in cui crediamo, ma piuttosto ciò che facciamo. Questo concetto sottolinea l’importanza dell’azione in conformità con gli insegnamenti del Buddha, oltre a dichiararne l’appartenenza.

Il percorso storico verso il Theravada

La dottrina buddista si sviluppò inizialmente nell’India settentrionale verso il V secolo a.C. e si diffuse gradualmente nel resto del subcontinente nel III secolo a.C. a seguito della conversione del re Ashoka.

I fattori che contribuirono alla diversificazione del Buddhismo in India nei secoli successivi alla morte del Buddha includono la sistemazione dei monaci e le grandi distanze tra i centri buddisti, che portò spesso a una polarizzazione tra asceti, che praticavano nella relativa solitudine delle foreste e dei villaggi, e monaci delle città, che dedicavano il loro tempo all’insegnamento o allo studio nei grandi monasteri.

Pare che, durante il secondo concilio buddhista, si verificò uno scisma tra il gruppo degli “Anziani” (Thera in Pali; Sthavira in Sanscrito), che si atteneva molto rigorosamente, quasi in maniera letterale, agli insegnamenti del Buddha, e la cosiddetta “Grande Assemblea” (Mahāsāṃghika), che cercò di adattare le parole del Buddha affidandosi allo spirito dei suoi insegnamenti piuttosto che all’interpretazione letterale.

Questo scisma diede origine a una nuova forma di Buddhismo, chiamata Mahāyāna (Grande Veicolo) - mentre la dottrina degli Anziani fu soprannominata, in maniera quasi dispregiativa, “Piccolo Veicolo” (Hīnayāna).

Oggi la storicità di questo scisma è, però, messa in dubbio, e l’origine del Mahāyāna rimane oggetto di dibattito. In effetti, le due scuole potrebbero semplicemente aver avuto origine approssimativamente nello stesso periodo ma con scopi differenti, e verosimilmente derivando da due scuole già esistenti precedentemente: lo Sthaviravāda (che potrebbe essere stato un precursore dello Hīnayāna) e il Mahāsāṃghika (ritenuto come possibile antesignano del Mahāyāna), entrambe scuole del Buddhismo dei Nikāya - termine con cui si identificano l’insieme eterogeneo di scuole nate dopo la morte del Buddha Shakyamuni.

La distinzione tra questi due “veicoli” non è sempre rigida come potrebbe sembrare, poichè mantengono la credenza nelle Quattro Nobili Verità e nell’Ottuplice Sentiero predicato dal Buddha, ma sicuramente differiscono, a volte in modo significativo, nel modo in cui scelgono di seguire questo percorso.

Nonostante le dichiarazioni polemiche, il Mahāyāna non escludeva lo Hīnayāna, ma lo integrava; considerava, infatti, la salvezza accessibile a tutti, ed era più ampiamente accessibile rispetto allo Hīnayāna, che propugnava l’osservanza rigorosa di uno stile di vita ascetico.

Il Theravada thailandese e la società

La base della società thailandese si fonda sui principi del Buddismo. Da questi fondamenti deriva l’essenza della meditazione thailandese.

Saper unire il corpo alla mente creando così un equilibrio benefico e salutare per l’individuo è una prerogativa comune tra i thailandesi. Questa abilità è stata acquisita attraverso gli insegnamenti del Buddismo, che include nelle pratiche quotidiane di ciascun individuo la meditazione come mezzo indispensabile per favorire un modo di vivere sano ed armonico.

In Thailandia il buddismo è la religione predominante nel Paese. Un culto professato dal 93,6% della popolazione, in larga maggioranza secondo i dettami della scuola Theravada. Il 4,6% della popolazione professa l’islam, religione concentrata soprattutto nelle province meridionali del Paese, al confine con la Malaysia. I cristiani sono poco più dell’1%.

Il buddhismo Theravada thailandese non è soltanto un sistema di idee astratte, ma una tradizione integrata nella vita monastica, nella meditazione, nei rituali, nell’educazione religiosa e nei rapporti tra comunità, monasteri e istituzioni.

Samatha e Vipassana

Le due maggiori forme di meditazione buddista sono Samatha e Vipassana - collettivamente conosciute come Bhavana. Ciascuna delle due forme di meditazione persegue fini diversi: la prima porta alla tranquillità e alla concentrazione, la seconda al raccoglimento e alla ricerca interiore.

È comunque essenziale combinare le due discipline per raggiungere il pieno sviluppo della propria mente. Il termine pali per il piazzamento ravvicinato della consapevolezza è satipatthana, spesso definito “vipassana” in pali perché lo stato mentale effettivo di cui si ha bisogno per questa pratica nella sua forma completa è uno stato di vipassana - “vipassana” è il termine pali per il sanscrito “vipashyana”.

In altre parole, uno stato mentale eccezionalmente percettivo e, per essere definito, deve essere mantenuto da shamatha, uno stato mentale calmo e stabile.

Le tradizioni theravada birmana e thailandese non enfatizzano molto shamatha e affermano che si può praticare vipassana da sola. Gli srilankesi si oppongono a questo, sostenendo che la pratica debba essere eseguita prima con la perfetta concentrazione di shamatha.

I tibetani di tradizione Mahayana concordano con gli srilankesi su questo punto: uno stato di vipashyana è in realtà una coppia congiunta di shamatha e vipashyana.

Esistono varie tecniche di meditazione Samatha; tra le maggiori, una si pone come obiettivo la respirazione, l’altra segue gli insegnamenti del Buddha: “la consapevolezza attraverso la respirazione”.

Un’altra forma è la meditazione Mantra che prevede la continua ripetizione di una o più parole. Questa tecnica è molto seguita in Thailandia con la recitazione del mantra strettamente correlata alla respirazione.

Un’ulteriore forma è la meditazione Metta o “dell’amore per la gentilezza”, insegnata dal Buddha ai monaci che vivevano in una foresta infestata dai serpenti.

I monaci venivano continuamente morsi, così, chiesero al Buddha come risolvere il problema: egli insegnò l’amore e la gentilezza verso i serpenti. I monaci seguirono il suo consiglio e cominciarono a rispettare i rettili che da allora non costituirono più una minaccia.

Questo tipo di meditazione, consiste in quattro livelli che insegnano a pensare in maniera tranquilla e a sviluppare alcune capacità mentali come la fede e l’amore per la gentilezza.

I quattro piazzamenti ravvicinati della consapevolezza

Sebbene la discussione principale che affronteremo qui riguardi la pratica mahayana di questi quattro, che è piuttosto diversa dalle versioni theravada, potrebbe essere utile delineare brevemente alcune delle pratiche theravada più diffuse.

Esistono diversi modi di presentare i quattro piazzamenti ravvicinati della consapevolezza nel Theravada. Come in ogni cosa nel Buddhismo, esistono molti metodi diversi.

I più noti sono quelli delle tradizioni thailandese e birmana. In Thailandia, esiste il sistema del grande maestro del XX secolo Buddhadasa Bhikku. Bhikku significa monaco.

Il suo approccio è mentalmente più attivo. L’altro è un approccio di tipo osservativo più passivo, presente in alcuni sistemi birmani, in particolare in Mahasi Sayadaw. “Sayadaw” è come un grande maestro.

Consapevolezza del corpo e del respiro

La pratica theravada thailandese di piazzamento ravvicinato della consapevolezza sul corpo si concentra sul respiro, sulla sensazione del respiro che entra ed esce.

Ci sono molti modi diversi di farlo e si cerca di avere la comprensione che il respiro influenza il corpo: se si riesce a controllare il respiro e a renderlo calmo e regolare, ciò influenzerà il corpo.

Ad esempio, calmare il respiro influisce sulla percezione della sensazione fisica del dolore. Sapendo questo, si riesce a gestire il dolore più facilmente e sarà meno problematico.

Quindi, il piazzamento ravvicinato della consapevolezza sul corpo in questo sistema implica la concentrazione sul respiro, con la consapevolezza che influenza il corpo. È un modo attivo di comprendere il respiro e di lavorare con esso.

Bisogna capire cosa si sta facendo quando ci si concentra sul respiro: non si tratta solo di calmarsi, ci si concentra sul respiro per calmarsi come preliminare per generare uno stato mentale positivo.

Per concentrarsi sul respiro con comprensione ovviamente è necessario calmarsi, ma l’attenzione è rivolta al fatto che il respiro influenza il corpo. Se si respira in modo veloce il corpo è teso e questo influenza l’energia e così via.

Così è spiegato in questo sistema.

Consapevolezza delle sensazioni

La pratica theravada thailandese di piazzamento ravvicinato della consapevolezza sulle sensazioni consiste nel concentrarsi sulle sensazioni di felicità e infelicità.

Questo è il significato esclusivo della parola “sensazione”. Felicità e infelicità sono stati mentali.

Non stiamo parlando delle sensazioni fisiche di piacere e dolore ma di uno stato mentale di felicità e infelicità, che per molti di noi è piuttosto difficile da distinguere dalle sensazioni fisiche di piacere e dolore.

Stiamo parlando dello stato mentale che potrebbe accompagnare il piacere o il dolore. Qualcuno potrebbe provare piacere o essere felice di provare dolore, come ad esempio quando si fa un allenamento fisico molto intenso e i muscoli fanno male si è felici perché “nessuna fatica, nessun risultato”.

Si è realizzato qualcosa anche se fa male, altrimenti non si è soddisfatti che l’allenamento sia stato abbastanza intenso. La correlazione non è necessariamente quella tra dolore e infelicità e piacere e felicità.

Concentrare la consapevolezza sulle sensazioni significa quindi concentrarsi su di esse, consapevoli che influenzano la mente.

Se riesci ad affrontare gli alti e bassi di felicità e infelicità in modo più sano e realistico, ciò influenzerà la chiarezza mentale e il modo in cui comprendi le cose, e così via.

Ovviamente, se sei completamente infelice e depresso, non capisci nulla e quindi le sensazioni influenzano il tuo stato mentale. Ecco come concentrarti sulle sensazioni.

Consapevolezza della mente

La pratica theravada thailandese di piazzamento ravvicinato della consapevolezza sulla mente si concentra sui diversi pensieri che sorgono, riconoscendo e comprendendo che sono sotto il controllo di emozioni disturbanti.

Stai pensando a qualcosa che ti infastidisce davvero, o a qualcosa per cui provi un grande attaccamento, o a qualcuno che ti piace o non ti piace, o stai semplicemente pensando a qualcosa di amorevole verso qualcuno, o a sciocchezze e spazzatura totali, che sono ciò che ci passa per la testa la maggior parte del tempo?

Inoltre, ti accorgi quando sei distratto, irrequieto o non distratto. Impari a controllare la mente controllando i pensieri.

Se riuscissi in qualche modo a gestire tutti questi vari pensieri che emergono senza cadere sotto l’influenza di emozioni disturbanti, distrazioni o cose del genere, allora la tua mente diventerebbe calma.

Quindi, non stiamo parlando solo del fatto che il corpo si calmi un po’ concentrandosi sul respiro, ma anche della calma mentale in termini di pensieri che la attraversano.

Questo porta, con la presenza mentale concentrata, a raggiungere la concentrazione assorbita che è uno degli aspetti di shamatha, uno stato mentale calmo e stabile.

Consapevolezza dei fenomeni

Il quarto consiste nel concentrarsi sui fenomeni con concentrazione assorbita, poiché ora si ha una buona concentrazione grazie a questo terzo.

Ora ci si concentra sulla natura dei primi tre oggetti, sulla natura del respiro e di questa sensazione di freschezza, felicità e appagamento che si ottiene da questo assorbimento.

Si riconosce e si comprende che le sensazioni corporee, le sensazioni e i pensieri cambiano costantemente. Si riconosce l’impermanenza, la non staticità e che ognuno di essi si influenzano a vicenda - influenzano altre cose e sono influenzati dalle altre cose.

Le sensazioni fisiche, il respiro, le sensazioni e lo stato mentale cambiano continuamente. Quindi, da questa non staticità si comprende che nessuno di questi rimane immobile: cambiano di momento in momento e questa è la loro natura di sofferenza - la sofferenza del cambiamento.

Da lì la meditazione prosegue fino a comprendere che non esiste un’anima impossibile che le controlla. Ciò significa che non si può realmente controllare e impedire che le cose cambino di momento in momento.

Questo porta a comprendere la vacuità in senso theravada, che non esiste un “io” che possa controllare le cose e impedire che qualcosa cambi di momento in momento, e che nulla è “mio” perché non ci si può afferrare a nulla.

Questo porta a comprendere quella che viene chiamata la natura conforme, ovvero che le cose sono proprio così. Quindi, si accetta che le cose siano così e poi si comprende la condizionalità, che esse sorgono in modo dipendente attraverso i dodici anelli dell’origine interdipendente.

Ora comprendi appieno l’impermanenza o non staticità e questo porta al non attaccamento, al non essere attaccati alle cose; quando non sei attaccato a loro sei equilibrato ed equanime.

Non c’è un “io” a cui attaccarsi, non c’è nulla a cui io possa essere veramente attaccato perché tutto cambia di momento in momento. Quindi, lo lasci semplicemente e ciò porta a un vero arresto in cui lasci andare l’esistenza samsarica.

Questo è il sentiero che conduce al nirvana, alla liberazione, secondo questa versione theravada di Buddhadasa.

Le Quattro Nobili Verità nella meditazione di Buddhadasa

Si può vedere che è una pratica molto completa e che riguarda le quattro nobili verità: la vera sofferenza è la sofferenza del cambiamento, dell’impermanenza la sua vera causa è credere in un “io” impossibile che è dentro il corpo e la mente e che può controllare questo cambiamento costante il suo vero arresto è l’assenza delle emozioni disturbanti e del comportamento karmico compulsivo che derivano dal credere in un tale “io” impossibile la vera mente del sentiero è la consapevolezza discriminante che non esiste un tale “io” impossibile.

Quindi, il primo passo è concentrarsi sul respiro. Bisogna capire cosa si sta facendo quando ci si concentra sul respiro: non si tratta solo di calmarsi, ci si concentra sul respiro per calmarsi come preliminare per generare uno stato mentale positivo.

Per concentrarsi sul respiro con comprensione ovviamente è necessario calmarsi, ma l’attenzione è rivolta al fatto che il respiro influenza il corpo. Se si respira in modo veloce il corpo è teso e questo influenza l’energia e così via.

Etica, intenzione e trasformazione della mente

Il concetto chiave di azione con intenzione, fondamentale nel buddhismo, evidenzia che non siamo ciò in cui crediamo, ma piuttosto ciò che facciamo.

Questo concetto sottolinea l’importanza dell’azione in conformità con gli insegnamenti del Buddha, oltre a dichiararne l’appartenenza.

La pratica della consapevolezza non è quindi separata dalla condotta quotidiana. Retta parola, retta azione e retto modo di vivere costituiscono insieme la base etica su cui possono svilupparsi il retto sforzo, la retta presenza mentale e la retta concentrazione.

La Sangha e l’organizzazione del buddhismo thailandese

La Sangha thailandese comprende monaci, novizi, monasteri e organismi incaricati di coordinare la vita religiosa e disciplinare. Come capo del buddhismo in Thailandia, il Patriarca Supremo promuove la religione e guida il Consiglio Supremo della Sangha.

Il cui compito ufficiale è quello di supervisionare i monaci (circa 200mila) e i novizi (circa 70mila) di tutte le sette buddhiste del Paese, assicurandosi che essi seguano gli insegnamenti del Buddha, o meglio che osservino i rituali prescritti e non violino le regole stabilite dal Consiglio.

La figura del Patriarca Supremo (in lingua thailandese “phrasangkharat”, ovvero “re della Sangha”) è stata creata nel 1872 da Rama I, il primo re della dinastia regnante.

In precedenza il primo ministro poteva nominare il leader buddista “con il consenso del Consiglio supremo della Sangha (Ssc)” e in seguito il monarca lo investiva dei poteri. Secondo la vecchia legge il patriarca doveva essere il monaco più anziano con il titolo di “somdet phra rajagana”.

Nel 2016 l’Assemblea legislativa nazionale thai ha approvato un emendamento del “1992 Sangha Act” che regola la nomina del Patriarca Supremo del buddismo thai.

Secondo il nuovo regolamento, il re nominerà il nuovo Patriarca Supremo, mentre il primo ministro controfirmerà la decisione.

Nel 2017 la scelta è ricaduta su Somdej Phra Maha Muneewong, 89enne abate del tempio reale. Grande esperto del settore dell’istruzione e apprezzato studioso, egli è il 20mo patriarca supremo del buddismo theravada thai.

Conosciuto anche col soprannome di Umporn Umpa-row, il 20mo patriarca ha 89 anni e succede a Somdej Phra Yannasangworn [3 ottobre 1913-24 ottobre 2013], nominato nel 1989 dal precedente defunto re Bhumibol Adulyadej.

Dal 2008 a oggi Somdej Phra Maha Muneewong ha ricoperto l’incarico di abate del tempio di Rajchaborpit-Sadhit-mahasimaram. Si tratta del tempio reale costruito nel 1869 durante il regno di re Rama V.

L’esterno dell’edificio richiama l’architettura tipica thai, mentre l’interno è di stile gotico; l’edificio mutua il proprio nome dalla monarchia, perché in lingua locale significa “Tempio costruito dal re”.

Grande esperto nel settore dell’istruzione, Somdej Phra Maha Muneewong si è occupato a lungo dell’educazione e della disciplina dei novizi e dei monaci buddisti del monastero.

Egli è anche membro del comitato che si occupa della legge e della lingua. Egli ha fatto il suo ingresso nella vita monacale nel 1950 e ha conseguito il master alla Paranasi University (India) in storia e archeologia.

Nel 1973 è stato nominato missionario capo a Sydney, in Australia, col compito di diffondere il buddismo. Un’opera promossa con estrema efficacia e dedizione e che ha portato alla nascita di numerosi templi e monasteri in tutto il Nuovo Galles del Sud, per poi diffondersi in altre città come Canberra, Melbourne e Darwin.

Il nuovo patriarca supremo del buddismo thai ricopre l’incarico di presidente del Mahamakut Buddhist University Council. Nel 2009 è stato insignito di una laurea ad honorem in buddismo e nel 2010 ha ricevuto un dottorato per le sue tecniche di diffusione degli insegnamenti del Buddha.

La cerimonia di insediamento, presieduta dal re Maha Vajiralongkorn Bodindradebayavarangku, è in programma il prossimo 12 febbraio alle 5 del pomeriggio al tempio di Phra Sri Rattana Sas-sadaram.

Situato nel settore orientale del Palazzo reale, esso è ritenuto il tempio più sacro del Paese e ospita il Buddha di smeraldo, l’effige sacra che protegge regno di Siam e il popolo thai.

Centri e forme della pratica meditativa in Thailandia

Esistono molti centri professionali dove poter imparare e praticare la meditazione ed i viaggiatori possono impararne i fondamenti a Bangkok e ovunque sul territorio nazionale.

Uno dei centri per la meditazione più importante è Suan Mok, un tempio immerso in una foresta di circa 120 acri in Amphoe Chaiya nella provincia di Surat Thani. Posto a 600 chilometri a sud di Bangkok, questo luogo attrae molte persone da tutto il mondo.

I centri per la meditazione a Bangkok sono Wat Mahathat (di fronte a Sanam Luang), Wat Paknam, Wat Chonprathan Rangsarit e Wat Bowon Niwet (nel quartiere Banglamphu) dove le lezioni vengono impartite in lingua inglese.

Il Centro di Meditazione Wat Kow Tham di Koh Phangan e il Centro di Meditazione Vipassana Viwek Asom a Chon Buri, sono tra quelli più conosciuti e che offrono corsi completi.

Monaco thailandese medita nel tempio

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