Un ritiro spirituale su San Giuseppe è un tempo dedicato all’ascolto della Parola di Dio, alla preghiera e al discernimento, seguendo l’esempio di un uomo giusto, obbediente, accogliente, laborioso e discreto. Non è una fuga dalla vita concreta e impegnativa del mondo attuale: si viene per scoprire o ritrovare il senso di quanto avviene e mettere ordine nel caos della propria vita.
San Giuseppe accompagna questo cammino come una personalità discreta e affascinante che ci sostiene e incoraggia a rispondere al disegno d’amore che il Signore ha su ciascuno. Il suo silenzio, la sua capacità di ascoltare Dio e la sua disponibilità a servire rendono la sua figura particolarmente adatta a un percorso di ritiro spirituale.
Perché dedicare un ritiro spirituale a San Giuseppe
L’8 dicembre 2020 Papa Francesco ha donato alla Chiesa una stupenda lettera apostolica: è la “Patris corde“, scritta in occasione dei 150 anni della dichiarazione di San Giuseppe patrono della Chiesa ad opera del Beato Papa Pio IX. Papa Francesco non a caso ha dedicato l’anno in corso a questa figura fondamentale nella storia della salvezza, e anche noi abbiamo pensato di approfondire l’opera nascosta di quest’uomo.
Dopo Maria, Madre di Dio, nessun Santo occupa tanto spazio nel Magistero pontificio quanto il suo sposo Giuseppe. L’eco di queste parole risuona forte nella Lettera apostolica, scritta da papa Francesco “Patris corde”, pubblicata in occasione del 150.mo anniversario della dichiarazione dello Sposo di Maria quale Patrono della Chiesa cattolica.
Per celebrare tale ricorrenza, il Pontefice ha indetto, fino all’8 dicembre 2021, uno speciale “Anno” dedicato al padre putativo di Gesù, nel quale ogni fedele sul suo esempio possa rafforzare quotidianamente la propria vita di fede nel pieno compimento della volontà di Dio. In uno dei momenti più critici della sua storia, la custodia della Chiesa veniva così affidata a colui che era stato il paterno custode di Gesù.
San Giuseppe è “l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta”, con la sua vita ci ha fatto comprendere l’importanza delle persone comuni, quelle che, lontane dalla ribalta, esercitano ogni giorno pazienza e infondono speranza, seminando corresponsabilità. Tutti, infatti, possiamo trovare in San Giuseppe un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà, perché come cita papa Francesco “San Giuseppe ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in ‘seconda linea’ hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza”.
Chi è San Giuseppe secondo i Vangeli
Sappiamo che egli era un umile falegname (cfr Mt 13,55), promesso sposo di Maria (cfr Mt 1,18; Lc 1,27); un «uomo giusto» (Mt 1,19), sempre pronto a eseguire la volontà di Dio manifestata nella sua Legge (cfr Lc 2,22.27.39). Con cuore di padre: così Giuseppe ha amato Gesù, chiamato in tutti e quattro i Vangeli «il figlio di Giuseppe».
Dopo un lungo e faticoso viaggio da Nazaret a Betlemme, vide nascere il Messia in una stalla, perché altrove «non c’era posto per loro». Fu testimone dell’adorazione dei pastori e dei Magi. Ebbe il coraggio di assumere la paternità legale di Gesù, a cui impose il nome rivelato dall’Angelo: «Tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21).
Nel Tempio, quaranta giorni dopo la nascita, insieme alla madre Giuseppe offrì il Bambino al Signore e ascoltò sorpreso la profezia che Simeone fece nei confronti di Gesù e di Maria. Per difendere Gesù da Erode, soggiornò da straniero in Egitto.
Ritornato in patria, visse nel nascondimento del piccolo e sconosciuto villaggio di Nazaret in Galilea - da dove, si diceva, “non sorge nessun profeta” e “non può mai venire qualcosa di buono” -, lontano da Betlemme, sua città natale, e da Gerusalemme, dove sorgeva il Tempio. Quando, proprio durante un pellegrinaggio a Gerusalemme, smarrirono Gesù dodicenne, lui e Maria lo cercarono angosciati e lo ritrovarono nel Tempio mentre discuteva con i dottori della Legge.
I Vangeli sinottici ricordano per l’ultima volta Giuseppe nelle parole che Maria rivolge a Gesù dopo averlo finalmente ritrovato a Gerusalemme fra i dottori del Tempio: «Ecco, tuo padre ed io ti cercavamo, stando in gran pena». «Tuo padre ed io»: sembrano una cosa sola, mentre invece sono separati dall’abisso del più profondo mistero - l’Incarnazione del Verbo - e tuttavia legati insieme alla custodia del Verbo Incarnato.
Giuseppe era un uomo giusto, che quando seppe che la sua promessa sposa aspettava un bambino, non volendo «esporla a infamia, decise di licenziarla segretamente»; e, proprio perché giusto, era anche un uomo capace di sognare i sogni di Dio, in seguito ai quali prima «prese con sé la sua sposa», poi «prese di notte il bambino e sua madre e fuggì in Egitto», infine, dopo la morte di Erode, li ricondusse in Israele.

Il silenzio di San Giuseppe come scuola di preghiera
La Scrittura non registra alcuna parola da lui pronunciata, e questo silenzio viene spesso visto come un’espressione del suo spirito contemplativo. Giuseppe è uomo che “accoglie” perché prima di tutto è uomo capace di silenzio, quel silenzio indispensabile per riconoscere, ascoltare, custodire nel profondo la Parola e il disegno di un Altro.
In molti modi, San Giuseppe è considerato un modello per condurre una vita di preghiera. Giuseppe è stato in grado di guardare suo figlio da vicino e di imitarlo, visto che aveva molto da imparare da Gesù, soprattutto nella vita spirituale.
Giuseppe è proprio l’uomo visitato nel segreto; è l’uomo benedetto dallo Spirito nel segreto: tutti i passi di Giuseppe, il suo continuo levarsi e mettersi in cammino, il suo custodire saggio e discreto, è frutto di un segreto, un’intima percezione della visita dello Spirito nel silenzio.
Vorrei che con feconda dolcezza iniziassimo a meditare, a entrare nella preghiera, con accanto san Giuseppe ripetendo più volte la frase: «Il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà». Da una parola che scende nell’anima, che ci consoli! È una parola che rinnova la nostra paternità, ci ricostituisce padri, ci fa sentire figli grati.
San Giuseppe, uomo dell’obbedienza
«Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo» (Mt 2,13). È l’ordine che il Signore rivolge a Giuseppe tramite il suo angelo quando, per la seconda volta, lo visita in sogno.
Quello che più colpisce e interroga è la prontezza e la docilità con la quale Giuseppe obbedisce: senza esitazione, senza farsi domande sulle difficoltà cui sarebbe andato incontro: «Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode» (Mt 2,14-15).
Giuseppe è per noi luminoso esempio di uomo “abitato” dallo Spirito Santo, è testimonianza preziosa di come lo Spirito di Dio riesca a parlare e ad agire nel cuore e nella vita di chi sa mettersi umilmente in ascolto della sua volontà.
Una volontà che può essere diversa dai nostri desideri ed aspettative, che può presentarsi attraverso situazioni ed incontri che si preferirebbe evitare. La vita spirituale che Giuseppe ci mostra non è una via che spiega, ma una via che accoglie, che sa fidarsi e abbandonarsi ad un disegno che non si manifesta mai subito tutto chiaro e comprensibile ma che, proprio per questo, chiede semplicemente di “consegnarsi”.
Accogliere il disegno di Dio
Non è facile comprendere cosa ci sia stato nella mente e nel cuore di Giuseppe al suo risveglio…Immagino un conflitto di pensieri e stati d’animo diversi ad un certo punto illuminati da un unico grande desiderio: lasciarsi docilmente guidare da Dio e dal suo Spirito, da quel Dio di cui Giuseppe aveva imparato a fidarsi e della cui bontà, fedeltà e compagnia aveva fatto già esperienza quando, fortemente angustiato davanti all’incomprensibile gravidanza di Maria, per la prima volta gli aveva rivelato la sua volontà attraverso un sogno.
La vita di Giuseppe insegna che l’accoglienza non coincide con la comprensione immediata di tutto. Giuseppe accoglie una storia che non ha progettato, si affida a una parola che non controlla e custodisce un mistero che lo supera.
Non penso che ci sarà mai un angelo che venga a visitarci in sogno per indicarci cosa fare, dove andare, quale decisione prendere…Posso però affermare, in base alla mia esperienza, che il Signore continuamente ci “visita” ponendoci accanto persone concrete che con i loro preziosi consigli, suggerimenti, richieste, bisogni, attenzioni e premure ci “parlano” e ci aiutano a capire dove Lui ci sta aspettando.
In una realtà molto complessa, come quella che stiamo vivendo, Giuseppe può davvero aiutarci a ricomprendere il valore del silenzio, dell’ascolto, della docilità allo Spirito, della richiesta umile e fiduciosa del dono della Sapienza: “Donaci o Dio la Sapienza del cuore perché ci assista e ci affianchi nella fatica e noi sappiamo che cosa ti è gradito”.
Una richiesta che, prima di essere nostra preghiera, è già Sua promessa: “Ti farò saggio, ti indicherò la via da seguire. Con gli occhi su di te ti darò consiglio”.
Le sette qualità da meditare in un ritiro su San Giuseppe
Per conoscere meglio il padre putativo di Gesù partiremo proprio dalla lettera di Papa Francesco e la trasformeremo in un percorso in sette tappe, che ci farà comprendere, attraverso altrettante soste meditative, il disegno che Dio ha su ciascuno di noi.
Nella paternità putativa di San Giuseppe emerge la grandezza dell’opera di quest’uomo giusto. Svolgeremo sette soste meditative che sveleranno le sette qualità che Papa Francesco riconosce a San Giuseppe rispetto alla sua paternità.
- la considerazione;
- la tenerezza;
- l’obbedienza;
- l’accoglienza;
- il coraggio;
- la laboriosità;
- la discrezione.
Ad ogni qualità corrisponderà un insegnamento di Mons. Franco Cecchin, poi attualizzato da Elisabetta e Fabrizio mediante attività esperienziali che culmineranno con momenti di condivisione.
La considerazione
La considerazione richiede di guardare l’altro con rispetto, riconoscendone il mistero e la dignità. La figura di Giuseppe mostra una presenza attenta, capace di leggere con realismo gli avvenimenti e di non ridurre le persone alle proprie aspettative.
La tenerezza
Giuseppe è padre della tenerezza, dell’obbedienza, dell’accoglienza, dell’ombra, come scrive lo scrittore polacco Jan Dobraczyński, nel suo libro L’ombra del Padre, dove con la suggestiva immagine dell’ombra, ha narrato in forma di romanzo la vita di san Giuseppe.
La tenerezza non è debolezza, ma una forma concreta di custodia. Essa permette di accompagnare senza dominare, proteggere senza possedere e servire senza cercare il riconoscimento.
L’obbedienza
L’obbedienza di Giuseppe non è una sottomissione passiva alle circostanze. Spesso, in maniera quasi inconscia, si ha la percezione che Giuseppe sia stato sì un uomo obbediente, giusto e saggio, ma che abbia dovuto di fatto vivere un’obbedienza ad una situazione difficile e innaturale.
Dimentichiamo che la sua obbedienza nasce da una gratitudine. Non si è sentito fuori luogo, obbediente ad un progetto sbagliato che gli era dovuto capitare, ma lo ha vissuto in una gratitudine e questa gratitudine sarà aumentata nel suo cuore nel veder crescere quel Figlio in età e in grazia.
L’accoglienza
Giuseppe è uomo che “accoglie” perché prima di tutto è uomo capace di silenzio. La sua accoglienza consiste nel ricevere Maria, Gesù e il disegno del Padre senza pretendere di possederne il senso completo.
Giuseppe nei suoi sogni e nella sua familiarità con lo Spirito Santo, ha cominciato a custodire, a fuggire e a tornare, a rimanere nella ferialità di Nazareth, solo perché l’esercizio continuo della sua paternità attingeva da una storia segreta, da uno spazio intimo, segreto, inspiegabile, ma lucidamente percepibile, di un dialogo sereno del Padre con un figlio.
Il coraggio
Giuseppe ha avuto il coraggio di assumere la paternità legale di Gesù. Ha avuto il coraggio di partire nella notte, di affrontare l’incertezza del viaggio, di vivere da straniero in Egitto e di ritornare quando gli è stato indicato.
Il coraggio non elimina la paura, ma rende possibile compiere il passo necessario anche quando il futuro non è completamente chiaro. Il correre di san Giuseppe da Maria, il correre verso Betlemme, verso l’Egitto, il portare il bambino nel Tempio, il cercarlo dopo tre giorni a Gerusalemme, era mosso solo dal desiderio che non ci fosse neppure un frammento di vita estranea alla benedizione spirituale del Cielo.
La laboriosità
Giuseppe era un umile falegname. La sua laboriosità appartiene alla ferialità di Nazaret e mostra come il lavoro quotidiano possa diventare luogo di responsabilità, di servizio e di fedeltà.
Giuseppe è un esempio di umanità e responsabilità, qualità che si svelano nitidamente nei suoi ruoli di “uomo, sposo, padre, lavoratore, credente nella modalità più serena e più ricca ma anche più responsabile”.
La discrezione
La discrezione di Giuseppe è una presenza che non cerca la ribalta. Egli accompagna Gesù e Maria senza occupare il centro della scena e senza trasformare la propria missione in una ricerca di riconoscimento.
Così procedette sul filo impercettibile dove esclusione e presenza coincidevano senza toccarsi; e così, santo nella sua “giustizia”, lo troviamo raffigurato infinite volte insieme a Maria e Gesù: perché la Madre può stare sola col Figlio - ma senza Giuseppe non ci sarebbe la Famiglia, che è simbolo e modello di tutte le famiglie cristiane.
La paternità di San Giuseppe e il segreto del Padre
In un tempo come il nostro, attraversato dalla piaga della pandemia, tutti abbiamo bisogno di un supplemento di paternità. È una domanda forte. L’abbraccio paterno è proprio ciò di cui abbiamo bisogno, cerchiamo un supplemento abbondante dell’abbraccio e della vicinanza di Dio.
È una intuizione dello Spirito quella che è sorta nel cuore del nostro vescovo, Papa Francesco, di affidare quest’anno in modo speciale alla cura di san Giuseppe. Entriamo nel segreto della paternità di san Giuseppe.
All’inizio della Quaresima abbiamo accolto con fiducia la parola dell’evangelista Matteo: «Il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà». Giuseppe è proprio l’uomo visitato nel segreto; è l’uomo benedetto dallo Spirito nel segreto.
La paternità di Giuseppe ha così la sua radice nel segreto del Padre. Sì, san Giuseppe, dal momento in cui i suoi sogni lo hanno collocato in cielo, ha fatto diventare familiare nella sua coscienza, la grandezza ampia della paternità di Dio.
Nel segreto ha capito che non poteva fare a meno di rendere visibile quella paternità che ha sostanza di Paradiso, di Cielo, di amore grande: ogni paternità spirituale può toccare la paternità del Cielo. La nostra paternità sa di Paradiso, ha a che fare con un’ampiezza, una grandezza che ci supera e che ci rende capaci di abbracciarla e di esprimerla.
Una paternità santa e immacolata
Nel segreto della paternità del Padre ci ritroviamo così a cogliere le caratteristiche di questa paternità: essa è santa e immacolata! Giuseppe, con i piedi dentro il Cielo, consapevole di una continua benedizione dall’alto, è stato davanti a Maria, davanti al Figlio, davanti al popolo, a Gerusalemme e a Nazareth, santo e immacolato.
Essere un padre nella santità significa fare in modo che tutti gli spazi occupati dalla nostra vita siano riempiti dalla presenza di Dio. San Giuseppe non ne ha potuto fare a meno.
Nel cuore della Quaresima ci farà bene condividere tutti gli spazi che attraversiamo; i nostri affetti, le nostre relazioni, gli ambiti che attraversiamo, gli spazi che fisicamente abitiamo, le parole che pronunciamo. Posso dire che siano occupati totalmente da Dio?
Sentiamo affascinante la chiamata di riempire di Dio ogni giorno di più gli spazi della nostra vita. Ogni giorno di più santi nell’Amore. Una paternità svuotata di Dio è una paternità inutile.
Una paternità libera dall’interesse
La paternità immacolata, infine, ha a che fare con le azioni. La paternità santa offre un terreno fecondo per azioni immacolate. Ogni atto paterno di san Giuseppe è immacolato: l’intenzione immacolata è quella che lascia fuori dalla porta ogni interesse, ogni utile, ma fa della paternità un servizio senza guadagno, disinteressato.
Mentre si genera, ci si ritira, si perde. Una santità immacolata ci fa indietreggiare, sparire come san Giuseppe, perché le sue azioni paterne rendono visibile solo l’intenzionalità del Padre, del Cielo.
La paternità immacolata ci consentirà di mettere in atto azioni semplici, feriali, umili, trasparenza del modo di agire di Dio. Sarà bello, mentre facciamo memoria di ogni benedizione spirituale, mettere in fila le azioni quotidiane del nostro vivere.
Il segreto del Figlio
Giuseppe, e con lui la sua sposa sono entrati, più di ogni altro, nel segreto del Figlio. La paternità di Giuseppe è stata vissuta immergendosi nella ferialità di Gesù. È stato il Padre che lo ha visto crescere «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52).
Una paternità immersa dentro il Figlio, nella sua età e nella sua grazia. Ogni padre sa molto bene che una volta che ha generato deve uscire da se stesso, ogni padre sa che nel momento in cui diventa custode del Figlio, si deve immergere in lui.
Il padre si immerge nella crescita in età e grazia del figlio e ciò vuol dire che entra, con naturalezza, nel mistero del proprio bambino. Più entra in quel mistero, più la paternità ne riceve sostanza.
Un padre non è tale se riempie di sé il figlio, ma se si lascia riempire, impregnare nel mistero del figlio. Il padre si lascia trasformare da quella crescita in età e grazia; è quel crescere del figlio che trasforma il padre.
Entrare nel mistero del Figlio ci consente di non fare della paternità un esercizio di funzioni, di compiti; non lo riduce a un mestiere ma si è grati testimoni di un mistero che cresce e di cui non siamo presuntuosi proprietari!
Custodire senza possedere
Un padre che entra nel segreto del figlio, sa essere libero da se stesso. Il silenzio di Giuseppe, la sua obbedienza a quel mistero, a quel Figlio dello Spirito, lo ha reso libero di esserci senza pretendere, di custodire senza temere, di amare senza possedere.
Entrare nel segreto del Figlio significa immergersi completamente in lui, favorendo la crescita in età e in grazia del Figlio, la paternità si è arricchita, perché si è fatta imitatrice della sostanza della figliolanza.
Vi invito a meditare con attenzione la lavanda dei piedi di Gv 13, 1-17, soprattutto i versetti 3 e 4. «Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le sue vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto».
Il segreto del Figlio si esprime proprio in quelle parole: «sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani». Non è il mistero di san Giuseppe? Qui assomiglia proprio al Figlio. Si è immerso nel segreto del Figlio.
San Giuseppe è padre perché ha imitato il Figlio, si è immerso nel suo segreto che è la consapevolezza lucida e grata che il Padre ci ha dato tutto nelle mani. Ciò è stato il segreto dell’esercizio della sua paternità: ha ricevuto dal Padre tutto quello che il Padre aveva di più caro.
Il Padre ha messo nelle mani di Giuseppe tutto: il Figlio! Guardiamo le nostre mani. Come a san Giuseppe, anche nelle tue mani Dio Padre ha dato tutto, perché ti ha consegnato il Figlio.
La gratitudine che diventa servizio
È stato padre perché ha accompagnato la sua crescita in età e grazia permettendo che il Padre agisse in quel figlio. Si è padri se si permette la libera azione del Padre.
Gesù si è alzato da tavola e si è messo a servire solo dopo aver riconsiderato la consapevolezza che tutto aveva ricevuto. Senza la coscienza di questo dono non avrebbe avuto il coraggio di alzarsi, togliersi le vesti e mettersi a servire.
Giuseppe si è alzato dal sogno della notte, ha preso Maria sua sposa, si è affrettato ad andare in Egitto, è tornato a casa, ha avuto il coraggio di servire un mistero ed una persona, il Figlio, solo perché sapeva nel cuore, che tutto gli era stato posto nelle mani.
Entrare nel segreto del Figlio per San Giuseppe è avere avuto la gratitudine per ciò che di grande è stato posto nelle sue mani. Quanta gratitudine abbiamo bisogno di recuperare nella nostra vita. Quanta obbedienza è vissuta senza rendimento di grazie!
Proviamo a chiedere a san Giuseppe la gratitudine e saremo più liberi da noi stessi. Ci alzeremo, ci toglieremo le vesti, prenderemo il grembiule e ci metteremo a servire.
Giuseppe davanti a questo sguardo grato non ha avuto bisogno di parlare. Si è alzato, ha messo il grembiule del padre e ha cominciato a servire il Figlio.
Il segreto dello Spirito
Vi invito anche oggi a ripetere nel cuore una frase della Scrittura, l’espressione che Giuseppe e la Madre si sono sentite dire dal Figlio nel Tempio di Gerusalemme: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?».
Credo che Giuseppe lì abbia ricevuto la consapevolezza nuova della sua originale paternità. Sì, potrò essere padre custode di questo Figlio Unigenito, se con Lui entro nelle cose del Padre. Il Figlio sta indicando la via della paternità.
Entrare nelle cose del Padre è la via per rimanere padre. Queste “cose” del Padre hanno a che fare con quella creatività dello Spirito che viene a plasmare ognuno di noi: ciascuno di noi è un frammento prezioso del volto paterno di Dio.
Giuseppe sapeva bene che le “cose del Padre” che lo coinvolgevano, gli permettevano di comprendersi, di configurarsi alla sua volontà, di ricevere identità. Occorre, urge una familiarità con lo Spirito: Lui solo sa donarci l’intelligenza delle “cose del Padre”.
Entrare con lo Spirito nelle “cose del Padre” significa essere accompagnati a trovare oggi la via per dare forma visibile e concreta alla nostra paternità.
Obiettivi di un ritiro spirituale su San Giuseppe
Un ritiro spirituale dedicato a San Giuseppe offre tre importanti sollecitazioni:
- Riconoscere l’azione di San Giuseppe nel disegno di salvezza;
- scoprire il valore della mascolinità e della paternità;
- ritrovare il rispetto per la femminilità e per la maternità.
Gli uomini scopriranno in lui il valore della mascolinità e della paternità, le donne troveranno il rispetto per la femminilità e per la maternità. Giuseppe è anche custode perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, sa leggere con realismo gli avvenimenti, ed è attento a ciò che lo circonda.
Una personalità discreta e affascinante che ci sostiene e incoraggia a rispondere come lui al disegno d’amore che il Signore ha su ciascuno.
Come può svolgersi il percorso di preghiera
Un ritiro spirituale può essere vissuto in una casa di spiritualità, in un santuario oppure online, purché siano garantiti tempi di silenzio, ascolto della Parola, meditazione e accompagnamento personale. Villa San Giuseppe è un'opera della Compagnia di Gesù al servizio di chi desidera fare un'esperienza personale di Ascolto della Parola di Dio, immersi nel Silenzio, con l'aiuto di una Guida.
È anche un luogo molto bello, sulle colline di Bologna, vicino al Santuario della Madonna di San Luca, immerso nel silenzio e nel verde. A Villa San Giuseppe opera un'équipe formata da gesuiti e altri collaboratori di spiritualità ignaziana (consacrate/i, laiche/i, sacerdoti) che aiutano nel dare gli esercizi spirituali e nella preziosa opera dei colloqui personali quotidiani con gli esercitanti, che caratterizzano tutti i nostri corsi.
La Casa offre un ricco programma di ritiri, esercizi spirituali e corsi per laici, sacerdoti, religiosi, diaconi. Propone inoltre momenti di formazione permanente e di preghiera rivolti a gruppi, movimenti religiosi e famiglie nell’ambito della spiritualità cristiano-cattolica.
Il ritiro può comprendere una successione ordinata di momenti:
- invocazione dello Spirito Santo e raccolta nel silenzio;
- proclamazione di un testo biblico riguardante la vita di Giuseppe;
- meditazione guidata sulla qualità spirituale scelta;
- tempo personale di preghiera e discernimento;
- colloquio personale con una guida;
- attività esperienziale o condivisione;
- preghiera conclusiva e affidamento a San Giuseppe.
La Casa propone anche appuntamenti mariani mensili: il 13 del mese alle ore 20 Santo Rosario, alle ore 20.30 Santa Messa e processione con flambeaux nel Parco in onore del Cuore Immacolato di Maria; il 25 del mese alle ore 20.30 Adorazione Eucaristica.
San Giuseppe, patrono della Chiesa e dei lavoratori
L’8 dicembre 1870 - circa tre mesi dopo la breccia di Porta Pia - Pio IX proclamò san Giuseppe patrono della Chiesa cattolica, fissandone al 19 di marzo la solenne ricorrenza festiva.
In questo senso familiarmente paterno san Giuseppe è stato anche proclamato patrono, dal granduca Cosimo III, della Toscana; da Leone XIII e da Pio XII, dei lavoratori; e da Francesco di questo 2021, perché «il mondo ha bisogno di padri».
Giuseppe è esempio di umanità e responsabilità, qualità che si svelano nitidamente nei suoi ruoli di “uomo, sposo, padre, lavoratore, credente nella modalità più serena e più ricca ma anche più responsabile”. Il lavoro di Giuseppe appartiene alla sua missione di custode e mostra la dignità delle attività semplici, quotidiane e nascoste.
La sua laboriosità può essere meditata da chi vive il lavoro, da chi lo cerca, da chi lo ha perduto e da chi desidera svolgere la propria professione con maggiore responsabilità, giustizia e attenzione verso gli altri.
Preghiera a San Giuseppe per avvicinarsi a Gesù
Chiedete a San Giuseppe di aiutarvi a navigare nella vita spirituale e di avvicinarvi a Gesù.
Ecco una preghiera tratta dal libro degli inizi del XX secolo Go to Joseph, Our Unfailing Protector (Rivolgetevi a Giuseppe, Nostro Infallibile Protettore):
“O glorioso San Giuseppe, maestro e modello della vita spirituale, ti chiedo di essere la mia guida e di guidarmi al tuo divino figlio adottivo, Gesù Cristo, perché io possa imparare alla vostra scuola per conoscerlo, adorarlo e amarlo come mio unico Signore e Dio. Amen”.
L’indulgenza plenaria e la meditazione su San Giuseppe
È concessa l’Indulgenza plenaria ai fedeli che reciteranno “qualsivoglia orazione legittimamente approvata o atto di pietà in onore di San Giuseppe, specialmente nelle ricorrenze del 19 marzo e del 1° maggio, nella Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, nella Domenica di San Giuseppe secondo la tradizione bizantina, il 19 di ogni mese e ogni mercoledì, giorno dedicato alla memoria del Santo secondo la tradizione latina”.
Si concede l’indulgenza plenaria a quanti mediteranno per almeno 30 minuti la preghiera del Padre Nostro, oppure prenderanno parte a un ritiro spirituale di almeno una giornata che preveda una meditazione su San Giuseppe.
L’indulgenza è inoltre riferita a coloro i quali, sull’esempio di San Giuseppe, compiranno un’opera di misericordia corporale o spirituale; a quanti reciteranno il Rosario, nelle famiglie e tra fidanzati; e a “chiunque affiderà quotidianamente la propria attività alla protezione di San Giuseppe e ogni fedele che invocherà con preghiere l’intercessione dell’Artigiano di Nazareth, affinché chi è in cerca di lavoro possa trovare un’occupazione e il lavoro di tutti sia più dignitoso”.
È riferita anche ai fedeli che reciteranno le Litanie a San Giuseppe, per la tradizione latina, oppure l’Akathistos a San Giuseppe, per intero o almeno qualche sua parte, per la tradizione bizantina, oppure qualche altra preghiera a San Giuseppe, propria alle altre tradizioni liturgiche, “a favore della Chiesa perseguitata ad intra e ad extra e per il sollievo di tutti i cristiani che patiscono ogni forma di persecuzione”.
Confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre sono le consuete condizioni richieste per lucrare l’indulgenza.
Nell’attuale contesto di emergenza sanitaria, il dono dell’Indulgenza plenaria è particolarmente esteso agli anziani, ai malati, agli agonizzanti e a tutti quelli che per legittimi motivi siano impossibilitati ad uscire di casa, i quali con l’animo distaccato da qualsiasi peccato e con l’intenzione di adempiere, non appena possibile, le tre solite condizioni, nella propria casa o là dove l’impedimento li trattiene, reciteranno un atto di pietà in onore di San Giuseppe, conforto dei malati e Patrono della buona morte, offrendo con fiducia a Dio i dolori e i disagi della propria vita.
Una traccia personale per il ritiro
Il percorso personale può iniziare dalla domanda: quali aspetti della mia vita hanno bisogno di essere custoditi? Il silenzio di Giuseppe aiuta a riconoscere ciò che normalmente viene coperto dal rumore, dalla fretta e dalle preoccupazioni.
Una seconda domanda può riguardare l’obbedienza: quale parola, situazione o incontro sto evitando, anche se potrebbe indicarmi dove il Signore mi sta aspettando? Una terza domanda può riguardare la gratitudine: quali doni sono stati posti nelle mie mani e come posso trasformarli in servizio?
Può essere utile anche esaminare gli spazi della propria vita: gli affetti, le relazioni, il lavoro, la famiglia, le parole pronunciate e le responsabilità quotidiane. Ci sono spazi affettivi, situazioni in cui Dio fa ancora fatica ad entrare?
Mentre ripercorriamo nella memoria grata ciascuna delle benedizioni spirituali ricevute da sempre nella nostra vita, facciamo anche memoria degli spazi ancora troppo vuoti di Dio; magari è solo uno, intimo, tenacemente ancora senza Dio Padre, permettiamo che la misericordia paterna abbracci quello spazio e la nostra paternità torni gioiosamente ad essere santa.
L’esempio di Giuseppe invita infine a verificare il modo in cui si esercita la responsabilità: custodisco senza possedere? Accompagno senza imporre? So ritirarmi quando la crescita dell’altro lo richiede? Riesco a servire senza cercare un riconoscimento?
Andiamo da servi verso coloro che ci sono stati affidati, mentre laveremo loro i piedi li guarderemo con gli occhi del Padre come Gesù fa con Pietro. Quello sguardo paterno, mentre si lavano i piedi dei figli, farà vedere la crescita dell’età e della grazia!
don Fabio Rosini - Catechesi su San Giuseppe
Un ritiro spirituale su San Giuseppe conduce così dal silenzio all’ascolto, dall’ascolto all’accoglienza, dall’accoglienza all’obbedienza e dall’obbedienza al servizio. La sua vita nascosta aiuta a riconoscere la presenza di Dio nella quotidianità e a vivere con maggiore libertà il compito di custodire ciò che è stato affidato.
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