La meditazione per assistenti sociali: benefici e tecniche

La meditazione può aiutare gli assistenti sociali a gestire lo stress lavoro-correlato, regolare le emozioni, prevenire l’affaticamento e il burnout e mantenere una relazione d’aiuto più equilibrata, consapevole e sostenibile. La pratica favorisce inoltre concentrazione, ascolto, empatia, comunicazione efficace e capacità di osservare i propri pensieri e comportamenti senza reagire automaticamente.

Il lavoro degli assistenti sociali comporta un elevato coinvolgimento emotivo, legato al contatto continuo con situazioni di disagio, sofferenza e complessità relazionali. Nel tempo, l’esposizione costante a queste sfide può generare stress, affaticamento, compassion fatigue e burnout, influenzando non solo il benessere personale ma anche la qualità dell’intervento professionale.

Perché la meditazione è utile nel lavoro sociale

Viviamo in un’epoca in cui il lavoro richiede ritmi sempre più sostenuti, disponibilità continua e una costante capacità di adattamento. Scadenze ravvicinate, multitasking, notifiche incessanti e la difficoltà di separare la vita professionale da quella personale possono trasformarsi in importanti fonti di stress.

Quando queste condizioni si protraggono nel tempo, il rischio è quello di sviluppare quello che viene definito stress lavoro-correlato, fenomeno che ha suscitato un crescente interesse nella ricerca psicologica. Nel corso del tempo lo stress lavorativo ha ricevuto molte definizioni differenti, tra queste, una definizione condivisa viene proposta in un rapporto ufficiale della Commissione Europea, in cui si descrive lo stress lavorativo come una risposta emozionale, cognitiva, comportamentale e fisiologica ad aspetti avversi e nocivi del lavoro, dell’ ambiente e dell’ organizzazione lavorativa.

Si tratta di uno stato caratterizzato da livelli elevati di attivazione e disagio e, frequentemente, da una sensazione di incapacità di far fronte alle richieste (Cox et al., 2000). È importante sottolineare che lo stress non è necessariamente un fenomeno negativo.

Un livello moderato di attivazione può favorire la concentrazione, sostenere la motivazione e facilitare l’apprendimento (si parla in questo caso di eustress). Quando però le richieste lavorative superano la capacità di adattamento della persona e questa condizione si mantiene nel tempo, lo stress perde la sua funzione adattiva e può compromettere sia la salute psicofisica del lavoratore sia la qualità della performance lavorativa (si definisce in questo caso distress) (Catapano et al., 2023).

Stress lavoro-correlato, compassion fatigue e burnout

La complessità del lavoro sociale è cresciuta a causa delle maggiori aspettative provenienti dalle persone che si trovano in situazioni di precarietà, le quali comportano un notevole carico emotivo con il rischio di affaticamento. L’instabilità del welfare sta portando a una riduzione delle risorse economiche e umane disponibili.

A livello nazionale, i professionisti della relazione sono soggetti a elevati livelli di stress professionale, il quale ha un impatto negativo sulla qualità dell’assistenza fornita. Ciò evidenzia la necessità per gli operatori sociali di acquisire ulteriori strumenti per sviluppare e consolidare le proprie competenze professionali e migliorare il proprio benessere.

Il lavoro degli assistenti sociali comporta un elevato coinvolgimento emotivo, legato al contatto continuo con situazioni di disagio e sofferenza. In assenza di adeguati strumenti di supporto, ciò può tradursi in stress, affaticamento e burnout, con ricadute sia sul benessere personale sia sulla qualità dell’intervento professionale.

La pratica meditativa non elimina le cause organizzative, sociali o istituzionali dello stress e non può sostituire interventi sulle condizioni di lavoro, la supervisione o il supporto professionale. Può tuttavia offrire strumenti per riconoscere più tempestivamente il sovraccarico, interrompere le risposte automatiche e affrontare le difficoltà con maggiore consapevolezza.

Che cos’è la mindfulness

Negli ultimi anni la mindfulness ha ricevuto una crescente attenzione come possibile risorsa per promuovere il benessere e favorire una gestione più efficace dello stress lavoro-correlato. Il termine mindfulness può riferirsi sia a uno stato di consapevolezza, inteso come una caratteristica disposizionale dell’individuo, ovvero una maggiore tendenza a portare attenzione al momento presente con apertura e non giudizio, sia alle pratiche e agli interventi strutturati finalizzati a coltivare tale capacità (Menardo et al., 2022).

La definizione più usata di Mindfulness è quella di Jon Kabat Zinn, che la descrive come “la capacità di portare intenzionalmente l’attenzione al momento presente, con un atteggiamento non giudicante”. L’obiettivo della meditazione è quello di riuscire a concentrare l’attenzione su noi stessi, seguendo percezioni, sensazioni, pensieri ed emozioni, o sull’ambiente esterno al fine di raggiungere un livello di maggior consapevolezza e di calma interiore.

Perché fare meditazione? Riuscire a concentrare l’attenzione su se stessi e sul proprio respiro - abbandonandosi a percezioni, sensazioni, pensieri ed emozioni, isolandosi dall’ambiente esterno per toccare un livello di maggiore cognizione e di calma interiore - aiuta a rivolgere l’attenzione al momento presente, al vivere “qui” ed “ora”.

La mindfulness non è soltanto una tecnica di rilassamento. Quando siamo sottoposti a pressioni continue tendiamo a funzionare con il “pilota automatico”, reagendo impulsivamente, rimuginando sugli errori commessi o proiettandoci costantemente verso ciò che ancora dobbiamo fare.

Questo processo alimenta tensione, affaticamento mentale e difficoltà di concentrazione. Uno dei motivi per cui la mindfulness può rappresentare una risorsa nei contesti lavorativi riguarda la sua capacità di interrompere tali processi mentali automatici e favorire una maggiore flessibilità nella risposta alle situazioni.

Benefici della meditazione per gli assistenti sociali

Riduzione dello stress, dell’ansia e della tensione

Attraverso la meditazione è possibile ridurre stress, ansia, paura e rabbia. I benefici della meditazione sono innumerevoli: riduce stress, rabbia e paura, allevia i sintomi di ansia e depressione, aiuta chi fatica a trovare la giusta concentrazione, a maggior ragione in una vita frenetica come quella attuale.

Rimedio naturale per ansia e depressione: la pratica costante della meditazione è uno dei migliori rimedi naturali per combattere ansia e depressione. Inoltre aiuta a diminuire la percezione personale di stress.

La Risposta di Rilassamento (RR) è uno stato psicofisiologico opposto alla risposta da stress. Risultati provenienti da rigorosi trials scientifici hanno dimostrato a più riprese l’efficacia degli interventi di rilassamento “mind-body” tesi alla riduzione dello stress cronico e al miglioramento del benessere, che di fatto inducono una RR.

Diversi studi hanno riportato che l’elicitazione di una RR rappresenta un intervento terapeutico efficace per ridurre gli effetti clinici avversi legati ad alcuni disturbi stress-correlati, come ad esempio ipertensione, ansia, insonnia, diabete e artrite reumatoide.

Regolazione delle emozioni

Praticare la meditazione, infatti, significa saper gestire meglio le emozioni, soffrire meno lo stress e sentirsi sempre meno distaccati - e quindi più empatici - nei confronti delle persone. La meditazione può favorire lo sviluppo dell'intelligenza emotiva, la quale consente di riconoscere e gestire le proprie emozioni e di interpretare quelle degli altri, oltre a promuovere l'empatia e la compassione.

La pratica consente di osservare emozioni difficili, paura, rabbia, tristezza o senso di impotenza senza identificarvisi completamente e senza trasformarle immediatamente in azioni. Tale capacità può essere particolarmente importante nelle situazioni in cui l’assistente sociale deve rimanere presente, lucido e rispettoso anche davanti a conflitti, crisi o racconti di sofferenza.

Di fronte a richieste elevate o impreviste, infatti, tendiamo a reagire attraverso schemi abituali, guidati da pensieri, emozioni e modalità di comportamento consolidate. La pratica mindfulness permette invece di creare uno spazio tra ciò che accade e la risposta che scegliamo di mettere in atto, favorendo maggiore consapevolezza e capacità di adattamento (Menardo et al., 2022).

Concentrazione, memoria e attenzione

Migliorare concentrazione e memoria: merito delle tecniche di rilassamento, ma le tecniche di meditazione favoriscono anche l’empatia nei confronti delle persone, promuovendo sentimenti migliori e comportamenti virtuosi. La mindfulness sembra inoltre favorire una migliore regolazione dell’attenzione, una maggiore capacità di mantenere il focus sui compiti e un potenziamento delle risorse cognitive coinvolte nella memoria di lavoro e nella creatività (Menardo et al., 2022).

Queste capacità possono sostenere attività professionali come la raccolta delle informazioni, la valutazione dei bisogni, la redazione della documentazione, la pianificazione degli interventi e la gestione di più richieste contemporaneamente.

Grazie alle tecniche di meditazione sarebbe più facile riuscire a concentrarsi sul momento presente. La conferma di questo dato, già noto nella letteratura scientifica di riferimento, ci arriva da uno studio di un gruppo di ricerca del Department of Psychiatry della Yale University School of Medicine.

Riduzione del rimuginio

Il contributo di questa ricerca sta nell’aver identificato che attraverso alcune tecniche di meditazione è possibile “spegnere” una specifica area del cervello, indicata nello studio come Default Mode Network (DMN), considerato in grado di generare quel continuo emergere di idee e pensieri (rimuginio) che in un qualche modo interferisce con ciò che in quel momento si sta facendo.

Quest’attività di produzione automatica dei pensieri è presente per circa la metà del tempo della veglia, e può portare alla luce ricordi spiacevoli e contribuire al nascere di preoccupazioni per il futuro, creando così uno stato di ansia e di depressione nella persona.

I praticanti esperti mostrano un’attività della DMN ridotta anche al di fuori della pratica stessa, come se “l’allenamento” portasse i suoi effetti benefici anche nelle attività quotidiane.

Auto-osservazione e critica riflessiva

Dai dati raccolti emerge che i professionisti hanno sviluppato le meta-competenze della capacità di auto-osservazione, consentendo loro di avviare un percorso introspettivo per prendere maggiore consapevolezza della propria mente e dei propri comportamenti e potenzialmente modificarli.

L’altra meta-competenza è quella della capacità di critica riflessiva, imparando ad uscire dai pregiudizi che permettono di uscire dagli schemi abituali per trovare nuove soluzioni con creatività.

Conoscersi meglio: conoscere meglio il proprio “io” e, a livello pratico i propri limiti, valutando a fondo pregi e difetti, è uno degli obiettivi di questa pratica per recuperare un sano equilibrio interiore.

Empatia, compassione e ascolto

Anche sul piano relazionale, la mindfulness può avere un ruolo significativo: una maggiore consapevolezza dei propri stati interni facilita infatti il riconoscimento dei bisogni e delle prospettive degli altri, promuovendo modalità comunicative più attente ed empatiche.

Le altre competenze professionali sviluppate sono la capacità di ascolto, concentrazione, non giudizio e comunicazione efficace. A tal proposito, aiuta anche notevolmente nella gestione dei conflitti, contribuendo così a incrementare la collaborazione tra i diversi attori coinvolti.

I ricercatori dell’università del Wisconsin hanno dimostrato che grazie alle tecniche di meditazione, è possibile diventare più compassionevoli e più gentili verso il prossimo. La compassione sembra essere qualcosa che può essere migliorato con l’allenamento e la pratica.

Gli adulti possono essere addestrati alla compassione. Un nuovo studio condotto dai ricercatori del Waisman Center della University of Wisconsin-Madison mostra che addestrando un gruppo di giovani adulti alla meditazione compassionevole, un’antica tecnica buddhista per accrescere il senso di accudimento per le persone che soffrono, è effettivamente possibile sostenere questa disposizione nei soggetti.

Flessibilità cognitiva e capacità decisionale

Questa maggiore flessibilità cognitiva può sostenere processi fondamentali nel contesto lavorativo, come la capacità di risolvere problemi, prendere decisioni e affrontare situazioni nuove.

La pratica mindfulness permette di creare uno spazio tra ciò che accade e la risposta che scegliamo di mettere in atto, favorendo maggiore consapevolezza e capacità di adattamento (Menardo et al., 2022).

Per l’assistente sociale ciò può significare riconoscere i propri pregiudizi, distinguere i dati dalle interpretazioni, considerare prospettive differenti e non applicare automaticamente risposte già utilizzate in situazioni apparentemente simili.

Relazioni professionali e collaborazione

Nei contesti organizzativi questo può tradursi in relazioni lavorative più efficaci, maggiore collaborazione e una migliore capacità di adattarsi ai cambiamenti (Menardo et al., 2022).

Si è constatato che l’integrazione della spiritualità nel Servizio Sociale genera effetti trasversali, tra cui favorire una maggiore consapevolezza di sé e dell’altro e contribuire alla costruzione di un ambiente collaborativo.

Da un lato, i benefici derivanti dagli scambi informali e dal sostegno reciproco sono percepiti come forme positive di interconnessione sul luogo di lavoro. Dall’altro lato, il deficit di valorizzazione professionale, che si esplica nel “timore di giudizi svalutanti da parte dei colleghi medici”, si aggiunge agli oneri emotivi derivanti dalle relazioni di aiuto.

Resilienza e sostenibilità dell’impegno professionale

Il corso offre strumenti per sviluppare resilienza, equilibrio emotivo e capacità di auto-cura, competenze fondamentali per sostenere nel tempo un impegno professionale efficace, consapevole e sostenibile.

Il percorso è rivolto a professionisti che desiderano migliorare la gestione delle emozioni, coltivare un atteggiamento compassionevole verso sé stessi e mantenere confini sani nella relazione d’aiuto, prevenendo l’affaticamento e affrontando con maggiore efficacia contesti lavorativi complessi.

Chi lavora nel sociale dedica quotidianamente energie, attenzione e cura agli altri. Coltivare mindfulness e self-compassion non significa diventare meno coinvolti o distaccati, ma sviluppare le risorse interiori necessarie per continuare a essere presenti, efficaci e umani anche nelle situazioni più complesse.

Mindfulness e auto-compassione

La self-compassion, o auto-compassione consapevole, consiste nel coltivare un atteggiamento compassionevole verso sé stessi, soprattutto nei momenti di errore, fatica, frustrazione o sofferenza.

Riconoscere e coltivare l’autocompassione. Differenza tra autocritica e voce compassionevole. Pratiche di regolazione emotiva (Soften - Soothe - Allow). Self-Compassion Break e strategie di auto-sostegno.

Lavorare con emozioni difficili e backdraft. Prevenzione di burnout e compassion fatigue. Fierce Self-Compassion: integrare cura e forza interiore. Connessione con valori e intenzioni personali e professionali.

L’auto-compassione non coincide con il perdonarsi ogni comportamento o con il ridurre gli standard professionali. Può aiutare a riconoscere i propri limiti, chiedere supporto, apprendere dagli errori e mantenere confini sani senza ricorrere a un’autocritica paralizzante.

Le principali tecniche meditative

Consapevolezza del respiro

Un buon punto di partenza è concentrarsi sul proprio respiro, magari avvalendosi di immagini mentali (as es., il movimento della pancia che si solleva, il flusso d’aria che riempie i nostri polmoni ad ogni respiro), osservandone gentilmente la frequenza, l’intensità, il mutarne nel corso della pratica, etc.

Nella tecnica della concentrazione il praticante deve concentrarsi sul respiro, percependo l’aria che entra e che esce dal naso, la pancia che si riempie e si svuota, e ogni qualvolta si presenta un pensiero nella sua mente è invitato ad osservarlo con gentilezza e, in seguito, a lasciarlo andare senza attaccarvisi.

Il respiro non deve essere forzato o modificato. Può essere utilizzato come un punto di riferimento a cui tornare ogni volta che l’attenzione si allontana.

Body scan

La scansione del corpo o body scan è una pratica attraverso la quale si pone progressivamente attenzione sulle varie parti del nostro corpo, ricercandovi sensazioni o semplicemente osservandone lo stato.

La consapevolezza del corpo può aiutare a riconoscere segnali precoci di tensione, stanchezza, agitazione o chiusura emotiva. Questa osservazione può essere particolarmente utile dopo un colloquio intenso o prima di passare da una situazione professionale alla vita personale.

Meditazione camminata

La meditazione camminata consiste nel portare consapevolezza ai movimenti del corpo mentre si cammina, osservando il contatto dei piedi con il suolo, il ritmo dei passi e le sensazioni associate.

La pratica può essere svolta anche durante una breve pausa lavorativa, senza richiedere una posizione seduta o un ambiente completamente silenzioso.

Consapevolezza nella vita quotidiana

La meditazione sulla vita quotidiana consiste nel prestare attenzione intenzionale alle attività ordinarie, come bere, mangiare, lavarsi le mani, salire le scale o prepararsi a un colloquio.

Questa modalità consente di trasferire la consapevolezza al di fuori delle sessioni formali e di interrompere, anche per brevi momenti, il funzionamento automatico.

Meditazione di consapevolezza aperta

La tecnica della consapevolezza consiste nel prestare attenzione momento per momento a quello che sta succedendo, a quello che arriva alla coscienza del praticante stesso, senza tentare di modificare il pensiero o la sensazione appena arrivata ma semplicemente accettandola.

In questa pratica pensieri, emozioni, suoni e sensazioni corporee vengono osservati senza dover scegliere immediatamente se accettarli o respingerli.

Meditazione di amorevolezza

Nella tecnica dell’amare-gentilezza il praticante deve visualizzare una situazione nella quale ha desiderato il bene di qualcuno per lui significativo, utilizzando tale immagine mentale per poi desiderare il bene degli altri.

La pratica può sostenere un atteggiamento di benevolenza verso sé stessi e verso le persone incontrate nella relazione professionale, senza confondere compassione, empatia e responsabilità con il bisogno di risolvere ogni problema dell’altro.

Mantra

Alcune declinazioni della meditazione prevedono la ripetizione di un mantra, ossia un suono, una parola (as es., “pace”, “tranquillità”) o una frase (“Sat, Chit, Ananda” che significa “Esistenza, Coscienza, Beatitudine”).

La ripetizione può offrire un punto di ancoraggio attentivo e aiutare a ridurre la dispersione mentale durante la pratica.

Stretching e postura

La posizione che assumeremo è importante, perciò, dove aver svolto un po’ di stretching per distendere i muscoli, cercheremo una postura dignitosa che non sovraccarichi le spalle, il collo e i muscoli lombari.

Ad esempio, potremmo sederci a gambe incrociate sopra un cuscino (posizione del loto). Ciò che è più importante è sentirsi comodi e rilassati, avendo cura che la propria spina dorsale sostenga il peso del corpo dalla vita in su.

Una volta fatto ciò possiamo chiudere gli occhi (con l’esperienza ci sarà possibile meditare anche ad occhi aperti, senza concentrare lo sguardo su di un punto, ma semplicemente mantenendo una morbida visione nel vuoto).

Come iniziare a meditare

Il praticante, indossati indumenti comodi, necessita innanzitutto di un luogo tranquillo, che gli conceda la possibilità di concentrarsi senza interruzioni. Dopo aver indossato abiti comodi, per praticare la meditazione è fondamentale la scelta di un posto tranquillo dove potersi concentrare senza interruzioni né distrazioni.

Il silenzio non è necessariamente un requisito; includere all’interno della propria consapevolezza un rumore in sottofondo e porre attenzione a quelli occasionali può diventare parte della nostra pratica di meditazione.

Buona norma è stabilire, prima di cominciare, il tempo che dedicheremo alla nostra pratica. Sebbene i praticanti esperti consiglino due sessioni quotidiane da venti minuti, è possibile cominciare con una seduta al giorno da cinque minuti.

ElementoIndicazione pratica
Durata inizialeUna seduta al giorno da cinque minuti
Pratica più strutturataDue sessioni quotidiane da venti minuti
AmbienteUn luogo tranquillo, senza interruzioni né distrazioni
PosturaUna postura dignitosa che non sovraccarichi le spalle, il collo e i muscoli lombari
Punto di attenzioneIl respiro, le sensazioni corporee, i pensieri o i suoni

La costanza è più importante della durata iniziale. Una pratica breve e sostenibile può essere preferibile a sessioni molto lunghe svolte soltanto occasionalmente.

Durante la pratica è normale che l’attenzione si allontani. Il compito non è impedire la comparsa dei pensieri, ma riconoscere il momento in cui la mente si è spostata e riportarla con gentilezza all’oggetto scelto.

Una micro-pratica per la giornata lavorativa

Una micro-pratica può essere svolta prima di un colloquio, dopo una telefonata difficile, al termine di una riunione o prima di iniziare la documentazione.

  1. Assumere una posizione stabile e comoda.

  2. Riconoscere le sensazioni presenti nel corpo senza cercare di eliminarle.

  3. Portare l’attenzione a uno o più respiri.

  4. Notare i pensieri e le emozioni con un atteggiamento non giudicante.

  5. Riconoscere ciò di cui si ha bisogno per affrontare il compito successivo.

  6. Scegliere una risposta intenzionale, invece di reagire automaticamente.

La pratica può essere adattata alle esigenze della persona e al contesto organizzativo. Non è necessario attendere condizioni perfette per coltivare brevi momenti di presenza mentale.

La meditazione come strumento per la relazione d’aiuto

La meditazione può sostenere la relazione d’aiuto perché favorisce una maggiore consapevolezza dei propri stati interni e rende più facile distinguere ciò che appartiene all’esperienza dell’utente da ciò che appartiene all’esperienza professionale.

La consapevolezza dei propri pensieri, emozioni e reazioni può ridurre il rischio di interrompere, giudicare, anticipare le risposte o interpretare rapidamente il racconto della persona.

Le testimoni che sostengono di integrare la dimensione spirituale nella pratica professionale riferiscono di ricorrere a strumenti come l’ascolto attivo, il dialogo e la narrazione biografica, finalizzati alla creazione di spazi sicuri e alla co-costruzione di significati.

L’innovazione metodologica consiste nel riconoscimento della dimensione relazionale che passa dalla valorizzazione dell’esperienza umana della cura spirituale. Quest’ultima può arricchire l’intervento sociale tramite strumenti volti a rafforzare le risorse individuali e comunitarie, già presenti tra quelli professionali, come l’ascolto attento, il dialogo, la narrazione biografica, l’atteggiamento non giudicante e la valorizzazione delle reti di supporto, tra cui gruppi religiosi o laici che offrono sostegno emotivo.

Mindfulness, spiritualità e Servizio Sociale

Negli ultimi decenni, il concetto di spiritualità ha suscitato crescente interesse all’interno della letteratura internazionale e nelle pratiche del servizio sociale, inserendosi nei dibattiti sull’approccio olistico che caratterizza la professione.

Molte persone nei Servizi Sociali in ambito psichiatrico affrontano sofferenze che vanno oltre i termini materiali o psicologici, coinvolgendo anche dimensioni esistenziali e identitarie che generano bisogni complessi.

Quello della spiritualità è un costrutto multidimensionale che include aspetti cognitivi, emotivi ed esperienziali che si manifestano attraverso valori, credenze e pratiche orientate al benessere e alla costruzione di senso.

Esso richiama un insieme di strumenti del Servizio Sociale, come il senso di empatia o di interconnessione con sé, gli altri e il mondo, e di pratiche di responsabilità individuale e collettiva che danno senso all’esperienza umana e professionale.

La dimensione spirituale si integra facilmente con l’approccio olistico di Servizio Sociale, che la considera come un elemento integrante della relazione con la persona poiché supporta i processi di empowerment e autodeterminazione.

Integrare tali strumenti nella relazione di aiuto non significa promuovere un approccio confessionale o imporre il proprio background valoriale, ma riconoscere e valorizzare il ruolo che può avere nel favorire il benessere e il cambiamento.

Prudenza, neutralità e autodeterminazione

La meditazione mindfulness potrebbe non essere adatta a tutti per raggiungere tali obiettivi. Pertanto, è importante che rimanga una scelta personale poiché richiede un impegno costante a cui viene dedicato di tempo.

Nonostante i potenziali benefici, l’integrazione della spiritualità nel Servizio Sociale presenta il rischio di imporre convinzioni personali ai beneficiari dell’intervento, contravvenendo ai principi di neutralità e autodeterminazione.

Inoltre, la formazione professionale raramente include moduli specifici su questi temi, determinando un vuoto di competenze. Per rispondere a queste sfide, sarebbe utile potenziare strumenti professionali, come la supervisione e la formazione continua, al fine di consentire agli assistenti sociali di affrontare la dimensione spirituale in modo deontologicamente e metodologicamente corretto.

L’assistente sociale può proporre pratiche di consapevolezza soltanto nel rispetto della libertà della persona, senza presentarle come obbligatorie, universalmente efficaci o sostitutive di cure psicologiche, psichiatriche o mediche.

La dimensione organizzativa della mindfulness

La ricerca sulla mindfulness nei contesti lavorativi si è sviluppata principalmente lungo due direzioni: da una parte gli studi che hanno esplorato la relazione tra il livello di mindfulness individuale e gli indicatori di benessere lavorativo; dall’altra gli studi che hanno analizzato gli effetti dei programmi basati sulla mindfulness, valutandone l’impatto sia sul singolo lavoratore sia, più ampiamente, sull’organizzazione (Menardo et al., 2022).

A livello organizzativo, si è riscontrato come la gestione neoliberale dei servizi e la mancanza di tempo e strumenti per la rilevazione dei bisogni complessi rischino di confinare l’intervento sociale a misure di carattere urgente, volte a soddisfare solo le esigenze primarie.

Per evitare fenomeni di de-professionalizzazione, quali l’essere ridotte a burocrati tecnocrati, le testimoni hanno sostenuto di ricorrere a strategie spirituali di significazione, come il ricercare il conforto del contatto con la natura.

Quando gli insegnanti di Mindfulness non riconoscono che lo stress ha anche cause sociali e si focalizzano solo sull’allenamento del cervello, sostenendo che i motivi della sofferenza si trovano in gran parte dentro gli individui, la Mindfulness viene a perdere il suo potenziale rivoluzionario di affrontare la sofferenza collettiva e il cambiamento sistemico, riducendosi a una pratica che mantiene le persone concentrate su se stesse e incapaci di affrontare le sfide complesse.

Un aspetto critico, di questo orientamento che si può chiamare Mindfulness neoliberale, è l’affermare che la fonte dei problemi delle persone si trova “nella loro testa” e sostenere l’imperativo che si devono accettare le cose come sono.

Anche se per certi versi può essere utile cambiare le nostre reazioni alle circostanze che ci causano disagio, quando queste non possono essere modificate, portare all’estremo questo concetto può risultare in una specie di “anestesia sociale”, che tende a preservare lo status quo invece di cercare di cambiare ciò che è ingiusto o non sostenibile.

Social Mindfulness e lavoro di équipe

La Social Mindfulness promuove la coesione, la solidarietà sociale, l’agency e l’intelligenza collettiva necessarie per affrontare la nostra vulnerabilità e i problemi complessi che stiamo vivendo nel mondo B.A.N.I. (Brittle, fragile; Anxious, ansioso; Non-linear, non lineare e Incomprehensible, incomprensibile).

Il supporto sociale e la presenza di relazioni sociali positive sono fondamentali per il nostro benessere e per un funzionamento psicologico sano. Quando viene a mancare il supporto sociale, quando ci percepiamo isolati e quando non sperimentiamo la sicurezza psicologica, tendiamo a vivere in un costante stato di minaccia e di insicurezza che porta ad aumentare i nostri livelli di stress, ansia e depressione.

Quindi se la Mindfulness viene utilizzata solo come uno strumento di self-help, senza essere praticata in relazione agli altri, il rischio è che venga diminuito il potenziale impatto che può avere sul benessere e sul cambiamento sociale.

L’MBOE è un programma in cui le relazioni sono al centro e la Mindfulness viene insegnata e imparata in gruppo attraverso attività di condivisione che permettono di riconoscere e superare i propri bias, di praticare la consapevolezza del corpo, di coltivare l’ascolto non giudicante, di promuovere la coesione di gruppo e la sicurezza psicologica.

Nel lavoro sociale, la pratica condivisa può essere collegata alla supervisione, alle riunioni d’équipe e ai momenti di riflessione professionale, purché non diventi un ulteriore obbligo performativo o uno strumento per trasferire esclusivamente sul singolo la responsabilità del benessere organizzativo.

Il programma MBOE

Per praticare la Social Mindfulness, Mark Leonard ha progettato il programma Mindfulness-Based Organisational Education. L’MBOE è stato sviluppato a partire dai protocolli Mindfulness-Based Stress Reduction e Mindfulness-Based Cognitive Therapy, per poter essere applicato nel mondo del lavoro e delle organizzazioni e tenendo conto della complessità e delle accelerazioni del contesto attuale.

Mark ha adottato un approccio sistemico e ha esplorato le potenzialità della Mindfulness al di là del vederla come una semplice “tecnica” da applicare.

L’MBOE è nato per promuovere la costruzione di organizzazioni e comunità consapevoli (mindful) guidate da propositi ancorati a finalità collettive e da principi etici che considerano la nostra interdipendenza e interconnessione.

Si tratta di un programma in sei sessioni, con attività di gruppo e pratiche di Mindfulness “a basso dosaggio”, ossia di durata breve, per consentire ai partecipanti di praticare in modo sostenibile e realistico.

La ricerca ha evidenziato un impatto positivo sulla motivazione intrinseca e sull’autodeterminazione aumentando la soddisfazione dei bisogni di autonomia, competenza e relazione.

Nell’MBOE la Mindfulness è vista come un insieme complesso di funzioni fisiologiche, psicologiche e sociali. A partire da questo assunto Mark ha sviluppato un modello integrato del potenziale umano che tiene conto delle dimensioni individuali, relazionali e culturali.

Le tre dimensioni della Social Mindfulness

Dimensione culturale: insight

L’insight (dimensione culturale): riguarda la comprensione di come il nostro senso del sé venga costruito e cambi a seconda del contesto e di come questo influisca sulla coesione del gruppo, sulla consapevolezza dei bias e sui processi decisionali.

Dimensione relazionale: senso di connessione

Il senso di connessione (dimensione relazionale): si focalizza sulla condivisione, sulle capacità di ascolto attivo e consapevole e sulla comprensione dei pensieri e delle emozioni degli altri.

Dato che le spiegazioni da sole non ci aiutano ad essere consapevoli di ciò che accade a nostra insaputa nella mente, nell’MBOE siamo invitati a descrivere la nostra esperienza per essere in grado di riflettere su ciò che accade dentro di noi e di condividerlo.

Dimensione individuale: meditazione mindfulness

La Meditazione Mindfulness (dimensione individuale): tale l’aspetto dell’MBOE si riferisce alle pratiche che permettono di imparare l’auto-regolazione emotiva, la “defusione” o decentramento (ossia il riconoscere che i pensieri e le emozioni sono transitori, “impermanenti” e che “i pensieri non sono fatti”) e l’accettazione.

A partire da queste dimensioni, le qualità umane e le capacità di consapevolezza sociale che vengono sviluppate all’interno del programma MBOE sono: la saggezza, il senso di appartenenza, lo scopo (il purpose), la fiducia, la resilienza, il benessere e la sicurezza psicologica.

Meditazione e competenze professionali

Il presente lavoro di tesi ha l’obbiettivo di indagare l’impatto della pratica mindfulness sullo sviluppo delle competenze professionali e sul benessere lavorativo di operatori sociali, concentrandosi in particolare sugli educatori e gli assistenti sociali.

Le interviste semi-strutturate sono state esaminate al fine di identificare le motivazioni, i punti di riflessione rilevanti e, soprattutto, le competenze che hanno mostrato un significativo miglioramento grazie alla pratica meditativa.

Le conclusioni rivelano esperienze positive da parte di tutti i partecipanti, confermando i benefici nel contesto lavorativo. Infine, questo studio fornisce testimonianze ed evidenze scientifiche che evidenziano il potenziale della mindfulness durante la formazione dei futuri professionisti della relazione d'aiuto e nel contesto del lavoro sociale.

CompetenzaPossibile contributo della meditazione
Auto-osservazioneMaggiore consapevolezza della propria mente e dei propri comportamenti
Critica riflessivaUscire dagli schemi abituali e dai pregiudizi
Intelligenza emotivaRiconoscere e gestire le proprie emozioni e interpretare quelle degli altri
Empatia e compassioneComprendere meglio la sofferenza e le prospettive delle persone
AscoltoMantenere attenzione e presenza durante la relazione d’aiuto
ConcentrazioneRimanere focalizzati sui compiti e sulle informazioni rilevanti
Non giudizioOsservare pensieri e reazioni senza trasformarli immediatamente in valutazioni
Comunicazione efficaceFavorire modalità comunicative più attente ed empatiche
Gestione dei conflittiRidurre la reattività e incrementare la collaborazione

Altri effetti studiati della meditazione

Risposta cardiovascolare

Gli effetti positivi della meditazione si rilevano anche in alcuni outcomes cardiovascolari. Ad esempio, una ricerca ha osservato come la pratica formale migliorasse alcuni parametri connessi al benessere cardiovascolare, come le High Frequencies (HF), un parametro frequenza-dominio della variabilità della frequenza cardiaca (HRV, Heart Rate Variability) che riflette principalmente l’attività parasimpatica o vagale e che, quando ridotto, si configura come predittore di mortalità cardiovascolare (Krygier et al., 2013).

Tono dell’umore e neuroplasticità

In un recente articolo (2012) apparso online su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), gli scienziati Yi-Yuan Tang del Texas Tech e Michael Posner della University of Oregon hanno rilevato un miglioramento del tono dell’umore e dei livelli di neuroplasticità in individui che per un mese praticavano una particolare forma di meditazione, definita dagli autori “integrative body-mind training” (IBMT).

A seguito della pratica, nel gruppo sperimentale sono stati rilevati un aumento della mielinizzazione e della densità assonale, in particolare nella corteccia cingolata anteriore, rispetto al gruppo di controllo sottoposto per pari tempo ad un più generico training di rilassamento.

Dolore

Numerose sono le ricerche che supportano l’efficacia della meditazione nella gestione delle differenti forme di dolore, un esempio efficace sono gli studi condotti negli anni ’80 del secolo scorso da John Kabat-Zinn.

Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Neuroscience e condotto da un gruppo di ricercatori del Wake Forest Baptist Medical Center di Winston-Sale (Usa), la meditazione avrebbe un potere analgesico.

Dai risultati è emersa, infatti, una riduzione della percezione dolorifica quantificata tra il 40% e il 93% durante la meditazione, accompagnata da una diminuzione di circa il 57% della percezione soggettiva di fastidio e dispiacere conseguente alla sofferenza.

In associazione a tecniche di visualizzazione (metodo Simonton), la meditazione risulta di comprovata efficacia per la diminuzione del dolore correlato alle malattie oncologiche e per il contenimento degli effetti collaterali della chemioterapia.

Apprendimento sensomotorio

La meditazione Zen avrebbe effetti anche sui processi di apprendimento secondo quanto dimostrato dai ricercatori della Ruhr-University Bochum e della Ludwig-Maximilians-University di Monaco.

Dai risultati è emerso come i praticanti che avevano meditato per un certo periodo di tempo sul loro dito destro mostravano significativi miglioramenti (circa il 17%) nell’acuità tattile del dito indice della mano destra rispetto al gruppo di controllo, aumento comparabile ai cambiamenti conseguenti all’allenamento e alla stimolazione fisico-corporea.

Effetti biologici della risposta di rilassamento

In un recente lavoro pubblicato sulla rivista “Plos ONE”, sono stati studiati i geni la cui espressione è modulata da diverse pratiche di rilassamento, come lo yoga, la preghiera rituale, la meditazione o il biofeedback.

I risultati dimostravano come sia il gruppo dei praticanti esperti, sia il gruppo dei novizi addestrati, riportavano variazioni nell’espressione genica.

La Risposta di Rilassamento, infatti, aumenta l’espressione di alcuni geni correlati al metabolismo energetico, alle funzioni mitocondriali, alla secrezione di insulina; la stessa Risposta di Rilassamento è anche in grado di ridurre l’espressione di geni correlati alle risposte infiammatoria e da stress.

Integrazione nella pratica professionale

La mindfulness può essere inserita nella vita professionale attraverso pratiche individuali brevi, momenti di consapevolezza prima o dopo i colloqui, esercizi di respirazione, body scan, meditazione camminata e attività di riflessione condivisa.

La pratica può essere collegata alla supervisione e alla formazione continua, al fine di sostenere la consapevolezza del ruolo, la gestione dei dilemmi etici e l’elaborazione delle difficoltà emotivo-relazionali.

I risultati evidenziano come l’integrazione della cura spirituale possa rappresentare un fattore di supporto per le assistenti sociali nella gestione del burnout, nell’elaborazione delle difficoltà emotivo-relazionali e nella costruzione di significato dei dilemmi etici.

Inoltre, ritengono utile ricorrere a pratiche riflessive come la meditazione per favorire il benessere emotivo e mentale.

La formazione può alternare momenti teorici, pratiche guidate ed esercitazioni esperienziali. Il percorso introduce gradualmente i temi della mindfulness e della self-compassion, alternando momenti teorici, pratiche guidate ed esercitazioni esperienziali.

Limiti e condizioni di utilizzo

La meditazione non deve essere presentata come una soluzione universale allo stress, al burnout o alla sofferenza psicologica. La mindfulness non elimina le difficoltà e le pressioni che caratterizzano il mondo del lavoro contemporaneo, ma può offrire uno spazio di consapevolezza attraverso cui rapportarci con tali esperienze in modo diverso.

Quando gli insegnanti di Mindfulness non riconoscono che lo stress ha anche cause sociali e si focalizzano solo sull’allenamento del cervello, sostenendo che i motivi della sofferenza si trovano in gran parte dentro gli individui, la Mindfulness viene a perdere il suo potenziale rivoluzionario di affrontare la sofferenza collettiva e il cambiamento sistemico.

Per sviluppare una pratica responsabile sono importanti la libertà di scelta, il rispetto della neutralità professionale, l’attenzione alle differenze culturali, la supervisione e la possibilità di ricorrere a professionisti qualificati quando emergono difficoltà rilevanti.

La mindfulness potrebbe non essere adatta a tutti per raggiungere tali obiettivi. Pertanto, è importante che rimanga una scelta personale poiché richiede un impegno costante a cui viene dedicato di tempo.

Coltivare la presenza mentale significa sviluppare una maggiore capacità di riconoscere i propri stati interni, interrompere modalità automatiche di risposta e scegliere con maggiore flessibilità come agire di fronte alle richieste quotidiane.

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