Siddharta diventa Buddha: dalla vita principesca all’illuminazione

Siddhartha Gautama nacque a Lumbini, nell’odierno Nepal, intorno al V secolo a.C., nel clan aristocratico degli Shakya. Figlio del capo del clan, Suddhodana, e della regina Maya, fu allevato in condizioni di grande lusso e protetto dalla sofferenza del mondo esterno, ma proprio l’incontro con la vecchiaia, la malattia e la morte lo spinse a cercare una liberazione universale.

Dopo aver abbandonato il palazzo, Siddhartha sperimentò prima gli insegnamenti dei maestri meditativi e poi sei anni di ascesi estrema. Comprendendo che né i piaceri del lusso né la mortificazione del corpo conducevano alla fine della sofferenza, scelse la Via di mezzo, meditò sotto l’albero della bodhi e raggiunse il pieno risveglio: da quel momento fu chiamato Buddha, cioè “il Risvegliato”.

La nascita di Siddhartha Gautama

Secondo la maggior parte delle biografie tradizionali, l’uomo che sarebbe successivamente diventato il Buddha nacque nell’aristocratico clan dei Shakya nell’India settentrionale nel V secolo a.C. Gli fu dato il nome di Siddharta Gautama, e alla celebrazione della sua nascita, un saggio eremita chiamato Asita proclamó che il giovane bimbo sarebbe diventato o un grande re o un grande maestro religioso.

Siddhartha Gautama nacque a Lumbini, oggi situato nel moderno Nepal, intorno al V secolo a.C. Era il figlio del re Suddhodana e della regina Maya, leader del clan Shakya. La nascita di Siddhartha non fu ordinaria; secondo la leggenda, sua madre fece un sogno in cui un elefante bianco con sei zanne entrava al suo fianco.

Questo è stato interpretato come un presagio della nascita di un grande individuo. Alla sua nascita furono fatte previsioni sul futuro di Siddhartha. Un saggio, Asita, predisse che Siddhartha sarebbe diventato un grande re o un grande leader spirituale.

La profezia e la protezione del principe

Il padre di Siddharta, Shuddhodhana, era il capo del clan Sakya e, volendo a tutti i costi che il giovane figlio seguisse le sue orme, decise di proteggere suo figlio da qualsiasi cosa potesse farlo deviare dal cammino per diventare un grande re. Preoccupato che suo figlio lasciasse la vita reale, il re Suddhodana agì.

Questo per proteggere Siddhartha dalla dura realtà della vita fuori dal palazzo. Il giovane Siddharta fu tenuto isolato nel palazzo di famiglia e gli venne offerto ogni lusso possibile: gioielli preziosi e belle donne, stagni di fiori di loto e deliziosi serragli.

Era protetto da ogni sorta di miseria o disgrazia, poiché ai malati e agli anziani era proibito entrare nel palazzo. L'infanzia di Siddhartha fu un'infanzia di lusso e solitudine. È cresciuto nel palazzo reale.

Tutto ciò era circondato da bellezza e ricchezza, lontano dalla sofferenza e dalle difficoltà del mondo ordinario. Questo educazione protetta aveva lo scopo di trasformare Siddhartha in un grande re.

Col tempo, Siddharta eccelse negli studi e nello sport, e sposò Yashodhara, con la quale ebbe un figlio, Rahula. Per quasi trent’anni, Siddharta visse una vita di lusso, ma con una crescente curiosita’ per quello che poteva esserci fuori dalle mura del palazzo.

La curiosità per il mondo esterno

Tuttavia, alla fine avrebbe contribuito alla sua profonda curiosità per il mondo fuori dalle mura del palazzo. Fin dalla tenera età Siddhartha mostrò profonda compassione e notevole intuizione. Le storie della sua giovinezza illustrano la sua naturale tendenza alla contemplazione e alla riflessione, qualità che in seguito sarebbero state cruciali nella sua ricerca dell’illuminazione.

“Se questa terra deve essere mia”, pensò, allora di sicuro dovrei vederla e vedere la mia gente”. Alla fine, Shuddodhana fece in modo che suo figlio fosse portato a fare escursioni fuori dal palazzo.

Le strade vennero pulite, gli ammalati e i vecchi vennero nascosti, e Siddharta venne guidato per le strade dal suo auriga, Channa, mentre la gente del luogo salutava e sorrideva. Eppure, tra la folla, Siddharta notò un essere, piegato in avanti e rugoso, sul ciglio della strada.

Al contempo stupito e scioccato, chiese a Channa che cosa era accaduto a questa povera creatura. “Quello che vedi davanti a te è un vecchio, un destino che attende tutti noi, “ Channa replicò.

Più avanti, Siddharta si imbatté in un malato e un cadavere, entrambi gli aprirono ulteriormente gli occhi sulle parti inevitabili - tuttavia totalmente normali - della vita che alla fine avrebbero toccato anche lui. Infine, egli incontrò un sant’uomo, qualcuno che cercava la liberazione dalla sofferenza.

VisioneSignificato nella trasformazione di Siddhartha
Un vecchioLa vecchiaia attende tutti gli esseri
Un malatoLa malattia è una condizione inevitabile della vita
Un cadavereLa morte riguarda ogni essere vivente
Un sant’uomoÈ possibile cercare una liberazione dalla sofferenza

Queste prime tre visioni fecero capire a Siddharta che era stato ingannato dalla sua vita nel palazzo, al riparo da ogni sofferenza. La vista del sant’uomo gli risvegliò la possibilita’ di cercare una via d’uscita dalla sofferenza.

È improbabile che Siddharta non avesse mai incontrato gli anziani o i malati prima di ciò, ma mostra simbolicamente come lui - e in effetti, tutti noi - di solito viviamo la nostra vita ignorando la sofferenza.

L’abbandono del palazzo

Tornato al palazzo, Siddharta provò un grande disagio. Aveva vissuto una vita di agio circondato dai suoi cari, ma come poteva goderla o rilassarsi sapendo che un giorno, lui e tutti loro sarebbero invecchiati, si sarebbero ammalati, e sarebbero morti?

Nel disperato tentativo di trovare una via d’uscita per tutti, una notte scappò dal palazzo per vivere la vita di un asceta itinerante. Questa decisione segnò il passaggio dalla condizione di principe alla ricerca consapevole della verità e della liberazione.

La ricerca spirituale e le pratiche ascetiche

Siddharta incontrò molti grandi maestri, e sebbene sotto la loro guida raggiunse livelli di concentrazione molto alti attraverso la meditazione, era ancora insoddisfatto poiché questi stati meditativi non portavano alla fine della sofferenza.

Si rivolse alle pratiche ascetiche, privando il suo corpo di cibo e di tutti i comfort fisici, e passando la maggior parte del suo tempo a praticare la meditazione. Impegnandosi in queste pratiche per sei anni, il suo corpo divenne così magro da assomigliare a uno scheletro ricoperto da uno strato sottilissimo di pelle.

Le pratiche ascetiche rappresentavano l’estremo opposto rispetto alla vita di lusso vissuta nel palazzo. Tuttavia, anche la mortificazione del corpo non riuscì a condurre Siddhartha alla liberazione dalla sofferenza.

La scoperta della Via di mezzo

Un giorno, seduto in riva al fiume, udì un maestro istruire un giovane bimbo su come suonare uno strumento: “Le corde non possono essere troppo allentate, altrimenti non puoi suonare lo strumento. Allo stesso modo, non possono essere troppo tese, altrimenti si romperanno”.

Con questo, Siddharta si rese conto che i suoi anni di pratica ascetica non erano stati utili. Proprio come la sua vita di lusso nel palazzo, le pratiche ascetiche erano un estremo che non superava la sofferenza.

La via di mezzo tra questi estremi deve essere la risposta, pensò. In quel momento, una giovana ragazza di nome Sujata passò e offrì a Siddharta del riso al latte, il suo primo cibo adeguato in sei anni.

Egli mangiò, scandalizzando i suoi amici asceti, e si andò a sedere sotto un albero di fico. Decise lì per lì: “Non mi alzerò da questo posto fino a che non avrò raggiunto il pieno risveglio”.

La Via di mezzo indica il superamento dei due estremi: da un lato l’attaccamento ai piaceri del palazzo, dall’altro la mortificazione del corpo.

L’illuminazione sotto l’albero della bodhi

Sotto quest’albero, ora conosciuto come l’albero della bodhi, Siddharta raggiunse la piena illuminazione e divenne noto come il Buddha, il risvegliato. Il titolo “Buddha” non indica un dio o un creatore, ma una persona che ha raggiunto il pieno risveglio.

Poco dopo la sua illuminazione, il Buddha diede insegnamenti sulle quattro nobili verità e sull’ottuplice sentiero. Per i successivi 40 anni, viaggiò attraverso le pianure dell’India settentrionale insegnando le realizzazioni che aveva conseguito agli altri.

Fondò un ordine monastico conosciuto come il Sangha, che avrebbe continuato a diffondere gli insegnamenti del Buddha in tutta l’India e, infine, in tutta l’Asia e nel mondo.

Il Buddha medita sotto l’albero della bodhi

Che cosa significa diventare Buddha

Abbiamo visto chi era il Buddha storico, ma cosa significa in effetti essere un Buddha? Semplicemente, un Buddha è qualcuno che si è risvegliato.

I Buddha si sono risvegliati da un sonno profondo. Questo non è il tipo di sonno profondo che possiamo avere dopo aver fatto festa tutta la notte, ma è il sonno profondo della confusione che pervade ogni momento della nostra vita; confusione su come esistiamo veramente, e in effetti come tutto esiste veramente.

I Buddha non sono dei, e non sono neanche creatori. Tutti i Buddha iniziano proprio come noi, pieni di confusione, emozioni disturbanti e molti problemi.

Ma, seguendo lentamente il sentiero della compassione e della saggezza, e lavorando duramente a sviluppare queste due qualità positive, è possibile raggiungere l’illuminazione per se stessi.

Le tre qualità principali di un Buddha

  • Saggezza - Un Buddha non ha blocchi mentali, quindi comprende pienamente e correttamente tutto, specialmente come aiutare gli altri.
  • Compassione - Grazie alla saggezza di cui sopra, vedendo che siamo tutti connessi l’uno con l’altro, i Buddha hanno una grande compassione e sanno di essere in grado di aiutare tutti.
  • Abilità - Con le due qualità di sapere come eliminare la sofferenza, e di avere il forte desiderio di aiutare gli altri, i Buddha hanno l’effettivo potere e la capacità di beneficiare realmente gli altri, insegnandoci i sentieri dell’illuminazione in una varietà di modi abili.

La saggezza senza compassione può rendere una persona molto istruita, ma non è molto utile alla società. La compassione è ciò che li spinge a lavorare per il bene di tutti.

Ecco perché i Buddha generano questa seconda qualità, per stabilire una connessione con tutti noi. I Buddha capiscono che proprio come loro non vogliono soffrire, nessun altro vuole problemi.

Tutti vogliono essere felici. Cosí, i Buddha lavorano non solo per se stessi, ma per ogni essere nell’universo. Si prendono cura degli altri tanto quanto si prendono cura di se stessi.

Mossi dalla loro compassione incredibilmente forte, essi insegnano la soluzione per eliminare tutta la sofferenza, che è chiamata saggezza - la chiarezza della mente per discriminare correttamente tra realtà e finzione.

Con questa saggezza, ci possiamo finalmente liberare di tutte le cose negative: tutta la confusione, l’egoismo, e le emozioni negative. Anche noi possiamo diventare Buddha perfetti, e sperimentare la completa pace interiore.

Gli insegnamenti del Buddha

Le Quattro nobili verità e l’Ottuplice sentiero costituiscono il nucleo degli insegnamenti impartiti dal Buddha dopo il risveglio. La sua ricerca personale si trasformò così in un insegnamento rivolto a tutti coloro che desideravano comprendere e superare la sofferenza.

I Buddha sono insegnanti perfetti che sanno esattamente come aiutarci con i loro mezzi abili. Essi sono compassionevoli e sempre pronti e disposti ad aiutarci, mettendoci sulla strada giusta.

Come Siddharta, anche noi siamo spesso ciechi alle sofferenze del mondo. Ma non importa quanto tentiamo di evitare o ignorare, la vecchiaia, la malattia, e la morte arriveranno per tutti noi.

La storia della vita del Buddha ci ispira a vedere che affrontando e comprendendo la realtà della sofferenza proprio come ha fatto lui, siamo anche in grado di liberarci da tutte le frustrazioni che sperimentiamo nella vita.

La sua vita e i suoi insegnamenti ci ricordano che dobbiamo fare del nostro meglio per superare le nostre emozioni distruttive e la confusione cosí che, proprio come lui, possiamo noi stessi lavorare a beneficio di tutti gli esseri.

La morte del Buddha

Il Buddha morì a circa 80 anni a Kushinagar. Prima di farlo, chiese al Sangha se avevano dei dubbi o se c’era qualcosa negli insegnamenti che aveva bisogno di chiarimenti.

Consigliando ai suoi seguaci di affidarsi al Dharma e all’auto-disciplina etica, pronunciò le sue ultime parole: “Ecco, o monaci, questo è il mio ultimo consiglio per voi. Tutte le cose composte nel mondo sono mutevoli. Non sono durevoli. Lavorate duramente per ottenere la vostra salvezza“.

Con questo, si sdraio’ sul lato destro e morì”. La sua morte non concluse la trasmissione del suo insegnamento, che continuò attraverso il Sangha e le diverse tradizioni buddhiste.

Siddharta di Hermann Hesse e il Buddha storico

Siddharta 1, romanzo breve dello scrittore tedesco (ma di nazionalità svizzera) Hermann Hesse (1877-1962), viene pubblicato nel 1922. La storia è idealmente ispirata alla vita di Siddharta Gautama, il Buddha storico, che però non ne è il vero protagonista.

La trama infatti racconta, con uno stile complesso che intreccia lirica ed epica, le vicende di un giovane indiano, una sorta di Buddha potenziale, laddove il personaggio reale di Siddharta è presente soltanto sullo sfondo e viene chiamato Gotama.

Siddharta non è quindi un mistico asceta, ma piuttosto un giovane che ricerca la strada a lui più consona nella vita attraverso il ragionamento e il tentativo di comprensione della realtà più profonda delle cose.

Il libro, a partire soprattutto dagli anni Sessanta, è diventato un classico della letteratura e un grande successo di pubblico (soprattutto giovanile) per le tematiche trattate (la ricerca di sé, il conflitto con il mondo tipico dell’età adolescenziale, il rifiuto dei beni materiali effimeri e superficiali, l’inquietudine spirituale) e per la loro vicinanza con i movimenti pacificisti del tempo e con la corrente spirituale del buddhismo (o, più in generale, delle filosofie orientali).

La trama del romanzo di Hesse

Siddharta è un giovane indiano, figlio di un bramino 2, inquieto e insoddisfatto della sua esistenza. Assieme a Govinda, amico di una vita, egli decide di abbandonare la casa paterna e di andare a vivere con i Samana, degli asceti che vivono con il minimo indispensabile e perseguono l’identificazione e l’empatia con le cose del mondo.

I due trascorrono tre anni con i Samana, tra meditazione e privazioni fisiche estreme (il digiuno, il rifiuto dei vestiti), ma non raggiungono la rivelazione spirituale tanto attesa. Siddharta e Govinda decidono quindi di raggiungere la setta del Buddha Gotama, detto l’Illuminato, per giovarsi del suo esempio e dei suoi insegnamenti.

Tuttavia, una volta arrivati al cospetto del maestro, Govinda decide di restare presso di lui, mentre Siddharta, non ancora soddisfatto del traguardo raggiunto, prosegue il suo cammino.

Ciò a cui il protagonista mira è guadagnarsi la saggezza autonomamente, senza adeguarsi in maniera passiva agli insegnamenti, pur validi, di qualcun altro.

L’ingresso nella vita materiale

Dopo aver conosciuto un barcaiolo che lo aiuta a superare un fiume e gli predice che si incontreranno nuovamente, Siddharta giunge in città, dove conosce la bellissima cortigiana Kamala.

Nonostante il giovane abbia sinora disprezzato le lusinghe materiali del corpo, egli cede ben presto al fascino di Kamala, che vuol fare di lui un uomo ricco e di successo. Per tale motivo, indirizza Siddharta dal mercante Kamaswami.

L’atteggiamento pacato e sereno di Siddharta bilancia il burbero carattere del socio in affari, cosicché il protagonista, nel giro di pochi anni, trova il successo sia nel lavoro che nella sfera amorosa.

Tuttavia, l’insoddisfazione latente non è sopita: Siddharta percepisce che la sua vita materiale non può mettere a tacere la ricerca assillante di una verità spirituale.

Il ritorno al fiume

Il tormento è tale che Siddharta pensa addirittura ad annegarsi nel fiume. Quando incontra l’amico Govinda, ormai monaco buddhista, capisce di dover abbandonare la vita di piaceri cui è abituato.

Siddharta lascia così Kamala, che (a insaputa del protagonista) è incinta, e parte. Siddharta si ferma presso il fiume, dove rivede dopo anni il barcaiolo che l’aveva aiutato tempo addietro.

Si tratta del saggio Vasuveda, che gli insegna a comprendere lo spirito del fiume, concepito come un’entità vivente. In particolare, nel lavoro quotidiano con Vasuveda Siddharta apprende il ruolo fondamentale del silenzio, grazie a cui si possono ascoltare tutti gli insegnamenti delle voci e dei rumori della Natura.

La perdita del figlio e la comprensione del dolore

Anni dopo, Siddharta rivede Kamala, che, con il figlio avuto da lui, di nome anch’egli Siddharta, si sta recando al capezzale del Buddha Gotama e deve attraversare il fiume.

Tuttavia la donna, convertitasi al buddhismo, viene morsa da un serpente e muore. Siddharta, riconosciuto il bambino come suo, lo prende con sé e lo alleva amorevolmente presso il fiume con Vasuveda.

Il giovane Siddharta, però, non assomiglia al padre: è svogliato, indolente e scostante, e alla fine fugge via, proprio come aveva fatto il protagonista molti anni prima.

Vasudeva, nonostante le insistenze di Siddharta, gli sconsiglia di andare in cerca del giovane, che deve trovare il proprio posto nel mondo.

La sofferenza dell’abbandono si unisce allora in Siddharta alla presa di coscienza del dolore che egli stesso ha provocato al padre bramino, quando ha abbandonato in giovane età la casa dei genitori.

La profonda riflessione che scaturisce da questo evento e la contemplazione del fiume permettono a Siddharta di raggiungere finalmente l’illuminazione, grazie alla quale egli comprende l’illusorietà del tempo e la grandiosa ciclità del tutto, in cui confluiscono le gioie e i dolori, le speranze e le sofferenze individuali.

A questo punto, Vasuveda può separarsi dal suo allievo. Ormai anziano e saggio, Siddharta rivede per l’ultima volta Govinda, che, senza inzialmente riconoscerlo, si reca ad ascoltare le parole del saggio traghettatore.

Siddharta spiega al vecchio amico i fondamenti di ciò che ha scoperto: che non esiste alcun dottrina definitiva, poiché nel mondo ogni affermazione “vera” è controbilanciata da un’altra altrettanto “vera”; che quindi la Natura è un ciclo ininterrotto di opposti complementari, che va amato ed ammirato nella sua completezza e totalità.

Che bisogna anzi identificarsi con l’ordine del mondo attorno a noi; che il tempo e il linguaggio non sono che gabbie illusorie per la nostra mente; che la vera saggezza non può che giungerci dalla nostra più profonda interiorità.

Govinda riconosce così l’illuminazione di Siddharta, il cui volto si apre in un raggiante sorriso di felicità.

Il percorso di formazione nel romanzo

Siddharta di Hermann Hesse può essere classificato nel genere del racconto o romanzo di formazione (in tedesco, Bildungsroman), che descrive appunto il modo - spesso critico e difficoltoso - in cui un giovane diventa un uomo adulto.

Nel caso specifico di Siddharta,m questo percorso di maturazione individuale ha come obiettivo la saggezza e si estende di fatto a tutta la sua vita, intersecandosi fittamente con i principi del buddhismo orientale e con alcuni dettagli della figura storica di Siddharta Gautama, il Buddha storico 3.

Infatti i capisaldi del buddismo - tra cui il riconoscimento del desiderio come fonte di dolore e della soppressione della brama di vivere come via per il Nirvana - coincidono molto spesso con le riflessioni e le vie di ricerca di Siddharta, che in un episodio centrale del romanzo, incontra appunto Buddha.

La sua ricerca di una dimensione interiore autentica e pacificata tuttavia non si ferma agli insegnamenti del sommo maestro, poiché, per il protagonista, ciascuno deve trovare la propria via alla saggezza.

Siddharta compie lo stesso percorso di Buddha, ma per certi versi lo supera, poiché la sua illuminazione avviene non attraverso il rifiuto della vita, ma immergendosi violentemente in essa, lasciandosene coinvolgere per poi risorgerne con una nuova maturità.

Questa via individuale, per Siddharta, è a metà tra gli eccessi dell’ascetismo intransigente dei Samana e la vita esclusivamente passionale e terrena sperimentata con ll fascinosa Kamala.

In più, l’illuminazione può esser conseguita solo abbandonandosi, quasi in simbiosi con il fiume che Siddharta contempla in silenzio, al ciclo eterno e meraviglioso della Natura.

Ciò tuttavia non significa - sia per Siddharta che per Hesse - svalutare il ruolo dell’esperienza reale; quest’ultima anzi, come il protagonista capisce quand’è ormai anziano e sapiente, è la risorsa fondamentale per raggiungere la condizione di vera felicità.

Perché il Siddharta di Hesse non è il Buddha storico

La storia è idealmente ispirata alla vita di Siddharta Gautama, il Buddha storico, che però non ne è il vero protagonista. Il personaggio reale di Siddharta è presente soltanto sullo sfondo e viene chiamato Gotama.

Una di queste opere è Siddharta di Hermann Hesse, a volte usato per introdurre gli studenti al pensiero buddhista indiano. Voglio sottolineare che Siddharta diventa un problema solo quando viene usato come specchio del buddhismo indiano, non come una narrazione che riflette il conflitto interiore di Hesse nel suo tentativo di capire la propria vita come processo spirituale.

I problemi sorgono quando Siddharta viene tolto dal suo contesto europeo, e più precisamente il protestantesimo tedesco, per essere usato come presentazione del pensiero buddhista indiano, perché molti dei concetti fondamentali della tradizione buddhista vengono oscurati, se non completamente ribaltati.

Una volta che il modello Siddharta viene radicato nella mente di studenti intellettualmente curiosi ed entusiasti, leggere e capire i testi basilari del buddhismo, o interpretazioni e commenti più autentici, diventa più difficile, perché in questi testi vengono descritti modelli contraddittori.

Studiare i modelli di pensiero e di percezione di una cultura diversa dalla propria dovrebbe come minimo provocare uno strano effetto, se non altro di disorientamento. Ma la descrizione che fa Hesse dei modi di pensare indiani scorre senza fatica nel nostro sistema culturale - influenzato, come lo è il pensiero intellettuale americano, dalla letteratura e dalla filosofia europea.

Una volta che la visione del mondo «buddhista indiana» di Hermann Hesse ci è stata resa così confortevole grazie alle pagine di Siddharta, leggere Aśvaghoṣa, Nāgārjuna o Vimalakīrti e riconciliare la loro visione con quella del Siddharta di Hesse diventa qualcosa di molto difficile.

Le differenze tra la ricerca di Hesse e il buddhismo

Il nonno di Hermann Hesse era stato missionario in India per trent’anni, e Hesse ha scritto di essere stato profondamente influenzato fin da bambino dai suoi racconti. In conseguenza di questa fascinazione infantile, nel 1911 Hesse viaggiò in India e in altri paesi dell’Asia, dando poi conto di queste esperienze in diversi libri.

Il romanzo Siddharta venne pubblicato nel 1922, dopo quattro anni di scrittura e di continua rielaborazione. I diari di Hesse ci danno un’idea delle impressioni che l’autore portò con sé dall’India e che contribuirono a dare forma a quel romanzo.

Dopo aver letto le riflessioni di Hesse, la curatrice di Hesse Companion, Anna Otten, nota: «Non è una sorpresa che Hesse abbia iniziato a scrivere un romanzo sull’India; [ma] per lo stesso motivo sarebbe ingenuo leggerlo come un’incarnazione o un’esegesi della filosofia indiana».

Eppure lettori meno informati di Otten spesso non riconoscono che Hesse ha scritto innanzitutto dei suoi conflitti interiori e che ha utilizzato la sua conoscenza del pensiero indiano solo per dare una cornice alla sua esplorazione interiore.

La pittoresca e imbarazzante omogeneizzazione degli indiani d’Asia che fa Hesse, descrivendoli come «puri, semplici, fanciulleschi abitanti di questo paradiso», si accompagna a una comprensione non meno superficiale della tradizione buddhista.

L’Io nel romanzo e il Non Io nel buddhismo

Mentre il protagonista del romanzo di Hesse si prepara a trovare l’Io da sé, i concetti tratti dalle tradizioni religiose indiane iniziano a diventare confusi. L’autore sta forse parlando dell’Io delle Upaniṣad, l’Atman, o della ricerca emotiva e filosofica in cui spesso gli americani e gli europei si sentono catturati, la ricerca esistenziale del «trovare sé stessi»?

Se Hesse si riferisce qui all’Atman delle Upaniṣad, non dobbiamo dimenticare che il Buddha, dopo l’illuminazione, ci ha insegnato in modo assai categorico che non esiste l’Atman, non esiste l’Io (è la dottrina buddhista dell’anātman).

Rompendo con la tradizione hindu, il Buddha ha insegnato che non c’è un Io da trovare. Tuttavia, assumendo quello che riteneva essere lo stesso scopo del Buddha, il Siddharta di Hesse ci offre una via alternativa nella stessa direzione, ma non vincolata alla disciplina e ai precetti buddhisti.

In netto contrasto con la via delineata dal Buddha, il protagonista del romanzo vive nelle lusinghe della sensualità e del commercio, ma questo non gli impedisce un’introspezione più profonda di quella conquistata dal suo amico Govinda in quarant’anni da monaco buddhista.

Avendo respinto la via indicata dal Buddha per seguire le proprie regole, alla fine del romanzo Siddharta ci appare in pace e soddisfatto del suo grado di comprensione della vita.

L’amore per il mondo e l’insegnamento del Buddha

In una scena verso la fine del libro, vedendo in Siddharta una radiosità che aveva visto solo nel Buddha, Govinda chiede a Siddharta di fornirgli i giusti insegnamenti che permettano anche lui di raggiungere quella pace.

«Ma a me importa solo di poter amare il mondo, non disprezzarlo, non odiare il mondo e me; a me importa solo di poter considerare il mondo, e me e tutti gli esseri, con amore, ammirazione e rispetto».

«Questo lo capisco» disse Govinda. «Ma appunto in ciò egli, il Sublime, riconobbe un inganno. Egli prescrisse la benevolenza, la generosità, la compassione, l’indulgenza, ma non l’amore; egli ci proibì di vincolare il nostro cuore nell’amore di cose terrene».

«… Io non posso negare che le mie parole sull’amore non siano in contrasto, in apparente contrasto con le parole di Gotama. Appunto per questo diffido tanto delle parole, perché so che questo contrasto è illusorio.

So che sono d’accordo con Gotama. […] Anche in lui, nel tuo grande maestro, mi son più care le cose che le parole, la sua vita e i suoi fatti più che i suoi discorsi».

Scartando come illusorie le differenze fra il suo metodo e quello del Buddha, Hesse/Siddharta rimuove ogni «grandezza» dalle parole e dai pensieri del Buddha Śākyamuni.

A Govinda viene semplicemente detto di rispettare la statura di «grand’uomo» del Buddha Śākyamuni e di dimenticare i suoi insegnamenti.

I tre rifugi e la prospettiva buddhista

Se ha un certo fascino la nozione che, in fondo, le differerenze fra le diverse tradizioni religiose sono insignificanti o addirittura illusorie, sorge tuttavia un problema quando cerchiamo di scoprire i motivi di queste «differenze evidenti».

In realtà, l’insegnamento buddhista del Non Io, dell’Impermanenza e del Vuoto trasmette una visione del mondo molto diversa da quella che prende forma nel credo cristiano in Un Solo Dio e nella permanenza dell’anima individuale.

L’approccio di Hesse è fingere che non esistano differenze. Come storica della religione, però, io devo analizzare la figura di Siddharta alla luce di insegnamenti buddhisti fondamentali, come la dottrina del Non Io e la pratica del rifugiarsi nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha - una pratica stabilita dalla tradizione per racchiudere i principi guida più importanti della tradizione stessa.

Dal punto di vista di questi insegnamenti, il Siddharta di Hesse non incarna l’ideale buddhista, poiché rifiuta sia quei tre rifugi, sia l’accettazione del Non Io, che hanno un’importanza fodamentale per ogni buddhista.

Mentre il protagonista del romanzo di Hesse aspira alla conoscenza del proprio Io, il monaco o la monaca buddhisti si sforzano di vedere il vuoto intrinseco dell’Io.

La vita e l’illuminazione del Buddha Il percorso ascetico di Siddharta che precede l’Illuminazione

Il significato della trasformazione di Siddhartha

La nascita e la prima infanzia di Siddhartha Gautama sono importanti non solo per i fatti storici. Ma sicuramente anche per il significato simbolico che portano con sé.

Queste storie preparano il terreno La successiva ricerca spirituale di Siddhartha e segnare l'inizio di un viaggio che avrebbe cambiato il corso della storia spirituale.

In questo capitolo abbiamo esplorato le circostanze miracolose della sua nascita e dell'infanzia protetta che lo hanno destinato a un futuro straordinario.

La trasformazione di Siddhartha in Buddha non fu il risultato di una semplice conversione o dell’accettazione passiva di una dottrina. Fu il risultato di un percorso che comprendeva privilegi, inquietudine, osservazione della sofferenza, rinuncia, disciplina, fallimento, equilibrio, meditazione e comprensione.

La sua esperienza mostra che l’illuminazione non coincide con la fuga dalla realtà, ma con una conoscenza profonda della condizione umana e con la capacità di trasformare tale conoscenza in compassione e insegnamento.

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