Soka Gakkai e accuse di “setta” in Francia: storia, libertà religiosa e disinformazione

La Soka Gakkai in Francia è una realtà religiosa buddista con piena libertà di culto e con propri centri di riunione; non è una setta con scopo di lucro. Il movimento si ispira agli insegnamenti di Nichiren Daishonin e promuove nel mondo i valori della pace, della cultura e dell’educazione.

La presenza della Soka Gakkai in Francia deve essere distinta dalle accuse generalizzate diffuse in alcuni servizi giornalistici e dagli elenchi elaborati decenni fa da alcune commissioni o gruppi antisette. La riproposizione di quelle informazioni fuori dal loro contesto può trasformare una controversia storica in una rappresentazione distorta di una minoranza religiosa.

Che cos’è la Soka Gakkai

L’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai raccoglie e riunisce i praticanti, attualmente in Italia circa 90.000, che professano la fede buddista di Nichiren Daishonin, avente le sue radici nell’antica tradizione del Sutra del Loto, e comprende, tra le sue varie finalità, quella di far conoscere e diffondere i principi universali di benevolenza e compassione verso tutti gli esseri viventi, propri del buddismo, e di promuovere le iniziative educative, culturali e umanitarie più opportune per la realizzazione dei valori della pace nel mondo, dell’aiuto e del sostegno verso tutti gli esseri viventi e per la elevazione materiale e spirituale della società, rispettando al tempo stesso la cultura, gli usi, i costumi e le leggi locali.

La Soka Gakkai è una scuola laica buddista, presente in oltre 190 paesi, a cui aderiscono 12 milioni di fedeli. Essa si ispira agli insegnamenti di Nichiren Daishonin e promuove nel mondo i valori della pace, della cultura e dell’educazione.

L’organizzazione religiosa presa di mira, in questo caso, è l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, che ha siglato l’Intesa con la Repubblica Italiana il 14 giugno 2016 e che in Italia supera gli 85.000 membri.

Maestro dell’Istituto, così come di tutte le organizzazioni consorelle della Soka Gakkai presenti in 192 fra Paesi e territori del mondo, è Daisaku Ikeda, filosofo buddista, educatore nonché prolifico scrittore e poeta che ha intrattenuto dialoghi con molti illustri politici e pensatori a livello internazionale alla ricerca di risposte ai problemi globali, sostenendo attraverso la Soka Gakkai Internazionale le attività delle Nazioni Unite ed avendo prodotto una vasta mole di scritti sui temi della pace e della condizione umana.

Il suo leader spirituale è Daisaku Ikeda, filosofo pacifista, una delle personalità più prestigiose del nostro tempo. Il Presidente Ikeda ha ricevuto numerosissimi riconoscimenti internazionali, tanti anche in Italia.

Per i suoi meriti è stato insignito dal Presidente della Repubblica quale Grande Ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica Italiana.

La Soka Gakkai in Francia

La notizia secondo cui la Soka Gakkai in Francia è considerata come una “setta” con scopo di lucro non è vera in quanto la Soka Gakkai in Francia non è una setta ma una realtà religiosa con piena libertà di culto e con propri centri di riunione.

Il 29 aprile, il movimento Soka in Francia ha tenuto un’assemblea generale presso il suo centro di Parigi. All’evento ha partecipato una delegazione dal Giappone guidata dal direttore generale della SGI Yoshiki Tanigawa e più di 3.000 partecipanti provenienti da tutta la Francia e dai suoi dipartimenti d’oltremare, presenti sia fisicamente sia online.

Durante l’assemblea è stata annunciata la costituzione di un nuovo Comitato esecutivo ed è stata nominata direttrice esecutiva Cathy Mahuet. Sono state annunciate anche altre nomine dirigenziali, con Mitsuko Morlat come responsabile delle donne e Fabrice Oliya come responsabile degli uomini.

Perché il termine “setta” può essere fuorviante

Prima di esaminare nel dettaglio il caso delle fake news riferite alla Soka Gakkai è necessario chiarire il significato di alcuni concetti che saranno utilizzati in questo contributo: “fake news”, “sette”, “manipolazione mentale” e gruppi “antisette”.

Il primo elemento ricorrente in questo genere di fake news è l’uso generalizzato, da parte di gruppi antisette e dei media, del termine “setta”.

Il termine “setta”, infatti, prescinde dal suo significato letterale ed etimologico - che indica un gruppo separatosi da un altro maggioritario o che segue un leader e una dottrina particolare - e diventa uno “stigma”: la “setta” è un’organizzazione criminale, guidata da leader che perseguono finalità distruttive a danno del singolo e della società, nella quale si schiavizzano e si sfruttano - fisicamente e psicologicamente - le persone.

Per queste sue connotazioni fortemente discriminanti, il termine “setta” è stato ormai abbandonato nelle pubblicazioni scientifiche della maggior parte dei sociologi della religione, che prediligono altri termini privi di connotazioni dispregiative, come “movimenti religiosi”, “nuovi movimenti religiosi”, “movimenti religiosi alternativi”, “minoranze religiose”.

L’abbandono dell’uso del termine “setta” fu dovuto alla preoccupazione per l’atteggiamento antireligioso del movimento antisette americano e per la minaccia che lo “stigma” poteva rappresentare per la libertà di religione.

Anche autorevoli istituzioni internazionali, come il Consiglio d’Europa, hanno emanato raccomandazioni agli Stati membri, invitandoli a non criminalizzare organizzazioni religiose o spirituali: “non è necessario definire che cosa è una setta o decidere se è una religione oppure no” e, in caso di violazioni delle leggi, si raccomanda di usare le procedure normali della legge civile e penale contro le pratiche illegali portate avanti in nome di gruppi di natura religiosa, esoterica o spirituale.

Fake news e minoranze religiose

L’articolo tratta della diffusione e degli effetti delle fake news diffuse da gruppi e singoli militanti del movimento antisette, che etichettano organizzazioni religiose-target come “sette”, “psicosette” o “sette distruttive”.

Nonostante la grande varietà di gruppi e movimenti religiosi presenti in un determinato contesto, le fake news riproducono invariabilmente lo stesso copione, al fine di indurre nel pubblico l’idea generalizzata della pericolosità sociale di movimenti religiosi non solo del tutto innocui, ma anche ben integrati nella società, dove svolgono un ruolo positivo nella promozione del dialogo e dei diritti umani.

Un esempio emblematico di questo processo di distorsione comunicativa è la diffusione di fake news sull’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai (IBISG), uno dei numerosi gruppi bersagliati ed etichettati come “sette”, che “manipolano la mente” dei loro seguaci, nelle fake news diffuse da alcuni ex-membri, dirigenti e membri di associazioni antisette.

Il fenomeno delle fake news si sta configurando come uno degli effetti più negativi dell’espansione dell’informazione digitale, producendo conseguenze talora rilevanti a livello planetario, riuscendo a creare delle vere e proprie realtà parallele credute “vere” da milioni di persone, che, nonostante non abbiano alcun fondamento, riescono a influenzare le decisioni di molti.

È possibile affermare che, attualmente, non esiste un solo settore dell’informazione che non sia affetto dalla “malattia” delle fake news.

Il fenomeno della disinformazione su organizzazioni religiose, sia minoritarie sia maggioritarie, è sempre esistito, ma attualmente si assiste a una più ampia e veloce diffusione di queste notizie false grazie all’uso di Internet e dei social network e all’abitudine dei media generalisti di riprendere le notizie da altre fonti senza effettuare alcun controllo sulla loro attendibilità.

Le falsità diffuse su gruppi religiosi minoritari tendono a confermare pregiudizi e paure infondate sul “diverso”, di cui l’opinione pubblica è già affetta, anche nelle fasce sociali più istruite, in alcuni settori delle istituzioni, e nell’informazione generalista.

Nel caso specifico in oggetto, i principali creatori di queste false notizie sono persone e associazioni “antisette” la cui azione è in grado di provocare gravi conseguenze sociali.

Infatti, la riproposizione e amplificazione di dati e notizie false e allarmistiche, nell’ambito specifico delle minoranze religiose, suscita iniziative e provoca decisioni, anche da parte di apparati istituzionali, che causano la violazione delle fondamentali libertà e dei diritti civili di intere comunità religiose.

L’effetto prodotto sull’opinione pubblica è la creazione di un’immagine distorta secondo la quale queste organizzazioni sarebbero un pericolo per la società e, in particolare, per i soggetti più deboli.

Che cosa sono le fake news

Per quanto riguarda le fake news, il sociologo italiano Massimo Introvigne, in un’intervista rilasciata il 9 maggio 2018, le definisce così:

Le fake news non sono semplicemente delle notizie false. Esse infatti vengono diffuse continuamente e sistematicamente non solo attraverso i media (questa è “disinformazione”), ma anche attraverso i social media.

Si tratta di notizie false che vengono ritenute vere perché provengono, oltre che dai media professionisti, anche da privati cittadini che sembrano agire in modo indipendente.

Il movimento antisette ha diffuso spesso notizie che oggi noi chiameremmo fake news. Il problema è che oggi noi non abbiamo a che fare solo con organizzazioni private ma anche con i governi.

La teoria della “manipolazione mentale”

Una delle accuse più gravi, diffuse nelle fake news contro le “sette”, è quella di praticare la “manipolazione mentale” o “controllo mentale” ai danni degli adepti.

La manipolazione mentale sarebbe messa in atto, unitamente all’inganno, nella fase del reclutamento, anche dopo l’affiliazione, per rafforzare il controllo sul neofita, e per rendere difficile o impossibile l’uscita dal gruppo.

In questo caso la falsificazione o “pseudoverità” presente nelle fake news sta nel fatto che queste teorie, propagandate come “scientifiche” e presentate come condivise da un ampio numero di studiosi, in realtà hanno pochissimi aderenti in ambito accademico perché, alla prova dei fatti, si sono rivelate infondate.

A partire dagli anni 1970 studiosi di diverse branche del sapere, in ambito psicologico e sociologico, si sono occupati di puntualizzare lo stato delle ricerche in questo campo, contribuendo a smascherare varie e diffuse forme di disinformazione che vorrebbero scientificamente provata l’esistenza di tecniche di manipolazione mentale attuate nelle “sette”.

Inoltre, importanti associazioni professionali le hanno rifiutate, perché prive di fondamento empirico e quindi non scientifiche e autorevoli rappresentanti nel mondo accademico della psicologia della religione hanno affermato che la teoria del “lavaggio del cervello”, applicata alla conversione ai nuovi movimenti religiosi, non è compatibile nemmeno con il processo della “persuasione coercitiva”, né in relazione al modello elaborato in Europa né a quello cinese.

I risultati delle ricerche sul campo, anche sui movimenti più controversi, lasciano emergere una realtà molto più complessa, che va nella direzione opposta a quella diffusa nelle fake news: i modelli psicologici, elaborati per interpretare il fenomeno della conversione a gruppi religiosi e spirituali minoritari, si collocano in un continuum, che vede ai due estremi i concetti di “libertà di scelta” (modello intrinseco) e di “persuasione coercitiva” o “lavaggio del cervello” (modello estrinseco), con molte posizioni intermedie.

Nella maggior parte dei casi, le caratteristiche psicologiche del convertito, verificate con strumenti d’indagine quantitativi e qualitativi, sono quelle proprie di un individuo attivo - in diversa misura -, variamente libero e responsabile, in interazione con una proposta religiosa più o meno autoritaria e persuasiva.

Il movimento antisette e la disaffiliazione

È ora il momento di chiedersi chi sono i gruppi antisette, i responsabili principali della creazione e diffusione di questo genere di notizie false.

Per comprendere appieno questa tipologia di gruppi è necessario fare riferimento al fenomeno della disaffiliazione, cioè l’uscita da un movimento religioso e le sue conseguenze.

La maggior parte degli ex-membri riesce a superare il momento della disillusione e del distacco dalla comunità, autonomamente, lasciandosi alle spalle l’esperienza passata e attivandosi per trovare nuove forme di aggregazione che possano corrispondere alle proprie aspirazioni.

Tuttavia, per alcuni ex-membri, il periodo successivo all’abbandono del gruppo si rivela maggiormente problematico, soprattutto dal punto di vista emozionale: questi soggetti avvertono sentimenti ambivalenti nei riguardi della loro decisione di lasciare il gruppo, e talora soffrono per il senso di fallimento personale e la perdita del sostegno della comunità di cui si sentivano parte.

In questi casi, una funzione utile di supporto affettivo, anche non professionale, è quella svolta da gruppi di sostegno, formati da altri ex-membri che si adoperano per aiutare gli altri, almeno nei primi difficili momenti di transizione e riadattamento alla società.

Si tratta di gruppi generalmente poco organizzati, molti dei quali, con l’avvento di Internet, hanno assunto le caratteristiche di network virtuali animati da ex-membri.

Essi mettono a disposizione notizie e consigli su come superare il momento della fuoriuscita, in relazione a uno specifico movimento, oppure in riferimento a un’ampia gamma di gruppi e movimenti.

Il loro atteggiamento può variare molto: dalla neutralità di approccio, che non vede nell’attività di proselitismo una forma di lavaggio del cervello, all’ostilità aperta.

In quest’ultimo caso il movimento abbandonato è considerato come l’unica ragione delle sofferenze che gli ex-membri devono affrontare dopo la disaffiliazione e la loro conversione è reinterpretata come un effetto causato dal lavaggio del cervello.

In effetti, la teoria del lavaggio del cervello, come spiegazione unica della conversione ai nuovi movimenti religiosi, è essenziale per sostenere le attività delle tre componenti principali del movimento antisette: amici e parenti di membri affiliati, ex-membri e gruppi antisette.

La teoria del lavaggio del cervello, infatti, per ciascuno di questi soggetti, funziona come “conforto”, “consolazione” e “misura di controllo”.

Come si struttura il movimento antisette

Secondo autorevoli studiosi, l’anti-cult movement (ACM, movimento antisette) nel suo complesso rappresenta una tipologia particolare di movimento sociale che nasce come contrapposizione a un altro tipo di movimento.

Per questo motivo, l’ACM può conseguire i suoi obiettivi solo se i gruppi sociali a cui si oppone esistono e sono attivi nella società.

In questo senso, gli autori affermano che l’approccio sociologico più adatto a studiare l’ACM sia quello di analizzare la sua struttura ed economia interna come quella tipica di un contro-movimento e, a livello esterno, considerarlo come un network di gruppi alleati tra loro.

La struttura di questi gruppi si configura, pertanto, come un network integrato di ruoli (organizzazione) e simboli (ideologia) caratterizzanti.

I ruoli chiave sono quelli dei membri, dei leader, nonché degli esperti di assistenza e recupero - deprogrammatori, exit counselor, terapisti -, degli esperti in ambito giuridico - avvocati - e degli “apostati” - ex-membri disaffiliati da nuovi movimenti religiosi che aderiscono al movimento antisette.

Per ciò che riguarda l’ideologia, essa si fonda sull’idea che nella società stia emergendo un nuovo problema, quello delle “sette”, e che questo problema sia sottovalutato e si stia diffondendo rapidamente, rappresentando, così, un pericolo per la società.

Conseguentemente, sarebbe dunque importante intraprendere azioni concrete per recuperare gli individui compromessi - deprogrammazione/exit counseling - e contrastare i gruppi dai quali sono stati danneggiati.

In questa stessa linea si pongono i contributi di altri autori che mettono in rilievo l’attività dei gruppi antisette finalizzata a creare dei “panici morali”, con il sostegno della stampa scandalistica e di informazioni allarmistiche diffuse anche attraverso Internet.

Essi, oltre a promuovere campagne d’odio - contro aggregazioni religiose e spirituali etichettate come “sette” in senso criminologico -, cercano anche di ottenere dai governi l’istituzione di nuove leggi che puniscano la manipolazione mentale.

Le conseguenze istituzionali della disinformazione

Come accennato in precedenza, l’indubbia inconsistenza scientifica e la totale irrealità delle fake news diffuse dai gruppi antisette, non hanno impedito che l’opinione pubblica e, talora, anche le istituzioni le prendessero per “vere”.

In Italia, per esempio, questo tipo di falsificazione ha richiamato l’attenzione di alcuni settori istituzionali, sfociata, da una parte nella creazione di una squadra di polizia denominata SAS (Squadra Anti-Sette) e dall’altra nel tentativo reiterato di reintrodurre nel Codice penale il reato di plagio, già abolito dalla Corte Costituzionale, con il nuovo nome di “manipolazione mentale”.

Il riconoscimento giuridico in Italia e il significato dell’Intesa

L’Istituto, ente di religione e di culto riconosciuto con D.P.R. del 20 novembre 2000 e con il quale lo Stato ha stipulato Intesa, approvata con legge del 28 giugno 2016 n° 130 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 15.07.2016, rappresenta una delle minoranze religiose più numerose nel nostro Paese, intrattiene da anni rapporti con gli altri enti religiosi presenti sul territorio, compresa la Chiesa Cattolica e le altre tradizioni buddiste con cui ha rapporti di reciproca stima e solidarietà.

La partecipazione alla ripartizione dell’8×1000 è oggetto dell’Intesa stipulata dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai con lo Stato Italiano, approvata all’unanimità dai due rami del parlamento nel 2016, in attuazione dell’articolo 8 della Costituzione che garantisce la libertà religiosa.

Solo per citare alcune delle inesattezze funzionali al vero e proprio “impianto accusatorio” orchestrato nei confronti della Soka Gakkai, il giornalista riferisce che l’Istituto è riconosciuto dallo Stato per via di un “accordo” del 2016, senza precisare che si tratta in realtà della Intesa stipulata nel 2015 ai sensi dell’art. 8 della Costituzione fra Stato Italiano e Istituto, intesa poi votata in Parlamento all’unanimità nel 2016, dopo contatti quasi ventennali con lo Stato italiano e dopo un attento vaglio da parte dello Stato stesso all’esito di continue verifiche, com’è stato doveroso per tutti gli enti religiosi che hanno stipulato un’intesa e dei quali lo Stato riconosce il valore e la funzione sociale.

Le altre intese sono undici stipulate con: la Tavola valdese, le Assemblee di Dio in Italia, l’Unione delle Chiese Cristiane Avventiste del settimo giorno, l’Unione Comunità Ebraiche in Italia, l’Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia, la Chiesa Evangelica Luterana in Italia, la Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia ed Esarcato per l’Europa Meridionale, la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni, la Chiesa Apostolica in Italia, l’Unione Buddhista italiana - UBI e Unione Induista Italiana.

L’unica conseguenza dell’Intesa non è l’ottenimento del contributo dell’otto per mille, mentre la funzione dell’intesa con lo Stato, per la sua rilevanza costituzionale e la funzione sociale riconosciuta dallo Stato, riveste - com’è noto - una serie di aspetti tra cui l’insegnamento religioso nelle scuole, la libertà di insegnamento, l’assistenza spirituale da parte dei ministri di culto presso le cc.dd. “strutture obbliganti”, ecc.

Il contributo dell’otto per mille serve al sostentamento dell’Istituto mentre è noto che tale risorsa, liberamente scelta dai contribuenti, è destinata a finalità sociali che devono essere preventivamente stabilite da ciascun ente religioso beneficiario.

Al sostentamento dell’Istituto si provvede non attraverso l’otto per mille bensì - in maniera libera e spontanea - attraverso le offerte dei fedeli che ne fanno parte.

L’Istituto ha deciso di destinare interamente le somme ricevute a progetti relativi ad attività sociali e umanitarie, con uno sguardo attento agli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per uno sviluppo sostenibile.

Diritti umani, educazione, ambiente, cultura e ricerca scientifica sono alcuni dei settori di intervento.

Attività culturali, umanitarie e per la pace

L’Istituto, inoltre, si è fatto promotore di iniziative culturali coessenziali alle proprie origini tra cui l’organizzazione di mostre sulla abolizione delle armi nucleari, una di esse insignita, peraltro, della medaglia della Presidenza della Repubblica, partecipando attivamente ad Ican - International Campaign to Abolish Nuclear Weapons premiato a Stoccolma nel 2017 con il premio Nobel per la pace, ha raccolto circa 900.000 firme unitamente alla Comunità di Sant’Egidio per una moratoria sulla pena di morte ed ha promosso altre numerose iniziative protese a diffondere gli ideali buddisti di compassione e rispetto per la sacralità della vita umana.

I primi progetti finanziati sono stati promossi e realizzati da: Save The Children Italia, Fondazione Pangea, Comunità di S. Egidio, Arci, Medici Senza Frontiere, FNOPI Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche, Istituti Fisioterapici Ospitalieri - Istituto Regina Elena, Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri IRCCS, ACRA e CESVI Fondazione Onlus.

Rapporti con altre realtà buddiste

L’Istituto, inoltre, intrattiene da anni rapporti con gli altri enti religiosi presenti sul territorio, compresa la Chiesa Cattolica e le altre tradizioni buddiste con cui ha rapporti di reciproca stima e solidarietà.

In Spagna il direttore generale della Soka Gakkai spagnola è anche presidente dell’Unione Buddhista della Catalogna mentre in Belgio la Soka Gakkai è parte integrante dell’Unione Buddhista Belga.

L’Istituto ha illustrato gli ottimi rapporti con l’UBI, le tante iniziative culturali svolte insieme, le conferenze, gli articoli di rappresentanti dell’UBI sui propri giornali, la fraterna amicizia con il fondatore dell’UBI Vincenzo Piga e gli incontri presso il monastero Fudenji della scuola Soto Zen, nonché la costante partecipazione della Soka Gakkai alla festa interbuddista del Vesak.

La carica di Presidente dell’UBI Europea è stata ricoperta da un membro della Soka Gakkai britannica e la stima e la considerazione dell’UBI nei confronti della Soka Gakkai sono testimoniate anche da un’intervista di un membro del Consiglio Direttivo dell’UBI, pubblicata su “Lindro” in cui, a proposito delle differenze fra Soka Gakkai e UBI, ha dichiarato, fra l’altro, che “c’è una differenza di pratica ma i princìpi di fondo sono gli stessi”.

Vincenzo Piga, fondatore dell’Unione Buddhista Italiana e della Fondazione Maitreya, in un’intervista ha lodato la comunità buddista della Soka Gakkai dicendo “Ammiro moltissimo il fatto che la Soka Gakkai abbia particolarmente curato questo aspetto della comunità dei praticanti: facilitare gli incontri, lo scambio di esperienze, mettere i praticanti in condizioni di potersi autogestire, aiutarsi a vicenda. Purtroppo devo riconoscere che, a quanto ne so, questa esperienza della Soka Gakkai non trova riscontro in altre tradizioni o scuole”.

Le liste francesi, belghe e tedesche e il problema della decontestualizzazione

È stata riportata erroneamente la notizia per cui la Soka Gakkai in Germania, in Francia e in Belgio è stata considerata dalle commissioni come pericolosa, senza prima accertare se ciò risponda al vero o meno e decontestualizzando la citazione - risalente a circa vent’anni orsono - tratta da uno studio sulle nuove religioni.

Il testo era diretto a individuare le ragioni dei fatti di violenza verificatisi in altri gruppi religiosi e, soprattutto, intendeva dimostrare, con i contributi di diversi importanti autori, che questi casi costituivano delle eccezioni in un vasto panorama di gruppi assolutamente non pericolosi.

In questo contesto - e solo in questo contesto - si inserisce il contributo di Stuart Wright che intende dimostrare, fornendo l’esempio della tabella riportata dal giornalista, come in alcuni Stati (Belgio Francia e Germania) alcune commissioni di nomina governativa (di certo non rappresentative dell’orientamento degli Stati) abbiano stilato quelle “liste” perché strumentalizzate a loro volta da gruppi antisette che cavalcavano le vicende criminose verificatesi in quegli anni per “dimostrare” che anche tutti gli altri gruppi erano pericolosi.

In quelle liste, scritte da consulenti cc.dd. “antisette” dei governi, compare anche l’Opus Dei, gli Hare Krishna e il Tai Chi.

Il senso del capitolo del libro menzionato è quindi di spiegare e criticare lo scivolone in cui incorsero tali commissioni, e non certo quello di convalidare le loro conclusioni.

Tanto più in quanto lo stesso libro riferisce che le relazioni di tali commissioni non hanno avuto alcun seguito e sono invece state stigmatizzate da altre istituzioni pubbliche, ad esempio dalla UNHCR, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, e dallo stesso dipartimento di Stato degli USA.

Sarebbe, dunque, stato opportuno procedere a una verifica accurata delle fonti.

Il caso dei servizi televisivi e degli articoli giornalistici

Nel servizio andato in onda il 20 marzo scorso un altro giornalista della redazione di “Chi l’ha visto?”, ha ripreso la triste vicenda per poi dipingere l’Istituto con tratti assolutamente non corrispondenti alla realtà.

Alla luce di quanto sopra, l’impostazione del servizio andato in onda ieri sera è grave e seriamente allarmante in quanto propone al pubblico una macabra “spiegazione” di un gesto criminale che sembra trovare una giustificazione nella appartenenza della vittima a un ente religioso.

È palese come emerga una, forse anche involontaria, “caccia alle streghe”.

Caccia alle streghe estremamente pericolosa perché questo ordine di idee non solo vorrebbe spiegare e involontariamente giustificare in qualche modo quanto accaduto, ma potrebbe anche istigare altri gesti inconsulti e criminali a danno di persone inermi.

La trasmissione “Schiavi di una setta”

L’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai chiede immediata rettifica, riservandosi in ogni caso di adire le competenti autorità giudiziarie, a tutela della propria immagine e dei suoi circa 87mila membri in relazione alla trasmissione “Schiavi di una setta”, andata in onda il 15 marzo 2018 e condotta da Helga Cossu.

In quell’occasione, la Soka Gakkai è stata definita da uno degli intervistati, senza alcun contraddittorio, come “una setta occulta che si autodefinisce religione, una setta nipponica, la più ricca, potente e pericolosa al mondo” e come un’organizzazione che ha “ottenuto il riconoscimento dello Stato italiano come religione e l’8 per mille grazie a un accordo e a una legge passata in Parlamento in modo proditorio”.

Queste gravi affermazioni, che ledono il nome e l’immagine dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e dei suoi aderenti, sono state mandate in onda senza alcun contradditorio da parte dell’Istituto che non è stato invitato a parlare, né è stato in alcun modo informato della trasmissione da parte dell’emittente.

L’intervistato ha potuto pronunciare gravi accuse nei confronti del nostro Istituto, che, per l’appunto, ha siglato un’Intesa con lo Stato Italiano nel 2016 ed è da questo formalmente riconosciuto come religione, senza che la redazione o la conduttrice della trasmissione abbiano effettuato una dovuta e accurata verifica di quanto sostenuto dal Sig. Occhiello, che ha fondato l’Associazione Italiana Vittima delle Sette, rifiutandosi di fornire il numero degli iscritti a questa associazione, dato necessario per comprenderne l’effettiva rappresentatività.

Viene, allora, da chiedersi sulla base di quali fatti e prove siano state considerate veritiere le sue affermazioni, tanto da farlo parlare senza possibilità di replica del nostro Istituto che conta 87mila aderenti.

È stata inoltre decisamente smentita l’affermazione secondo cui “la Soka Gakkai è fuori legge in Francia, in Grecia e quasi in Germania, sottoposta a severi controlli in altre nazioni europee” così come l’affermazione, invero inconsulta, di uno “strettissimo rapporto tra setta e sesso soprattutto all’interno della Soka Gakkai”.

Sebbene smentito in studio da altra ospite su dati e contenuti, non c’è stato alcun contradditorio con una voce ufficiale dell’Istituto.

Il servizio di “Chi l’ha visto?” del 20 marzo 2019

Il programma “Chi l’ha visto?” si era già interessato, il 10 ottobre 2018, al predetto caso in quanto il tentato omicida, costituitosi dopo alcuni giorni di latitanza, aveva rilasciato proprio alla trasmissione “Chi l’ha visto?” una dichiarazione secondo cui la moglie sarebbe appartenuta a una “setta satanica”, riferendosi invece al nostro Istituto religioso.

La redazione di “Chi l’ha visto?” ha poi intervistato, a seguito delle incredibili parole del latitante il responsabile dell’Ufficio Stampa dell’Istituto, il quale ha naturalmente evidenziato l’assurdità dell’accostamento.

Nel servizio andato in onda il 20 marzo scorso un altro giornalista della redazione di “Chi l’ha visto?”, ha ripreso la triste vicenda per poi dipingere l’Istituto con tratti assolutamente non corrispondenti alla realtà.

Tra le contestazioni rivolte al servizio vi è quella di aver riferito che l’Istituto fosse riconosciuto dallo Stato per via di un “accordo” del 2016, senza precisare la natura dell’Intesa stipulata ai sensi dell’art. 8 della Costituzione.

È stata inoltre contestata la rappresentazione secondo cui l’unica conseguenza dell’Intesa sarebbe stata l’ottenimento del contributo dell’otto per mille e l’idea che tale contributo servisse al sostentamento dell’Istituto.

È stata contestata anche la scelta di accostare una dichiarazione sulla libertà delle offerte dei fedeli a tre testimonianze che riferivano di “pressioni”, producendo un quadro ritenuto sproporzionato e allarmistico.

Il giornalista non ha voluto tenere conto di quanto pure comunicato via mail dalla portavoce dell’Istituto nell’intervista, e cioè che in Spagna il direttore generale della Soka Gakkai spagnola è anche presidente dell’Unione Buddhista della Catalogna mentre in Belgio la Soka Gakkai è parte integrante dell’Unione Buddhista Belga.

Non ha tenuto conto di tutto il materiale pure fornitogli via mail dalla portavoce a proposito dei reciproci rapporti di stima e fiducia fra l’Istituto e l’UBI e degli attestati di stima da parte di esponenti dello stesso nei confronti dell’Istituto.

A proposito della lettera scritta dalla Sig.ra P. M. all’Istituto, è stata riportata la notizia secondo cui “la Procura di Roma sta accertando eventuali responsabilità penali” senza verificare se ciò corrispondesse al dato reale, dal momento che la predetta lettera parla di “esposto” (che non dà luogo necessariamente a indagini) e non di “denuncia” o di “querela”.

L’articolo sulla “mappa dell’occulto romano”

È inaudito che una confessione religiosa, a cui solo in Italia aderiscono 97.000 persone, venga inopinatamente e offensivamente accostata a fatti di cronaca nera nemmeno lontanamente riferibili a proprie attività e venga bollata come “setta pericolosa”, sulla base di fonti a dir poco inattendibili.

È poi molto grave che l’articolo sia accompagnato dall’immagine di un nostro luogo di culto.

È infine priva di alcun minimo fondamento l’affermazione contenuta nell’articolo, secondo cui “I suoi adepti tendono ad allontanarsi e ad abbandonare progressivamente parenti e amici che non ne fanno parte”.

Criteri per valutare correttamente le informazioni sulla Soka Gakkai

Le controversie sulla Soka Gakkai in Francia mostrano l’importanza di distinguere tra fatti verificabili, interpretazioni, testimonianze individuali e generalizzazioni sull’intera comunità.

  • Verificare lo status giuridico: la Soka Gakkai in Francia è una realtà religiosa con piena libertà di culto e con propri centri di riunione.
  • Controllare la cronologia: le liste citate risalgono a circa vent’anni orsono e non possono essere presentate senza spiegare il contesto in cui furono redatte.
  • Esaminare le fonti: alcune commissioni erano di nomina governativa, ma non rappresentavano necessariamente l’orientamento degli Stati.
  • Distinguere le accuse dalle prove: il termine “setta” non dimostra di per sé l’esistenza di attività criminali o di manipolazione mentale.
  • Garantire il contraddittorio: una ricostruzione giornalistica su una confessione religiosa dovrebbe considerare anche la posizione ufficiale dell’organizzazione interessata.
  • Separare il gruppo dai singoli casi di cronaca: l’appartenenza religiosa di una persona non costituisce automaticamente una spiegazione di un gesto criminale.

Per conoscere la storia, la dottrina e la pratica religiosa della Soka Gakkai ci si può riferire a un’ampia letteratura scientifica sul movimento.

Centro Soka Gakkai a Parigi

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