La storia dei cinque Buddha in Birmania

La tradizione buddhista della Birmania conserva la memoria di cinque Buddha associati a epoche diverse: Kakusandha, Koṇāgama, Kassapa, Gautama e Metteyya, il Buddha futuro. I primi quattro appartengono al passato e al presente della nostra era cosmica, mentre Metteyya è atteso come il Buddha che apparirà in un’epoca futura.

Le tracce più importanti di questa concezione si trovano nella Shwedagon Pagoda di Yangon, dove secondo la tradizione sono custodite reliquie dei quattro Buddha già apparsi, e in numerosi templi del Myanmar, dove i fedeli venerano immagini e reliquie collegate alla successione dei Buddha. La storia dei cinque Buddha unisce cosmologia buddhista, devozione popolare, leggende sui sovrani, culto delle reliquie e memoria dei grandi centri religiosi birmani.

I cinque Buddha della tradizione buddhista birmana

La Shwedagon Pagoda è la pagoda buddhista più sacra per i birmani con le reliquie dei quattro Buddha conservati lì dentro, cioè il sostegno di Kakusandha, il filtro d’acqua di Konagamana, un pezzo dell’abito di Kassapa e otto capelli di Gautama, il Buddha storico.

Secondo la tradizione, la costruzione della Pagoda di Shwedagon, adagiata sulla collina Singuttara, a ovest del Royal Lake, risale a 2.500 anni fa, al 588 a.C., destinata a custodire le reliquie dei quattro Buddha: il sostegno di Kakusandha, il filtro d’acqua di Konagamana, un frammento dell’abito di Kassapa e otto capelli di Gautama, il Buddha storico.

Sulla datazione del complesso in realtà gli storici hanno qualche perplessità, ma che sia il deposito del meglio del patrimonio dell’antica Birmania non ci sono dubbi.

BuddhaReliquia associata alla Shwedagon Pagoda
KakusandhaIl sostegno
KonagamanaIl filtro d’acqua
KassapaUn pezzo dell’abito
GautamaOtto capelli
MetteyyaIl Buddha futuro, non ancora apparso

Una spiegazione sul termine “stupa” è necessaria: questo termine sanscrito individua la costruzione deputata a conservare reliquie.

In genere queste costruzioni vengono erette per essere destinate alla conservazione di reliquie di illustri maestri buddisti.

Kakusandha, Konagamana, Kassapa e Gautama

Il buddismo è la religione principale in Myanmar.

Nel sistema tradizionale dei cinque Buddha, Kakusandha, Konagamana e Kassapa precedono Gautama. Gautama è il Buddha storico, conosciuto anche come Siddhārtha Gautama, la cui vita e il cui insegnamento costituiscono il fondamento del buddhismo attuale.

La Shwedagon Pagoda rende visibile questa successione attraverso quattro reliquie, ciascuna collegata a uno dei Buddha già apparsi. Il sostegno di Kakusandha, il filtro d’acqua di Konagamana, il frammento dell’abito di Kassapa e gli otto capelli di Gautama trasformano il complesso di Yangon in una rappresentazione concreta della continuità del Dhamma.

È chiaramente una delle meraviglie del mondo religioso.

Ma a ben guardare la Shwedagon Pagoda è il sistema più efficace per cercare di capire o interpretare quel modo di vivere riconducibile al Buddhismo.

Shwedagon Pagoda reliquie quattro Buddha

La Shwedagon Pagoda e la memoria dei quattro Buddha

Essere nella Shwedagon Pagoda di Yangon, il simbolo della città più importante dell’antica Birmania, l’attuale Myanmar, è ben più di una visita ad un patrimonio artistico eccezionale.

E’ come trovarsi nel cuore della spiritualità buddhista.

E così aggirarsi intorno alla gigantesca stupa placcata d’oro e tra le centinaia di templi colorati, le 64 piccole stupa e le statue espressione di un’architettura di quasi 2.500 anni, si traduce in una straordinaria osservazione di varia umanità che prega, attinge acqua sacra da bere, accende candele profumate, depone frutta davanti alle immagini sacre.

Devoti e monaci lavano le statue, offrono fiori, adorano e meditano.

La pagoda si rivela luogo d’incontro, di conversazione, di unione.

E così quando lo sguardo corre tutto intorno, ci si rende conto che lì c’è una folla immensa, il cui rispetto è dimostrato dal parlare sommessamente.

Come negli altri siti, anche qui si deve entrare a piedi nudi, con le gambe coperte da un longyi.

Anche questa è un’esperienza da vivere, irrinunciabile.

E arrivare qui al tramonto, quando la gigantesca stupa dorata sembra incendiarsi sotto i raggi del sole ormai arancioni, significa cogliere il momento più bello e profondo della giornata.

Queste sono le prime sensazioni che colgono il visitatore che arriva da un “mondo” completamente diverso.

Tanto che, a un certo punto, la freneticità del nostro quotidiano sembra lontana anni luce.

Qui alla Shwedagon Pagoda è come se si fosse entrati in un luogo senza tempo.

Le reliquie custodite nello stupa

E questa di Shwedagon è davvero da grandi numeri: la sua altezza si avvicina a 99 metri, è ricoperta da centinaia di foglie d’oro e la punta è tempestata di 4.531 diamanti, il più grande dei quali è da 76 carati.

Lo stupa inferiore è placcato con 8.688 lingotti d’oro massiccio, la parte superiore con altri 13.153.

Ma sulla punta non ci sono soltanto diamanti: ad impreziosirla ci sono pure 2.317 tra rubini, zaffiri e altre gemme, e ben 1.065 campane d’oro.

Il prezioso rivestimento non rappresenta un semplice ornamento, perché la donazione dell’oro è un atto di devozione.

La preziosità del tutto non induca però in errore e a spiegarlo è la filosofia alla base dell’essere buddhista: il Buddha non ha bisogno di oro, sono gli uomini che rinunciano all’oggetto prezioso e bramato per rendere grazie al loro faro.

Lo stupa principale custodisce otto capelli di Buddha, mentre le altre reliquie si trovano nei templi minori.

La devozione quotidiana

Un’emozione.

I vari templi stanno lentamente aprendosi ai devoti, vengono accese le candele, pulite le statue, lavato il pavimento e nel frattempo molti locali arrivano per pregare e lasciare i propri doni.

Molti devoti versano acqua sulla testa delle statue di Buddha, in segno di riverenza.

Hanno anche pregato e recitato versi religiosi davanti agli alberi della Bodhi all’interno del tempio.

Si dice che Buddha abbia raggiunto l’illuminazione sotto un albero simile.

La festa che celebra la nascita del Buddha è anche il giorno in cui raggiunse l’illuminazione e morì.

Il quinto Buddha: Metteyya

Il quinto Buddha della successione è Metteyya, chiamato anche Maitreya, che secondo la tradizione apparirà nel futuro, quando l’insegnamento del Buddha Gautama sarà ormai scomparso dal mondo.

La sua presenza completa la sequenza dei cinque Buddha, perché collega i quattro Buddha già apparsi alla speranza di una futura rinascita del Dhamma.

La storia dei cinque Buddha non è quindi soltanto una memoria del passato, ma una visione ciclica del tempo. Ogni Buddha appare in un’epoca particolare, riscopre la verità liberatrice e la insegna agli esseri viventi, mentre il suo insegnamento attraversa un lungo periodo prima di scomparire.

Questa prospettiva permette di comprendere perché reliquie, immagini, stupa e cerimonie siano così importanti nella cultura religiosa della Birmania.

La profezia dei cinque Buddha nel racconto di Anuruddhā

Un altro racconto buddhista menziona esplicitamente cinque Buddha: Kakusandha, Koṇāguma, Kassapa, Gotama e il Buddha che seguirà Gotama.

Un tempo, 100.000 kappa fa, viveva Buddha Padumuttara, nel regno di Haṃsāvatī.

Una sera, elargì un insegnamento del Dhamma ad un largo pubblico di monaci e di laici.

Davanti, stavano il re ed i membri della famiglia reale; dietro, i loro ministri; infine, i ricchi ed i bramini, seguiti dai rappresentanti delle altre caste; sino alle più infime, che si trovavano in fondo.

Un uomo ricchissimo, che si chiamava Apākaṭa, aveva modestamente preso posto dietro a tutti, e si trovava celato dall’oscurità.

Alla fine dell’insegnamento, Buddha Padumuttara attribuì la distinzione particolare di dibbacakkhu etadagga al monaco che era degno di beneficiarne, presentandone la competenza al pubblico.

«Questo monaco è capace di vedere tutto: le cose nascoste, le cose che distano molto e quelle che sono microscopiche. Può vedere tutto, molto distintamente, con grande facilità.»

Pieno di ammirazione per questo monaco, il ricco Apākaṭa desiderò immediatamente e vivamente diventare, anche lui, il monaco dibbacakkhu etadagga, durante il tempo di un prossimo buddha.

Attese tranquillamente che tutti lasciassero il luogo, sino a che si ritrovò solo con Buddha Padumuttara.

La previsione di Buddha Padumuttara

A quel punto, si alzò, si avvicinò al Beato, e gli rivolse qualche parola gentile, prima di sedersi in una posizione conveniente, di lato, per parlargli.

«Oh, nobile Buddha! Vogliate accettare, con tutto il saṃgha, un invito, per il pasto di domani, da me.»

Il Beato accetto, con il suo abituale silenzio.

L’indomani, quando Buddha, con il saṃgha, avevano aderito al suo invito, il ricco Apākaṭa lo prolungò di sette giorni, durante i quali nutrì copiosamente e rispettosamente l’intero saṃgha.

Alla fine dell’ultimo pasto, offrì un corredo di tre vesti a Buddha ed a ognuno dei monaci.

Avvicinandosi al Perfetto, si prosternò rispettosamente davanti a lui, prima di formulare il suo grande desiderio.

«Oh, nobile Buddha! Per i numerosi kusala che ho compiuto, non voglio essere il re dei brahmā, non voglio essere il re dei deva, non voglio essere il re degli umani; tutto questo non mi interessa affatto.

Desidero, come per il monaco a cui avete attribuito il dibbacakkhu etadagga, beneficiare anche io di questa distinzione particolare, durante un prossimo buddha sāsana.

Possa io divenire un dibbacakkhu etadagga!»

Grazie a anāgataṃsa ñāṇa, che è una conoscenza propria ad un buddha e che gli permette di predire un lontano avvenire, basandosi notoriamente sui complessi fattori del kamma degli esseri e dell’evoluzione delle loro pāramī, il Beato esaminò le probabilità che si offrivano al ricco Apākaṭa.

Quindi, gli rispose.

«Apākaṭa, tutte le condizioni sono favorevoli: da qui a 100.000 kappa, voi diverrete un etadagga.

In quel kappa ci saranno cinque buddha: prima, Buddha Kakusandha, seguito da Buddha Koṇāguma; poi, da Buddha Kassapa, e, infine, Buddha Gotama; dopo di che, voi sarete dibbacakkhu etadagga, con il nome di Anuruddhā.»

La profezia presenta dunque quattro Buddha già riconosciuti nella memoria religiosa e un quinto Buddha implicito, quello che apparirà dopo Gautama.

Le lampade e la preparazione spirituale

Il ricco Apākaṭa chiese, allora, al Beato: «Quali sono i kusala che debbo sviluppare per ottenere le pāramī necessarie al dibbacakkhu etadagga?»

«Conviene offrire delle lampade ad olio; ciò è molto propizio per il dibbacakkhu etadagga.»

Le lampade ad olio costituiscono l’illuminazione che permette di vedere a chi si trova nell’oscurità.

Il ricco Apākaṭa prese il triplice rifugio, si mise ad osservare i cinque precetti, e, poi, non smise più di rispettarli.

Senza rilassare i suoi sforzi, sviluppò continuamente e del suo meglio gli akusala necessari alla realizzazione del suo desiderio.

Sino al parinibbāna di Buddha Padumuttara, venne ogni sera a offrirgli delle lampade ad olio per dargli luce.

In seguito, le reliquie del Beato vennero conservate in un cetiya d’oro.

Quel giorno, egli dispose mille lampade ad olio, come offerta, attorno a quel cetiya.

Morto di vecchiaia, rinacque come il re dei deva, nella sfera Tāvatiṃsā, mille volte consecutive, una per ogni lampada ad olio offerta, attorno alle reliquie.

Nel suo palazzo di re dei deva, ogni cosa brillava di una luce viva, sino ad un yūjanā di distanza.

In seguito, egli rinacque un numero incalcolabile di vite, come re a capo di un regno, di cui un centinaio di volte quale re di tutta l’umanità.

Un giorno, incontrò il Buddha Sumedhā, a cui offrì duemila lampade ad olio.

Le vite successive, egli conobbe trenta esistenze, quale re dei deva e ventidue vite come re del mondo umano, sino a rinascere quale uomo, ai tempi del buddha Kassapa.

Apākaṭa ai tempi del Buddha Kassapa

In quella vita, egli fu un ricco abitante di Bārāṇasī, che possedeva 400.000.000 di valuta dell’epoca.

Quando Buddha Kassapa entrò nel parinibbāna, egli offrì mille lampade ad olio, nelle quali mise dell’olio di burro, che accatastò attorno al cetiya, costruito per proteggere le reliquie del Beato Kassapa.

Il ricco uomo visse sino all’età massima per quell’epoca, senza mai cessare le sue azioni meritevoli, prima di rinascere nel mondo dei deva.

Il racconto collega così la futura realizzazione di Anuruddhā alla devozione per il Buddha Kassapa, uno dei quattro Buddha precedenti a Metteyya nella successione tradizionale.

Annabhāra e il merito della generosità

A causa di un akusala, egli rivisse nel mondo umano, in seno ad una famiglia povera del regno di Bārāṇasī.

Poiché il suo lavoro consisteva nel portare del riso, lungo l’intera giornata, tramite una cesta sulle spalle, gli venne attributo il nome di Annabhāra, che significa «colui che porta il riso».

Più tardi, andò a servire un ricco uomo, chiamato Sumana, che donava generosamente un tetto a coloro che non lo possedevano, ed offriva del cibo ai mendicanti ed ai rinuncianti.

Un pacceka buddha, chiamato Uparitta, viveva sulla montagna Gandhamādana.

Un giorno, allorché si trovava assorbito nel nirodha samāpatti, si chiese, appena uscito da quello stato: «Oggi, chi posso incoraggiare nel suo viluppo dei kusala?»

Cercando, con l’aiuto dei suoi poteri psichici, scorse il povero Annabhāra, che possedeva delle grandi pāramī.

Spiccando il volo, fendette l’aria, sino a che giunse davanti alla piccola casa di Annabhāra, situata accanto alla grande proprietà del ricco Sumana.

L’offerta del pasto

Annabhāra rientrava proprio in quel momento.

Non appena vide il pacceka buddha fu invaso da una gioia profonda.

Si affrettò ad entrare nella casa, per chiedere alla sua sposa se avesse preparato la sua razione alimentare quotidiana.

Poiché quella rispose di sì, le chiese di versargliela in un recipiente, e corse verso il pacceka buddha Uparittha, offrendogli rispettosamente tale cibo, benché fosse il solo pasto della giornata.

La sposa dell’uomo si mise a riflettere: «Mio marito ha degnamente sacrificato la sua parte del vitto, malgrado la grande fatica, causata dal suo lavoro nella foresta.

Io, che sono rimasta tranquillamente a casa, perché mai non potrei offrire il mio pasto quotidiano a questo pacceka buddha?»

Spinta da codesta riflessione, ella si affrettò di offrire la sua porzione quotidiana al pacceka buddha.

Dato che il nobile Uparitta aveva ottenuto del nutrimento ben sufficiente al suo pasto, la giovane coppia lo invitò a consumarlo nella casa.

Appena egli accettò, essi prepararono un posto conveniente, gli portarono dell’acqua e si occuparono di lui, perché potesse mangiare nelle migliori condizioni.

Dopo il suo pasto, il pacceka buddha espose un insegnamento del Dhamma, a proposito di dana e di sila.

Un pacceka buddha non è in grado di condurre altri al nibbāna.

Il merito non si vende

Quando fu finito, il povero Annabhāra si rivolse a lui: «O Venerabile! Noi siamo poveri, in questa vita; non possediamo nulla per noi, neppure questa casa, poiché abbiamo commesso delle cattive azioni in passato.

Grazie ai kusala che abbiamo appena compiuto, che noi si sia risparmiati dalla sfortuna e dalla miseria, per tutte le vite che ci restano da vivere, sino al parinibbāna!

Che noi si possa restare soddisfatti nei nostri minimi bisogni, sì da ignorare anche da dove proviene il riso che mangiamo!»

«Possano i vostri desideri venire rapidamente realizzati; possano essere colmati, come è piena la luna al suo apogeo!»

In quel momento, la devī che viveva sopra la casa del ricco Sumana, e che aveva assistito attentamente all’invito del nobile Uparitta, piena di gioia per il meraviglioso akusala compiuto, lasciò esplodere la propria euforia, gridando: «Sadhu! Sadhu! Sadhu!», in modo sufficientemente forte perché il ricco Sumana potesse sentire.

Il quale interpellò immediatamente la devī: «Perché dite: “sādhu!”, con aria gioiosa?»

«A causa della nobile offerta di cibo, che hanno appena compiuto il povero Annabhāra e la sua sposa.»

«Anche io offro del nutrimento; sfamo dei rinuncianti e dei poveri, ogni giorno.

Malgrado tutti questi kusala, non vi sento mai dire “sādhu!”, per me!»

«Il povero Annabhāra, lui, benché non abbia compiuto che una sola offerta, ha dato il proprio pasto ad un essere immensamente nobile, molto degno di donazioni.

Poiché si tratta di un essere, dal sila eccezionale, il dono fattogli diviene causa di un beneficio enorme.»

Mentre continuavano i rifiuti del povero Annabhāra, il ricco Sumana aumentò progressivamente il suo prezzo di acquisto, sino a raggiungere la considerevole somma di 1.000 «valute».

Annabhāra finì per dire fermamente al suo interlocutore: «Non vi venderò nulla di nulla, qualunque prezzo mi offriate!»

Poiché non mi lasciate comprare il vostro merito, vi chiedo, almeno, di dividerlo con me.

Ignoro se si può fare.

Vogliate attendere un istante: vado ad informarmi.

La parabola delle due lampade

Visto che il nobile Uparitta camminava lentamente, non era andato ancora molto lontano; fatto che permise ad Annabhāra di raggiungerlo rapidamente.

Quando gli fu vicino, gli chiese: «Oh, nobile Uparittha. Si possono dividere i meriti?»

«Quando si accende una lampada ad olio, per illuminare una casa, e, con l’aiuto della sua fiamma, si accende una seconda lampada ad olio, il fuoco della prima diminuisce?»

«No, nobile Venerabile. Resta identica.»

«La fiamma della seconda lampada ad olio è più piccola della prima?»

«No, nobile Venerabile. E’ identica.»

«Allo stesso modo, quando si spartisce un merito, esso rimane identico per sé e per colui che beneficia di questa divisione.

Quando, dopo avere offerto una ciotola di cibo ad un rinunciante, una persona divide i meriti ottenuti da questo dono con dieci persone, ognuna di queste dieci persone beneficia del merito come se essa stessa avesse offerto una ciotola di nutrimento a quel rinunciante.

Di conseguenza, vi incoraggio pienamente a dividere i vostri meriti.

Non esitate a farlo; ciò, è molto benefico.»

Quando il povero Annabhāra ritornò, egli divise il suo merito con il ricco Sumana.

Fatto ciò, il facoltoso uomo volle offrirgli del denaro: «Vogliate accettare queste 1.000 “valute”.»

«Non voglio questo denaro. Se ho diviso il kamma con voi, è per pura compassione.»

«Ed io, se desidero offrirvi questa somma, è per la stessa ragione, e non per acquistare il valore che voi avete appena ripartito con me.»

A queste condizioni, Annabhāra accettò tale somma colossale, che liberò lui e la sua sposa dal dovere continuare a lavorare per questo uomo.

La ricchezza di Mahāsumana

Giunta la sera, il ricco Sumana decise di fare una visita al re.

Visto che cercava una persona che lo accompagnasse al palazzo, portò con sé il solo individuo che si trovava nei paraggi: Annabhāra.

Appena tutti e due giunsero nella sala del trono, il re badò solo ad Annabhāra, senza prestare la minima attenzione a Sumana.

Offeso, il ricco uomo finì per chiedere al re: «Sire, come mai guardate questo uomo con tanto interesse, senza accordare a me la minima attenzione?»

«E’ perché non l’ho mai veduto prima.»

Sumana rifletté un poco.

«No, Sire. Io credo, piuttosto, che la ragione stia nel fatto che egli ha sviluppato degli eccellenti kusala.»

«Che genere di kusala ha prodotto?»

«Ha offerto il suo pasto ad un pacceka buddha.»

A questo punto, narrò l’intera storia al re.

«Se è stato degno di ricevere da voi 1.000 “valute”, come ricompensa, allora è degno che, a mia volta, gli faccia un dono.»

Appena pronunciate queste parole, il re elargì ad Annabhāra un bel terreno al margine del recinto del palazzo, dove fece costruire una casa, destinata ad accogliere Annabhāra e la sua sposa.

Dall’indomani mattina, gli uomini del re si dettero da fare sul terreno, per renderlo piano e regolare.

Allora, ai primi colpi di pala e di zappa, dalla terra spuntò una considerevole quantità di oro.

Avvertito di questa inattesa scoperta, il re dichiarò: «Questa è la terra del mio regno; quindi, mi appartiene. Portatemi tutto quell’oro!»

Nel preciso istante in cui gli uomini utilizzarono le loro pale per caricare l’oro nei carri, che si sarebbero recati al palazzo reale, esso si trasformò in terra volgare.

Appena ne fu avvertito, il monarca finì per confessare: «Dopo tutto, ho donato questo terreno ad Annabhāra; la terra è, dunque, la sua. Scavatela per lui!»

Appena gli uomini proseguirono il loro lavoro di estrazione della terra, tenendo in mente che il terreno e tutto ciò che vi si trovava apparteneva ad Annabhāra, essa si trasformò ancora in oro.

Ne trovarono una tale quantità che una collina di oro massiccio finì per venire accumulata per l’intera lunghezza adiacente al recinto del palazzo.

Stupefatto da questo spettacolo che si offriva ai suoi occhi, il re convocò i suoi ministri, interrogandoli: «Guardate tutto questo oro, che rappresenta la proprietà di Annabhāra. V’è, nel nostro intero regno, una persona che sia più ricca di lui?»

«No, Sire. Nell’intero reame, nessuno lo supera in ricchezza.»

Da quel giorno, battezzato con un nuovo nome, Annabhāra fu conosciuto come “il ricco Mahāsumana”.

Il re gli donò un vestito, che solo i ricchi indossavano.

Ed il ricco Mahāsumana non cessò mai di produrre meriti, durante l’intera sua vita, al termine della quale rinacque come re dei deva.

Dopo questa esistenza regale, conobbe numerose esistenze, sia nei mondi devici, che in quello umano, sino a rinascere nel tempo di Gotamo Buddha, nel regno di Kapilavatthu.

Anuruddhā e il Buddha Gautama

In questa esistenza, l’ultima, fu il figlio del fratello giovane del re Sudoddhana, e portò il nome di Anuruddhā.

La storia di Anuruddhā viene così collegata alla profezia pronunciata da Buddha Padumuttara e alla futura realizzazione della facoltà di dibbacakkhu etadagga.

La sua vicenda attraversa numerose esistenze, offerte rituali, atti di generosità e rinascite nei mondi umano e divino.

Nel racconto, la lampada è il simbolo principale della capacità di vedere, mentre la luce materiale richiama la luce della conoscenza.

La devozione verso i Buddha non si esprime soltanto con la conservazione delle reliquie, ma anche attraverso il dono, la disciplina morale, la meditazione e la condivisione dei meriti.

La Golden Rock e la reliquia dei capelli di Buddha

Un altro dei grandi luoghi sacri della Birmania è la Golden Rock, detta Kyaiktiyo, nello Stato Mon.

Ebbene, si tratta di un enorme masso dorato, detto Golden Rock, che sembra sfidare la forza di gravità sulla cima del monte Kyaiktiyo, nello Stato Mon.

Si dice che questo prodigioso macigno sia miracolosamente tenuto in equilibrio su uno sperone di roccia da una ciocca di capelli di Buddha.

Sulla sommità del monte Kyaiktiyo, a un’altitudine di oltre 1000 metri, si staglia l’imponente Roccia d’Oro, propriamente detta Pagoda Kyaiktiyo.

Che si abbia fede o no, ammirare con i propri occhi un gigantesco masso sfavillante che sembra sporgersi incautamente sulla valle sottostante in bilico sull’estremità di uno sperone roccioso è un’emozione che scuote profondamente l’anima.

Si mescolano meraviglia, vertigine, stupore, brivido, incanto e spiritualità.

Dalla cima del monte Kyaiktiyo, inoltre, si può ammirare un panorama da favola, in cui cielo, terra, oro e una vasta corona di colline e montagne diventano parte di un quadro che toglie il fiato.

Golden Rock Kyaiktiyo masso dorato

La leggenda della ciocca di capelli

La Pagoda Kyaiktiyo si trova sopra un masso granitico prodigiosamente in equilibrio sull’orlo di un piano roccioso inclinato grazie, secondo un’antica leggenda, a una ciocca di capelli di Siddhārtha Gautama, il Buddha, recata in dono al re dei Mon da un eremita di nome Taik Tha.

La leggenda narra che sia proprio questa ciocca di capelli a mantenere il mastodontico masso saldamente ancorato alla roccia sottostante, impedendogli di precipitare lungo la scarpata.

Il capello di Buddha, preziosa reliquia, pare sia conservato all’interno della pagoda appositamente costruita oltre 2000 anni fa sulla sua sommità.

Secondo la leggenda di cui sopra, Siddhārtha Gautama durante una delle sue peregrinazioni donò una ciocca di capelli a Taik Tha, un eremita che, prima di morire, ne fece dono al re Tissa.

Gli chiese che la ciocca venisse custodita come reliquia sotto una roccia che avesse le sembianze del suo capo.

Il re trovò una roccia adatta negli abissi oceanici.

Il grande masso venne prelevato con l’aiuto del re Thagyamin, trasportato con una nave e collocato nel punto in cui si trova attualmente.

La nave con cui venne trasportato fu a sua volta trasformata in un enorme macigno che si trova nella stessa area.

Sulla sommità del masso dalla forma che, in effetti, ricorda quella di un’imbarcazione, è stata eretta la Pagoda Kyaukthanban.

La Golden Rock come reliquiario

La Pagoda Kyaiktiyo è un piccolo stupa di 7 metri di altezza, che simboleggia la mente illuminata del Buddha.

La struttura riproduce i cinque elementi peculiari della religione.

In questo caso, come abbiamo visto, al suo interno è conservato il capello di Siddhārtha Gautama senza il quale, secondo la leggenda, l’enorme Roccia d’Oro sarebbe già precipitata lungo il dirupo.

La Golden Rock nel Myanmar è un luogo sacro per i fedeli.

Si tratta di un’importante meta di pellegrinaggio buddista, nonché il terzo più importante sito religioso del Paese, dopo la Pagoda Shwedagon di Yangon, risalente a 2500 anni fa, e il Tempio Mahamuni, dove si venera una statua di Buddha alta quasi 4 metri, deformata da vari strati di lamine d’oro recate in dono dai devoti, che hanno ormai raggiunto uno spessore di quasi 20 centimetri.

Il pellegrinaggio a Kyaiktiyo

I fedeli partono a piedi da Kinpun, un piccolo centro alla base del monte Kyaiktiyo, e percorrono oltre 10 chilometri in salita per raggiungere la Roccia d’Oro, a cui si avvicinano a piedi scalzi, pregando e sostando in contemplazione e meditazione, letteralmente a un passo da un baratro di oltre 300 metri.

Anche per chi non è credente, assistere a cotanta devozione è un’esperienza emozionante.

È ampiamente diffusa la credenza che chi si reca in visita alla Pagoda Kyaiktiyo almeno tre volte all’anno venga ricompensato con fortuna e prosperità.

Si crede altresì che basti una visita a questo luogo sacro per convertirsi al buddismo.

Il masso è ricoperto da vari strati di sottili lamine d’oro purissimo, applicate dai pellegrini in segno di fede e devozione.

È questa usanza a rendere la Golden Rock così lucente, in particolar modo all’imbrunire, quando vibra di un bagliore mistico che riscalda l’atmosfera, unitamente al canto dei fedeli, ai lumi delle candele e al profumo degli incensi votivi.

I devoti sono soliti recare in dono anche ricchi piatti di frutta, riso e composizioni floreali.

L’equilibrio del masso e la spiegazione geologica

Come appare evidente anche solo osservando le immagini, la superficie di contatto tra il grande masso granitico e la base rocciosa di sostegno è estremamente ridotta.

Si nota addirittura una fessura alla base del masso.

E per di più, il macigno sporge per oltre metà della propria circonferenza sullo strapiombo sottostante, apparentemente sfidando la forza di gravità.

La sua posizione sembrerebbe essere il risultato di una combinazione di fattori geologici.

Benché le dinamiche esatte non siano del tutto chiare, è probabile che l’azione sinergica di erosione, attività sismica, gelo e disgelo abbia consentito al masso di trovarsi in questa curiosa posizione.

La regione in cui sorge il monte Kyaiktiyo è geologicamente attiva.

Scosse sismiche e movimenti tellurici potrebbero aver contribuito al posizionamento del masso nel tempo.

Nel corso di milioni di anni, inoltre, le rocce e il terreno sono stati corrosi da naturali processi di erosione causati da vento, precipitazioni e altri fattori ambientali.

Questo potrebbe aver contribuito a modellare il bordo dello sperone roccioso su cui si trova la Golden Rock.

C’è poi l’acqua che, penetrando nelle fenditure della roccia ed espandendosi al momento del congelamento, esercita una pressione che può a sua volta aver contribuito al posizionamento del masso.

Il fenomeno, comunque, non è raro.

Percorrendo la salita che conduce alla Golden Rock si notano altri massi granitici in precario equilibrio.

Le regole di visita nei luoghi sacri

Per la visita della Pagoda Kyaiktiyo è richiesto un abbigliamento adeguato, con indumenti sobri e che non lascino scoperte le spalle, la schiena e le gambe.

Ai visitatori, indipendentemente dal credo, è richiesto di togliere le scarpe per accedere al luogo sacro.

Ricordiamo, inoltre, che quando ci si siede per ammirare il sito, gli arti non devono mai essere puntati in direzione della pagoda o di un’immagine del Buddha.

Per osservanza dei principi del Buddhismo birmano, le donne devono mantenersi a distanza.

Solo agli uomini è concesso toccare e applicare lamine d’oro alla roccia.

Nei templi si può entrare solo con abiti che coprano le ginocchia e mezze maniche, inoltre bisogna togliersi scarpe e calzini, perché ovunque è ammesso camminare solo a piedi nudi.

Tutte le pagode si visitano a piedi nudi, quindi senza scarpe e senza calze e non esiste eccezione.

Bago e i quattro Buddha rivolti verso i punti cardinali

La tradizione dei quattro Buddha appare anche a Bago, dove si trova la Kyaik Pun Paya.

Questo tempio del XV secolo, è incorniciato da quattro Buddha di 40 m, che si danno le spalle.

Le quattro immagini rappresentano una forma visibile della successione dei Buddha e della loro presenza simbolica nel paesaggio religioso birmano.

La città conserva inoltre numerosi luoghi di culto, stupa dorati e leggende legate agli spiriti Nat, che testimoniano la sovrapposizione tra buddhismo e antiche credenze animiste.

Nei pressi della Roccia d’Oro sorgono altre pagode, piattaforme panoramiche, ballatoi sospesi ed edifici contenenti statue di Buddha e spiriti Nat, retaggio della passata religione animista.

Quattro Buddha Kyaik Pun Paya Bago

Le grotte di Pindaya e la moltiplicazione delle immagini di Buddha

Il giorno seguente ritorniamo verso Heho e proseguiamo in bus per Pindaya, dove sono presenti le magiche grotte che conservano all’interno migliaia di immagini di Buddha.

Se ne contano 8094 in tek, alabastro, lacca e mattoni.

Le grotte di Pindaya sono un grande archivio devozionale, nel quale le immagini di Buddha si sono accumulate nel tempo grazie alle offerte dei fedeli.

La presenza di migliaia di statue rende concreto il rapporto tra la memoria dei Buddha e la pratica quotidiana della venerazione.

Il visitatore si trova davanti a una moltitudine di figure, materiali, colori e stili, all’interno di un ambiente trasformato in santuario.

Mahamuni e la presenza di Gautama

Il Tempio Mahamuni è uno dei più importanti luoghi religiosi della Birmania.

Qui si venera una statua di Buddha alta quasi 4 metri, deformata da vari strati di lamine d’oro recate in dono dai devoti, che hanno ormai raggiunto uno spessore di quasi 20 centimetri.

A Mandalay mi sono regalato due chicche con altre due persone del gruppo, le uniche che hanno voluto seguirmi nelle mie pazzie.

Sveglia alle 3:30 del mattino, partenza alle 4:00 per arrivare prima della 4:30 a vedere la cerimonia del lavaggio del viso e dei denti del Buddha vivente.

Una cerimonia che si svolge ininterrottamente da centinaia di anni e alla quale partecipano moltissimi devoti locali.

Le foto forse riescono a trasmettere qualcosa dell’atmosfera, anche se i profumi, la musica tantrica e l’energia diffusa dai monaci e fedeli in preghiera toccano il cuore.

La cerimonia quotidiana rinnova il rapporto tra i fedeli e l’immagine del Buddha, trattata come una presenza viva e oggetto di cura rituale.

Il buddhismo nella vita quotidiana di Mandalay

Raggiungiamo l’antica capitale in aereo: è la città sacra della Birmania.

Nel tragitto che ci porta dall’aeroporto all’hotel capiamo che l’atmosfera rispetto a Yangoon è completamente differente.

Inoltre il buddhismo permea la vita della città.

Sch 사iere di monaci o monache, caratterizzate da una tunica arancione invece che rossa, attraversano la città ed i templi si susseguono ovunque.

Il giorno seguente la giornata viene scandita dalle visite ai principali monumenti della città, ma quello che mi colpisce ancora una volta è l’atmosfera che permea tutta la vita della città.

Al mattino presto si incontrano schiere di monaci che si spostano da un luogo all’altro della città per recuperare il cibo della giornata.

Da non perdere la cerimonia del pranzo all’interno di un monastero.

Scegliete se possibile un monastero poco frequentato, anche se dovrete fare qualche chilometro in più.

La visita di un monastero di monache, una cosa veramente imperdibile e che pochissimi fanno, mostra un altro aspetto della vita religiosa del Myanmar.

Amarapura, Sagaing, Inwa e Mingun

In Birmania ogni re voleva la sua capitale, non si può spiegare diversamente il fatto che nel raggio di una dozzina di chilometri attorno a Mandalay ci siano i resti e i monumenti delle antiche capitali di Amarapura, Inwa, Mingun e Sagaing.

In macchina su una strada allagata, poi in barca sul fiume.

Un gruppo di stupa tra le palme, il cartello dice Yadana Hsemee pagoda complex, hanno un cuore di mattoni rossi, lo stucco bianco è ormai quasi tutto caduto, una statua di Buddha ai piedi di un albero enorme, sei colonne inquadrano un altro Buddha sullo sfondo di risaie, molti stupa terminano con un ornamento dorato.

È il hti, un simbolo di buon auspicio.

In macchina su per una collina boscosa, Sagaing Hill.

Pagode bianche tra il verde degli alberi lungo il crinale della collina, luccichio di hti dorati giù giù fino all’Irrawaddy che ha allagato la pianura, fiori rossi nel vento leggero, panorama da fiaba.

Poche centinaia di metri, altro tempio o meglio una galleria curva tutta sui toni del verde con una sfilata di Buddha bianchi e oro tutti uguali.

Il nostro battello è ormeggiato in terza fila, quella più lontana dalla riva, per arrivarci una passerella che sprofonda al mio passaggio e come corrimano una canna di bambù che trema solo a guardarla.

Vento forte e onde nervose sull’Irrawaddy, mezz’ora per attraversarlo e arrivare a Mingun.

Davanti all’imbarcadero due rocce enormi, sono di mattoni, erano i due leoni di guardia della pagoda.

C’è la coda manca la testa, ma ad attirare l’attenzione è l’enorme cubo di mattoni pieno di crepe.

La pagoda non è mai stata finita per via dei terremoti.

Ogni tanto si sente una campana, poche decine di metri dalla pagoda: è la Mingun Bell, la campana più grande del mondo.

Ultima, inaspettata, una pagoda tutta bianca a forma di torta nuziale.

I sette anelli ondulati rappresentano le sette catene montuose che circondano il monte Meru della mitologia buddista.

Il ponte U-Bein e il paesaggio religioso dell’Irrawaddy

E poi l’imperdibile ponte U-Bein, il più lungo al mondo in teak.

Alle 5 del mattino partenza di corsa con delle specie di tuk tuk motorizzati per arrivare poco fuori Mandalay a vedere l’alba sul ponte U-Bein.

U-Bein, il ponte in teak più lungo al mondo.

Il tramonto dalla Mandalay Hill mostra alberi fioriti di rosso e guglie dorate verso Mandalay, risaie verde tenero e Irrawaddy esondato dall’altra parte.

Accovacciati per terra quattro giovani monaci parlano sorridenti con due altrettanto giovani turiste, non c’è tramonto che tenga.

Bagan e la valle dei templi

La città di Bagan, precedentemente conosciuta come Pagan, formalmente nominata Arimaddanapura, la città del frantoio nemico, e anche conosciuta come Tambadipa, la terra del rame, o Tassadessa, la terra secca, fu la capitale di parecchi regni antichi in Birmania.

È situata nelle pianure centrali asciutte del paese, sulla riva orientale del fiume Irrawaddy, 145 chilometri a sud-ovest di Mandalay.

Migliaia e migliaia di templi rendono questo luogo qualcosa di unico e indescrivibile.

La valle di Bagan mostra la continuità storica del buddhismo birmano attraverso stupa, templi, statue e rovine distribuiti su un vasto paesaggio.

La città è un luogo in cui la memoria dei Buddha non è concentrata in un solo edificio, ma diffusa in un’intera pianura di monumenti religiosi.

Bagan valle dei templi buddhisti

La giornata successiva inizia con un viaggio in pullman, proseguimento con una navigazione molto bella lungo il fiume Irrawaddy, per arrivare la sera a Bagan.

Ma ricordate che c’è un solo modo per capire veramente cos’è questa valle: vederla dall’alto con la mongolfiera.

Sorvolare le rovine all’alba è semplicemente la perfezione.

Il lago Inle e la continuità delle tradizioni

Il viaggio prosegue con un volo interno per Heho, nel centro nord del paese e prosecuzione in bus e poi in barca verso il lago Inle.

Immaginate di tornare indietro nel tempo e di poter percepire su di voi lo scorrere lento del tempo sempre uguale nei secoli.

Questa è la principale sensazione che il lago trasmette.

Il lago Inle ha una superficie di 72 km quadrati ed è navigato da tipiche imbarcazioni a remi dei pescatori.

Ha una profondità di circa 3 metri e la maggior parte dei pesci vive nel suo fondale fangoso.

Le città sul lago sono grandi, tutte costruite di case su palafitte e attraversate da incroci di grandi canali e piccoli rivoli di acqua.

Centinaia di migliaia di persone vivono in questi quartieri suddivisi in zone residenziali e commerciali.

Molti canali sono un susseguirsi di piccoli negozi che si specchiano nell’acqua e che hanno dell’incredibile.

Visitiamo alcune attività commerciali che raccolgono quelli che definisco i “mestieri di un tempo”: abili tessitori, ricamatori, maniscalchi, falegnami e così via.

Il paesaggio del lago mostra come il buddhismo birmano si inserisca in una società ancora fortemente legata ai ritmi dell’acqua, dell’agricoltura, della pesca e dei villaggi.

La religione Nat e il buddhismo birmano

Nei pressi della Roccia d’Oro sorgono altre pagode, piattaforme panoramiche, ballatoi sospesi ed edifici contenenti statue di Buddha e spiriti Nat, retaggio della passata religione animista.

La storia religiosa della Birmania non è composta da elementi separati.

Le credenze animiste sui Nat, la venerazione delle reliquie, il culto dei Buddha, le offerte di cibo e di oro e le cerimonie nei monasteri convivono in un sistema culturale complesso.

Una delle testimonianze più evidenti di questa compresenza si trova proprio nei luoghi di pellegrinaggio, dove statue di Buddha e rappresentazioni degli spiriti possono apparire nello stesso ambiente sacro.

Le offerte d’oro e il significato della devozione

Il masso è ricoperto da vari strati di sottili lamine d’oro purissimo, applicate dai pellegrini in segno di fede e devozione.

Lo stesso gesto è praticato davanti alle immagini del Buddha e negli stupa, dove l’oro diventa una forma di rinuncia a ciò che è prezioso e desiderabile.

La preziosità del tutto non induca però in errore e a spiegarlo è la filosofia alla base dell’essere buddhista: il Buddha non ha bisogno di oro, sono gli uomini che rinunciano all’oggetto prezioso e bramato per rendere grazie al loro faro.

Devoti e monaci lavano le statue, offrono fiori, adorano e meditano.

I devoti sono soliti recare in dono anche ricchi piatti di frutta, riso e composizioni floreali.

La lampada, il fiore, il cibo, l’acqua e la lamina d’oro assumono così un valore rituale: l’offerta rende visibile la gratitudine e orienta la mente verso il Buddha, il Dhamma e il Saṃgha.

Quando visitare i principali luoghi sacri

Nel sud del Myanmar, affacciato sul Golfo del Bengala, si susseguono tre stagioni ben definite.

La stagione fresca e secca, da novembre a metà febbraio, è caratterizzata da temperature piacevoli e precipitazioni rare.

Le temperature e i tassi di umidità crescono nella stagione calda pre-monsonica, che inizia a fine febbraio e termina verso la metà di aprile.

Il periodo compreso tra maggio e ottobre corrisponde, invece, alla stagione delle piogge, e la regione è frequentemente bersagliata da piogge torrenziali.

Il periodo migliore per visitare questa parte della Birmania e la Pagoda Kyaiktiyo è, quindi, compreso tra i mesi di novembre e marzo.

Il consiglio è di arrivare alla Shwedagon Pagoda prima del tramonto, perché la luce del sole fa splendere l’oro, il crepuscolo crea un’atmosfera particolarmente romantica e la notte esalta i templi perfettamente illuminati.

Come raggiungere la Golden Rock

Da Yangon, l’ex capitale della Birmania, è possibile raggiungere la regione in cui si trova la Golden Rock in autobus in 5 ore circa.

Da Kinpun, località situata ai piedi del monte Kyaiktiyo, si raggiunge il villaggio di Ya Thay Taung a 1000 metri di altitudine in circa mezz’ora a bordo di una sorta di taxi collettivo.

Dal villaggio di Ya Thay Taung si può scegliere se raggiungere la Roccia d’Oro in cabinovia in pochi minuti o a piedi in tre quarti d’ora lungo un percorso in salita con dislivello lieve.

Da Bago, dopo due ore abbondanti, si raggiunge la fermata dei camion che portano a Golden Rock.

Il camion parte solo quando tutte le panche sono piene con almeno sei persone.

In 40 minuti di tornanti presi a velocità pazzesca, raggiungiamo Kyaiktiyo, detta anche Golden Rock.

Yangon, Mandalay e Bagan come itinerario buddhista

La città abbastanza caotica offre però alcuni luoghi veramente irripetibili: in primis la Shwedagon Pagoda, la più grande della città e di tutta la Birmania.

Questa pagoda è un insieme di mille stupa, templi, angoli in cui meditare, luoghi di culto e tanto altro.

La pagoda si trova ad ovest del lago reale sulla collina di Singuttara, di conseguenza domina il profilo della città.

A Mandalay il buddhismo permea la vita della città e i templi si susseguono ovunque.

Bagan conserva migliaia e migliaia di templi nelle pianure centrali del paese, lungo il fiume Irrawaddy.

Un itinerario attraverso Yangon, Bago, Kyaiktiyo, Mandalay, le antiche capitali e Bagan consente di osservare diverse forme della stessa cultura buddhista: reliquie, pellegrinaggio, statue, monasteri, cerimonie, leggende e paesaggi sacri.

La memoria dei Buddha nella cultura del Myanmar

La storia dei cinque Buddha in Birmania si manifesta quindi su più livelli.

  • La Shwedagon Pagoda conserva, secondo la tradizione, reliquie dei quattro Buddha già apparsi.
  • La Golden Rock è legata a una ciocca di capelli di Gautama Buddha.
  • La Kyaik Pun Paya di Bago presenta quattro immagini monumentali di Buddha rivolte in direzioni opposte.
  • Le grotte di Pindaya raccolgono migliaia di immagini di Buddha.
  • Il Tempio Mahamuni rinnova quotidianamente la devozione attraverso la cura rituale della statua.
  • Il racconto di Anuruddhā conserva la profezia dei cinque Buddha e il legame tra Kakusandha, Konagamana, Kassapa, Gotama e il Buddha futuro.

La successione dei cinque Buddha non è dunque un episodio isolato della dottrina, ma una chiave per leggere l’intero paesaggio religioso birmano.

È un paese che offre molto a chi cerca storia e cultura, a chi vuole conoscere diverse etnie e cerca un paese ancora poco contaminato dalla “globalizzazione”, a chi è alla ricerca di sé stesso ed è affascinato dalla cultura buddhista, a chi non cerca nulla di particolare, se non un bel paese e della bella gente.

Il viaggio è purtroppo terminato, questi giorni sono passati, come sempre, velocemente, ma hanno lasciato in me una grande voglia di tornare, perché al di là dei monumenti e dei magnifici panorami, i birmani sono veramente uno dei popoli più gentili e orgogliosi che abbia conosciuto.

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