Le storie di Theodor Reik sul senso di colpa

Per Theodor Reik il senso di colpa è una forza inconscia capace di orientare il comportamento, alimentare il bisogno di punizione e contribuire alla confessione del criminale. Di estrema importanza, anche per le conseguenze sociali della sua impostazione, la tesi che un esame dei moventi dell'atto criminale riveli inconsce esigenze di punizione determinate da inconsci sensi di colpa.

Questa prospettiva trova la sua formulazione più diretta ne L’impulso a confessare, studio dedicato alla psicoanalisi del crimine e della punizione, nel quale Reik analizza l’inconscio dell’assassino e del suo giudice, la coazione a confessare e i legami inconsci fra ansietà, senso di colpa, impulsi sessuali alla pena, odio e paura, vendetta e perdono, difesa e autoaccusa.

Il senso di colpa nella psicoanalisi di Reik

Particolarmente notevoli i suoi studi di psicanalisi applicata, in cui tentò, da un lato sulla base di suggestioni freudiane, di esplorare con strumenti psicanalitici i complessi problemi dei rituali religiosi in uso presso i popoli primitivi e presso gli antichi Ebrei (riti puberali, rito della circoncisione, fenomeno della "covata", ecc.), dall'altro di affrontare con gli stessi strumenti i problemi della criminologia. Di estrema importanza, anche per le conseguenze sociali della sua impostazione, la tesi che un esame dei moventi dell'atto criminale riveli inconsce esigenze di punizione determinate da inconsci sensi di colpa.

Nella lettura di Reik, il senso di colpa non coincide necessariamente con la consapevolezza di avere commesso un reato. Esso può operare al di sotto della coscienza e manifestarsi attraverso il bisogno di essere scoperti, giudicati o puniti.

La confessione diventa così qualcosa di più complesso di una semplice comunicazione della verità: può rappresentare il tentativo di dare una forma riconoscibile a un conflitto inconscio e di ottenere, attraverso la punizione, una risposta a un senso di colpa non completamente compreso.

L’impulso a confessare: crimine, giudizio e punizione

L’impulso a confessare è ritmato in tre parti; nella prima si esamina l’inconscio dell’assassino e del suo giudice; nella seconda mette in luce il valore, che va ben oltre le soglie della criminologia, della coazione a confessare; nella terza parte sono raccolti originali contributi su aspetti specifici del mondo della confessione: l’ansietà, il senso di colpa, gli impulsi sessuali alla pena, i legami inconsci fra odio e paura, vendetta e perdono, difesa ed autoaccusa.

Il rapporto fra assassino e giudice non viene quindi presentato come una relazione esclusivamente esterna, regolata dal fatto criminale e dalla norma giuridica. L’inconscio dell’uno e quello dell’altro partecipano alla scena del giudizio, mentre la punizione può assumere un significato psicologico che oltrepassa la funzione ufficiale della pena.

La criminologia, in questa prospettiva, non può limitarsi a ricostruire il movente cosciente dell’atto. L’indagine psicoanalitica cerca invece di individuare le esigenze inconsce che accompagnano il crimine, la confessione e la richiesta di punizione.

La coazione a confessare

La coazione a confessare indica una spinta interna che induce il soggetto a comunicare ciò che vorrebbe tacere oppure ciò che non riesce a tenere completamente separato dalla coscienza. La confessione può essere vissuta come una liberazione dall’ansietà, ma anche come un avvicinamento alla punizione desiderata inconsciamente.

Il soggetto può cercare di infrangere il silenzio perché il segreto è diventato psicologicamente insostenibile. La parola non elimina necessariamente il conflitto, ma lo rende udibile e lo colloca in una relazione con qualcuno che ascolta, giudica o interpreta.

La coazione a confessare, per Reik, ha dunque un valore che va ben oltre le soglie della criminologia. Essa riguarda il funzionamento generale della vita psichica e il modo in cui l’individuo affronta il desiderio, la colpa, la paura della punizione e il bisogno di essere riconosciuto.

La punizione come risposta al senso di colpa

Il bisogno di punizione può essere inteso come una conseguenza dell’azione del senso di colpa inconscio. In questo caso la pena non viene cercata soltanto perché imposta dall’autorità, ma anche perché può apparire al soggetto come una soluzione al conflitto interno.

L’esigenza di essere puniti può precedere la piena comprensione della colpa. Il comportamento criminale può quindi essere collegato, nella lettura psicoanalitica, a una ricerca inconscia di una punizione che renda concreto e delimitabile un sentimento altrimenti diffuso.

La punizione produce una scena definita: c’è un atto, un giudice, una colpa e una pena. Il senso di colpa inconscio, invece, può essere indeterminato, privo di un oggetto chiaramente identificabile e per questo particolarmente angoscioso.

Ansietà, autoaccusa e desiderio di espiazione

Nella terza parte de L’impulso a confessare Reik affronta l’ansietà e il senso di colpa insieme agli impulsi sessuali alla pena, ai legami inconsci fra odio e paura, vendetta e perdono, difesa e autoaccusa.

Queste coppie mostrano che l’esperienza della colpa non è lineare. La paura può essere legata all’odio, la vendetta al perdono, la difesa all’autoaccusa, mentre la richiesta di pena può contenere componenti che il soggetto non riconosce direttamente.

L’autoaccusa può funzionare come un modo per anticipare l’accusa dell’altro. Accusarsi significa, in alcuni casi, assumere il controllo della scena psichica prima che sia l’autorità esterna a farlo.

La confessione può quindi avere una doppia direzione: da una parte cerca di sottrarre il soggetto alla tensione del segreto, dall’altra lo conduce verso il giudizio e la punizione. La stessa parola può essere vissuta contemporaneamente come difesa e come resa.

Il silenzio e la nascita della confessione

Nel contributo di Theodor Reik la questione centrale è già quella del silenzio dell’analista e dei suoi effetti sul paziente. La psicoanalisi mostra, secondo Reik, sia il potere della parola, sia il potere del silenzio.

È appunto nella prospettiva della potenza del silenzio che può essere letto il suo contributo. Nel centrare la questione sulla potenza del silenzio e sul silenzio dell’analista (ovvero transitivamente, sulla potenza dell’analista), Reik mi sembra collocarsi su posizioni di avanguardia in seno al movimento psicoanalitico.

Di quella potenza in relazione ai suoi effetti, vengono in linea di massima distinti due stadi. Nel primo il silenzio dell’analista è rassicurante per il paziente, segnala ad esempio la profonda attenzione dell’analista nei suoi confronti.

Nel secondo è in coincidenza col silenzio del paziente (qualcosa che egli non vuole dire o trova arduo dire) che il silenzio dell’analista cambia di segno. E' a questo punto che il paziente, secondo Reik, si rende veramente conto del silenzio dell’analista, nel senso che gli conferisce un particolare significato.

Analista e paziente nel silenzio

Il silenzio dell’analista come pressione psichica

Stavolta, però, il silenzio dell’analista non "suona" più rassicurante. E, tuttavia, è in tale connessione che si dimostra l’effettività di quello che Reik chiama "il potere attivo del silenzio".

Tale potere è attivo nella misura in cui elicita un vasto ventaglio di risposte da parte dal paziente. Il quale, dal momento in cui scopre il silenzio dell’analista, cerca di infrangerlo comunicandogli quello che egli ritiene l’analista voglia sentire.

Ancora più potente diventa allora il silenzio dell’analista, dal momento che permane implacabile a dispetto delle comunicazioni del paziente. L’interpretazione che il paziente dà del silenzio dell’analista di conseguenza s'incupisce, assume le specie della negazione, della mancanza d'amore e come tale mette a nudo vissuti di colpa e castrazione.

Il paziente non parla quindi soltanto per raccontare un contenuto già formato. Può parlare per colmare una distanza, per ottenere una risposta, per modificare il significato attribuito al silenzio o per capire che cosa l’analista stia aspettando.

Il silenzio come equivalente della morte

Dal momento che il silenzio continua, il paziente può essere condotto a desiderare la morte dell’analista. Appunto questo intende il paziente quando dice di sentire la grande distanza dell’analista.

E, del resto, è ben presente a Reik l’antica equazione silenzio = morte, equazione che ritorna nella tesi di Freud secondo cui la pulsione di morte pulsa in silenzio.

Il che Reik ricorda alla fine del proprio intervento, là dove parla del silenzio come d'un segno della realtà della pulsione di morte in contrasto col parlare inteso quale tentativo di conquistare la morte con l'aiuto delle pulsioni erotiche (di vita).

E' chiaro, scrive Reik, che il silenzio sia venuto prima della parola e che la parola sia sorta dal silenzio come la vita dalla morte.

In questa opposizione, la confessione appare come un movimento dalla chiusura alla parola. Parlare significa tentare di trasformare il silenzio in esperienza condivisa, mentre il senso di colpa può essere ciò che spinge il soggetto a cercare nella parola una via d’uscita dalla solitudine psichica.

La confessione nel setting analitico

Etchegoyen rileva come il silenzio sia per Reik "un fattore decisivo per l'istituzione della situazione analitica". Ciò è dovuto al fatto che esso risveglierebbe nel paziente la coazione a confessare (tematica, questa, cui Reik ha dedicato uno studio specifico).

Il silenzio analitico non è quindi semplicemente un’assenza di intervento. Può diventare una condizione che riattiva nel paziente il bisogno di parlare, di giustificarsi, di spiegare o di dire ciò che egli immagina venga richiesto.

Il paziente può cercare di infrangere il silenzio comunicando all’analista quello che egli ritiene l’analista voglia sentire. In questa dinamica la confessione non è completamente spontanea, perché nasce anche dall’interpretazione che il paziente dà della posizione dell’analista.

Il contenuto confessato può così essere modellato dall’aspettativa, dalla paura del giudizio e dal desiderio di ottenere una risposta. Il soggetto può dire ciò che considera più grave, più utile o più adatto a interrompere il silenzio.

Silenzio, regressione e artificio

Etchegoyen non manca di stigmatizzare la tecnica del silenzio di Reik. "Ciò che questo autore aggiunge senza dirlo" scrive "è la funzione di artificio che svolge l'analista che se ne sta in silenzio".

Ora, appunto questa funzione d'artificio, presente secondo Etchegoyen in Reik, viene collegata a Menninger (autore d'una Teoria della tecnica psicoanalitica, pubblicata nel 1958) e, soprattutto, a Lacan e alla scuola lacaniana.

"Menninger" scrive Etchegoyen "spiega la regressione nel processo analitico con ragionamenti simili a quelli di Lacan, cioè con le aspettative che si risvegliano nel paziente per il silenzio dell'analista".

Quanto a Lacan, e alla sua scuola, il rigoroso silenzio nella situazione analitica che li caratterizzano ancora una volta opererebbe, nel giudizio di Etchegoyen, come un artificio.

La tecnica del silenzio può dunque essere considerata una modalità capace di produrre effetti specifici sul paziente. Il silenzio modifica la situazione analitica, intensifica le aspettative e porta in primo piano i significati che il paziente attribuisce alla presenza o all’assenza della parola.

Il controsilenzio e il desiderio di essere ascoltati

Qualcosa va detto, infine, sulla questione del controsilenzio col quale l’analista dovrebbe rispondere al silenzio del paziente. Ebbene, i termini con cui Reik propone la questione sono assimilabili a quelli con cui anche Ferenczi l'ha affrontata.

Calogeras parlerà nella fattispecie d'una "costante" o regola del trattamento analitico praticata da molti analisti "fino a oggi" (l'articolo di Calogeras è del 1966).

Non tutti gli analisti però si sono trovati in accordo con essa. E. Glover l'ha criticata già a partire dal 1928.

In Analisi del carattere W. Reich ne parla come del famoso "silenzio analitico" in cui cadono quegli analisti che non sono in grado di controllare sufficientemente il proprio sadismo. Il loro nemico, scrive Reich, non è la nevrosi del paziente, ma il paziente che non vuole guarire.

Il problema del silenzio non riguarda quindi soltanto il paziente. Coinvolge anche l’analista, la sua intenzione, il modo in cui gestisce il potere della posizione analitica e il rischio che il silenzio diventi una risposta rigida o punitiva.

La “terza orecchia” e ciò che parla dietro l’inganno

La sua tesi su Flaubert e la psicologia degli artisti, pubblicata nel 1913, gli consente di incontrare Freud, il che avviene nel 1910. Diventa membro della Società Psicoanalitica di Vienna e, poi, suo segretario dopo le dimissioni di Rank.

Fa un’analisi con Abraham nel 1914-15 dietro consiglio e su sostegno finanziario di Freud (Abraham non si fa pagare). Diviene segretario della Società Psicoanalitica di Vienna dopo le dimissioni di Otto Rank.

Nel 1925 è accusato di esercizio illegale della medicina dalle autorità municipali di Vienna: Freud lo difende. S’innesca qui la diatriba sull’analisi condotta dai non medici.

Freud è a favore, gli psicoanalisti americani, tra gli altri, sono contro. Quando, a causa della minaccia nazista, si tratterà anche per Reik di emigrare, Laforgue lo invita a strabilirsi in Francia, mentre Jones non lo vuole in Inghilterra.

Nel 1934 Reik si trasferisce con la famiglia in Olanda. Un anno prima pubblica un importante articolo sull’International Journal of Psychoanalysis dal titolo “New Ways in Psychoanalytic Technique”.

L’articolo è il precursore di alcuni suoi famosi scritti dedicati alal tecbnica analitica. Nel 1938 Reik si stabilisce negli Stati Uniti.

Anche a New York dove, come ricorda un suo biografo, si aspettava di esseer rivcevuto in pompa magna, Reik è osteggiato in quanto psicoanalista non medico. Nel 1948 fonda la NPAP, un’associazione psicoanalitica nelle cui fila operano psicoanalisti non medici.

Va rilevato, in sede di ricostruzione storica, che il nesso Lacan-Reik appare evidente nello scritto dello psicoanalista francese che reca il titolo Varianti della cura tipo.

In esso Lacan fa esplicito riferimento al famoso scritto reikiano, debitore per il titolo a Nietzsche, Ascoltando col terzo orecchio, scritto nel quale si fa anche questione del silenzio dell’analista in termini che ribadiscono quanto già sostenuto nella conferenza del 1926.

Per non parlare dell’undicesimo seminario, quello sui quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, nel quale Lacan parla di Reik come dello psicoanalista che sapeva sentire ciò che parla dietro l’inganno del paziente.

La capacità di ascoltare ciò che si trova “dietro l’inganno” è strettamente legata al tema della confessione. Il paziente può offrire spiegazioni, giustificazioni e racconti manifesti, mentre il lavoro analitico cerca di cogliere il conflitto inconscio che organizza quelle parole.

¿Conoces al PRIMER analista que NO era MEDICO? // Theodor Reik

Reik, il criminale e il giudice

Nella prima parte de L’impulso a confessare si esamina l’inconscio dell’assassino e del suo giudice. Il giudizio criminale viene così osservato anche come una relazione psichica, nella quale la colpa, laccusa e la punizione possono essere investite di significati inconsci.

L’assassino non è considerato soltanto come colui che ha compiuto un atto oggettivamente punibile. È anche un soggetto attraversato da esigenze inconsce che possono influire sul modo in cui nasconde, rivela o interpreta il proprio atto.

Il giudice, a sua volta, non è ridotto a una funzione impersonale. Il suo rapporto con la colpa dell’altro può essere coinvolto da sentimenti, identificazioni e reazioni inconsce.

Il valore della teoria di Reik sta nel collegare la dimensione individuale del senso di colpa alle istituzioni della giustizia e della punizione. L’atto criminale, la confessione e il giudizio formano una sequenza nella quale la psiche individuale e l’ordine sociale si incontrano.

Odio e paura, vendetta e perdono

I legami inconsci fra odio e paura, vendetta e perdono costituiscono una delle aree specifiche del mondo della confessione raccolte nella terza parte del volume.

L’odio può essere accompagnato dalla paura dell’oggetto odiato o dalla paura delle conseguenze del proprio desiderio. La vendetta può contenere il desiderio di riparazione, mentre il perdono può essere investito da sentimenti di superiorità, dipendenza o bisogno di liberarsi dalla colpa.

La confessione può intervenire in entrambe le direzioni. Può esprimere un’accusa contro un altro soggetto, ma anche trasformarsi in autoaccusa; può cercare vendetta oppure chiedere perdono.

Il senso di colpa non si presenta dunque come un sentimento isolato. Esso entra in rapporto con le emozioni aggressive, con la paura della perdita, con il desiderio di punizione e con la necessità di ristabilire un ordine interno.

Il senso di colpa nella religione e nel rito

Reik tentò di esplorare con strumenti psicanalitici i complessi problemi dei rituali religiosi in uso presso i popoli primitivi e presso gli antichi Ebrei (riti puberali, rito della circoncisione, fenomeno della "covata", ecc.).

Tra le sue opere figura Il rito religioso: studi psicoanalitici, 1920-1930, Boringhieri, Torino, 1977. È inoltre ricordato Das Ritual, 1928; trad. it. Il rito religioso. Studi psicoanalitici, 1969.

Il rito può essere interpretato come una forma collettiva di gestione dell’ansietà e della colpa. Esso organizza gesti, divieti, espiazioni e ripetizioni, offrendo una struttura condivisa a impulsi e paure che, sul piano individuale, possono apparire difficili da controllare.

In questa prospettiva il rito e la confessione hanno un punto di contatto: entrambi rendono comunicabile e regolabile un conflitto. Il rito lo fa attraverso una sequenza codificata di azioni, mentre la confessione lo fa attraverso la parola e il rapporto con chi ascolta.

Masochismo, pena e colpa

La sua opera più suggestiva è Masochism in modern man (1941; trad. it. 1963), in cui l’analisi delle varie forme di masochismo (tra cui quella del masochismo sociale, di rilevante importanza come fattore storico) giunge a individuare nel fenomeno una vera e propria formazione istintuale secondaria.

Il masochismo è rilevante per il tema del senso di colpa perché mette in rapporto la sofferenza, la sottomissione e il bisogno di punizione. L’esperienza della pena può essere ricercata non soltanto come conseguenza di un atto, ma anche come modalità per dare una forma a tensioni interne.

Ne L’impulso a confessare sono inclusi gli impulsi sessuali alla pena. Il riferimento alla sessualità non riduce la confessione a un fenomeno sessuale, ma segnala la presenza di componenti pulsionali che possono intrecciarsi con il desiderio di essere puniti.

La punizione può allora assumere significati diversi: può essere temuta, provocata, rifiutata, desiderata o utilizzata per ottenere una trasformazione del rapporto con l’altro. Il senso di colpa può legare queste posizioni apparentemente opposte.

Il percorso intellettuale di Theodor Reik

Theodor Reik è uno degli psicoanalisti più autorevoli degli Stati Uniti. Psicanalista austriaco (Vienna 1888 - New York 1969), dal 1944 cittadino statunitense.

Si laureò nel 1912 all'università di Vienna (fu il primo studioso che abbia conseguito la laurea in psicologia) e fu amico e collaboratore di S. Freud; nel 1938 emigrò negli USA.

La sua formazione e la sua vicinanza a Freud collocano la riflessione sulla colpa all’interno della prima psicoanalisi, ma i suoi interessi si estendono alla criminologia, alla religione, all’arte, alla sessualità, alla tecnica analitica e alla storia della psicoanalisi.

S’interessò anche alla psicanalisi dell’arte, occupandosi in particolare di Shakespeare, Goethe e Heine. Interessante per una ricostruzione storica degli sviluppi della psicanalisi il suo From thirty years with Freud (1940).

Le opere di Reik collegate al tema della colpa

OperaAnno e indicazioniArea tematica
L’impulso a confessare1925; Feltrinelli, Milano, 1967Confessione, crimine, punizione e senso di colpa
Il rito religioso: studi psicoanalitici1920-1930; Boringhieri, Torino, 1977Rito, religione e conflitti inconsci
Il masochismo nell’uomo moderno1941; Sugar, Milano, 1963Masochismo, pena e dinamiche sociali
Psicologia dei rapporti sessuali1945; Feltrinelli, Milano, 1968Sessualità e rapporti psichici
Ascoltando col terzo orecchioListening with the Third Ear; 1948Ascolto analitico e processi inconsci
Il bisogno di essere amati1956; Il Pensiero Scientifico, Roma, 1975Bisogno d’amore e vita affettiva
Mito e colpa1957; Sugar, Milano, 1969Mito, colpa e psicoanalisi applicata
Trent’anni di psicoanalisi con Freud1956; Newton Compton, Roma, 1974Memoria storica della psicoanalisi

Tra le altre opere: Geständniszwang und Strafbedürfnis (1925; trad. ingl. The compulsion to confess, 1959; trad. it. 1967); New ways in psychoanalytic technique (in International Journal of Psychoanalysis, 1933); Der überraschte Psychologe (1935); Myth and guilt (1957; trad. it. 1969); Of love and lust (1958; trad. it. 1960); Creation of women (1960; trad. it. 1968); Sex in man and woman (1960; trad. it. 1961); The psychology of sex relations (1961; trad. it. 1968); The jewish wit (1962).

La struttura del libro e i temi principali

  • L’inconscio dell’assassino: l’atto criminale viene esaminato in rapporto ai moventi e alle esigenze inconsce.
  • L’inconscio del giudice: il giudizio viene considerato anche come una relazione psichica, non soltanto come applicazione della norma.
  • La coazione a confessare: la confessione è collegata al bisogno di interrompere il silenzio e di dare forma al conflitto.
  • Il senso di colpa: la colpa inconscia può alimentare il bisogno di punizione.
  • L’ansietà: il segreto e il silenzio possono intensificare la tensione psichica.
  • Gli impulsi sessuali alla pena: il desiderio di punizione può essere intrecciato a componenti pulsionali.
  • Odio e paura: le due emozioni possono essere legate da rapporti inconsci.
  • Vendetta e perdono: la confessione può muoversi tra accusa, riparazione e richiesta di assoluzione.
  • Difesa e autoaccusa: il soggetto può proteggersi accusandosi o anticipando il giudizio dell’altro.

Dati bibliografici de L’impulso a confessare

Titolo: L’Impulso a Confessare. Autore: Theodor Reik. Editore: G. Feltrinelli Editore (MI). Collana: I Fatti e le Idee Saggi e Biografie n°155 - Collana diretta da Paolo Rossi.

Titolo originale: The compulsion to confess. On the psychoanalysis of crime and punishment. Traduzione: Ada Costantino. pp408. 1967-02-01. Prefazione e introduzione dell’autore.

Il volume presenta quindi una riflessione ampia sulla confessione come fenomeno psicologico, criminologico e analitico. Il senso di colpa costituisce il punto di raccordo fra il desiderio di parlare, la paura della scoperta, la richiesta di pena e la necessità di trasformare un conflitto inconscio in una storia raccontabile.

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