Tao Te Ching: il testo sacro del taoismo

Il Tao Te Ching, chiamato anche Daodejing nella traslitterazione pinyin, è il testo fondamentale del taoismo e viene considerato il testo “sacro” di una delle principali correnti di pensiero della Cina. Tradizionalmente attribuito al leggendario Lao Tzu, il libro espone in forma poetica e concisa i principi di una filosofia incentrata sulla ricerca dell’armonia con il Tao, l’ordine naturale e universale.

Il testo invita a una comprensione profonda dell’esistenza, sottolineando l’importanza dell’equilibrio, della semplicità e dell’autoconsapevolezza. È un invito a guardare oltre le apparenze e a comprendere la sottile interdipendenza di tutte le cose.

Che cos’è il Tao Te Ching

Il Tao Te Ching è un’opera letteraria prosaica nella quale il presunto autore Lao Tzu espone i principi del taoismo, una filosofia incentrata sulla ricerca dell’armonia con il Tao, l’ordine naturale e universale. Scritto più di 2.500 anni fa, il Tao Te Ching è un tesoro letterario che per secoli ha ispirato l’evoluzione della cultura cinese.

La sua influenza è tale che ancora oggi rappresenta uno dei pilastri fondamentali di molte scuole di pensiero filosofiche orientali e viene considerato il testo “sacro” del taoismo, una delle principali correnti di pensiero della Cina. Il Tao Te Ching non è solo un pilastro della filosofia orientale, ma anche una fonte di saggezza universale.

Il titolo può essere scomposto in tre elementi:

TermineSignificatoFunzione nel testo
Tao“La via” o “la dottrina”Rappresenta l’ordine primordiale dell’universo, una forza onnipresente e insondabile che guida tutto ciò che esiste.
Te“Virtù” o “potere morale”Descrive la manifestazione del Tao nel mondo e la qualità intrinseca di ciò che è in armonia con il Tao.
Ching“Classico” o “libro”Indica un testo canonico.

Pertanto, “Tao Te Ching” viene tradotto come “Il Libro della Via e della Virtù” o “Il Classico della Via e del Suo Potere”.

Il significato del Tao

Il Tao (道, Dào - letteralmente la Via o il Sentiero) è uno dei principali concetti alla base del pensiero cinese. Si tratta di un termine di difficile traduzione, inizialmente concepito come una potenza inesauribile che sfugge a qualunque tentativo di definizione.

Il carattere cinese esprime innanzitutto il concetto di movimento, di flusso: dunque si può tentare di definire il Tao come l’eterna, essenziale e fondamentale forza che scorre perennemente attraverso tutta la materia dell’Universo.

Il Tao è indefinibile, un principio che permea e guida tutto l’esistente. È la forza onnipresente che sta dietro ogni fenomeno naturale e umano. Il Tao è visto come la fonte ultima dell’esistenza e l’essenza di tutto, nonché come la via naturale e armoniosa che si dovrebbe seguire nella vita.

Abbiamo sentito parlare tutti del Tao: tutti conosciamo il suo simbolo bipartito, con un punto di bianco nel nero un punto di nero nel bianco. Bene e Male? Giorno e Notte? L’attrazione fatale degli opposti?

Per addentrarsi in questo Tao bisogna scomodare un vecchio saggio, la cui esistenza si perde nelle nebbie della Storia e della leggenda: il misterioso Lao Tzu. Sfuggente come Omero, opaco come il più eretico degli ermetici, oscuro quanto Eraclito, è l’autore del maggiore libro sacro taoista, il Tao Tê Ching, o Daodejing, nel sistema di traslitterazione pinyin.

Lao Tzu e l’origine del testo

Anche il suo autore, Lao Tzu, è una delle figure più enigmatiche e influenti della storia cinese. Lao Tzu è una delle figure più rilevanti del panorama filosofico cinese.

Secondo la tradizione egli visse nel VI secolo a.C., tuttavia molti storici anticipano la sua vita collocandola nel IV secolo a.C., il periodo noto per le cosiddette “Cento scuole di pensiero”. L’attribuzione a Lao Tzu della scrittura del Tao Te Ching, vero e proprio testo sacro taoista, fa di lui il fondatore de facto del taoismo.

Non sappiamo nulla di questo Lao Tsu che si dice l’abbia scritto. Lo si attribuisce a Laozi, o Lao Tzu, Lao Tse, Lao Tze, Lao Tzi, archivista reale di Chou, nonché filosofo, che lo avrebbe scritto tra il IV e il VI secolo a.C., ma si tratta di ipotesi più che di vere notizie.

Lao Tzu è tradizionalmente considerato un archivista della corte imperiale della dinastia Zhou. Si racconta che, deluso dalla decadenza morale e dal caos politico del suo tempo, decise di ritirarsi in eremitaggio.

Prima di lasciare la Cina, al passo di frontiera di Hangu, fu persuaso a scrivere le sue riflessioni e i suoi insegnamenti. Il risultato fu il Tao Te Ching, un testo che condensa in versi poetici la sua filosofia.

Il contesto storico

Il Tao Te Ching fu presumibilmente composto in un periodo di grandi cambiamenti politici e sociali in Cina. La prima menzione dell’esistenza del testo risale al 250 a.C. e si ritiene che risalga al periodo storico chiamato dei regni combattenti, un’epoca tumultuosa caratterizzata da conflitti continui e da una profonda instabilità politica.

La dinastia Zhou, che regnava da secoli, stava iniziando a indebolirsi e la società cinese era in fermento. Nel bel mezzo di un’era di violenza e disordini, le persone erano alla ricerca di nuove idee e spunti per trovare un senso alla loro vita.

Il Tao Te Ching offriva una visione del mondo pregna di speranza e una guida spirituale in un momento di incertezza. Il testo insegnava che il Tao è la forza che governa l’universo, e che tutti gli esseri viventi sono interconnessi.

Questa visione offrì un senso di armonia e ordine in un mondo che sembrava essere sempre più caotico. Da allora, il testo ha viaggiato attraverso i secoli influenzando non solo la filosofia e la religione cinesi, ma anche leader politici, artisti e pensatori di tutto il mondo.

Una datazione incerta

Quello che abbiamo appena letto è l’incipit di un testo di cui si conosce pochissimo. Si sa che è stato scritto, tra il VI e il III secolo a.C.

Il che, ovviamente, è tutto fuorché una datazione precisa: è come dire che Romeo e Giulietta è stato scritto tra il Quattrocento e il Settecento. Sì, certamente, ma sono successe un po’ di cose in mezzo, insomma.

Secondo la tradizione cinese, il testo sarebbe stato scritto nella prima metà del VI secolo a.C. dai filologi, tuttavia, il Tao Te Ching va collocato in un’età oscillante fra il VI e il III secolo a.C.

Il testo stesso potrebbe essere stato rimaneggiato a più riprese, perché scritto su tavolette non ben fissate le une alle altre. Infatti ogni capitolo era scritto su delle tavolette di legno, che venivano legate le une alle altre.

Come si può intuire, bastava poco perché un legaccio si rompesse e una tavoletta finisse al posto sbagliato. Anche l’ordine dei capitoli non è sicurissimo. Anzi, diciamo che non è sicuro per niente.

La struttura: 81 capitoli e circa 5.000 caratteri

Come opera letteraria, il Tao Te Ching è conciso, poetico, e spesso criptico. Composto da 81 capitoli, chiamati anche “stanze”, e circa 5.000 caratteri, è considerato relativamente breve rispetto a molti altri testi sacri e filosofici orientali.

Il Tao Te Ching si distingue per il suo stile enigmatico e aforistico. I suoi capitoli, 81 in totale, sono composti da brevi versi che si prestano a molteplici interpretazioni.

Il testo tratta diversi argomenti suddivisi in “stanze” o capitoli narrativi: ogni argomento è presentato attraverso aforismi o precetti volutamente criptici che aprono gli orizzonti a diverse interpretazioni.

Anche la struttura del testo, diviso in 81 capitoli, cioè 3 alla quarta, mostra come tutto richiami a un ordine e a un significato sacro.

Perché il Tao Te Ching è difficile da tradurre

Il Tao Te Ching viene ritenuto molto difficile da tradurre e interpretare, sia per via del materiale sul quale fu scritto, tavolette che spesso si slegavano, mescolandone i caratteri, sia per la natura aforistica del testo, a volte rimato, che lascia spazio a numerose interpretazioni.

Non solo: il testo, a differenza per esempio della Bibbia, non è mai stato sottoposto a un’indagine filologica, scientifica, volta alla ricostruzione del testo originale, fino a tempi molto recenti.

Non troverete un’edizione uguale all’altra, due traduzioni che si equivalgano. Malgrado il gran numero di traduzioni esistenti, la sottigliezza e la ricchezza dell’opera del Vecchio Maestro sono rimaste finora accessibili solo ai sinologi.

Il testo cinese infatti è spesso enigmatico e sempre contiene molteplici risonanze e allusioni, onde ogni traduzione è inevitabilmente parziale e riduttiva.

Due approcci italiani al testo

Delle tante traduzioni, due in particolare mostrano approcci molto diversi, se non diametralmente opposti.

La prima è la versione italiana di La Voie Rationelle, traduzione dell’opera di Lao Tsu ad opera di Matgioi, un ufficiale francese della legione straniera che visse a cavallo tra Ottocento e Novecento, e che ricoprì vari incarichi nel Tonchino, l’attuale Vietnam del Nord.

Fu l’incontro con il capo di un villaggio ad accendere in lui la passione per il taoismo: si convertì, cambiò il suo nome, Albert-Eugène Puyou de Pouvourville, in Matgioi, e si dedicò alla divulgazione del Taoismo in Francia.

La sua traduzione prende le mosse dal testo classico del Tao Tê Ching, quello che per secoli è stato letto e commentato in Cina.

Il secondo libro su cui posare il nostro sguardo è invece un’edizione Adelphi, che traspone in italiano la versione del filologo olandese J.J.L. Duyvendak, cioè il primo approccio scientifico e “occidentale” al testo.

È così che, negli anni Venti, Duyvendak si cimenta in quest’opera: offrire al taoismo gli strumenti della scienza occidentale per riportare alla luce il testo di Lao Tsu, purgandolo da tutte le modifiche successive.

La traduzione, recente ma ormai classica, di Duyvendak è corredata non solo da un prezioso commento, ma anche dal testo cinese tradizionale e da quello critico allestito dallo studioso.

Il primo capitolo: il Tao indicibile

Il primo capitolo si apre con questo aforisma: “Il Tao che può essere detto non è l’eterno Tao.” Questo è un ottimo esempio dello stile stilistico del testo.

Una delle versioni italiane recita:

La via, che è una via, non è la Via. Il nome, che ha un nome, non è un Nome. Senza nome, è l’origine del cielo e della terra; con un nome, è la madre dei Diecimila esseri.

Con la facoltà del non sentire, si è vicini a concepirlo; con la facoltà del sentire, si raggiunge la sua forma. Ciò costituisce veramente due cose.

Apparendo insieme, il loro nome è facile; a spiegarli insieme, la loro origine è oscura; oscura, questa origine continuamente si oscura. È la Porta dalla quale passa l’innumerabilità degli esseri.

Già il primo capitolo prende allora una nuova forma:

La Via veramente Via non è una via costante. I Termini veramente Termini non sono termini costanti.

Il termine Non-essere indica l’inizio del cielo e della terra; il termine Essere indica la Madre delle diecimila cose.

Così, è grazie al costante alternarsi del Non-essere e dell’Essere che si vedranno dell’uno il prodigio, dell’altro i confini.

Questi due, sebbene abbiano un’origine comune, sono designati con termini diversi. Ciò che essi hanno in comune, io lo chiamo il Mistero, il Mistero Supremo, la porta di tutti i prodigi.

Una versione più accessibile presenta il capitolo in questo modo:

Il Tao di cui si può parlare non è l’eterno Tao. Il nome che si può pronunciare non è lo stesso nome.

Il Tao ha un nome e al tempo stesso ne è privo. Senza nome è l’origine di ogni cosa; con un nome è la madre delle Diecimila creature.

Chi non desidera riesce a cogliere il mistero, chi desidera ne vede solo le manifestazioni. E il mistero stesso è la porta che conduce a ogni conoscenza.

Il rapporto tra linguaggio e realtà

E capiamo che non si capisce niente. Andiamo con ordine.

Quello che nella traduzione di Matgioi, «La via, che è una via, non è la Via», ci appariva come un paradosso, o addirittura come l’indicazione di altre vie possibili, qui invece diventa più comprensibile.

La via di cui si sta parlando è il Tao, che appunto vuol dire via, percorso, cammino. Questa via, dice il Tao Tê Ching, è una “via-non via”, una via che immediatamente nega se stessa.

E dunque è una via incostante, mutevole. Se leggiamo questa incostanza con gli occhi della filosofia occidentale, ci rendiamo conto che Lao Tsu identifica il Tao con il divenire, con il trascorrere del tempo e il mutare delle cose.

I Termini veramente Termini, cioè le parole, non sono costanti. Non vi è costanza né nelle cose, nella realtà, né nel linguaggio.

Il linguaggio dunque muta assieme al mutare delle cose. Ecco cosa intende Matgioi quando traduce con «Il nome, che ha un nome, non è un Nome»: la parola ha una sua sostanza, dice qualcosa, ma non è eterna, non è immutabile.

È l’incostanza, il fatto che le cose prima sono, poi non sono più e poi tornano ad essere a caratterizzare l’esistenza. È il continuo fluttuare delle cose che intende Lao Tzu: la precarietà e l’incostanza dell’essere.

Il rapporto tra parole e realtà è centrale in ogni sistema filosofico: come conoscere le cose, se non sappiamo dare loro il giusto nome?

I filosofi cinesi hanno dato vita a un confronto sul rapporto tra le parole e le cose, in un modo non molto diverso dal dibattito occidentale. Anche tra i cinesi è nata una scuola sofistica, per esempio, e anche tra i cinesi vi erano dei filosofi realisti e dei filosofi nominalisti.

I primi, come i seguaci di Confucio, ritenevano che a ogni termine corrispondesse in uno e un solo oggetto, e che questo termine “rispecchiasse”, possiamo così dire, la cosa a cui si riferiva. Il più importante di questi filosofi era Hsün-tzu.

Invece dal taoismo nacque una scuola che si opponeva a questa visione statica: i termini cambiano a seconda delle epoche, delle cose che esprimono, del modo che abbiamo di vedere le cose, e così via.

Il mistero oltre il linguaggio

La frase è solitamente interpretata così: esiste una parte del Tao che può essere trasmessa attraverso le parole, ma la sua vera natura va ben oltre la limitazione del linguaggio.

«Non si può determinare il Tao né dandogli un nome né applicandogli una concezione intellettuale umana», scrive l’ufficiale francese.

L’idea greca di un uomo che fa come il bambino di S. Agostino e si mette tutta la realtà nella testa come il mare in un secchiello è lontana dal taoismo: «senza nome è l’origine del cielo e della terra».

L’origine della realtà è oscura, criptica, da farsi amica con stratagemmi e magari pratiche magiche e alchemiche. Il Tao è la fonte di tutta la saggezza e la conoscenza.

L’inafferrabilità del reale, dunque, è sia l’inafferrabilità della contraddizione sia la difficoltà dell’uomo di poterla comprendere.

Il Tao e il divenire

È l’incostanza, il fatto che le cose prima sono, poi non sono più e poi tornano ad essere a caratterizzare l’esistenza. È il continuo fluttuare delle cose che intende Lao Tzu: la precarietà e l’incostanza dell’essere.

La realtà non è perfetta e ordinata, ma non è nemmeno un caos incomprensibile. Al contrario, è un oscuro caos ordinato.

Se scorriamo il testo, troveremo nel capitolo XXVI un’immagine interessante: «Il pesante è la radice del leggero; la quiete domina l’agitazione».

Il continuo permearsi delle cose è ossimorico, contrastante, eppure nulla esiste senza il suo opposto: al di là di come il mondo ci appare c’è un segreto ordine.

Al capitolo X si trova: «l’essere è generato dal non essere». L’essere è generato dal non essere.

Dal nostro punto di vista, è una chiara violazione del principio aristotelico di non contraddizione: è un anti-Parmenide. Il contrario di tutto ciò che fino a Kant ed Hegel ha contraddistinto la nostra filosofia.

Se infatti la nostra cultura solo tardivamente si è dovuta arrendere alla contraddittorietà del reale, con pochissime eccezioni tra cui Eraclito, il Taoismo la porta interiormente.

La contraddizione è il motore delle cose, è ciò che spinge le cose a diventare altre cose, diverse da come sono oggi: se non ci fosse contraddizione non ci sarebbe movimento.

È il vuoto all’interno del vaso a generare il vaso, è la quiete a generare l’agitazione: il pesante nasce dal leggero e il leggero nasce dal pesante.

Il confronto con Eraclito

Questo ricorda molto da vicino il Logos di Eraclito. Anche se per Eraclito il Logos è ragione, mentre il Tao sfugge alla ragione.

È un inizio di un pensiero dialettico, quel pensiero cioè che concepisce la realtà come un continuo crearsi e sciogliersi di contrapposizioni, di contraddittorietà, e che ha trovato il suo apice nella filosofia hegeliana.

In questo senso l’interpretazione di Matgioi sarebbe ancora più vicina alla filosofia di Eraclito, in cui gnoseologia e ontologia si fondono: il Logos di Eraclito, infatti, è la realtà, la parola e lo stesso uomo che vive la realtà e pensa la parola.

L’ipotesi sarebbe avvalorata anche dal fatto che Tao significa “dire”. L’inafferrabilità del reale, dunque, è sia l’inafferrabilità della contraddizione sia la difficoltà dell’uomo di poterla comprendere.

Non solo: questa fusione tra ontologia e gnoseologia si ritrova anche in Hegel, e nel pensiero post-hegeliano, per quanto declinata diversamente, in modo non metafisico.

Il Tao fenomenico e il Tao noumenico

Interessante poi vedere come da un lato Duyvendak parli del «costante alternarsi del Non-essere e dell’Essere», mentre Matgioi parla di «sentire»: e lo lega all’uomo.

Di diverso avviso però Duyvendak, che ci ricorda che nel testo non si trova mai la parola Tao con il significato di “dire”, “affermare”, e come probabilmente chi scrisse il Tao Tê Ching non si ponesse questi problemi.

La prova starebbe nell’ambiguità proprio dell’incipit dell’opera. Molti traduttori traducono infatti: «Il Tao che può essere espresso non è l’eterno Tao».

Secondo Duyvendak questo sarebbe un errore, perché distingue tra un Tao che può essere detto e un Tao che non può essere detto. Cioè, detto in termini kantiani, tra un Tao fenomenico e un Tao noumenico.

Ma in tutto il Tao Tê Ching non si trova mai questa divisione, né si trova un accenno a simili problemi. Semplicemente, ciò che Lao Tsu starebbe dicendo, è che il Tao, la via, non è eterna, non è costante.

Che ogni cosa muta, e l’unico significato del reale sta in questo incessante mutamento.

I principali concetti taoisti

Tao

Al centro del Tao Te Ching c’è il concetto di Tao, che può essere tradotto come “La Via”. Il Tao è indefinibile, un principio che permea e guida tutto l’esistente.

Lao Tzu insegna che vivere in armonia con il Tao significa accettare il flusso naturale delle cose, senza resistere o forzare gli eventi.

Wu wei: la non-azione

Un altro concetto fondamentale è il Wu Wei, spesso tradotto come “non-azione”. Da non confondersi con l’inattività, indica un agire in modo naturale, senza forzare o controllare eccessivamente il flusso degli eventi.

Il Wu Wei è un invito a fidarsi dell’intuizione e a lasciare che le cose si sviluppino secondo la loro naturale tendenza, senza interventi superflui.

Yin e Yang

Il Tao Te Ching introduce anche il concetto di Yin e Yang, i due principi complementari che rappresentano tutte le dualità dell’esistenza: luce e ombra, caldo e freddo, maschile e femminile.

Lao Tzu sottolinea l’importanza dell’equilibrio tra questi opposti, poiché l’armonia universale dipende dalla loro interazione dinamica.

Semplicità e umiltà

Lao Tzu pone un grande enfasi sulla semplicità e sull’umiltà. Invita a ridurre i desideri materiali, a riconoscere il valore della semplicità e a coltivare l’umiltà.

La semplicità: il Tao è semplice e naturale. La vita dovrebbe essere vissuta con semplicità e senza complicazioni.

L’umiltà: il Tao è umile e modesto. L’uomo dovrebbe essere umile e rispettoso della natura e dell’universo.

Compassione e armonia

La compassione: il Tao è compassionevole e misericordioso. L’uomo dovrebbe essere compassionevole e aiutare gli altri.

L’armonia: il Tao è armonioso e equilibrato. L’uomo dovrebbe cercare l’armonia nella sua vita e nelle sue relazioni con gli altri.

Connessione con la natura

Infine, il Tao Te Ching promuove un profondo rispetto e una connessione con la natura. Lao Tzu vede l’uomo come una parte integrante dell’universo naturale, suggerendo che vivere in armonia con l’ambiente è essenziale per il benessere spirituale.

Il Tao Te Ching come testo filosofico, religioso e spirituale

Proprio per la sua natura sfaccettata, il Tao Te Ching può essere letto in molti modi diversi. A livello filosofico, il Tao Te Ching esplora il rapporto tra l’uomo e l’universo.

Il testo insegna che l’uomo può trovare la felicità e la realizzazione vivendo in armonia con il Tao. Da un punto di vista religioso, è considerato il “testo sacro” del taoismo.

A livello spirituale, può essere visto come un manuale di meditazione e di crescita personale. Il testo insegna che la via per raggiungere la realizzazione spirituale è attraverso la comprensione del Tao.

Non è, infatti, un testo filosofico. Non vuole spiegare. È un testo oracolare, religioso, a volte più simile a una serie di appunti, a volte più simile a una serie di parole magiche.

Non è una spiegazione della realtà, sarebbe inutile: non si può spiegare, ma la sua rappresentazione, la sua essenza. Non è nemmeno un testo, alla fine, è quasi una pietra preziosa, un talismano.

Qualcosa da seguire per un arcano significato interiore, che però ci sfugge: esattamente come la realtà, alla fine. E la forza di questo testo forse sta proprio in questo.

I principi del Tao Te Ching nella vita quotidiana

Il Tao Te Ching contiene molti principi che possono essere applicati alla vita quotidiana. Questi concetti, sebbene antichi, offrono una guida preziosa per affrontare le sfide della vita moderna.

Vivere secondo il flusso della vita

La prima lezione è imparare a fluire con gli eventi piuttosto che opporsi a essi. Nella pratica, significa adottare un approccio più flessibile alla vita, accettando i cambiamenti e le sfide senza resistenza eccessiva.

Ricorda, il Tao incoraggia ad agire in armonia con il naturale corso delle cose.

Consapevolezza e presenza

Il Tao Te Ching insegna l’importanza della consapevolezza e della presenza mentale nel “qui e ora”. Nella frenesia della vita moderna, prenditi del tempo per rallentare, respirare profondamente e concentrarti sul qui e ora.

Questa pratica ti aiuterà a coltivare la pace interiore e a ridurre lo stress.

Semplificare la vita

Riduci la complessità della tua vita eliminando il superfluo. Questo può significare fare ordine nel tuo spazio fisico, ma anche semplificare i tuoi impegni e le tue relazioni.

Una vita più semplice porta chiarezza mentale e riduce l’ansia.

Gentilezza ed empatia

Il Tao Te Ching promuove la compassione e l’empatia. Ci invita a praticare la gentilezza ed essere più pazienti e comprensivi con gli altri.

Questo atteggiamento non solo migliora le tue relazioni, ma ci porta anche una maggiore soddisfazione personale.

Ritrovare il contatto con la natura

Che si tratti di una passeggiata nel parco, di giardinaggio, o semplicemente di osservare il cielo, il contatto con la natura aiuta a riconnettersi con il Tao e a ritrovare l’equilibrio interiore.

Meditazione e introspezione

Infine, praticare la meditazione o dedicare del tempo all’introspezione aiuta a calmare la mente e ci permette anche di esplorare e comprendere meglio la nostra natura e quella del mondo che ci circonda.

La lettura e le diverse traduzioni

Un giro in libreria a sfogliare le varie edizioni di questo libro è vivamente consigliato. La lettura di più versioni consente di osservare quanto la scelta delle parole incida sull’interpretazione di un testo così conciso e ambiguo.

La traduzione dal cinese del sinologo olandese J.J.L. Duyvendak presenta un testo non sempre ben comprensibile e necessita di note e spiegazioni. Il volume non si limita quindi a fornire una nuova traduzione, bensì offre una scelta di classiche traduzioni del passato, un commento delle idee fondamentali, una discussione sulle possibili interpretazioni e un’analisi parola per parola del testo cinese.

Il Tao Te Ching è un libro di non facilissima comprensione ma all’interno di esso vi sono contenuti pregni di saggezza. Le sue parole non vogliono spiegare la realtà: la vogliono incarnare.

In così poche pagine, sprigiona un intero universo filosofico, una visione del mondo diversa, affascinante, anticipatrice della nostra filosofia dialettica, e nello stesso tempo oracolare, primigenio, preistorico.

Come la filosofia di Eraclito, anche il Tao Tê Ching si sviluppa per accenni, per poche pennellate. La via è una valle ombrosa.

Oltrepassa il fiume, s’inerpica nel bosco. Forse è semplicemente qui, nel suono di un torrente, nel silenzio rumoroso degli alberi, che si può incontrare Lao Tsu.

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