Lezioni sul taoismo e la fisica: corrispondenze, limiti e problemi epistemologici

Il rapporto tra taoismo e fisica moderna può essere studiato come un confronto tra due linguaggi e due forme di conoscenza profondamente differenti: da una parte la scienza fisica, fondata sull’osservazione, sulla misurazione, sulla formulazione matematica e sulla verifica; dall’altra le tradizioni filosofico-religiose dell’Estremo Oriente, caratterizzate in molti casi da pratiche spirituali, meditazione, esperienza interiore e linguaggio simbolico.

Il confronto proposto da Fritjof Capra ne Il Tao della fisica individua alcune somiglianze suggestive tra relatività, meccanica quantistica e misticismo orientale, ma tali somiglianze non costituiscono automaticamente dimostrazioni scientifiche o equivalenze dottrinali. Per comprenderle correttamente è necessario distinguere tra analogia, interpretazione filosofica e prova sperimentale.

Il libro di Fritjof Capra e il suo contesto

The Tao of Physics. An Exploration of the Parallels between Modern Physics and Eastern Mysticism è stato pubblicato da Bantam Books a New York nel 1975, mentre la prima edizione italiana, Il Tao della fisica, è stata pubblicata da Adelphi a Milano nel 1982.

L'autore Fritjof Capra è un fisico di origine austriaca, divenuto da noi assai noto dopo la traduzione in italiano di The Tao of Physics, pubblicato in lingua inglese nel 1975, al quale hanno fatto seguito diverse altre opere, tradotte in italiano, quali Il punto di svolta (Feltrinelli, Milano 1984), Verso una nuova saggezza (Feltrinelli, Milano 1988), La rete della vita (Rizzoli, Milano 1999), La scienza della vita (Rizzoli, Milano 2002).

Nato nel 1939 e conseguito il dottorato in fisica a Vienna nel 1966, Capra respira profondamente l'atmosfera della contestazione studentesca del '68, approdando, negli anni successivi, a quella visione "ecologistico-religiosa" che ne rappresenta una sorta di "mutazione evolutiva" post-marxista, e che ha introdotto nel mondo occidentale diversi elementi culturali estrapolati dalle filosofie e dalle religioni orientali, trapiantandoli fuori dal loro contesto originario e non senza forzature, in Europa e in America.

Nel 1995 fonda, in sintonia con una cultura ormai divenuta di moda, il Center for ecoliteracy, la cui finalità è quella di «porre nuovamente i bambini in contatto con il mondo della natura» («reconnect children to the natural world»), con una pedagogia funzionale a formare in loro una mentalità ecologista.

Il successo del Tao della fisica è stato favorito certamente dal clima culturale New Age che si è diffuso anche in Italia a partire dagli anni '90 del XX secolo, mentre sarebbe stato impensabile solo qualche anno prima.

Questo clima che ha favorito il successo del libro è, obiettivamente, però, un elemento che non favorisce una corretta comprensione della portata epistemologica delle problematiche che l'autore solleva.

Infatti esso favorisce una comprensione orientata in senso irrazionalistico e un po' magico, anche di quelle tesi che, se comprese in una maniera corretta, sono meritevoli di essere chiarificate e approfondite; cosa che cercheremo almeno in parte di fare, pur nei limiti di una esposizione sintetica come questa.

Va detto, comunque, ad onor del vero, che nella letteratura odierna non mancano altri libri, ben più validi, che propongono quelle stesse tesi in una maniera sistematica, rigorosa e, soprattutto, scevra da spurie contaminazioni con il fenomeno New Age.

La struttura dell’opera

Il volume è strutturato in tre sezioni all'interno delle quali si articolano le varie tematiche:

  • la prima è dedicata alla via della scienza fisica come è stata concepita e si è sviluppata in Occidente (pp. 15-98);
  • la seconda al «misticismo orientale» (induismo, buddismo, pensiero cinese, taoismo e Zen; pp. 99-144);
  • la terza alle «corrispondenze» tra le due vie precedenti (pp. 145-350).

Uno schema metodologico molto semplice e, almeno apparentemente, afferrabile e convincente per chi non possiede particolari strumenti tecnici e critici come il grande pubblico.

Meno ovvia è, necessariamente, la comprensione dei dettagli tecnici che richiedono un po' di conoscenza delle problematiche inerenti la fisica, da un lato, e delle visioni filosofiche e religiose occidentali e orientali dall'altro.

E, quindi, problematica risulta essere la possibilità verifica da parte del lettore, dell'effettiva concordanza tra i significati dei termini scientifici e i loro possibili correlati "mistico-orientali".

La tesi delle «sorprendenti corrispondenze»

Nell'opera l'autore ritiene di recuperare la "parte migliore" della cultura occidentale, cioè la scienza recente, quella che, a suo avviso, sta muovendosi nella direzione giusta, cioè alla scoperta di alcune conoscenze fondamentali, quelle stesse che, come egli sostiene, i "mistici orientali" possiedono da tempo immemorabile.

In questo libro Capra espone il suo tentativo di una solo apparentemente facile "sintesi" tra la fisica del Novecento e la sua personale interpretazione della «mistica orientale» (dizione con la quale egli congloba genericamente gli elementi filosofico-religiosi attinti dalle tradizioni dell'estremo Oriente), di derivazione principalmente buddista (ma non solo), cercando di mostrare come, a suo parere, tra la "filosofia" contenuta implicitamente nelle grandi teorie scientifiche del XX secolo - la relatività di Einstein e la meccanica quantistica - e la visione "mistico-orientale" vi siano delle «sorprendenti corrispondenze» (p. 18).

Impresa, in realtà, non semplice dal punto di vista epistemologico, come lo stesso autore avverte chiaramente all'inizio.

«Prima di iniziare ad esaminare le corrispondenze tra la fisica moderna e il misticismo orientale, dobbiamo affrontare il problema preliminare di come sia possibile porre a confronto una scienza esatta, espressa nel linguaggio estremamente raffinato della matematica moderna, con discipline spirituali le quali, oltre a basarsi essenzialmente sulla meditazione, insistono sul fatto che le intuizioni a cui guidano non possono essere comunicate verbalmente» (p. 29).

E la soluzione di principio alla quale approda è ultimamente corretta, in quanto egli deve riconoscere che «anche nel misticismo orientale è presente una componente razionale» (p. 38).

Dunque il canale di comunicazione e di confronto tra le due concezioni (scientifica e "mistico-orientale") dovrebbe essere rappresentato almeno da quella base razionale comune ad ogni cultura e forma di conoscenza.

Fisica, taoismo e linguaggi differenti

Il confronto tra taoismo e fisica non può partire dalla semplice somiglianza di alcune parole, immagini o intuizioni generali. Termini come «vuoto», «energia», «interconnessione», «unità», «flusso» e «relazione» possono assumere significati diversi a seconda del contesto nel quale vengono utilizzati.

La fisica contemporanea descrive fenomeni mediante concetti definiti, modelli matematici, procedure sperimentali e previsioni controllabili. Le tradizioni taoiste, invece, utilizzano testi, simboli, pratiche, immagini cosmologiche e indicazioni relative alla condotta individuale e all’armonizzazione con il corso della realtà.

La differenza tra le due tradizioni culturali (quella occidentale e quella orientale), leggendo il libro, sembra consistere principalmente nel fatto che la prima è fortemente sistematica e dimostrativa, oggettiva, mentre la seconda si presenta con un carattere prevalentemente esperienziale, soggettivo, che si vorrebbe addirittura "aconcettuale", non direttamente comunicabile, risultando quindi, di fatto, lontana dalla razionalità scientifica che ha caratteristiche diametralmente opposte.

Dunque l'enfasi che Capra pone sull'Oriente può trarre in inganno il lettore non attrezzato, essendo almeno parziale, e non è quindi da assolutizzare.

Il problema epistemologico del confronto

Ma questa pista, appena accennata, a) entra in contraddizione con l'affermazione della dimensione aconcettuale e non comunicabile della "mistica orientale", b) rimane ad un livello ingenuo e non sufficiente a garantire un modo critico di «confrontare [.] le affermazioni fatte dagli scienziati e dai mistici orientali sulla conoscenza del mondo» (p. 29).

Mancano, in pratica, all'autore, gli strumenti per poter percorrere questa strada senza contraddizioni, per cui egli sembra arrestarsi a questa affermazione di principio, proseguendo, poi, il suo lavoro senza poterne tener conto più di tanto.

Certamente egli avrebbe avuto un lavoro più facile se fosse stato in possesso di un'ontologia sistematica, come ad esempio quella aristotelico-tomista.

Inevitabile, quindi, un certo concordismo e una mancanza di rigore.

Il concordismo è un'operazione che accosta i termini provenienti da due ambiti disciplinari o culturali diversi, solo perché apparentemente identici, senza assicurarsi troppo che vi sia un'effettiva coincidenza di definizione e di significati nel passaggio dal linguaggio di un contesto a quello dell'altro contesto.

E la mancanza di rigore nel confronto tra i due ambiti di conoscenza è addirittura teorizzata dall'autore in quanto imposta dalla natura stessa della "mistica orientale" che è presentata, in modo prevalente, come una conoscenza intuitiva, non concettuale e quindi priva di definizioni e dimostrazioni, più che come razionale.

Impossibile fare un confronto tra concetti e non-concetti, enunciati definitori e detti allusivi, cioè tra forme di conoscenza in qualche modo presentate come "incommensurabili" (per usare un termine caro a Feyerabend) se non in termini intuitivi, in termini di sensazioni.

Tutto sommato si tratta, come si è detto, di una "scappatoia" per evitare molti problemi imposti da una corretta metodologia di lavoro.

Analogia e dimostrazione scientifica

Dal punto di vista dello stile, la lettura risulta scorrevole e, gli accostamenti tra la visione scientifica e quella orientale, appaiono a prima vista plausibili, e talvolta probabilmente lo sono, ma essendo per lo più proposti in forma solamente qualitativa e allusiva, piuttosto che sistematica e dimostrativa, non sono esenti da un certo concordismo ingenuo, in quanto il libro non offre elementi rigorosi per verificarne la correttezza.

E questo è facilitato dal carattere irrazionale (atematico e asistematico) che viene attribuito alla visione orientale, caratteristica che offre una sorta di via di fuga, per l'autore, di fronte agli aspetti più delicati di una adeguata metodologia epistemologica.

Di conseguenza sarebbe del tutto erroneo ritenere che gli accostamenti proposti tra la scienza e la visione orientale abbiano un qualche valore dimostrativo solo perché proposti da un fisico (e anche questa è un'ingenuità facile ai nostri giorni, assai sovente "cavalcata" dai divulgatori mediatici).

Questo costituisce anche il punto delicato, per non dire "pericoloso" di libri come Il Tao della fisica: giocando su una formulazione volutamente solo allusiva e non metodologicamente rigorosa, possono convincere, "emotivamente", il lettore della assoluta correttezza ed esclusività delle tesi ivi proposte, ma non dimostrate, in forza della loro originalità o della conformità ad una moda culturale, e della competenza dell'autore in uno dei campi di conoscenza presentati (quello scientifico), che il lettore tende ad estendere automaticamente, ma indebitamente, anche agli altri campi chiamati in causa (quelli filosofico, religioso e teologico), dando credito, quasi senza rendersene conto, a concezioni della realtà improbabili e, comunque, non scientificamente fondate.

Il taoismo tra cosmologia, esperienza e simbolo

Il taoismo presenta la realtà come un ordine dinamico nel quale i fenomeni non sono pensati esclusivamente come oggetti isolati, ma anche attraverso relazioni, trasformazioni, opposizioni complementari e processi di equilibrio.

Questa prospettiva può risultare suggestiva se accostata ad alcuni aspetti della fisica contemporanea, ma il suo significato originario non coincide per questo con quello delle teorie fisiche moderne.

La tradizione taoista comprende inoltre pratiche di purificazione, respirazione, meditazione, ginnastica, disciplina del corpo e ricerca dell’immortalità, che appartengono a un universo religioso e antropologico specifico.

Il wu-wei e il rapporto con il divenire

Qui vi è una legge dello spirito chiamata wu-wei per la quale: «quello che è è ciò che doveva essere, non opponetevi al fluire delle cose e vivete in armonia, vano è perseguire un fine diverso, ogni cosa segue il suo sviluppo».

Pensate ora al pessimismo greco, alle sue predestinate tragedie (dell’antica Grecia), a Edipo impossibilitato a sottrarsi al suo destino, a quel senso di rassegnazione che si staglia sulla società quando si accetta l’idea che tutte le cose, se sono così, è perché dovevano essere così, determinate a essere così dall’inizio dei tempi.

Ne nasce la rassegnazione, la deresponsabilizzazione, il pessimismo, il non-agire, il lasciar accadere, la liberazione dalle colpe e l’accettazione di tutto ciò che è.

Ma non è di questo orrore psicologico che volevo parlare, ma di come il suddetto principio spirituale (wu-wei) si danneggi sotto le prove dei fatti, similmente a come crollò quel precetto cristiano per mano di Galileo.

Fisica quantistica, caso e indeterminazione

Siamo nel 1913, Planck introduce per la prima volta il concetto di “quanto”.

Nasce una nuova scienza, la fisica quantistica, cioè la misurazione di ciò che succede, in particolare, sotto la grandezza dell’atomo.

È sorprendente, alcune nostre misurazioni trovano accordo con la natura quantistica solo se si appoggiano a principi casuali (es. principio di indeterminatezza) o alla matematica del caos.

No, non è un problema di misurazione, è proprio un principio che è stato osservato in natura, similmente a come Galileo osservò i movimenti dei corpi celesti: «misurando i fatti».

Il fatto che si tratti di un principio e non di una mancanza di misurazione, significa che anche conoscendo tutto, onniscienti come Dio, ci sono eventi che non si può sapere in anticipo come accadranno, se non all’infinito ma noi qui non viviamo l’infinito, pertanto qui decade il detto precetto taoista: Ciò che è, in alcuni casi, poteva essere diverso.

Insorgono così i mondi paralleli, insorge il bisogno non solo di fluire nell’armonia dell’universo (wu-wei) ma di essere noi stessi artisti di un’armonia: Dio non sempre dice come le cose devono andare (dovere), a volte dice come possono andare (potere).

Ed è in questo “potere” divino che si dà la casualità e il libero arbitrio, mentre per il “dovere” divino si pone la determinazione, la necessità, il destino: sicché ognuno sia attore (potere) e spettatore (dovere) a un tempo dell’esistenza.

Chiaramente non sto ponendo la casualità come origine, ben lungi da Bohr e compari fisici, bensì una causa che in date circostanze lascia margini di casualità e libertà riconciliabili all’infinito nel principio unico.

Attori e spettatori dell’esistenza

La questione del rapporto tra necessità e possibilità conduce a un tema comune alla fisica, alla filosofia e alla religione: il modo in cui l’essere umano si colloca dentro il mondo.

La cosa curiosa di questo resoconto, è che nello stesso secolo in cui la Chiesa Cristiana ammette la misurazione di Galileo (1979) apostrofandolo successivamente come «il divin uomo» (2009), in quello stesso secolo una nuova misura, la misura del caso, mette in crisi uno dei precetti spirituali di un’altra religione fra le più potenti al mondo, il Tao.

Anche qui ci vorranno 346 anni prima di una loro ammissione ufficiale di errore?

Nel frattempo abbiate cura di riconoscere sempre ciò che è in vostro potere da ciò che sta oltre il vostro potere e con cui non potete altro che l’armonia.

Riconoscete quando non-agire come l’acqua che si adatta al corso (wu-wei), da quando dipende dal vostro agire come l’acqua che sgretola la roccia.

Considerate, l’idea di scorrere nel flusso universale e di poter deviare/opporvi ad alcuni flussi individuali.

Lasciate, che la natura delle cose accada ma no la brama di sopraffazione di alcuni.

Cogliete la Santità dell’Unità e la Sacralità dell’Io.

Si dice: a volte non possiamo farci nulla, qualunque cosa facciamo, ed è bene fluire nella natura universale, ma ci sono volte in cui siamo noi a poter definire un futuro fra i diversi possibili, senza che questo sia l’unico a disposizione, senza poter dire sempre «doveva essere cosi» bensì a volte «poteva essere anche diverso ed era in mio potere che fosse diverso o che lo sarà».

Bohr, Buddha e Laozi

Il rapporto tra fisica atomica e pensiero orientale è stato evocato anche da Niels Bohr.

«Per trovare qualcosa che corrisponda alla lezione offertaci dalla teoria atomica [dobbiamo rivolgerci] a quel tipo di problemi epistemologici che già pensatori come Buddha e Laotzu hanno affrontato nel tentativo di armonizzare la nostra posizione di spettatori e attori a un tempo del grande dramma dell’esistenza».

Questa formulazione non stabilisce che Buddha o Laozi avessero anticipato la meccanica quantistica, né che i testi taoisti contenessero formule fisiche in forma arcaica.

Essa suggerisce piuttosto che alcune questioni epistemologiche - il rapporto tra osservatore e realtà, tra conoscenza e fenomeno, tra possibilità e determinazione - possono assumere forme diverse in tradizioni lontane tra loro.

La fisica moderna non è una conferma automatica del taoismo

A questo proposito si deve però osservare come alcune di queste conoscenze fondamentali, citate da Capra, non si trovano certo solo nelle concezioni dell'estremo Oriente, ma sono presenti nella stessa filosofia greca, in particolare in quella aristotelica, e nella filosofia medioevale come in quella di Alberto Magno e Tommaso d'Aquino.

Pensiero che, però, l'autore mostra di non conoscere adeguatamente, ma di fraintendere, o di ignorare del tutto (!), probabilmente a causa di un approccio a questi pensatori inquinato, quando non addirittura interdetto, da ormai consueti quanto fuorvianti luoghi comuni.

Basti un solo esempio di tali luoghi comuni, nei quali egli cade acriticamente, per metterci in guardia: «I Greci costruirono i loro modelli con metodo deduttivo partendo da alcuni assiomi o princìpi fondamentali, e non per induzione da quanto era stato osservato», p. 35.

Sarebbe sufficiente anche solo citare il libro I dei Secondi Analitici di Aristotele - cfr. 81a 40-81b 9 - ove si tratta della necessità del metodo induttivo insieme a quello deduttivo per smentire questa affermazione.

Tali nodi fondamentali della conoscenza sono, in effetti, comuni a tutte le culture in quanto costituiscono le basi naturali della razionalità umana.

Come ha mostrato J. Bochenski nella sua pregevole storia della logica in due volumi (La logica formale, Einaudi, Torino 1972), comparando i risultati della logica greca con quella orientale (in particolare indiana): «La cosa più interessante riguardo a questa forma di logica è però il fatto che, in circostanze del tutto diverse e senza essere influenzata dall’Occidente, essa sviluppò sotto molti rispetti gli stessi problemi e raggiunse le stesse soluzioni» (p. 575).

E questo non vale solamente per la logica, ma anche per alcuni principi metafisici intrinseci alla realtà che possono essere raggiunti in qualunque contesto, magari con un certo travaglio, nel corso di una seria ricerca.

Anche alcune verità della religione possono essere attinte da una ricerca razionale, magari talvolta ancora rivestita di un linguaggio mitico, e non senza una qualche luce della grazia divina.

Il problema dello spazio-tempo

In taluni casi, come ad esempio là dove si tratta dello spazio-tempo relativistico, l'interpretazione dell'autore appare addirittura non corretta, in quanto più in linea con una visione kantiana e idealista che non con quella einsteiniana.

Basti confrontare su questo problema la puntuale analisi epistemologica di uno dei più autorevoli studiosi di storia della scienza come Alexandre Koyré.

Questo esempio mostra che il confronto tra fisica e filosofia non può limitarsi alla ricerca di immagini evocative. Occorre verificare se l’interpretazione filosofica attribuita a una teoria fisica corrisponda realmente alla struttura concettuale e matematica della teoria stessa.

Il taoismo e la ricerca dell’immortalità

Secondo il taoismo, attraverso la ferrea osservanza di regole, pratiche ed esercizi è possibile raggiungere la condizione di santità e, di conseguenza, la durevolezza del corpo.

Considerata l’opera madre della dottrina taoista, il Daodejing di Lao Zi, risalente a un periodo che va dalla fine del IV secolo agli inizi del V secolo a.C., sembra celare allusioni alle pratiche di longevità, tanto da esserne considerato il principale trattato teorico.

Secondo un’antica leggenda, lo stesso Lao Zi avrebbe raggiunto la veneranda età di duecento anni grazie alla memorizzazione e alla recitazione delle formule contenute nella sua opera.

Secondo la dottrina taoista, è attraverso la ferrea osservanza di regole, pratiche ed esercizi che si raggiunge la condizione di santità e, di conseguenza, la durevolezza del corpo.

L’immortalità, infatti, non è una qualità innata, ma un traguardo raggiungibile attraverso una conoscenza superiore da ottenersi tramite una rigida disciplina e studi approfonditi.

Il raggiungimento di tale condizione permette l’ascesa del Santo tra gli Immortali, che per la dottrina taoista si dividono in tre diverse categorie:

  • quelli che vivono sulla Terra come eremiti, non invecchiano mai e possiedono poteri magici;
  • gli Immortali che, similmente ai santi cristiani, assurgono al cielo in un’apoteosi luminosa;
  • coloro che muoiono solo apparentemente, ma il cui “vero corpo” continua a esistere nel cosmo insieme agli altri immortali.

Gli Immortali appartenenti a quest’ultima categoria acquisiscono il ruolo di esseri mitologici dai tratti ultraterreni, con lunghe orecchie e pupille quadrate.

Amando vivere in disparte dal mondo, sono soliti ritirarsi in condizioni di eremitaggio in luoghi altrettanto mitici, come grotte celesti, isole mistiche e montagne magiche: il carattere cinese 仙 xian “immortale” è infatti composto dai due radicali 人 e 山, che indicano rispettivamente “persona” e “montagna”.

Gli Otto Immortali

In particolare le figure divine degli Otto Immortali, portatori di prosperità e longevità, hanno influenzato attraverso le loro vicende e peculiarità la storia e l’evoluzione del concetto di immortalità.

Quest’ottetto dai poteri straordinari, che secondo le credenze simboleggia la felicità, in Cina ha sempre suscitato grande passione, rientrando a buon diritto nel corpus delle leggende popolari.

Tre di loro sono personaggi realmente esistiti, mentre i restanti cinque sono puramente immaginari.

Leggenda narra che gli Immortali vivessero su un gruppo di cinque isole nel mare di Bohai, tra cui la mitica isola di Penglai.

Per secoli gli Otto Immortali sono stati oggetto di rappresentazioni pittoriche e sculture, che li ritraggono in peregrinazione lungo i sentieri tortuosi della montagna della longevità ove risiedono o nel paradiso taoista.

Qui dovevano incontrarsi una volta l’anno con Xi Wang Mu, anche detta “Regina Madre dell’Ovest”, un’importante divinità del Pantheon taoista, che presiede ai loro incontri presentandosi in una distesa di fiori di corallo e portando con sé delle pesche magiche, speciali frutti che maturano una volta ogni tremila anni in grado di conferire il dono dell’immortalità.

Gli Otto Immortali possono essere associati a veri e propri binomi: il ricco e il povero, il giovane e il vecchio, l’aristocratico e il proletario, l’uomo e la donna.

Essi sono in grado di controllare e dominare lo Yin, lo Yang e i cinque elementi e ognuno di loro possiede proprietà o capacità di natura magica cui il devoto taoista rivolge le proprie preghiere.

Colui che desidera raggiungere la vita eterna deve infatti predisporre se stesso all’incontro con un Immortale, che da quel momento diventerà il suo spirito guida.

Il processo per raggiungere tale stato è intimo e individuale e prevede la sostituzione, nel corso della vita, del corpo corruttibile con quello immortale.

Le pratiche taoiste di purificazione

Secondo la dottrina taoista, il corpo è composto di anime superiori e inferiori.

In caso di decesso del corpo fisico, le anime inferiori sono destinate a vagare in prossimità del defunto: a questo scopo i famigliari in vita dovranno prendersene cura e nutrirle con offerte votive e preghiere affinché queste vivano in eterno.

Se, al contrario, le anime verranno trascurate, saranno condannate all’estinzione definitiva, non prima di aver perseguitato i viventi.

Le anime superiori, invece, soffrono la privazione di un corpo fisico e per questo ne vanno in cerca tentando di impossessarsene per riacquisire un posto tra i viventi.

Anche in questo caso saranno le preghiere dei famigliari a veicolare l’anima verso la pace eterna.

Per eludere la morte, ovvero raggiungere l’immortalità, la dottrina taoista suggerisce l’uso di determinate pratiche di purificazione sia fisica che spirituale e di mantenimento delle anime all’interno del corpo.

Le pratiche, sia spirituali che di carattere fisiologico, nutrono lo spirito e trasformano gli elementi corruttibili in sostanza immortale.

La pratica igienica e la dieta

La pratica igienica è tra le prime da menzionare, giacché l’alimentazione è il principio stesso del processo di purificazione.

Secondo la tradizione taoista, nel corpo umano risiedono sia degli “spiriti” chiamati shen, sia delle creature, sia delle creature malefiche dette sanjiao, “i tre cadaveri”, che infettano l’organismo ospite con malattie e cattivi pensieri, provocandone infine la morte per potersi liberare.

A tal proposito la dottrina taoista vuole che l’uomo che aspira all’immortalità si astenga dal mangiare cereali (riso, miglio, grano e avena) di cui i “tre cadaveri” si nutrono, al fine di indebolirli e così eliminarli.

La dietetica taoista prevede inoltre la rinuncia a carne, vino, vegetali e sapori forti lasciando dunque poca scelta nell’alimentazione in vista della fase successiva: la nutrizione di sola aria, ovvero assimilare l’energia vitale nella quale è immersa il mondo.

Respirazione, Qi e microcosmo umano

Si sviluppa da qui l’esercizio della “respirazione embrionale”, una delle più elaborate e avanzate pratiche di purificazione finalizzata all’eliminazione definitiva degli spiriti maligni, già indeboliti dalla dieta nella fase preliminare.

Prende il suo nome proprio dall’emulazione della respirazione dell’embrione nel ventre materno e consiste nell’ispirare profondamente affinché il “soffio”, ovvero il Qi, principio che regola l’intero universo attraverso un continuo riciclo e una costante interazione con i cinque elementi della natura, pervada il corpo nella sua interezza.

Il Qi, infatti, non deve rimanere immobile, bensì circolare attraverso un itinerario che percorra tutti gli organi vitali in un ordine ben definito.

La pratica della respirazione deve sottostare a determinate regole che includono il momento della giornata in cui esercitarsi, il luogo e non ultima la costanza.

Questo è ciò che regola l’intero macrocosmo dell’universo, nonché il microcosmo del corpo umano, che ne è lo specchio.

La meditazione

Strettamente collegata alla pratica della respirazione c’è quella della meditazione.

Meditare significa abbracciare l’unità, unirsi all’universo e a se stessi raggiungendo uno stato di illuminazione nel quale si è trasportati fuori dalla dimensione spazio-temporale.

Colui che abbandona la propria individualità cosciente e si reintegra all’universo potrà quindi vivere eternamente, poiché non ci sarà più posto in lui per la morte.

Per raggiungere questo stato l’uomo deve isolarsi dal mondo attraverso la meditazione e rivolgere lo sguardo all’interno del proprio corpo, abbandonare le proprie emozioni e i propri pensieri e contemplare il proprio universo interiore.

L’obiettivo è quello di raggiungere, attraverso la calma, l’immobilità del pensiero e la chiusura al mondo dei sensi, che va mantenuta anche alla fine dell’esercizio meditativo quando il corpo si rimette in moto.

La ginnastica taoista

Con gli esercizi di ginnastica, invece, l’adepto deve eliminare gli ostacoli che sono naturalmente presenti nel corpo e che, ostruendo i canali, impediscono la circolazione del soffio.

La ginnastica taoista ha inoltre la capacità di espellere le malattie agevolando l’eliminazione dei soffi impuri.

È importante che l’adepto pratichi la ginnastica ogni giorno, possibilmente alla stessa ora, tra mezzanotte e mezzogiorno.

Gli esercizi, che sono abbastanza semplici, prendono la loro denominazione dalle specie di animali poiché le posture ne ricordano le movenze e i tratti tipici.

Le pratiche sessuali

Tra le pratiche volte al raggiungimento dell’immortalità ci sono quelle sessuali, legate in particolare allo scambio di Yin e di Yang, permesso dal rapporto tra due individui di sesso opposto.

Si ottiene così un equilibrato scambio di energie che permette al seme sessuale di unirsi alla circolazione del Qi e di formare con esso “l’embrione dell’immortalità”.

Per ottenere questo risultato è necessario attuare la ritenzione del seme maschile per evitarne la dispersione e, attraverso un processo progressivo, l’eliminazione del flusso mestruale femminile.

Alchimia e droghe dell’immortalità

Tra le fasi più importanti nel processo che secondo la dottrina taoista permette l’ottenimento della vita eterna, c’è l’assunzione di “droghe dell’immortalità”.

Attraverso la raffinazione di sostanze presenti in natura, si ricerca infatti di produrre una medicina con proprietà magiche in grado di allungare la vita e non semplicemente di curare la salute del corpo.

Il fine ultimo è superare i limiti fisiologici della morte fisica, attraverso l’assunzione di vere e proprie droghe composte da metalli, cinabro e mercurio.

Nella maggior parte dei casi, queste hanno sortito l’effetto opposto causando numerose morti per avvelenamento.

Solo l’uomo virtuoso che si dedichi alla ricerca con sincera devozione e ferma volontà, dopo aver atteso giorni fausti ed essersi sottoposto a rituali propiziatori, potrà usufruire delle medicine dell’immortalità attraverso l’ausilio di talismani e illustrazioni guida.

Negli anni il concetto di immortalità si è evoluto, passando dalla ricerca di una longevità fisica ad una spirituale.

Il fine ultimo diventa il raggiungimento di quello che viene chiamato “corpo di luce”, uno stato di illuminazione in cui l’uomo da umano trasfigura in un essere divino: l’immortale.

In questa nuova accezione l’alchimia non utilizza più concretamente le sostanze naturali, ma vi attribuisce un mero valore simbolico.

Qin Shi Huangdi e la ricerca dell’elisir

La sfida più grande che Qin Shi Huangdi impone a se stesso è quella di cercare di combattere l’unico nemico che non può vincere: la morte.

Sotto l’influenza di un mago, l’Imperatore intraprende strane pratiche esoteriche per la ricerca di uno stato di imperturbabilità, preludio alla vita eterna.

Egli finalizza la sua intera esistenza alla ricerca di un elisir che gli assicuri l’immortalità.

A questo fine Qin Shi Huangdi ordina delle vere e proprie spedizioni alla ricerca di erbe e frutti magici, a cui egli stesso prende più volte parte.

Visita tre volte l’isola di Zhifu, sulla quale si diceva esistesse una montagna dell’immortalità, e invia Xu Fu, un abitante di quella terra, alla ricerca della leggendaria Isola di Penglai dove avrebbe potuto trovare l’elisir di lunga vita.

Xu Fu naviga a lungo invano e, temendo l’ira dell’Imperatore, non torna mai più in Cina.

Isole come quella di Penglai sono molto frequenti nella mitologia e nella geografia fantastica cinese, ma Qin Shi Huangdi tenta di introdurle anche nella geografia della navigazione e dei commerci.

Deluso dal fallimento delle spedizioni, l’Imperatore si circonda a corte di alchimisti e dottori il cui compito è quello di riprodurre in qualche modo le droghe dell’immortalità.

Così comincia ad assumere ogni giorno delle pillole contenenti mercurio liquido e infusi di vino, miele e cinabro.

Al contrario, probabilmente le soluzioni di mercurio ne hanno causato la morte per avvelenamento.

Da questa ossessione per la morte nasce una delle opere più grandiose della storia: l’Esercito di Terracotta che Qin Shi Huangdi pone a guardia del suo mausoleo affinché questo possa scortarlo nel viaggio nell’aldilà.

Avrebbe continuato ad esercitare il proprio potere attraverso il suo spirito e la tomba da lui fatta costruire avrebbe rappresentato il palazzo entro cui esso avrebbe vissuto.

Scienza, spiritualità e responsabilità

Dalla non-località e dall’indeterminazione quantistica, fino al ruolo centrale della coscienza come parte attiva nella formazione del reale, vedremo come la scienza contemporanea sembri rispecchiare, con linguaggi diversi, una visione fluida e relazionale del mondo che da millenni l’Oriente ci offre.

Questa convergenza non è solo teorica, ma ha profonde implicazioni etiche e culturali: ci invita a riconoscere l’interconnessione di ogni essere e fenomeno, a vivere con responsabilità e compassione, in sintonia con il flusso della vita.

Un nuovo paradigma dove scienza e spiritualità dialogano per guidarci verso un futuro più consapevole, sostenibile e umano.

Queste formulazioni possono essere lette come una proposta culturale ed etica, ma non devono essere confuse con risultati sperimentali della fisica. La non-località, l’indeterminazione e il ruolo dell’osservatore appartengono a problemi fisici specifici e non autorizzano, da soli, conclusioni sulla coscienza, sulla morale o sulla spiritualità.

Come seguire una lezione sul taoismo e la fisica

Una lezione sul taoismo e la fisica può essere organizzata in tre passaggi fondamentali: la presentazione delle teorie fisiche, l’analisi delle categorie taoiste e il controllo critico delle analogie proposte.

  1. La fisica deve essere presentata attraverso i suoi concetti, i suoi modelli matematici e i suoi procedimenti di verifica.
  2. Il taoismo deve essere studiato attraverso i testi, la storia delle dottrine, le pratiche religiose e il contesto culturale cinese.
  3. Le corrispondenze devono essere valutate verificando se esiste una reale coincidenza di significato oppure soltanto una somiglianza linguistica o metaforica.

Il testo, dunque, si propone piuttosto come una sorta di narrazione di una "esperienza personale" («decisi di riassumere le mie esperienze in questo libro», p. 12) che come uno scritto di epistemologia o di metodologia sistematica, coerentemente con l'affermazione dell'autore secondo la quale «il misticismo è soprattutto una esperienza che non si può apprendere dai libri» e non dunque un pensiero sistematico scientifico o filosofico.

Comunque il lavoro di Capra individua alcune linee di tendenza delle scienze recenti certamente importanti in se stesse dal punto di vista di revisione del metodo scientifico, al di là di ogni fuorviante interpretazione di stampo New Age.

Può anche venire il dubbio che la concordanza sia più tra una interpretazione della filosofia implicita in certe teorie scientifiche e una "mistica orientale" filtrata ad uso degli occidentali che, forse, un orientale stenterebbe a riconoscere come sua, piuttosto che con le autentiche concezioni dell'Oriente.

Per avere un riscontro adeguato occorrerebbe avere un libro analogo a questo, ma scritto da un autentico mistico orientale.

Ma, forse, i mistici orientali non provano un simile interesse o non riscontrano le stesse concordanze.

E non è raro trovare alcuni studiosi orientali più interessati alla nostra letteratura e filosofia medioevale che a certe interpretazioni "orientaleggianti" della scienza che pure conoscono.

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