Nichiren Daishonin (1222-1282) fu un sacerdote buddhista giapponese e un riformatore religioso che si concentrò sugli insegnamenti del Sutra del Loto. Credendo fermamente nell’unità della fede e dell’azione azione sociale, sfidò l’ordine politico e religioso del suo tempo, che favoriva un’élite benestante poco interessata alle difficoltà fronteggiate dalla gente comune o alle sofferenze dei poveri.
Nato nel 1222 nella provincia di Awa (odierna Chiba), in Giappone, da una famiglia di umili condizioni che viveva di pesca, dedicò la sua vita alla ricerca di un mezzo che permettesse a tutte le persone di raggiungere uno stato di felicità indiscussa, indipendentemente dalla propria condizione sociale, dal genere, dalla condizione economica o culturale. Attraverso anni di approfondimenti in cui studiò diversi sutra buddisti, comprese che il Sutra del Loto era l’unico che racchiudesse in sé la chiave per realizzare questa felicità e liberare gli esseri viventi dalla sofferenza.
Il contesto storico e religioso del Buddismo in Giappone
Nella prima fase della sua storia il Giappone subì una forte influenza culturale da parte della Cina e della Corea. I giapponesi adottarono la lingua scritta cinese per i documenti ufficiali e per le opere di storia e filosofia, e utilizzarono i caratteri cinesi per inventare un sistema di scrittura per la loro stessa lingua. Come già accennato in precedenza, essi introdussero buona parte del sistema burocratico cinese, istituendo un tipo di governo centralizzato sotto l’autorità suprema dell’imperatore.
Dal continente i giapponesi presero in prestito molte nozioni anche in altri settori come la filosofia, l’arte, l’architettura, la medicina e l’ingegneria. Secondo i resoconti della tradizione, il Buddismo venne introdotto in Giappone dalla Corea intorno alla metà del sesto secolo. In un primo tempo incontrò l’aspra resistenza dei sostenitori della locale fede scintoista, ma gradualmente prese piede tra le classi più elevate.
In poco tempo il governo assunse un ruolo attivo nel sostenere la nuova religione: costruì templi, accolse preti dall’estero e inviò preti giapponesi sul continente per approfondire gli studi. La grande città di Nara, capitale del paese dal 710 al 784, era famosa per la sua schiera di templi e la gigantesca immagine di bronzo del Budda Vairochana che vi fu eretta dal governo nel 749.
Il tipo di Buddismo portato in Giappone a quel tempo però, anche se nel pensiero era principalmente mahayana, era composto in grande misura da dottrine astruse o dall’osservanza di complesse regole di disciplina monastica. Al di là della visibile maestosità e bellezza degli edifici e delle immagini associate a esso, in questo tipo di Buddismo erano pochi gli elementi che affascinassero o fossero compresi dalle persone comuni di istruzione limitata.
Gli aristocratici sostenevano questa religione perché credevano che li avrebbe aiutati a garantire la propria sicurezza e il proprio benessere personale, oltre a quello dello stato, ma era improbabile che l’influenza buddista penetrasse molto profondamente ai livelli inferiori della società giapponese.

Le scuole Tendai e della Vera parola
All’inizio dell’epoca Heian furono importate dalla Cina due nuove scuole di Buddismo. La prima fu il Buddismo di T’ien-t’ai, introdotto da Saicho (767-822), meglio conosciuto con il titolo postumo di Gran Maestro Dengyo. Questo Buddismo si diffuse in Giappone con il nome di Buddismo Tendai, dove “Tendai” era la traduzione giapponese del nome cinese T’ien-t’ai.
Le dottrine di T’ien-t’ai, basate sul Sutra del Loto, formano uno degli elementi cardine dell’insegnamento di Nichiren Daishonin. La seconda scuola fu quella della Vera parola, o Buddismo esoterico, introdotto da Kukai (774-835), o Gran Maestro Kobo.
Essa enfatizzava il ruolo della musica e delle arti nell’ottenimento della comprensione religiosa, e raccomandava vari tipi di rituali mistici per allontanare il male e ottenere la salvezza. Anche se queste due nuove scuole di Buddismo godevano del sostegno del governo, esse preferirono stabilire le loro sedi su varie cime montuose lontane dalla corte.
Il tempio principale della scuola Tendai era situato sul monte Hiei, a nordest di Kyoto, e quello della scuola della Vera parola sul monte Koya, all’estremo sud. Entrambi i monasteri di montagna giocarono un ruolo vitale nei secoli successivi in qualità di centri di apprendimento buddista: il primo in particolare fu il luogo in cui si formarono molti dei più famosi maestri del Buddismo giapponese, fra cui anche Nichiren Daishonin.
Comunque, anche se entrambe le scuole sostenevano che tutti gli esseri viventi erano in grado di conseguire la Buddità, sembravano fare ben poco per diffondere questo messaggio tra la gente. Al contrario, la scuola della Vera parola, e in seguito anche la scuola Tendai, si interessarono sempre più alle esecuzioni di elaborati rituali e incantesimi o finirono coinvolte in sordide lotte di potere con scuole rivali o tra fazioni in guerra all’interno delle loro stesse scuole.
Il clima spirituale dell’epoca Heian
Per quanto riguarda la letteratura di quel periodo, è interessante osservare che La raccolta di diecimila foglie, una grande antologia di poesia antica giapponese redatta verso la fine dell’epoca Nara (710-794), è straordinaria per la sua relativa semplicità, chiarezza espressiva e solarità della visione, come anche per il fatto di includere poesie provenienti da ogni classe sociale.
Invece nella successiva epoca Heian la poesia divenne quasi esclusivamente appannaggio della classe cortigiana e si fece sempre più artefatta nell’espressione e intellettuale nel tono. Nello stesso tempo sia la poesia sia le altre forme letterarie erano permeate da un’aura di malinconia.
I primi segni di questo atteggiamento pessimistico si potevano già ravvisare nella Raccolta di diecimila foglie e sono tipicamente legati all’enfasi posta dal Buddismo sulla natura impermanente e in continuo mutamento della vita, un concetto espresso in giapponese con il termine mujo.
In realtà il Buddismo sottolinea questo elemento di trasformazione nella vita umana per portare le persone a riflettere seriamente sulla propria salvezza e, fondamentalmente, la visione del Buddismo mahayana è tutt’altro che pessimista. Ma per i giapponesi dell’epoca Heian, in particolare negli ultimi travagliati anni di quel periodo, la grande speranza offerta dalla religione buddista sembrava meno reale dell’inevitabilità del cambiamento, che per la gente significava invariabilmente un cambiamento in peggio.
Così, la principale opera letteraria del periodo, Storia dei Genji, che risale all’undicesimo secolo, è pervasa da un senso di brevità, incertezza e intrinseca tristezza della vita. I giapponesi di questo periodo avevano una ragione particolare per credere che la vita fosse destinata a essere dolorosa e che le speranze di salvezza fossero incerte.
L’Ultimo giorno della Legge e la ricerca della salvezza
Il Buddismo insegnava che, dopo la scomparsa del Budda Shakyamuni, gli insegnamenti buddisti avrebbero attraversato tre periodi principali di cambiamento: un’epoca in cui la Legge, o dottrina, sarebbe fiorita, una in cui avrebbe iniziato a tramontare, e infine un’epoca, nota come Ultimo giorno della Legge, in cui la Legge, o dottrina, sarebbe ulteriormente declinata perdendo alla fine il proprio potere salvifico.
Anche se ci sono modi diversi di calcolare la durata dei tre periodi, i giapponesi credevano che sarebbero entrati nell’Ultimo giorno intorno alla metà dell’undicesimo secolo e, in quel periodo, le loro aspettative sembravano confermate dal declino del potere della corte, dai tumulti nelle regioni di confine e da altri segni di decadenza nell’ordine sociale.
In epoche precedenti il Buddismo giapponese, e la scuola Tendai in particolare, aveva sottolineato che è possibile per una persona ottenere l’illuminazione o Buddità in questa vita attraverso i propri sforzi personali, ma c’era la diffusa sensazione che, con l’arrivo dell’Ultimo giorno della Legge, simili speranze sarebbero diventate irrealistiche.
Nel monastero Tendai sul monte Hiei si sviluppò la convinzione che in un’epoca di decadenza si dovesse contare su un potere esterno come mezzo per ottenere l’illuminazione. Questa credenza rese quindi sempre più appetibile la fede nel potere redentore del Budda Amida.
La fede nel Budda Amida e le scuole della Pura Terra
Amida è un Budda che si dice regni su un paradiso noto come la Pura terra di Perfetta Beatitudine. In qualità di bodhisattva, egli fece il giuramento di salvare tutte le persone che invocano il suo nome e di fare sì che dopo la morte esse rinascano a una vita di beatitudine nella lontana Pura terra.
La pratica di offrire preghiere ad Amida era già molto diffusa nel Buddismo cinese e in breve tempo venne introdotta anche in Giappone, ma non riuscì a trovare una vera diffusione fino all’epoca Heian. Si può facilmente comprendere perché il suo fascino fosse così grande.
Essa non richiedeva che i credenti compiessero faticosi esercizi religiosi o rispettassero severe regole di disciplina: per assicurarsi la salvezza tutto quello che si doveva fare era recitare con fede sincera la semplice formula di lode conosciuta come Nembutsu.
Gli aristocratici, in particolare i membri della famiglia Fujiwara, dimostrarono il loro entusiasmo per il culto di Amida costruendo templi maestosi adornati da splendide statue d’oro che lo raffiguravano. Nello stesso tempo, i preti si aggiravano tra la gente comune a predicare il messaggio di salvezza di Amida e a cantare inni di lode.
Di conseguenza, il Buddismo si diffuse più che mai tra le classi inferiori e arrivò ad acquisire un forte controllo sulla vita spirituale del paese. In un primo tempo la devozione per Amida rimase semplicemente un elemento delle pratiche religiose della scuola Tendai, la scuola dominante nell’epoca Heian, ma negli ultimi anni di quel periodo fecero la loro apparizione due influenti capi religiosi che fondarono una forma disgiunta di Buddismo basata solamente sulla devozione a Amida.
Il primo fu Honen (1133-1212) il fondatore della scuola della Pura terra. L’altro fu Shinran (1173-1262), i cui seguaci si fecero gradualmente conoscere come Vera scuola della Pura terra. Entrambi ricevettero la loro formazione religiosa sul monte Hiei, ma in seguito furono costretti a lasciare la regione della capitale a causa dell’opposizione delle scuole di Buddismo già esistenti.
I loro insegnamenti conquistarono gradualmente un vasto seguito, soprattutto nelle zone rurali.

L’epoca Kamakura e l’ascesa dello Zen
Se il capolavoro della letteratura Heian è Storia dei Genji, quello dell’epoca Kamakura è il romanzo storico noto con il titolo di Storia degli Heike. Storia dei Genji fu scritto da una donna, Murasaki Shikibu, e tratta quasi interamente della vita e degli intrighi romantici dell’aristocrazia di corte.
Storia degli Heike, un’opera anonima, fu probabilmente redatta nel tredicesimo secolo sulla base di racconti che erano circolati in precedenza in forma orale per merito dei cantastorie. Essa descrive nel dettaglio la straordinaria ascesa al potere della famiglia Heike, o Taira, e la sua sconfitta per mano della famiglia Minamoto.
In forte contrasto con Storia dei Genji, l’opera è ricca di scene di combattimento e di valore militare, è scritta con uno stile marcatamente maschile e riflette gli interessi e gli ideali della nuova classe guerriera emergente. Tuttavia ha un elemento in comune con il capolavoro precedente.
Storia dei Genji, come abbiamo visto, è dominato da un senso di tristezza per la brevità della vita umana e questa stessa nota di malinconia pervade anche Storia degli Heike, fin dalle prime frasi dell’opera. In realtà, per i giapponesi dell’epoca, la straordinaria ascesa e caduta della famiglia Taira fu il simbolo supremo del mujo, l’inevitabile transitorietà della gloria mondana.
Come questo parallelismo suggerisce, la cultura dell’epoca Kamakura segnò da una parte una brusca rottura con il passato, ma dall’altra una sua continuazione. Il samurai, come si conveniva a un membro di una classe guerriera in una società feudale, dava grande importanza alla vita semplice, all’audacia personale e a una incrollabile fedeltà verso il proprio signore.
E, in particolare nel periodo Kamakura, l’asprezza e la violenza nei confronti della vita riflettevano l’etica del guerriero. Fu un’epoca in cui persino i templi buddisti si armavano per difendere i propri beni e privilegi e la necessità di ricorrere alle armi sembrava una possibilità costantemente attuale.
Nello stesso tempo i guerrieri, possedendo una scarsa cultura personale, erano obbligati a fare ricorso ai membri della vecchia aristocrazia di corte per le questioni di cultura superiore, per quanto potessero disprezzarli per il loro stile di vita decadente.
L’atteggiamento di Kamakura verso Kyoto era quindi caratterizzato da una sorta di ambiguità: i capi militari desideravano tenersi lontani dalla capitale e dalla sua atmosfera debilitante fatta di mollezze e di intrighi, ma invidiavano i cortigiani per la loro preparazione in fatto di musica, poesia e gusto artistico.
Non sorprende scoprire quindi che i capi dello shogunato di Kamakura e le loro mogli si rivolgevano spesso a Kyoto per ricevere insegnamenti artistici e filosofici in genere, o accoglievano nella loro città grandi eruditi e maestri religiosi provenienti dalla capitale affinché fungessero loro da mentori in ambito culturale.
Uno dei modi in cui i funzionari dello shogunato cercarono di dare prestigio alla loro città e al loro governo fu il patrocinio di una nuova forma di Buddismo, nota come Zen.
Lo Zen era la scuola di Buddismo dominante in Cina a quel tempo e i preti giapponesi si recavano sulla terraferma per studiarlo e riportarne in patria gli insegnamenti: essi cercarono di introdurre questi insegnamenti a Kyoto all’inizio del tredicesimo secolo, ma incontrarono la forte opposizione delle altre scuole buddiste tradizionali.
Era naturale quindi che si dirigessero verso Kamakura, dove le scuole più antiche esercitavano un’influenza minore, e cercassero di interessare alle loro dottrine i capi del governo militare. I membri della famiglia Hojo e i loro sostenitori risposero con entusiasmo, fondando templi per la nuova scuola e invitando i maestri dello Zen cinese a recarsi a Kamakura.
Doryu (1213-1278) o Tao-lung, a cui Nichiren Daishonin fa spesso riferimento, fu uno di quei preti cinesi che godettero di grande favore presso il regime Hojo.
Nelle sue dottrine di base, lo Zen non si differenziava molto dalle altre scuole buddiste mahayana, ma a differenza di quelle scuole che sottolineavano lo studio dei sutra e degli altri scritti sacri, o il potere salvifico di qualche particolare Budda o bodhisattva, lo Zen spingeva l’individuo a ottenere l’illuminazione nel modo in cui la ottenne il Budda Shakyamuni: trascorrendo ore in meditazione nella posizione del loto.
Lo Zen quindi ridusse l’importanza dello studio e del sapere spronando invece i seguaci verso la disciplina, lo sforzo personale e l’obbedienza al maestro Zen. È facile intuire perché una simile dottrina fosse in grado di affascinare i membri della classe guerriera: garantiva loro di non doversi misurare con difficili scritti dottrinali o finezze filosofiche per ottenere l’illuminazione.
Tutto ciò di cui avevano bisogno era la determinazione e la pazienza per sopportare lunghe e spesso dolorose ore di meditazione. E questo era qualcosa che qualunque soldato poteva comprendere.
La formazione di Nichiren Daishonin
Nichiren Daishonin (1222 - 1288), entrato giovanissimo in un monastero e passato attraverso un percorso di studio e sperimentazione, approfondendo gli insegnamenti buddisti, giunse alla conclusione che il Sutra del Loto, testo che la tradizione lega agli ultimi otto anni della predicazione del Buddha, dovesse essere considerato il suo vero, profondo, principale e rivoluzionario insegnamento, superiore a tutto il corpus degli 80mila insegnamenti o sutra che, secondo la tradizione, contengono le parole ispirate da Siddhārtha Gautama - che, come molti fondatori di religioni, personalmente non scrisse alcunché - così come sono tramandati dalle diverse fedi buddiste diffuse nel mondo.
Nichiren iniziò il suo percorso monacale Tendai sul monte Hiei. La tradizione Tendai offre una visione onnicomprensiva della dottrina e della pratica buddhista, e così Nichiren fu in grado di studiare tutte le scuole del buddhismo giapponese da giovane.
Attraverso anni di approfondimenti in cui studiò diversi sutra buddisti, comprese che il Sutra del Loto era l’unico che racchiudesse in sé la chiave per realizzare questa felicità e liberare gli esseri viventi dalla sofferenza.
Nel 1253 dichiarò che solo il Loto conteneva l’insegnamento completo e perfetto di Shākyamuni Buddha. Cosa che lo pose in contrasto con i poteri religiosi e secolari del suo tempo.
La proclamazione di Nam-myoho-renge-kyo
Il 28 aprile 1253 Nichiren Daishonin, proclamò pubblicamente che l’unico mezzo per permettere alle persone di manifestare lo stato vitale di Buddità in questa vita, consisteva nella recitazione di Nam-myoho-renge-kyo.
Era il 28 aprile 1253, a mezzogiorno, quando Nichiren dichiarò il suo insegnamento di Nam-myoho-renge-kyo. Lo fece a Seicho-ji, un tempio nella provincia giapponese di Awa (l'attuale prefettura di Chiba).
Nichiren insegnava che raggiungere la Buddhità in questa vita era possibile per chiunque, anche per le donne e per le persone che non avevano ricevuto un’istruzione formale o un’educazione religiosa, tramite il semplice atto di intonare, con disposizione d’animo intensamente deferente e devota, il canto Namu myōhō renge kyō («Devozione al Sutra del Loto»).
Il Buddismo di Nichiren Daishonin è rivoluzionario per molteplici motivi, uno fra molti è la convinzione che ogni persona, così come è, possiede già in sé il frutto dell’Illuminazione (Buddità), che può dischiudere in qualsiasi momento e indipendentemente dal contesto in cui si trova, attraverso la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo.
Il Sutra del Loto e la Buddità presente in ogni essere
Il Sutra del loto è un libro splendido, un capolavoro della letteratura universale, che tutti dovrebbero conoscere. Ripagherà l’iniziale fatica per penetrare in un mondo tanto insolito, con una gioia e un’ispirazione senza pari.
È un libro che muove il cuore e la fantasia di chi lo legge e riempie occhi e orecchie di meravigliosi doni. Va letto lentamente, assaporando la dolcezza delle parole e delle immagini, che trasportano in un mondo d’incanto e bellezza.
Fra i messaggi fondamentali contenuti nel Sutra del loto - insegnamenti complessi, da approfondire e studiare con dedizione, che costituiscono una delle eredità più preziose della spiritualità universale - si evidenzia la rivelazione dell’esistenza della dimensione della Buddità in tutti, uomini e donne, a prescindere dalla loro condizione o condotta, e dunque la certezza dell’alta e profonda dignità di tutte le forme di vita e di tutti gli esseri viventi.
Nichiren Daishonin, nato nel 1222 nella provincia di Awa (odierna Chiba), in Giappone, da una famiglia di umili condizioni che viveva di pesca, dedicò la sua vita alla ricerca di un mezzo che permettesse a tutte le persone di raggiungere uno stato di felicità indiscussa, indipendentemente dalla propria condizione sociale, dal genere, dalla condizione economica o culturale.
Nichiren insegnava che raggiungere la Buddhità in questa vita era possibile per chiunque, anche per le donne e per le persone che non avevano ricevuto un’istruzione formale o un’educazione religiosa, tramite il semplice atto di intonare, con disposizione d’animo intensamente deferente e devota, il canto Namu myōhō renge kyō («Devozione al Sutra del Loto»).
La pratica davanti al Gohonzon
Tornando a Nichiren, detto Daishonin, cioè grande maestro, egli fece ordine e chiarezza fra tutte le visioni del Buddismo che intanto si erano diffuse, stabilendo alcuni principi su cui si basa il corretto insegnamento: la prevalenza del messaggio contenuto nel Sutra del loto su tutti gli altri sutra, come detto, e la recitazione della frase Nam Myoho Renge Kyo, tratta dal titolo del Sutra, dinanzi a una pergamena che reca inscritti, in caratteri cinesi e sanscriti, questa stessa frase, insieme a molte figure e personaggi del Sutra, oltre alla sua stessa firma, a rappresentare lo stato di illuminazione, meta del nostro cammino.
Questo oggetto, detto in giapponese Gohonzon, è consegnato, in una semplice e commovente cerimonia, a tutti coloro che lo desiderano, perché possano sperimentare, dedicandosi tutti i giorni per il tempo che ritengano necessario, tutte le potenzialità trasformative del proprio mondo interiore e del proprio stile di vita, date da questa pratica mistica.
Il Buddismo di Nichiren Daishonin è rivoluzionario per molteplici motivi, uno fra molti è la convinzione che ogni persona, così come è, possiede già in sé il frutto dell’Illuminazione (Buddità), che può dischiudere in qualsiasi momento e indipendentemente dal contesto in cui si trova, attraverso la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo.
Messaggio diffuso con le lezioni e gli scritti di Ikeda, attraverso i giornali e le testimonianze dei numerosi praticanti, caratterizzato da una straordinaria forza vitale e da profondi valori umani, sperimentati e vissuti attraverso la recitazione di Nam Myoho Renge Kyo davanti al Gohonzon e nella vita dei gruppi della Soka Gakkai, in cui si condivide con semplicità e profondità un percorso, fatto di difficoltà e gioie, e di cambiamenti che, a piccoli passi, portano le persone, con grandi sforzi e determinazione, verso la realizzazione personale e l’evoluzione spirituale.
Persecuzioni, esilio e scritti di Nichiren
Nel 1260, a causa delle sue critiche pubbliche al movimento della Terra Pura, una delle forme più popolari di buddhismo giapponese, venne attaccato e quasi assassinato - il primo di numerosi attentati.
Nel 1271 sfuggì all’esecuzione all’ultimo momento, quando una meteora balenò sopra la testa del boia e i suoi carcerieri fuggirono in preda al panico. Fu perseguitato e i suoi insegnamenti furono banditi per la maggior parte della sua vita.
Nichiren Daishonin ha lottato contro le autorità governative rischiando più volte di morire e vivendo lunghi periodi di isolamento, in luoghi sperduti del Giappone. Continuò per tutta la propria esistenza a dichiarare princìpi ancora oggi attuali e urgenti come quello dell’uguaglianza, della non discriminazione e del potere intrinseco degli esseri umani.
Trascorse i suoi ultimi anni in povertà e in esilio sul Monte Minobu, nel Giappone centro-meridionale, dove scrisse alcuni dei suoi trattati e delle sue lettere più famose. Molte di queste ultime erano indirizzate a contadini e agricoltori come gesto di ringraziamento per il cibo o gli indumenti e contengono alcuni dei suoi insegnamenti più profondi.
Furono proprio la premura di Nichiren per il benessere della gente comune e la sua fiducia nella loro capacità intrinseca di conseguire la Buddhità a caratterizzare in paticolar misura il suo approccio al Buddhismo.
Attraverso i suoi scritti, i Gosho, lettere indirizzate ai suoi discepoli e discepole, ci incoraggia ancora oggi ad approfondire e mettere in pratica il Buddismo, riscoprendo quotidianamente il potere infinito che ha la nostra vita di realizzare la felicità assoluta, per noi e per gli altri, a partire dal luogo e dalle condizioni in cui ci troviamo adesso.
La Soka Gakkai e la diffusione dell’insegnamento
A Nichiren, discendente da una povera famiglia di pescatori e poi monaco, fa capo, quindi, un’importante tradizione buddista, diffusa in molte scuole e diverse osservanze ancora oggi. Fra di esse il movimento laico della Soka Gakkai, inizialmente legata alla Nichiren Shoshu, diffonde in tutto il mondo la conoscenza di questa pratica e di questo insegnamento.
Nata negli anni Trenta in Giappone ad opera del pedagogo Makiguchi e del suo discepolo Toda, grazie all’attuale presidente Daisaku Ikeda, si è diffusa in tutto il mondo, distinguendosi nell’azione spirituale, culturale ed educativa.
Il 16 febbraio ricorre l'anniversario della nascita di Nichiren Daishonin, il fondatore del Buddismo che noi membri della Soka Gakkai pratichiamo in 192 paesi e territori nel mondo. Ripercorriamo alcuni aspetti della sua vita, dedita alla realizzazione di una società in cui ogni persona potesse risvegliarsi alla propria natura di Budda ed essere felice.
A titolo di esempio la mostra e la campagna civile Senzatomica - rivolta alla messa al bando delle armi più distruttive che gli esseri umani abbiano creato - il 10 e 11 novembre è stata allestita anche in Vaticano, in occasione del convegno “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale” organizzato dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede - sta portando ovunque un messaggio di pace, fraternità e felicità universali.
In Italia è possibile visitare numerosi centri culturali nati nelle principali città italiane, che sono le sedi da cui si dirama la diffusione dell’amore per il Sutra del Loto e per la pratica stabilita dal Buddha Nichiren Daishonin, oltre ai suoi straordinari scritti.
Il significato dell’emancipazione nella pratica
Vi lascio con un pensiero di Daisaku Ikeda, tratto da un commentario al Sutra del loto intitolato La saggezza del Sutra del Loto (Esperia Edizioni, vol. III, p. 289) . Si tratta di una riflessione sull’emancipazione, uno degli scopi della pratica del buddismo di Nichiren Daishonin:
È sviluppare la grande forza vitale che consente di spezzare le catene della sofferenza e che include compassione, saggezza e fortuna. È essere infinitamente sereni e buoni. È vivere con infinita saggezza. Quando il nostro intero essere è pervaso di vitalità, questo doloroso mondo di Saha [il nostro mondo, n.d.a] si trasforma in un mondo di gioia (…).