Rosalía con Lux ha smosso gli equilibri della sua direzione sonora attraverso una ricerca creativa profonda che sfida le convenzioni del mercato musicale. L’album si presenta come una svolta autentica, quasi mistica: un progetto musicale in cui la cantante catalana intreccia pop, avanguardia e spiritualità, e lo fa con la consapevolezza di chi sente di stare “alla presenza” di qualcosa (Qualcuno?) più grande.
Lux non è solo un album di musica pop, è un esperimento artistico che spinge la fede a uscire dalle sacrestie e ad abitare la cultura, il corpo, l’identità, la lingua, la diversità. Rosalía non fa proselitismo, ma un atteggiamento: quello di aprirsi al mistero attraverso la bellezza.
La spiritualità di Lux: fra sacro, desiderio e fragilità
Il nuovo album di Rosalía, registrato con la London Symphonic Orchestra diretta da Daníel Bjarnason, si avvale di importanti contributi vocali femminili come Björk, Carminho, Estrella Morente, Silvia Pérez Cruz, e l’Escolania de Montserrat iCor Cambra Palau de la Música Catalana, Yahritza e Yves Tumor, fondendo intimità con la grandiosità di un'opera lirica. L’album, crogiolo di orchestrazioni ambiziose, collaborazioni e lingue diverse, si muove su un crinale conteso tra amore, tradimento, identità, divino, dove Rosalía sembra esplorare il paradosso della santità non come perfezione, ma come relazione con il Mistero dentro la propria fragilità.
Il concept dell'album, definito un mondo fatto di luce dove suono, linguaggio e cultura si fondono, è stato anticipato da teaser che la mostravano con un'aureola dipinta, come una santa moderna che non teme l'evoluzione. La copertina del disco la ritrae in un suggestivo abito monastico, simile a una tunica, immersa in una luce che evoca la spiritualità.
Così come viene chiarito nell’intro dell’album “Sexo, Violencia y LIantas”, LUX ci invita ad interrogarci se la via spirituale passa anche attraverso le passioni terrene, il peccato, la rabbia e la vendetta. Alzare gli occhi al cielo per godere della tranquillità rasserenante del sacro, o rimanere piantati sulla Terra, sperimentando l'amore e le sue grandi delusioni? Questo era un dilemma che già spuntava nelle prime note di Sexo, Violencia y Llantas ("sesso, violenza e pneumatici"), perfetta sintesi del suo precedente album.
In questa prospettiva, potremmo leggere LUX come un invito a riconoscere che Dio - “l’Essere perfettissimo”, come i nostri nonni studiavano a catechismo - può essere trovato non solo nella perfezione (che non abbiamo), ma anche e soprattutto dentro le nostre imperfezioni, le nostre ferite, i nostri desideri. Rosalía lo fa con audacia: usando simboli religiosi, mescolando generi, lingue, storie, per cercare un autentico linguaggio dell’anima.
Tracce come Divinize, Mio Cristo Piange Diamanti, Dios Es Un Stalker, Sauvignon Blanc non sembrano essere meri esercizi di stile; piuttosto, tappe di un percorso che domanda: dove stai tu, creatura, davanti al volto del Divino? In Reliquia, l’affermazione «No soy una santa, pero estoy blessed» racchiude la tensione fondamentale: non essere perfetti, ma riconoscersi amati, benedetti, e quindi liberi.
Le lingue come preghiera e attraversamento dei confini
Rosalía ha spiegato che per realizzare Lux si è ispirata al misticismo femminile, alle sante del mondo e alla sua fede nella spiritualità, non necessariamente all’idea universale del Dio cristiano. In una recente intervista al podcast tumusicahoy, Rosalía spiegava che il nuovo album nasce dalla sua fascinazione per le figure mistiche di diverse tradizioni.
“Quando canto in francese, ad esempio, c'è ispirazione da Giovanna d'Arco. Quando canto in mandarino, c'è ispirazione da Sun Bu'er. Quando canto in ebraico, c'è ispirazione da Miriam. Quando canto in ucraino, per Santa Olga di Kiev, c'è ispirazione da Santa Rosa di Lima e Santa Teresa. La lista è lunga: Rābiʿa al-ʿAdawiyya, una donna così significativa nel sufismo, ecc.”, diceva la cantante. E concludeva: “Ho pensato: perché non usare queste lingue per, in qualche modo, canalizzare un po' di quello?”.
“Quando canto in francese c'è ispirazione da Giovanna d'Arco. Quando canto in ucraino, per Santa Olga di Kiev. Mi ispiro anche a Santa Rosa di Lima e Santa Teresa”. In Lux, questa diversità spirituale non è un semplice esercizio estetico, ma un atto di ricerca.
Ogni lingua, ogni voce, è una preghiera che vuole rompere confini. L’album, diviso in quattro movimenti, racconta l’evoluzione personale della cantante negli ultimi tre anni. Più intime e concrete del previsto, le 18 tracce, distribuite in quattro movimenti, oscillano tra lampi mistici (Porcelana) e canzoni saldamente radicate nel loro tempo, con la loro parte di angoscia e frustrazione.
Le sante e le figure mistiche che hanno ispirato Rosalía
La narrazione dell’album oscilla fra le contraddizioni del percorso religioso di innumerevoli Sante del passato che hanno dovuto unire la loro matrice umana con l’oltre animico. E così ogni brano riprende da lontano le vite sacre di donne, innalzate poi a Sante, che si sono distinte per un percorso “divino” non convenzionale.
Rosalía chiarisce che la sua ricerca non si basa su un’unica religione ma che abbraccia la materia spirituale a 360°; dal cattolicesimo sino al buddismo. Lux, un album ispirato spesso a storie di sante, teologhe e pensatrici piene di fede - Giovanna d'Arco, Teresa d'Avila, Rosa da Lima e Olga di Kiev, da cui prende in prestito le lingue in diversi brani -, può apparire inizialmente difficile per chi non ha dimestichezza con la teologia e non si identifica necessariamente con l'interrogativo della cantante.
“Berghain”, primo singolo estratto dal disco, prende ispirazione da Hildegard Von Bingen, mistica e matematica tedesca vissuta durante il Medioevo che attraverso l’esasperazione dei canti gregoriani si lanciava in visioni nebulose alla ricerca di nuove conoscenze scientifiche. E così Rosalia decide di incidere alcuni versi del brano in tedesco scegliendo il “Berghain”, tempio della musica berlinese, come metafora di community e inaccessibilità a nuovi mondi.
Il brano “De Madrùga” ad esempio si ispira alla sanguinaria Santa Olga di Kiev mentre “Porcelana” alla poetessa Giapponese Ryonen Genso. Quest’ultima decisa ad entrare nell’ordine monacale si bruciò interamente il viso in quanto la sua bellezza era considerata troppo profana per una figura che avrebbe dedicato la sua vita a Dio.
Quando canto in francese c'è ispirazione da Giovanna d'Arco. Quando canto in mandarino, c'è ispirazione da Sun Bu'er. Quando canto in ebraico, c'è ispirazione da Miriam. Quando canto in ucraino, per Santa Olga di Kiev, c'è ispirazione da Santa Rosa di Lima e Santa Teresa. La lista è lunga: Rābiʿa al-ʿAdawiyya, una donna così significativa nel sufismo, ecc.
Santa Rosalia: il fiore, la grotta e la scelta della libertà
La storia di Santa Rosalia di Palermo è stata fonte di ispirazione per l’artista. Come ha recentemente confermato in un’intervista a Billboard, è stata colpita dalla storia di «questa santa che ha deciso di non sposarsi per dedicare la sua vita a Dio».
«Ho pensato che ci fosse qualcosa di molto potente in questo. Ho fatto ricerche sulla sua storia, ed è per questo che c’è qualcosa di siciliano nella canzone. Cantarla in quella lingua è stata una sfida. È stata una canzone difficile da comporre e da cantare, ma sono grata che esista», dice.
Rosalia vive tra il 1130 ed il 1170 (ca.) durante il Regno di Sicilia di Guglielmo I, detto successivamente il “Malo”. Si tratta di un periodo di intensa spiritualità cristiana caratterizzato, dopo l’interruzione della dominazione araba, dal risveglio del monachesimo bizantino e occidentale, accolto con entusiasmo dai re normanni.
In questo momento storico l’eremitaggio, la scelta di una vita solitaria di preghiera e contemplazione, esprime l’espressione più alta della sensibilità religiosa del tempo. La vita di Rosalia si colloca dunque in un’epoca in cui la separazione dal mondo, la preghiera e la ricerca della solitudine erano considerate forme radicali di dedizione spirituale.

La scelta di non sposarsi
Nasce a Palermo verso il 1130. Nessuna notizia certa si ha sulla sua famiglia ad eccezione di una iscrizione all’interno di una grotta nel territorio di S. Stefano Quisquina (Agrigento), in cui dichiara di essere figlia di Sinibaldo, Signore della Quisquina e del Monte delle Rose.
Dal punto di vista storico non si hanno “documentazioni certe” sulla sua famiglia. Recenti studi sostengono che, pare, sia stata concepita presso il Castello di Rocca Sinibalda in provincia di Rieti (ma successivamente nata a Palermo).
La tradizione racconta che visse nel quartiere dell’Olivella in una villa vicino ad una delle prime chiese a lei dedicata (oggi “S. Ignazio” all’Olivella). Giordano Cascini, nel “Discorso Historico della vita di S.Rosalia” (p.164), riportando ciò che aveva scritto padre Ottavio Gaetani (accurato ricercatore di notizie sui Santi in Sicilia, nel 1620), narra che fu damigella della futura regina Margherita, moglie di Guglielmo I.
Già in età giovanile (14-15 anni) sceglie, in segreto, di dedicarsi a Gesù. La tradizione riporta anche che, proprio a quell’età, il padre la promise in sposa al conte Baldovino come ricompensa per aver salvato la vita al re dall’assalto di una bestia feroce.
Rosalia si rifiuta e manifesta al padre la sua decisione di dedicarsi alla vita religiosa. Abbandonata la casa paterna e tutte le sue agiatezze, molto probabilmente e per un breve periodo, si consacra alla regola Basiliana, così infatti la raffigura in abito monacale una antica pala d’altare del XIII secolo; solo per un equivoco, in seguito, alcuni storici hanno ipotizzato una sua adesione alla regola Benedettina.
Presso la stessa corte, crebbe fino a diventare una delle dame di compagnia della regina Sibilla. Quando raggiunse l’età del matrimonio, fu promessa in sposa a uno dei nobili del padre, Baldovino. Alla vigilia delle nozze, Rosalia vide Gesù Cristo in uno specchio, si tagliò le trecce e lasciò il palazzo.
L’eremitaggio e la vita nella grotta
La prima esperienza di eremitaggio S. Rosalia la conduce come ospite della chiesa di Santa Maria di Palazzo Adriano (PA) e in un vicino bosco dove un passo montano è chiamato ancora con il suo nome.
Successivamente si ritira in un bosco vicino a Bivona (Agrigento) presso il territorio dell’attuale cittadina di S. Stefano Quisquina, ove vive da eremita, cosa insolita per una donna di quel tempo, per circa 12 anni, scegliendo una piccola grotta in cui rifugiarsi e pregare.
Lascia infine quel luogo, a piedi ritorna a Palermo e si ferma brevemente presso la casa del padre nella zona dell’Olivella, ove presumibilmente era nata. Infine, proseguendo il suo cammino si stabilisce sul Montepellegrino.
Vive da eremita per circa 8/10 anni nella “grotta dell’acqua”, nei pressi di una piccola chiesa che i bizantini prima ed i normanni poi avevano costruito nel luogo ove sorgeva un antico santuario rupestre (ex altare punico). L’ultimo periodo della sua vita, forse per qualche mese, rimane chiusa dentro la “sacra grotta” (secondo il racconto dell’apparizione a Vincenzo Bonelli, 13 febbraio 1625).
Non si sa con certezza l’anno della sua morte ma dovrebbe essere intorno al 1170. Il giorno della morte è sicuramente il 4 settembre. La fama di santità si diffuse già in vita e già nel 1196 abbiamo dei documenti che parlano di “santa Rosalia”.
Il ritrovamento delle ossa e il miracolo della peste
Così come fu “Eremita in vita”, possiamo dire che fu anche “Eremita in morte”. I resti del suo corpo furono trovati dopo oltre 450 anni.
Ottobre del 1623 Geronima La Gattuta, di Ciminna, paese vicino Palermo, si trova in fin di vita nell’Ospedale Grande di Palermo. Ha la visione di una monaca che attirava i fulmini dietro di sé e le chiede dell’acqua.
La giovane monaca si avvicina, le mette la mano sulla bocca, che si riempie prodigiosamente d’acqua, e le dice: “Non aver paura, presto guarirai. Vai sul Montepellegrino a far voto” (voto di ringraziamento). Geronima capisce che era santa Rosalia.
Il terzo giorno è finalmente guarita, ma non sale subito sul monte per sciogliere il voto, lo fa solo il 26 maggio successivo. Nel frattempo, il 7 maggio 1624, arriva a Palermo, proveniente da Tunisi, un vascello della Redenzione dei Cattivi (cristiani, prigionieri dei saraceni, che erano stati riscattati).
Fu così che la peste si diffuse rapidamente in tutta la città e suoi dintorni. Il 26 maggio 1624, Domenica di Pentecoste, Geronima La Gattuta, che nel frattempo si era riammalata, colta da malaria (quartana) sale sul Montepellegrino in compagnia di altre due donne per sciogliere il voto.
Beve dell’acqua che gocciolava dalla roccia, si sente bene e si addormenta vicino all’altare della “Chiesa vecchia di S. Rosalia” (ex altare punico), appena fuori dalla grotta.
Le appare in sogno la Vergine Maria col bambino in braccio che le dice: “Ora che hai compiuto il voto sei guarita” e indicando l’ingresso della grotta aggiunge: “Scava là, scava là che troverai un tesoro, troverai una Santa!”.
In una successiva visione vede anche santa Rosalia, vestita di sacco vecchio (arbraxo), che pregava in ginocchio con la corona in mano. Geronima chiede alle persone che erano con lei di scavare dentro la grotta nel punto dove aveva avuto la visione la Santa in ginocchio.
Durante la visione la donna aveva chiesto un segno, una indicazione e così avviene, entrando si accorge subito che sulla roccia (nella pietra) in alto si è rivelato un segno a forma di V indicante il punto esatto dove scavare.
I presenti indugiano, dubitano di lei perché scavare la dura roccia era veramente faticoso tuttavia, dopo aver tanto insistito per tre giorni, il mercoledì 29 maggio, ottiene che si inizi finalmente a scavare.
Il 15 luglio 1624, sul Montepellegrino, dentro la grotta, nel luogo indicato da Geronima La Gattuta vengono ritrovate ossa umane, ben conservate, ricoperte da concrezioni calcaree “impetrate e incalcarate”, (incastrate nella pietra e ricoperte di calcare).
Al momento del ritrovamento, si sparge un intenso profumo di fiori proveniente dalle ossa. Le ossa vengono pulite e portate in città nella cappella dell’Arcivescovo Giannettino Doria che vorrebbe però sicurezza sull’autenticità dei resti.
Sul monte salgono molte persone, pregano, bevono l’acqua e si ottengono così numerose guarigioni miracolose. Il Senato della città di Palermo, spinto anche dal volere popolare, stabilisce di onorare S. Rosalia come Patrona della città, e decide di dedicarle una cappella in Cattedrale, di onorare le sue reliquie con una “solenne e pomposa processione” e di realizzare un’arca d’argento dove riporle.
Il cardinale Giannettino Doria nomina una Commissione di teologi e dottori perché si pronuncino sulla invenzione delle ossa di S. Rosalia. I medici esperti della Commissione, in un primo momento, sono però dubbiosi sul fatto che le ossa possano con certezza appartenere ad una donna e tantomeno alla Santa.
Il 22 febbraio 1625, tra i resti ossei vengono identificati una ciotola (pezzi di orcio), un ciottolo e un piccolo teschio “ingastato (inglobato) in densa pietra” che dalle misure risultava essere certamente “femminino” (femminile).
Poiché l’unica donna eremita vissuta sul monte era stata Rosalia, viene dichiarata l’autenticità delle ossa ritrovate che da quel momento sono riconosciute a tutti gli effetti come le reliquie della Santa.
Il Senato riceve in forma ufficiale dal cardinale G. Doria le reliquie che, liberate dalle incrostazioni calcaree, vengono elencate e riposte in un baule rivestito di velluto rosso, custodito in una cassa d’argento.
La processione e la fine della pestilenza
Il 13 febbraio 1625 il saponaro Vincenzo Bonelli, conosciuto come “Il Cacciatore”, dopo aver perso la giovane moglie morta di peste, sale con intenzioni suicide, sul Montepellegrino con i suoi cani ed il fucile in spalla.
Gli appare Rosalia col volto splendente “come un angelo” che lo ferma dal gesto suicida, lo conduce verso la grotta e gli dice che deve confessarsi e comunicarsi; deve far riferire all’Arcivescovo Doria di non dubitare più dell’autenticità delle ossa trovate e di portarle in processione per la città, perché solo così sarebbe finita la peste.
La Santa gli annuncia inoltre che lui stesso sarebbe morto a breve dello stesso morbo della sua sposa e che la peste sarebbe finita al passaggio delle sue ossa in città nel momento preciso del canto del “Te Deum Laudamus”.
Il Bonelli poco dopo, colpito dal contagio, così come gli aveva predetto la Santa, racconta in punto di morte la visione al suo confessore, don Pietro Lo Monaco, raccomandando di riferire tutto all’Arcivescovo, il cardinale Giannettino Doria.
Il 9 giugno 1625 si svolge una solenne processione tra un tripudio di folla ed anziché favorire il diffondersi del contagio, al canto del “Te Deum Laudamus” la peste si arresta ed avvengono pubbliche guarigioni.
Il 15 luglio 1625, ad un anno esatto dal ritrovamento delle ossa, la pestilenza si può considerare definitivamente sconfitta. Gli scrivani del re annotano nei registri comunali il nome, l’età, il luogo della guarigione ed ogni dato di tutte le persone guarite miracolosamente.
Il “miracolo” viene anche detto “miracolo laico” poiché tutti indistintamente vedono scoppiare le bolle della peste, cadere la pelle marcia e puzzolente per terra e formarsi la pelle nuova. Il 3 settembre 1625 il cardinale Doria, Luogotenente Generale del regno, dispone che, essendo stata ottenuta per grazia di S. Rosalia la liberazione dalla peste, sia ripristinata la libera circolazione di uomini, animali e merci.

Focu ‘Ranni e la libertà di Santa Rosalia
Impossibile non citare i due brani in italiano. “Mio Cristo Piange Diamanti” è dedicato al rapporto fra San Francesco e Santa Chiara e “Focu ‘Ranni” celebra la libertà di Santa Rosalia da Palermo.
“Focu ‘ranni” è uno dei tre brani esclusivi disponibili solo per CD e vinile. Si tratta di un’espressione siciliana che significa letteralmente «grande fuoco» e che viene utilizzata per descrivere una situazione complessa e difficile.
Fa parte del terzo movimento, in cui esplora la sorveglianza, la vulnerabilità e l’identità nell’era digitale. La spiegazione si può comprendere attraverso il testo, in cui Rosalía inizia cantando: «Volevo vestirmi di bianco, ma ho finito per vestirmi di viola».
Nell’immaginario religioso, è il colore delle vesti dei cardinali (i porporati) e simboleggia la passione e la morte di Gesù Cristo. Ma potrebbe riferirsi anche al movimento femminista, e quindi alla femminilità e all’emancipazione.
«Nessuno getterà più il riso al cielo, non ci saranno più ubriacature, né fiori», spiega Rosalía, dicendo addio all’idea di fare festa, al suo desiderio di essere una sposa, alla sua illusione.
Man mano che la canzone procede, continua a fornire dettagli personali con amarezza. «Ho inciso il tuo nome nelle mie costole, ma nel mio cuore le tue iniziali non ci sono mai state», dice, riferendosi al tatuaggio con il nome di Raul che ha sotto il seno sinistro, ancora visibile nell’ottobre dello scorso anno.
Verso metà canzone, tuttavia, la cantante abbandona la malinconia e racconta gli eventi della loro rottura da una prospettiva più ottimistica. «Non ci sarà nessuno a benedire un amore che non conosce», scrive.
«Ora sarò mia, e della mia libertà», canta Rosalía. La cantante usa il siciliano (tra le 13 lingue con cui si esprime in Lux) per cantare che preferisce l’incertezza alla sofferenza.
«Mi butto nel vuoto piuttosto che bruciare», esordisce prima di dire che l’unico amore a cui si affida è un amore senza regole, un amore divino. La figura di Santa Rosalia diventa così il punto in cui il rifiuto del matrimonio, la solitudine e la consacrazione si trasformano in immagini di autodeterminazione.
Magnolìas: il fiore come memoria, morte e pace
Il progetto infine si chiude con “Magnolìas”, un brano in cui Rosalia immagina il proprio funerale chiedendo a Dio di proteggere i propri cari anche quando non ci sarà più.
Il fiore che compare nel titolo prende ispirazione da Anandamayi Ma, sacerdotessa Indù, considerata dai suoi discepoli la reincarnazione delle dee Kali e Durga. Durante i suoi funerali furono lanciati nelle strade dell’attuale Bangladesh e sulla sua tomba un oceano di fiori colorati.
Una celebrazione delle vita e di una pace dell’anima che Rosalia spera di poter sperimentare in prima persona. Il fiore, in questa prospettiva, non è soltanto un elemento ornamentale, ma una figura di passaggio: accompagna il corpo, conserva la memoria e suggerisce una possibile pacificazione.
Il LUX Tour: un viaggio artistico-spirituale fra il sacro e il profano
È iniziato da pochi giorni il LUX Tour di Rosalia che, in perfetta sintonia con le tematiche dell’album, ci trasporta in un immaginario sacrilego e spirituale. Ogni pezzo cantato sul palcoscenico diventa un Tableau Vivant che prende ispirazione dall’arte religiosa e dalla mitologia classica, ma non solo.
L’opera affronta, al ritmo della Symphony Orchestra di Londra, la duplice matrice delle vite dei Santi. Il LUX tour abbraccia in modo totalizzante la narrazione visiva dell’album fra cattolicesimo, mitologia greca e riferimenti culturali che prendono vita sul palcoscenico.
Il LUX tour, partito la Lione due giorni fa, abbraccia la tematica spirituale partendo dall’arte figurativa; sia quella sacra che quella “profana”. Senza nessuna distinzione Rosalia ricrea sul palcoscenico le opere più celebri di innumerevoli movimenti e periodi artistici.
ROSALÍA - LUX TOUR LIVE (FULL CONCERT FILM) [FAN-MADE EDIT]
Goya, la stregoneria e il sabba di Berghain
La coreografia di “Berghain” affonda il proprio immaginario nella stregoneria e nei Sabba raffigurati da Francisco Goya. Confessionali, casse oscillanti come turiboli profani e “Sabba” ispirati ai mondi di Goya sulle note del celebre brano “Berghain” trasformano il concerto in una scena sospesa fra liturgia e perturbazione.
Il singolo di apertura, dove Rosalia collabora con Björk e Yves Tumor, dava un’idea dell’ambizione celestiale della cantante. L’agghiacciante citazione della frase “I'll fuck you till you love me” di Mike Tyson in Berghain introduce però una frattura terrena e violenta dentro l’immaginario spirituale.
La Venere di Milo e il corpo come immagine
“La Perla” invece attraverso un Tableau Vivant dinamico realizzato dal direttore creativo Dimitris Papaioannou è un chiaro riferimento alla Venere di Milo, ma non solo. C’è anche una ricerca cinematografica che riprende la stessa scultura dalla celebre scena di “The Dreamers” di Bertolucci con protagonista Eva Green.
Inoltre durante la performance Rosalia si spoglia con le stesse movenze di Rita Hayworth nel suo ruolo leggendario in “Gilda” (1946). Il corpo non viene separato dalla materia sacra, ma diventa uno degli strumenti attraverso cui la performance interroga desiderio, vulnerabilità e rappresentazione.
Icaro, Lucifero e il cigno nero
La mitologia greca e l’arte neoclassica si riflettono invece nel look con ali pendenti che ci ricordano il mito di Icaro e la caduta di Lucifero. Successivamente attraverso un tutù in tulle realizzato da Ann Demeulemeester c’è un omaggio al film “Il Cigno Nero” (2010) di Darren Aronofsky.
Le immagini della caduta e della trasformazione collegano la dimensione mitologica a quella spirituale: l’ascesa può contenere il rischio della perdita, mentre la bellezza può diventare una soglia instabile fra perfezione, desiderio e rovina.
Il confessionale, il turibolo e la partecipazione del pubblico
All’interno dello spettacolo ritroviamo anche l’approccio dissacrante alla cristianità e alla materia religiosa. Il confessionale diventa un mezzo pop per conversare con ospiti celebri, come l’influencer Lyas nella tappa di Parigi, mentre il turibolo dell’incenso è una gigantesca cassa che oscilla sulla folla.
Rosalia ci trasporta in un vero e proprio vernissage eccentrico, fra il sacro e il profano in una galleria d’arte in cui il pubblico diventa attivo partecipante. L’esperienza non si limita dunque all’osservazione dello spettacolo: la folla diventa parte della composizione, insieme alle immagini, ai corpi, alle luci e ai dispositivi digitali.
Nella cover “Can’t Take my Eyes over You” l’artista diventa la Gioconda mentre le telecamere della scena la riprendono dal basso. Un’illusione che ricrea il caos della folla del Louvre mentre cerca di ottenere l’inquadratura perfetta dell’opera del Da Vinci; fra una distesa immensa di braccia e cellulari.
Rosalía nella nuova Catholic Era del pop
Se stelle della musica mondiale come Madonna hanno trasformato l'iconografia cattolica in un veicolo di rottura e scandalo negli anni '80, come nel caso epocale di “Like a Prayer”, oggi è Rosalía, vincitrice di 2 Grammy e 11 Latin Grammy Awards, a raccogliere l'eredità della Catholic Era, portando l'estetica sacra e mistica al centro del pop.
L'approccio di Rosalía si inserisce nel filone di artiste che utilizzano simboli di peccato e redenzione, ma lo fa con una personale sete di spiritualità, confermando la sua posizione come una delle voci più audaci e influenti del panorama musicale attuale.
Madonna e la profanazione dei simboli sacri
Il filone artistico che sfrutta l'iconografia religiosa per esplorare temi di sessualità, peccato e spiritualità affonda le radici in figure femminili che hanno fatto la storia della musica mondiale. Madonna è universalmente riconosciuta come la pioniera che, tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90, ha creato un vero e proprio genere pop dirompente.
Il suo singolo epocale, “Like a Prayer” (1989), ne è la massima espressione: il video sfidò ogni tabù, mostrando crocifissi in fiamme, statue che piangono sangue e la profanazione di simboli sacri.
L'artista usava abitualmente croci esagerate, rosari e abiti ispirati alla liturgia, creando un potente contrasto tra la sessualità esplosiva e il misticismo, stimolando un dibattito culturale senza precedenti.
Lady Gaga, Christina Aguilera e Lana Del Rey
Sulla stessa linea provocatoria si è mossa Lady Gaga, che ha fatto ampio ricorso alla simbologia cristiana e cattolica, in particolare durante il periodo del suo album Born this way. La sua simbologia è inequivocabile: nel video di “Judas” si è calata nei panni di Maria Maddalena in chiave moderna, mentre in “Alejandro” ha portato l’icona sacra all’estremo inghiottendo un rosario.
Miss Germanotta ha utilizzato croci e abiti quasi monastici come strumenti per veicolare i concetti di peccato, redenzione e liberazione dell'identità. Nonostante non abbiano dedicato un'intera fase della carriera a questa tematica, anche altre cantanti hanno attinto all'estetica religiosa in momenti specifici.
Christina Aguilera, ad esempio, ha inserito elementi visivi che giocavano con l'iconografia in progetti come l'album Bionic. Ancora diversa è l'influenza su Lana Del Rey, nelle cui opere e video si ritrovano spesso riferimenti al sacro e a un tormento spirituale, evocando una religiosità cupa e malinconica.
In questo senso, Rosalía dialoga con quell’eredità in cui l’indimenticata Giuni Russo sapeva scandagliare il sacro e la sfera sensuale senza separarle, dove la ricerca di Dio si spinge anche nella fragilità umana più profonda.
Una spiritualità aperta ai margini
Per chi, come le persone LGBTQ+, è stato per troppo tempo messo al margine da una certa religiosità, questo album contiene un messaggio potente: la libertà di esistere nonostante, la scoperta del sacro dentro il proprio desiderio di verità, la chiamata a essere se stessi perché Dio è lì, in quel desiderarsi, in quel camminare.
Rosalía non canta solo per chi è “dentro” i circuiti del successo: canta per chi è ai margini, per chi cerca la luce in zone d’ombra. È un invito: ad ascoltare più a fondo, a interrogarsi, a trovare Dio dove non si immagina e non lo si attende, a riconoscere che la libertà, la vulnerabilità, l’amore non conforme agli stereotipi e contro i pregiudizi sono risorsa per la Chiesa e il mondo.
Al di là delle strategie di marketing e dei grandi numeri che accompagnano ogni uscita di Rosalía, il suo quarto album LUX si presenta come una svolta autentica, quasi mistica. L’artista catalana apre una nuova fase dove la fede, il linguaggio e la trascendenza si fondono in un’esperienza sonora che cerca -secondo le sue stesse parole- “di canalizzare qualcosa che viene da oltre”.
Quando è stata l'ultima volta che avete ascoltato un album in completa oscurità? L'atmosfera nella stanza è tranquilla e contemplativa. Non c'è dubbio che la musica della cantante sia ora carica di una dimensione mistica, praticamente senza precedenti nel pop contemporaneo.
Lux non è tanto una dichiarazione d'amore al Divino, e ancor meno un esercizio di proselitismo, quanto la meditazione di una popstar che cerca di orientarsi in un mondo che attraversa senza mai posare le valigie osservando con sofferenza lo strazio e la brutalità che lo abitano.
In fondo, anche se le moto non rombano più nella freddezza della cattedrale, Rosalía è sempre Rosalía: una cantante che usa la sua musica come una granata lanciata contro ciò che è troppo canonico, sognando di capovolgere il mondo, per liberarlo dalla sporcizia e dal cinismo degli uomini (Novia Robot), per dare vita a una realtà in cui le donne e gli artisti prosperino, liberi come il vento.
Ciò che stupisce dell'album, al di là del suo virtuosismo e della sua assoluta coerenza, è l'intransigenza con cui l'artista tiene insieme il suo progetto, rifiutandosi di incantare l'industria con brani pop in grado di far esplodere i contatori di streaming o di creare tendenze TikTok.
Lux fa rivivere qualcosa che il pop sembrava aver perso per sempre dopo Blackstar di Bowie ed è il desiderio di spingere l'ascoltatore al limite, di incoraggiarlo a lasciar andare le sue aspettative, ad affrontare la sua paura del buio e ad ascoltare la voce travolgente del cantante, come una mano tesa verso la luce.
Inutile, poi, parlare di fino a che punto la plasticità e la potenza di questa voce la rendano lo strumento centrale del disco. Si dirà spesso che Lux è un disco trascendentale o monumentale, che si eleva ad altezze ben al di là delle nostre orecchie mortali, ma è anche, e soprattutto, un potente promemoria della forza unificante della musica, della sua bellezza capace di disarmare qualsiasi colosso e del suo potere unico di rispecchiare i grandi terremoti interiori dell'esistenza: amore e desolazione, entrambi teneramente intrecciati.
Il fiore come immagine della spiritualità
Il titolo Rosalia ovvero la spiritualità del fiore raccoglie una delle immagini più profonde dell’intero progetto: quella del fiore come presenza fragile e resistente, come segno di morte e rinascita, come profumo che emerge dalla materia e come colore che accompagna il passaggio dell’anima.
Al momento del ritrovamento delle ossa di Santa Rosalia si sparge un intenso profumo di fiori proveniente dalle ossa. Nel brano “Magnolìas”, invece, il fiore accompagna l’immaginazione del proprio funerale e la richiesta di protezione per i propri cari.
Durante i funerali di Anandamayi Ma furono lanciati nelle strade dell’attuale Bangladesh e sulla sua tomba un oceano di fiori colorati. Una celebrazione delle vita e di una pace dell’anima che Rosalia spera di poter sperimentare in prima persona.
Il fiore diventa quindi una figura capace di unire il corpo e lo spirito, il lutto e la memoria, la fragilità e la trasformazione. Nella spiritualità di Rosalía, la luce non cancella l’ombra: la attraversa, lasciando emergere una forma di bellezza che nasce proprio dalla vulnerabilità.
Le celebrazioni di Santa Rosalia a Palermo
In città si celebrano a luglio cinque giorni di sontuosi festeggiamenti che culminano nei giorni 14 e 15. Il 14 pomeriggio si fa la processione “laica” durante la quale una statua sempre diversa della Santa viene portata dalla Cattedrale al mare sopra un grandioso “Carro trionfale” a forma di barca e la sera si fanno bellissimi giochi pirotecnici sulla spianata a mare.
Il 15 si concludono i solenni festeggiamenti con la grande processione “religiosa” delle Reliquie di santa Rosalia portate per le vie della città dentro un’artistica urna d’argento.
Tutto l’anno, ma in particolar modo nel mese di settembre, i devoti di santa Rosalia salgono al Santuario sul Montepellegrino a piedi attraverso l’antica strada pedonale fatta costruire dal Senato della città fra il 1674 e il 1725.
L’ascesa dei fedeli viene chiamata per antica tradizione palermitana l’ACCHIANATA (la salita). Migliaia di pellegrini salgono pregando al Santuario nella notte tra il 3 e 4 di settembre e per tutto il giorno successivo.
Anche nei sabati e domeniche seguenti sono tantissimi i devoti che fanno “l’Acchianata”. Fra questi molti sono coloro che, come gesto penitenziale o per grazia richiesta o ricevuta, pregando salgono in ginocchio tutta la scalinata finale fin dentro il Santuario.
Il LUX Tour arriverà in Italia il prossimo 26 Marzo all’Unipol Forum di Milano, un’unica tappa che si preannuncia già un’esperienza imperdibile.