La parola può spezzare vite, creare nemici e scatenare guerre, oppure può offrire saggezza, sanare divisioni e creare pace. Per il Buddha, la parola non è un semplice suono: è un’azione capace di modificare la mente, orientare il comportamento e trasformare le relazioni.
La Retta Parola è il terzo elemento del Nobile Ottuplice Sentiero e consiste nel parlare con verità, gentilezza, utilità, tempestività e mente amorevole. Il Buddha la illustra attraverso quattro componenti fondamentali: astenersi dal parlare in modo falso, astenersi dal parlare in modo calunnioso, astenersi dal parlare in modo duro e astenersi dalle chiacchiere inutili.
Il potere creatore delle parole
Buddha sosteneva che “le parole hanno il potere di distruggere e di creare”, ed in effetti il potere delle parole è infinito e stravolgente. Insomma, le parole “non sono soltanto parole” come recita una famosa canzone di Mina.
Logos in greco significa “parola, verbo, discorso”, indica la comunicazione tipica dell’essere umano. Nella Bibbia, la “parola” è anche qualcosa di più di quello che intendiamo noi occidentali: è l’azione con cui esprimiamo noi stessi, perciò il termine ebraico “dabar” designa contemporaneamente la parola e l’atto.
La parola ha in sé una forza creatrice, modifica e trasforma la realtà. Logos è lo strumento con cui Dio ha fatto l'uomo. Infatti "In principio era il Logos e il Logos era presso Dio e il Logos era Dio. E il Logos carne divenne e pose la sua tenda in mezzo a noi". (Giovanni 1, 1.14)
La capacità di espressione verbale, orale e scritta, è stata spesso considerata il segno distintivo della specie umana. Da ciò si comprende la necessità di fare di questa capacità lo strumento per l’eccellenza umana e non, come troppo spesso accade, il segno del nostro degrado.

Dire è fare: le parole generano capacità di fare
Ecco come attraverso l’uso delle parole veniamo anche in modo inconsapevole condizionati a fare qualcosa. Per esempio, proviamo ad eseguire questo ordine: “Non pensare a un fiore giallo”. Probabilmente non ci siamo riusciti.
Avremo comunque pensato ad un fiore giallo, sebbene la richiesta fosse di fare l’opposto. Non possiamo non comunicare, ogni comunicazione produce sempre delle conseguenze. Anche il silenzio produce l’intenzione di non voler comunicare.
In questo caso specifico, inoltre, il cervello non recepisce la negazione “NON”. Le Neuroscienze ci aiutano a comprendere meglio come il cervello reagisce a seconda degli input (le parole) che noi gli forniamo.
Le parole espresse in forma positiva ci spingono all’azione, mentre la negazione ci spinge a fare l’esatto contrario. Se le stesse parole vengono utilizzate nella loro forma negativa (es. non andare, non fare, non fumare, ecc.), verosimilmente spingono a fare proprio ciò che non si vuole.
Ricordiamo infatti la richiesta di non pensare a un fiore giallo? Comprenderemo quindi perché quando ci diamo o diamo agli altri degli obiettivi è sempre opportuno utilizzare le espressioni in forma positiva.
Le parole che utilizziamo ogni giorno determinano quindi i nostri comportamenti ed influenzano il nostro cervello. Di seguito un esempio di due modi diversi di esprimere la stessa richiesta: “Non ti preoccupare Luca, non essere nervoso, non pensare negativo! Nulla potrà andare storto!” oppure “Stai tranquillo Luca, Preparati e ce la farai!”
Se in entrambi i casi l’intenzione è quella di supportare Luca, solo la seconda modalità influenzerà positivamente Luca, mentre la prima - probabilmente - contribuirà all’insuccesso di Luca.
La parola come azione e relazione
Una parola, una frase esprime un’intenzione, quella di chi la esprime. Questa intenzione (questo obiettivo, questo scopo) si lega a (si combina con, si adatta a) lo “stato cognitivo” di chi riceve la frase espressa e produce un risultato (cognitivo) in chi riceve.
La parola, la frase, l’espressione linguistica produce un risultato concreto, misurabile, che cambia lo stato dell’interlocutore, proprio come una azione fisica può cambiare lo stato fisico di chi la riceve.
La percezione di sé e l’interazione con le altre persone sono intimamente e iterativamente connesse al linguaggio verbale. Quanto rivelano della nostra personalità le parole che scegliamo, la tipologia di discorsi che intraprendiamo e le soluzioni che adottiamo nel guidare una discussione?
L’associazione tra linguaggio e la comprensione dello stato psicologico di un individuo è da anni oggetto di studio. Gli individui affetti da depressione, ad esempio, usano parole che esprimono emozioni negative e al singolare, parlando spesso in prima persona, rispetto agli individui che non sono depressi.
E ancora, attenuano le differenze tra passato e presente nelle narrazioni personali e dimostrano una maggiore tendenza al rimuginio e ruminazione sulle esperienze passate piuttosto che su spiragli presenti o futuri.
Parole, intenzioni e stati mentali
La grande “novità” è che grazie alla teoria degli atti linguistici per la prima volta nella storia non si considera la validità della lingua (delle frasi, del discorso) "indipendentemente da chi parla e chi riceve" ma in funzione degli stati degli interlocutori (preconoscenze, scopi, piani, strategie, tattiche . ).
Certamente non è la prima volta che qualcuno ci pensa, ma è la prima volta che se ne costruisce una vera teoria. Nasce così la sociolinguistica, poi la pragmatica del discorso, quella modalità di analizzare il linguaggio che lega fortemente lo stesso agli stati mentali dei vari interlocutori.
Ci si domanda quale è il rapporto fra questo modo di studiare il linguaggio umano ed i vari strumenti - oggi molto tecnologici - di utilizzarlo. La risposta è che la tecnologia informatica, digitale, multimediale da tempo ha assorbito ed usa quotidianamente questi fondamenti scientifici.
Ad esempio: tutta l'analisi degli errori (i vecchi "modelli studente" degli anni ’70) e, più di recente, i "modelli utente" servono proprio per capire e prevedere il comportamento umano a partire dalle interazioni linguistiche.
I modelli studente servivano per correggere gli errori in modo personalizzato, oggi i modelli utente - più in generale - servono soprattutto per produrre raccomandazioni ben adattate al singolo, quasi sempre con obiettivi pubblicitari.
Si tratta sempre di sistemi basati sull'analisi centrata utente (umano) delle pre-concezioni, sulla ricostruzione dello stato delle persone e dei loro obiettivi a partire dal comportamento linguistico o in generale interattivo (click, ricerche su Web, …).
La Retta Parola nel Nobile Ottuplice Sentiero
Nel Nobile Ottuplice Sentiero, uno degli aspetti legati al gruppo della sīla - della morale, dell’etica - è quello della Retta Parola. L’Ottuplice Sentiero appartiene alla quarta Nobile Verità, le istruzioni su come fare per raggiungere l’illuminazione, su come fare per aprirsi completamente, per essere completamente con ciò che è.
Questo sentiero ci porta fuori dal ciclo di nascita e morte e ci stabilizza invece nella dimensione del senza-nascita e del senza-morte. L’Ottuplice Sentiero è diviso in tre grandi gruppi:
- Un gruppo che è quello della sīla, della moralità, che comprende tutti gli aspetti che ci fanno progredire verso una vita corretta.
- Gli aspetti di saggezza, paññā.
- Gli elementi della meditazione, samādhi.
Il gruppo della sīla include: La Retta Azione, cioè fare azioni propizie come evitare di uccidere gli esseri viventi, non commettere azioni sessuali scorrette, non rubare. Questi sono gli elementi di base che consentono di avere già una prima stabilità.
La Retta Parola, di cui parleremo oggi. Il Retto Sostentamento: fare una vita adeguata, non svolgere mestieri come la produzione d’armi, mantenere la schiavitù o uccidere esseri viventi o animali come lavoro.
Questi aspetti della sīla servono a stabilizzare tutto il nostro essere, ad essere più tranquilli sia per noi che per gli altri, ad essere più utili per noi e non essere di danno agli altri.
Gli aspetti di saggezza (paññā) comprendono: La Retta Comprensione: avere la conoscenza diretta di quello che è il Dhamma, dell’Ottuplice Sentiero, delle Quattro Nobili Verità, della coproduzione condizionata (paṭiccasamuppāda).
La Retta Intenzione: orientarsi verso la liberazione. Sono uniti dal Retto Sforzo, che ci consente di stare attenti a far emergere ciò che è salutare e mantenerlo, e a far regredire ciò che non è salutare, impedendogli di manifestarsi nella mente e nel cuore.
Gli elementi della meditazione sono: La Retta Consapevolezza, sammā sati. La Retta Concentrazione, sammā samādhi, che riguarda l’unificazione di corpo, mente e cuore.
Questi vari aspetti compongono insieme l’Ottuplice Sentiero.
Le quattro forme di parola non salutare
Il Buddha insegna che cos’è la retta parola illustrandola nelle sue quattro componenti: astenersi dal parlare in modo falso, astenersi dal parlare in modo calunnioso, astenersi dal parlare in modo duro e astenersi dalle chiacchiere inutili.
Poiché gli effetti della parola non sono immediatamente evidenti come quelli delle azioni fisiche, la sua importanza e il suo potenziale vengono facilmente trascurati, ma un po’ di riflessione dimostrerà che la parola e la sua emanazione, ovvero la parola scritta, possono avere enormi conseguenze, positive o negative.
Mentre per gli animali - che comunicano a livello preverbale - l’azione fisica è l’aspetto dominante, per gli esseri umani immersi nella comunicazione la parola ha decisamente il sopravvento.
La parola menzognera
Ci si rende impuri in 4 modi attraverso l’azione verbale: Quando una persona usa la parola menzognera: quando chiamata a un’assemblea pubblica, a un’assemblea di gruppo, a una riunione familiare, o come testimone in un dibattimento della Corte reale, se gli si chiede di manifestare ciò che sa, lui, se non sa, dice ‘Io so’, se sa, dice ‘Non lo so’; se non ha visto, dice ‘Ho visto’, se ha visto, dice ‘Non ho visto’.
Dice così, consapevole delle menzogne, per il proprio profitto, per il profitto di qualcun altro, o in vista di una ricompensa.
Il Buddha insegna che la prima forma di Retta Parola consiste nell’astenersi dalla menzogna e nel dire la verità. In questo caso si evita di parlare in modo falso e ci si astiene da esso.
Si dice la verità, si è dediti alla verità, si è affidabili, degni di fiducia, non si ingannano o manipolano le persone. Se ci si trova a un consesso o tra la gente, o in mezzo ai parenti, o in società, o alla corte del re, e si viene chiamati a testimoniare su ciò che si sa, se non si sa nulla si risponde “Non so nulla” e se si sa si risponde “Lo so”; se non si è visto nulla, si risponde: “Non ho visto nulla”, e se si ha visto si risponde: “Ho visto”.
Così non si dice mai consapevolmente una bugia, né per il proprio vantaggio, né per il vantaggio di un’altra persona, né per qualsiasi altro vantaggio.
Questa affermazione del Buddha rivela sia il lato negativo sia quello positivo di questo precetto. Il lato negativo è l’astensione dalla menzogna, quello positivo il dire la verità.
Il fattore determinante della trasgressione è l’intenzione di ingannare. Se si dice qualcosa di falso credendolo vero, non si viola il precetto perché manca l’intenzione di ingannare.
Sebbene l’intenzione di ingannare sia comune a tutti i casi di discorso ingannevole, la menzogna può presentarsi in forme diverse a seconda della radice motivazionale, che sia l’avidità, l’odio o l’ignoranza.
- L’avidità, come movente principale, si traduce in una menzogna finalizzata a ottenere qualche vantaggio per sé o per le persone vicine: ricchezza materiale, posizione, rispetto o ammirazione.
- Se il movente è l’odio, il discorso falso assume la forma della menzogna maligna, quella che mira a ferire e danneggiare gli altri.
- Quando il movente principale è l’ignoranza, il risultato è un tipo di falsità meno perniciosa: la bugia irrazionale, la bugia compulsiva, l’esagerazione interessante, la bugia per scherzo.
La severità del Buddha contro la menzogna si basa su diverse ragioni. In primo luogo, la menzogna è dannosa per la coesione sociale.
Le persone possono vivere insieme in società solo in un’atmosfera di fiducia reciproca, avendo motivo di credere che gli altri diranno la verità; distruggendo le basi della fiducia e inducendo il sospetto di massa, la menzogna diffusa diventa il segnale della caduta dalla solidarietà sociale al caos.
Ma la menzogna ha altre conseguenze di natura profondamente personale altrettanto disastrose. Per loro stessa natura le bugie tendono a proliferare.
Mentendo una volta e trovando la nostra parola sospetta, ci sentiamo costretti a mentire di nuovo per difendere la nostra credibilità, per dipingere un quadro coerente degli eventi.
Così il processo si ripete: le bugie si allungano, si moltiplicano e si collegano fino a rinchiuderci in una gabbia di falsità da cui è difficile uscire.
La menzogna è quindi un paradigma in miniatura dell’intero processo di illusione soggettiva. In ogni caso, il creatore sicuro di sé, risucchiato dai suoi stessi inganni, finisce per esserne vittima.
Il consiglio del Buddha a Rahula
Queste considerazioni sono probabilmente alla base delle parole di consiglio che il Buddha rivolse a suo figlio, il giovane novizio Rahula, subito dopo l’ordinazione.
Un giorno il Buddha si avvicinò a Rahula, indicò una ciotola con dentro un po’ d’acqua e chiese: “Rahula, vedi la poca acqua rimasta nella ciotola?”. Rahula rispose: “Sì, signore”.
“Così poca, Rahula, è la realizzazione spirituale di chi non ha paura di dire intenzionalmente bugia”.
Allora il Buddha gettò via l’acqua, posò la ciotola e disse: “Vedi, Rahula, come quell’acqua è stata gettata via? Allo stesso modo, chi dice una menzogna deliberatamente getta via qualsiasi conquista spirituale abbia ottenuto”.
Di nuovo chiese: “Vedi come questa ciotola è ora vuota? Allo stesso modo chi non si vergogna di dire il falso è vuoto di conquiste spirituali”.
Poi il Buddha capovolse la ciotola e disse: “Vedi, Rahula, come questa ciotola è stata capovolta? Allo stesso modo, chi dice deliberatamente una bugia capovolge le sue conquiste spirituali e diventa incapace di progredire”.
Pertanto, concluse il Buddha, non si dovrebbe dire una bugia deliberata nemmeno per scherzo.
La verità come accordo con la realtà
Si dice che nel corso del suo lungo addestramento all’illuminazione, durato molte vite, un bodhisatta possa infrangere tutti i precetti morali tranne l’impegno a dire la verità.
La ragione di ciò è molto profonda e rivela che l’impegno alla verità ha un significato che trascende il dominio dell’etica e persino della purificazione mentale, portandoci nei domini della conoscenza e dell’essere.
Il discorso veritiero fornisce, nella sfera della comunicazione interpersonale, un parallelo alla saggezza nella sfera della comprensione privata. I due sono rispettivamente le modalità esteriori e interiori dello stesso impegno verso il reale.
La saggezza consiste nella realizzazione della verità, e la verità (sacca) non è solo una proposizione verbale, ma la natura delle cose così come sono.
Per realizzare la verità tutto il nostro essere deve essere messo in accordo con la realtà, con le cose come sono, il che richiede che nella comunicazione con gli altri si rispettino le cose come sono dicendo la verità.
Il discorso veritiero stabilisce una corrispondenza tra il nostro essere interiore e la natura reale dei fenomeni, permettendo alla saggezza di elevarsi e di scandagliare la loro vera natura.
Quindi, molto più che un principio etico, la devozione alla parola veritiera è una questione di prendere posizione sulla realtà piuttosto che sull’ignoranza, sulla verità colta dalla saggezza piuttosto che sulle fantasie tessute dal desiderio.
La parola divisiva e la maldicenza
Usa parole che seminano discordia: ciò che ha sentito qui lo ripete per separare quelle persone da queste persone. Ciò che ha sentito là lo ripete per separare queste persone da quelle persone.
Così, dividendo ciò ch’è unito e suscitando dei conflitti tra ciò che è diviso, ha malefazioni, si rallegra delle fazioni, apprezza le fazioni, parla delle cose che creano fazioni.
Il discorso calunnioso è un discorso che mira a creare inimicizia e divisione, ad allontanare una persona o un gruppo da un altro.
Il motivo alla base di tali discorsi è generalmente l’avversione, il risentimento per il successo o le virtù di un rivale, l’intenzione di demolire gli altri con denigrazioni verbali.
Possono entrare in gioco anche altri motivi: l’intenzione crudele di fare del male agli altri, il desiderio malvagio di conquistare affetto per se stessi, il piacere perverso di vedere gli amici divisi.
La maldicenza è una delle più gravi trasgressioni morali. La radice dell’odio rende il karma negativo già abbastanza pesante, ma poiché l’azione di solito avviene dopo la deliberazione, la forza negativa diventa ancora più forte perché la premeditazione ne aumenta la gravità.
Quando l’affermazione calunniosa è falsa, i due torti della falsità e della calunnia si combinano per produrre un karma negativo estremamente potente.
Evita le maldicenze e se ne astiene. Ciò che ha sentito qui non lo ripete là, in modo da provocare dissensi; e ciò che ha sentito là non lo ripete qui, in modo da provocare dissensi.
Così unisce quelli che sono divisi; e quelli che sono uniti li incoraggia. La concordia lo rallegra, si diletta e si rallegra della concordia; ed è la concordia che diffonde con le sue parole.
Il contrario della calunnia, come indica il Buddha, è il discorso che promuove l’amicizia e l’armonia. Tali discorsi nascono da un animo sinceramente pervaso da amorevolezza e simpatia.
Conquista la fiducia e l’affetto degli altri, che sentono di potersi confidare senza temere che le loro rivelazioni vengano usate contro di loro.
Il linguaggio aggressivo
Usa la parola ingiuriosa: dice delle parole che sono dure, taglienti, amare per gli altri, ingiuriose per gli altri, provocando la collera, distruggendo la concentrazione.
Le parole dure, aggressive sono quelle pronunciate con rabbia, con lo scopo di far soffrire chi le ascolta.
Questo tipo di discorso può assumere diverse forme, di cui possiamo citarne tre. Uno è il discorso offensivo: rimproverare, offendere o giudicare un altro con parole amare.
Un secondo è l’insulto: ferire un altro attribuendogli una qualità offensiva che ne sminuisce la dignità. Il terzo è il sarcasmo: parlare a qualcuno in modo apparentemente elogiativo, ma con un tono o un’espressione così distorta che l’intento lesivo diventa chiaro e provoca dolore.
La radice principale del discorso duro è l’avversione, che assume la forma della rabbia. Poiché in questo caso si tende ad agire impulsivamente, senza deliberazione, la trasgressione è meno grave della calunnia e la conseguenza karmica generalmente meno severa.
Tuttavia, la parola dura è un’azione non salutare con risultati spiacevoli per se stessi e per gli altri, sia ora che in futuro, quindi deve essere contenuta.
Evita il linguaggio duro e se ne astiene. Parla con parole gentili, che calmano l’orecchio, con parole affettuose, che vanno al cuore, che sono cortesi, amichevoli e piacevoli per molti.
L’antidoto ideale è la pazienza: imparare a tollerare il biasimo e le critiche degli altri, a simpatizzare con le loro mancanze, a rispettare le differenze di punti di vista, a sopportare gli abusi senza sentirsi obbligati a vendicarsi.
Il Buddha invita alla pazienza anche nelle condizioni più difficili: Anche se, monaci, ladri e assassini vi squarciassero le membra e le giunture, chiunque cedesse all’ira per questo non seguirebbe il mio consiglio.
Perché così dovete allenarvi: “La nostra mente deve rimanere indisturbata, con il cuore pieno d’amore e libero da ogni malizia nascosta; e quella persona dobbiamo penetrare con pensieri amorevoli, ampi, profondi, sconfinati, liberi dall’ira e dall’odio”.
Le chiacchiere inutili
Usa la chiacchiera oziosa: parla fuori proposito, dice ciò che non è utile, ciò che non è in accordo con lo scopo, che non è in accordo con il Dhamma e con il Vinaya, dice parole inutili e vuote.
Le chiacchiere inutili sono discorsi privi di scopo e di profondità. Non comunicano nulla di valore, ma non fanno altro che fomentare i difetti nella propria mente e in quella degli altri.
Il Buddha consiglia di limitare le chiacchiere inutili e di parlare il più possibile di argomenti di reale importanza.
Nel caso di un monaco, il soggetto tipico del passo appena citato, le sue parole dovrebbero essere selettive e riguardare principalmente il Dharma. I laici avranno più bisogno di chiacchiere affettuose con gli amici e i familiari, di conversazioni educate con i conoscenti e di discorsi legati al loro lavoro.
Anche in questo caso, però, devono fare attenzione a non lasciare che la conversazione si estenda a pascoli in cui la mente inquieta, sempre alla ricerca di qualcosa di dolce o piccante di cui nutrirsi, possa trovare l’occasione di assecondare le sue propensioni contaminanti.
L’esegesi tradizionale dell’astensione dalle chiacchiere si riferisce solo all’evitare di impegnarsi in prima persona in questi discorsi. Ma oggi potrebbe essere utile dare a questo fattore un taglio diverso, reso imperativo da alcuni sviluppi peculiari del nostro tempo, sconosciuti ai tempi del Buddha e degli antichi commentatori.
Si tratta di evitare l’esposizione alle chiacchiere inutili che ci bombardano costantemente attraverso i nuovi mezzi di comunicazione creati dalla tecnologia moderna.
Un’incredibile serie di dispositivi - televisione, radio, giornali, riviste di carta stampata, cinema, internet - diffonde un flusso continuo di informazioni inutili e di intrattenimento distraente, il cui effetto è quello di lasciare la mente passiva, vuota e sterile.
Tutti questi sviluppi, ingenuamente accettati come “progresso”, minacciano di smussare la nostra sensibilità estetica e spirituale e di renderci sordi al richiamo superiore della vita contemplativa.
Gli aspiranti seri sulla via della liberazione devono essere estremamente perspicaci in ciò a cui si lasciano esporre. Farebbero un grande servizio alle loro aspirazioni includendo queste fonti di divertimento e di informazioni inutili nella categoria delle chiacchiere inutili e facendo uno sforzo per evitarle.
La parola salutare: quattro criteri fondamentali
Poi il Buddha racconta invece le azioni verbali salutari, che sono naturalmente l’opposto di queste: “Una persona che si astiene di fare uso della parola menzognera: se sa, dice ‘So’, se non sa dice ‘Non so’, se ha visto dice ‘Ho visto’, se non ha visto, dice ‘Non ho visto’.
Non dice consapevolmente una menzogna per il proprio profitto, quello di qualcun altro o in vista di una ricompensa. Abbandona la parola menzognera, si astiene dalla parola menzognera.
Dice la verità, si attiene alla verità, è fermo, affidabile, non è un ingannatore del mondo.
Abbandona la parola che semina la discordia, si astiene dalla parola che semina la discordia. Ciò che ha sentito qui non lo ripete là per separare quelle persone da queste persone.
Ciò che ha sentito là non lo ripete qui per separare quelle persone da queste persone. Così, riconciliando coloro che si sono divisi o cementando coloro che si sono uniti, ama la concordia, si rallegra della concordia, apprezza la concordia, parla delle cose che creano la concordia.
Abbandonando la parola ingiuriosa, si astiene dalla parola ingiuriosa. Dice delle parole che sono piacevoli all’orecchio, affettuose, che vanno dritte al cuore, sempre educate, attraenti e piacevoli per le persone.
Abbandonando la chiacchiera oziosa, si astiene dalla chiacchiera oziosa. Parla a proposito, dice ciò che è utile, ciò che è in accordo con lo scopo, il Dhamma e il Vinaya.
Dice parole degne, appropriate, ragionevoli, circoscritte, connesse con lo scopo.”
“Così ci si rende puri in 4 modi attraverso l’azione verbale.”
| Parola da evitare | Pratica della Retta Parola |
|---|---|
| Menzogna | Dire la verità ed essere affidabili |
| Discordia e maldicenza | Promuovere concordia e riconciliazione |
| Parole dure e aggressive | Parlare con gentilezza e rispetto |
| Chiacchiere inutili | Dire ciò che è utile, appropriato e connesso allo scopo |
I cinque fattori del discorso ben parlato
C’è un altro sutta molto breve che si chiama Vācā Sutta, l’insegnamento sulla parola. In pāli, sammā vācā significa “retta, perfetta, ben accordata parola”.
Il Buddha dice: “Monaci, la parola, il discorso che ha 5 fattori è ben parlato e non mal parlato, è irreprensibile e non è criticato dalle persone sensate.
Quali sono questi 5 fattori?
- È un discorso tempestivo, detto al momento giusto (kālena)
- È vero (saccā)
- È gentile (saṇhena)
- È benefico (atthasaṃhitaṃ)
- È pronunciato con mente amorevole (mettacittena)
“Il discorso con questi 5 fattori è ben detto, è ben parlato e non è mal detto o mal parlato. È irreprensibile e non è criticato dalle persone sensate.”
Questo sutta fa parte sempre dell’Aṅguttara Nikāya, nel capitolo del 5, ed è il numero 198.
Le cinque domande prima di parlare
In buona sostanza, il Buddha prima ci ha detto qual è la Retta Parola e poi, in un’altra occasione, ci ha dato gli elementi - la cartina al tornasole - per capire se stiamo veramente parlando con la Retta Parola, attraverso queste 5 domande che ci possiamo fare.
- Sto dicendo la cosa al momento giusto?
- Sto dicendo la verità?
- Lo sto dicendo con gentilezza?
- Lo sto dicendo in modo utile o benefico?
- Sto parlando con la mente amorevole?
La Retta Parola, quindi, è composta di 4 elementi: Non dire menzogne. Non essere divisivi, non utilizzare un linguaggio divisivo, non fare pettegolezzi.
Non utilizzare la parola in modo aggressivo, non utilizzare la parola come se fosse un’arma. Non parlare a vuoto, dire soltanto cose che hanno senso, che portano a una maggiore comprensione e armonia, che sono in accordo con il Dhamma.
La mente amorevole è esattamente la gentilezza amorevole, mettā. Quando parliamo con la mente amorevole, si dice mettā citta.
Così abbiamo kālena (parlare al momento giusto), saccā (parlare con verità), saṇhena (parlare con gentilezza), atthasaṃhitaṃ (parlare in modo utile) e, da ultimo, la ciliegina sulla torta, mettā citta (parlare con la gentilezza amorevole).
Si potrebbe quasi dire che se si parla con la mente pervasa dalla gentilezza amorevole, probabilmente sono vere anche tutte le altre 4 cose.
Praticare la Retta Parola nella vita quotidiana
In realtà, possiamo praticare la Retta Parola sempre, anche quando andiamo a fare la spesa e stiamo chiedendo un chilo e mezzo di zucchine.
Questo esperimento può diventare una pratica molto importante, una pratica pervasa dalla consapevolezza, cioè di essere consapevoli di com’è la nostra mente nel momento in cui parliamo.
Quando andiamo a parlare, ci possiamo chiedere: “Queste cose che sto dicendo, è il momento giusto per dirle? È questo un momento in cui la persona mi starà a sentire, in cui la persona ha voglia di sentirmi?
In cui, se dico questa cosa, la persona la troverà effettivamente efficace? Oppure lo sto dicendo nel momento sbagliato, quando la persona non vuole sentirmi o non mi può sentire?”
Questo è un principio di massima efficacia, cioè di non perdere tempo a parlare quando non è il caso. Possiamo fare questa pratica prima in modo formale, immaginando o ricordando delle conversazioni, e poi nella pratica informale di tutti i giorni.
Quando andiamo a parlare, ci fermiamo un attimo, respiriamo, e ci chiediamo: “Questo è il momento giusto per questa cosa che devo dire? È il momento giusto per me, ed è il momento giusto per la persona o le persone che mi devono ascoltare?”
Rallentare e respirare
Un meccanismo molto semplice per cominciare a lavorare sulla Retta Parola è quello di rallentare. Se ogni volta che diciamo qualcosa prendiamo prima un respiro, ci rassereniamo un attimo e portiamo la mente nel cuore, possiamo parlare con un maggiore radicamento.
Possiamo addestrarci a parlare più lentamente, prendere questi respiri e farci queste domande. Un altro modo in cui possiamo affrontare queste 5 domande è dal punto di vista dei respiri.
Essere autentici senza ferire
Riguardo alla verità, non si tratta solo di evitare affermazioni palesemente false, ma di essere autentici.
Ad esempio, se dico “Buongiorno, sono proprio felice di vederti”, è proprio vero che sono felice di vedere questa persona? Se dico a qualcuno “L’hai fatto proprio bene”, sono veramente convinto che sia questo il modo giusto di fare le cose?
Questo non significa dover dire sempre tutta la verità in modo diretto o insensibile. Possiamo usare il “mezzo abile” per dire le cose in modo gentile.
Ad esempio, se qualcuno ci dice “Ho appena comprato delle sigarette”, invece di dire “Hai fatto male, le sigarette fanno male”, possiamo trovare modi più gentili per esprimere la nostra preoccupazione, cercando sempre il modo migliore per farci ascoltare, per connetterci veramente da cuore a cuore.
Controllare il tono emotivo
L’aspetto della gentilezza è particolarmente critico, perché non tutte le interazioni sono facili da gestire. In qualche modo è più facile essere gentili con degli estranei, anche maleducati, che con le persone che incontriamo tutti i giorni: i nostri familiari, i figli, le mogli, i mariti, gli amici.
È molto più facile lasciarsi andare nei rapporti molto forti. Prima di parlare, dobbiamo sempre prendere il tempo di un respiro e chiederci: “Qual è il tono emotivo della mia mente in questo momento? Qual è la sensazione dominante?
È una sensazione piacevole, spiacevole o neutra? Se c’è una sensazione spiacevole, questa mi porta irritazione, fastidio, impazienza?”
Ridurre il giudizio
La mente giudicante è un altro grande tema della Retta Parola. Quando durante la comunicazione cominciamo a giudicare quello che ci dicono le altre persone, finiamo per allontanarci.
Così come ci allontana il dire con parole aspre le cose che pensiamo, anche se possono essere cose assolutamente salutari in sé, come smettere di fumare.
Si tratta di portare gentilezza nel cuore e poi farla espandere dal cuore verso la mente e verso le parole, controllando se nella mente stessa c’è qualcosa di non gentile, di aggressivo, di giudicante.
Nella mia pratica, la parte del giudizio è stata una parte che ha richiesto un grande lavoro. La buona notizia è che si può lavorare su tutte queste cose e si riesce a stare un po’ più tranquilli, anche con l’uso del linguaggio.
Il valore del silenzio
Per quanto riguarda il parlare in modo utile e benefico (atthasaṃhitaṃ), l’obiettivo è dire soltanto parole che siano benefiche.
Anche qui possiamo fare una pratica: prendiamo un respiro e ci chiediamo se queste parole che stiamo per dire, questo discorso che stiamo per fare, servono un proposito salutare, qualcosa che faccia bene, che contribuisca alla felicità, alla pace e all’armonia, oppure se fanno il contrario, appesantendo l’aria con negatività, portando odio e divisione.
A volte, quando non possiamo dire qualcosa che sia benefico in quel momento, non rimane altro che stare in silenzio. Non è detto che dobbiamo parlare necessariamente.
Possiamo anche semplicemente ascoltare e magari rispondere a quello che ci dicono senza essere noi a intervenire per primi.
Parlare con mettā citta
Tutto questo trova il culmine nella quinta domanda, se stiamo parlando con la mente amorevole, mettā citta.
Anche in questo caso c’è un aspetto di pratica che possiamo fare, prendendo un respiro e portando mettā nel cuore. Possiamo sentirla lì.
È utile rapportare queste cose ai respiri. Una volta portata questa gentilezza, possiamo svilupparla verso il nostro interlocutore, verso i nostri interlocutori.
Questo, in qualche modo, è una sorta di resa, una resa di tutto ciò che ci irrigidisce. Si tratta di vedere l’altra persona con benevolenza.
Vedendola con benevolenza, verrà quasi automatico dire le cose in modo gentile, dire cose utili, non essere scortesi, e dire anche le cose con verità, perché sapendo che c’è questa gentilezza amorevole, non andremo a dire cose che non sono vere o che non c’entrano niente in quel particolare momento.
La parola, la salute e il comportamento
Dal momento che oggi viene sempre più considerato il rapporto tra determinanti sociali e ambientali e l’influenza che questi hanno sullo stato di salute di un individuo, non stupisce che la valutazione della violenza, più o meno velata, che emerge dai discorsi delle persone sia diventata oggetto di analisi della terapia cognitivo-comportamentale (CBT), una tecnica di psicoterapia altamente validata.
Tale metodologia è fondata sul principio che la percezione degli eventi da parte di un individuo guidi le sue emozioni e comportamenti e che tutto ciò che va a costituire il sistema socio-ecologico nella vita di un soggetto debba venir preso in considerazione per poter predire stati patologici, presenti e futuri.
In questa immagine il concetto viene spiegato in modo semplice e chiaro. Imparare ad ascoltare gli altri è un punto fondamentale, nelle interazioni personali, per poter aiutare le persone con cui veniamo in contatto e influenzare positivamente il loro pensiero presente e futuro.
Ed evitare l’utilizzo di parole violente può avere un impatto fortemente significativo nelle nostre relazioni.
Gli autori di un recente studio pubblicato su BMJ open sottolineano però come, affinché le nostre parole siano efficaci e, ad esempio, possano ispirare l’orientamento al futuro, tale futuro “migliore” deve essere tangibile e accessibile, per poter essere “credibile”.
E, dal momento che il futuro si costruisce dal presente, di certo vi sono oggi più presupposti positivi, rispetto al passato, per poter intraprendere un cambiamento concreto.
L’importanza della retta parola nel buddhismo
Le parole illuminanti del Buddha
Esistono tre divisioni della parola illuminante del Buddha (sangs-rgyas-kyi bka’-gsum), differenziate secondo la condizione dominante (bdag-rkyen) della loro origine:
Parole pronunciate dal Buddha
Parole illuminanti pronunciate dalle labbra del Buddha stesso (zhal-nas gsung-pai bka’). Esempi includono i Sutra sulla consapevolezza discriminante di vasta portata (Shes-rab-kyi pha-rol-tu phyin-pa’i mdo, sanscr. Prajñāpāramitā Sūtra, Sutra della perfezione della saggezza).
Parole autorizzate
Le parole autorizzate (rjes-su gnang-ba’i gsung) sono passaggi nei sutra non effettivamente pronunciati dal Buddha stesso, ma autorizzati per descrivere il contesto in cui egli ha insegnato.
Esempi includono passaggi introduttivi che spiegano dove e quando è stato pronunciato un sutra, che i discepoli hanno aggiunto in seguito quando hanno ricordato i sutra parola per parola e poi hanno fornito i dettagli della sua pronuncia, il pubblico e così via.
Tra le dodici categorie scritturali, esempi includono narrazioni etiche (gleng-bzhi, sanscr. nidāna) e, altrove, passaggi di collegamento (mtshams-sbyor, sanscr. saṃdhi) e passaggi di supporto (mthun-’gyur).
Parole ispirate dal Buddha
Le parole illuminanti ispirate dal Buddha (byin-gyis rlabs-pa’i bka’) sono parole illuminanti in realtà non pronunciate dal Buddha ma da qualcun altro, attraverso l'ispirazione del Buddha.
Le parole illuminanti ispirate dal Buddha sono di tre tipi:
- Parole illuminanti ispirate dal corpo del Buddha (skus byin-gyis rlabs-pa’i bka’ ), come quelle pronunciate dai bodhisattva in sessioni di domande e risposte tra loro, tenute in presenza del Buddha.
- Parole illuminanti ispirate al discorso del Buddha (gsung-gis byin-gyis rlabs-pa’i bka’).
- Parole illuminanti ispirate dalla mente del Buddha (thugs-kyis byin-gyis rlabs-pa’i bka’).
Un esempio è Sutra dei dieci (arya bodhisattva) livelli della mente (mDo-sde sa-bcu-pa, sanscr. Daśabhūmika Sūtra).
Un esempio è Sutra dell'alleviare il rimorso dell'Arya Ajatashatru (’Phags-pa ma-skyes dgra’i ‘gyod-pa bsal-ba’i mdo, sanscr. Ajātaśatru Kaukṛtyavinodana Sūtra).
Le parole illuminanti ispirate dalla mente del Buddha sono di tre tipi:
Le parole illuminanti ispirate dal potere della verità nella mente del Buddha (thugs bden-pas byin-gyis rlabs-pa’i bka’) si riferiscono a come le intenzioni o i desideri del Buddha possono influenzare l'esperienza degli altri in modo che siano ispirati a comprendere un aspetto dei suoi insegnamenti.
Ad esempio, dal potere della verità nella mente del Buddha, alcune persone possono essere ispirate a sperimentare il suono del vento che soffia tra le foglie come un insegnamento del Dharma.
Parole illuminanti ispirate dalla compassione nella mente del Buddha (thugs thugs-rjes byin-gyis rlabs-pa’i bka’). Ad esempio, attraverso l’ispirazione della compassione del Buddha, qualcuno senza conoscenza o familiarità con il Dharma può comunque pronunciare spontaneamente e involontariamente parole che comunicano il Dharma agli altri.
Parole illuminanti ispirate dalla concentrazione assorbita del Buddha (thugs ting-nge-’dzin-gyis byin-gyis byin-gyis rlabs-pa’i bka’). Ad esempio, attraverso l’ispirazione del Buddha totalmente assorbito nella concentrazione assorta che esprime la molteplicità dei fenomeni, nota come "l'apparenza del profondo", Avalokiteshvara ha consegnato Il cuore della consapevolezza discriminante di vasta portata: la donna vincitrice che supera tutto (bCom-ldan ’das-ma shes-rab-kyi pha-rol-tu phyin-pa’i snying-po, sanscr. Bhagavatī Prajñāpāramitā Hṛdaya, Sutra del cuore).
La Retta Parola come pratica di guarigione
Retta Parola, secondo Thich Nhat Hanh, è una parola che esprime non discriminazione, perdono, comprensione, sostegno e amore. Riuscire a dire o scrivere qualcosa del genere è liberatorio e risanatore.
La Retta Parola è il terzo elemento del Nobile Ottuplice Sentiero. Ogni volta che dici o scrivi qualcosa - in maniera professionale o personale - dovresti farlo con la consapevolezza della non-discriminazione, della comprensione e della compassione.
Quello che dici può risanare te, gli altri e il mondo. Sappiamo che troppa sofferenza è causata dall’erronea parola.
Parlare sinceramente, senza menzogne. Parlare in maniera coerente, senza dire una determinata cosa a una persona e qualcosa di diverso a un’altra.
Parlare rispettosamente, senza insultare. Parlare accuratamente, senza esagerazione.
A quel punto stiamo praticando la Retta Parola.
Quando hai il Retto Pensiero sai come avere la Retta Parola. Sai che la persona che ami è impermanente, la sua mente è impermanente e il suo corpo anche.
Eppure nella vita quotidiana presumi che sia permanente, quindi la dai per scontata. Retto Pensiero significa che sai che lei è impermanente.
Con questa saggezza non ti arrabbierai, cercherai di fare e dire le cose in modo diverso.
Quindi non parlare bruscamente affermando: «Lui/lei mi ha tradito». Di’ invece: «Oh, vedo che la colpa della situazione è in parte mia» o «Sono responsabile di non avere gestito bene quella situazione» e così via.
A quel punto hai la Retta Parola. Immagina di sederti a scrivere una lettera colma di perdono e compassione.
Mentre la scrivi stai risanando te stesso. Anche se l’altra persona non l’ha ancora letta, il mondo intorno a te comincia a risanarsi.
Puoi praticare la Retta Parola quando mandi un’email, ed essa può alleviare subito la sofferenza dentro di te e la sofferenza nell’altra persona.
Perché aspettare? Possiamo sempre praticare la Retta Parola per risanare noi stessi, per riconciliarci con noi stessi e con il mondo.
Retta Parola è una parola che esprime non discriminazione, perdono, comprensione, sostegno e amore. Sappiamo che quando riusciamo a dire o scrivere qualcosa del genere ci sentiamo magnificamente.
È così liberatorio e risanatore, arreca sollievo. La Retta Parola porta benessere.
Qualsiasi cosa contenga discriminazione, odio e il desiderio di punire, farà soffrire noi e gli altri.