La minestra spirituale può essere compresa come un’immagine della vita interiore: un nutrimento fatto di povertà, fraternità, lavoro, preghiera e contemplazione, nel quale ogni dimensione contribuisce a trasformare la persona e la comunità. Il carisma di Chiara fonda le sue radici nell’osservanza del Santo Vangelo e particolarmente nella sequela di Cristo povero e crocifisso.
Per amore di Lui, Chiara vive corporalmente rinchiusa, in somma povertà e in unione profonda con le sue sorelle. “E se la madre ama e nutre la sua figlia carnale, con quanto maggiore amore deve la sorella amare e nutrire la sua sorella spirituale!”.
Il carisma di Santa Chiara
La vita di Chiara si sviluppa attorno a una scelta radicale: seguire Cristo povero e crocifisso, aderendo al Vangelo non soltanto come insieme di insegnamenti, ma come forma concreta dell’esistenza. La clausura, la povertà, il lavoro, la preghiera e la fraternità non sono elementi separati, ma aspetti di un’unica vocazione.
Audite poverelle. Lauda scritta da S. Francesco per Chiara e le sue sorelle, musicata dal maestro Canio Fidanza.
Il carisma di Chiara fonda le sue radici nell’osservanza del Santo Vangelo e particolarmente nella sequela di Cristo povero e crocifisso. Per amore di Lui, Chiara vive corporalmente rinchiusa, in somma povertà e in unione profonda con le sue sorelle.
La povertà come fiducia e libertà
La povertà è un pilastro del carisma di santa Chiara. Lei sempre esorta le sorelle a perseverare nell’amore e nell’osservanza della santissima povertà, per seguire le orme del Figlio di Dio, il quale, finché visse nel mondo, non volle mai allontanarsi dalla santa povertà. (cfr. Testamento di Santa Chiara).
A questo scopo, lei chiede ed ottiene da Papa Gregorio IX un privilegio del tutto particolare: il privilegio della Povertà che consente a lei e a tutte le sorelle di ogni tempo di non possedere nulla né personalmente né comunitariamente, se non il monastero e il terreno necessario all’isolamento.
Il Papa inizialmente oppose delle resistenze nel concedere tale privilegio preoccupandosi per la sussistenza delle sorelle, ma di fronte alla ferma volontà di Chiara acconsentì.
Il Papa le scrive: “Volendo voi dedicarvi unicamente al Signore…Colui che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo, non vi farà mancare né il vitto né il vestito (MT 6, 25-33), finché nella vita eterna passerà davanti a voi e vi somministrerà se stesso, quando cioè la sua destra vi abbraccerà con gioia più grande, nella pienezza della sua visione ( Ct 2,6 ).” (dal Privilegio della povertà)
La povertà francescana, oltre alla rinuncia ai beni terreni, è l’atteggiamento di piena fiducia dei figli, che si abbandonano nelle mani del Padre.
Francesco e Chiara, contenti di possedere Dio solo, nulla desiderarono, nulla vollero, in nulla trovarono piacere e diletto se non nel solo vero Dio, che è pienezza di Bene, ogni Bene, tutto il Bene, il vero e sommo Bene.
O beata povertà. Testo tratto dalla prima Lettera di S. Chiara d'Assisi a Sant'Agnese di Praga, musicato dal maestro Canio Fidanza.
| Dimensione | Significato nella vita di Chiara |
|---|---|
| Povertà | Rinuncia ai beni terreni e piena fiducia nelle mani del Padre. |
| Fraternità | Vita comune nell’osservanza del Vangelo, nella santissima unità e nell’altissima povertà. |
| Lavoro | Mezzo ordinario per provvedere al sostentamento della Comunità. |
| Clausura | Forma di vita contemplativa, adorazione e servizio alla Chiesa e all’umanità. |
| Preghiera | Intercessione per la Chiesa, l’umanità e le persone più deboli e bisognose. |
La fraternità come nutrimento spirituale
L‘esperienza di fraternità, vissuta nell’osservanza del Vangelo, in “santissima unità e altissima povertà”, è alla base della vita di Chiara e delle sue sorelle.
“Tranquillamente manifesti l’una all’altra la propria necessità. E se la madre ama e nutre la sua figlia carnale, con quanto maggiore amore deve la sorella amare e nutrire la sua sorella spirituale!” (Regola S. Chiara)
Chiara considera ciascuna sorella come un dono di Dio. La vita fraterna, vissuta nello spirito delle prime comunità cristiane, è consolidata dalla comune vocazione, tanto che per Chiara il legame spirituale è più forte di quello di sangue.
Le sorelle vivono mettendo tutto in comune, non hanno nulla di proprio e se ricevono qualcosa dall’esterno, la consegnano all’ Abbadessa, in modo che possa essere data alla sorella che ne ha più bisogno.
La dimensione fraterna si vive intensamente sia nella preghiera che nel lavoro. S. Chiara, rivolgendosi alle sorelle dice loro: e amandovi a vicenda nella carità di Cristo, dimostrate al di fuori con le opere l’amore che avete nell’intimo, in modo che, provocate da questo esempio, le sorelle crescano sempre nell’amore di Dio e nella mutua carità (dal Testamento di S. Chiara).

Il lavoro delle mani
Chiara, scegliendo di vivere come i poveri, vuole che il lavoro delle proprie mani sia il mezzo ordinario per provvedere quanto è necessario al sostentamento della Comunità. Il lavoro è quindi la più alta espressione di povertà.
Nella Regola Chiara dice: “le sorelle a cui il Signore ha dato la grazia di lavorare si rechino al lavoro con fedeltà e devozione, applicandosi al lavoro di utilità comune in modo tale che bandito l’ozio, nemico dell’anima, non estinguano lo spirito della santa orazione e devozione, al quale tutte le altre cose temporali devono servire”.
Il lavoro non viene contrapposto alla preghiera, perché ogni attività temporale deve conservarne e sostenerne lo spirito. Le mani impegnate nel lavoro rimangono quindi unite alla vita interiore e alla ricerca di Dio.
Quando il frutto del lavoro e gli altri mezzi di sostentamento non bastano, le sorelle possono, entro il limiti della vera necessità, ricorrere ai benefattori come alla “mensa del Signore”.(dalle Costituzioni dell’Ordine delle Sorelle povere di S. Chiara).
L’aiuto ricevuto è sempre espressione della generosa Provvidenza di Dio.
La clausura e la vita contemplativa
La vita claustrale, apparentemente inutile, è la forma più alta di adorazione: sta a testimoniare che Dio è così grande che vale la pena donargli la vita, che l’esistenza venga bruciata, quale olocausto in Suo onore, a servizio della Chiesa e dell’umanità.
Perché la clausura?
La clausura è il mezzo che ci aiuta a vivere la vita con Dio, ed esprime il carattere totalizzante che costituisce il dinamismo profondo della vocazione alla vita contemplativa.
Scrive papa Francesco: “ La vita (delle monache)“nascosta con Cristo in Dio” (cfr Col 3,3) diventa così figura dell’amore incondizionato del Signore, il primo contemplativo… Il monaco è colui che cerca Dio per tutta la vita. Per lui “il vivere è Cristo!”(Fil 1,21)
Chi è il contemplativo?
Sull’esempio della Vergine Madre, il contemplativo è la persona centrata in Dio, è colui per il quale Dio è l’unum necessarium (cfr Lc 10,42), di fronte a cui tutto si ridimensiona, perché guardato con occhi nuovi.
La persona contemplativa capisce l’importanza delle cose, ma queste non rubano il suo cuore e non bloccano la sua mente, sono anzi una scala per arrivare a Dio: tutto per lei «porta significazione» dell’Altissimo!
Chi si immerge nel mistero della contemplazione vede con occhi spirituali: questo gli permette di contemplare il mondo e le persone con lo sguardo di Dio, là dove invece gli altri «hanno occhi e non vedono» (Sal 115,5; 135,16; cfr Ger 5,21), perché guardano con gli occhi della carne.
La vita contemplativa (pt1)
La forza della preghiera
Il libro dell’Esodo ci mostra che Mosè con la sua preghiera decide la sorte del suo popolo, garantendone la vittoria sul nemico quando riesce a tenere alte le braccia per invocare l’aiuto del Signore (cfr 17,11).
Questo testo mi pare un’immagine molto espressiva della forza e dell’efficacia della vostra preghiera in favore di tutta l’umanità e della Chiesa, particolarmente delle sue membra più deboli e bisognose.
Anche oggi, come allora, possiamo pensare che le sorti dell’umanità si decidono nel cuore orante e nelle braccia alzate delle contemplative. Attraverso la preghiera di intercessione, voi avete un ruolo fondamentale nella vita della Chiesa.
Pregate e intercedete per tanti fratelli e sorelle che sono carcerati, migranti, rifugiati e perseguitati, per tante famiglie ferite, per le persone senza lavoro, per i poveri, per i malati, per le vittime delle dipendenze, per citare alcune situazioni che sono ogni giorno più urgenti.
Voi siete come quelle persone che portarono un paralitico davanti al Signore, perché lo guarisse (cfr Mc 2,1-12). Attraverso la preghiera voi, giorno e notte, avvicinate al Signore la vita di tanti fratelli e sorelle che per diverse situazioni non possono raggiungerlo per fare esperienza della sua misericordia risanatrice, mentre Lui li attende per fare loro grazia.
Con la vostra preghiera potete guarire le piaghe di tanti fratelli.
I testi inerenti alla clausura sono tratti dalla Costituzione apostolica Vultum Dei quaerere di papa Francesco.
La minestra spirituale e il tema del nutrimento
“Dio s’è fatto uomo per salvarci, ma, fattosi uomo, ha voluto addirittura farsi cibo, perché nutrendoci di lui diventassimo altri Lui[1]“
“L’Eucaristia non è che porti soltanto frutti belli, buoni, di santità, d’amore; non è nemmeno che abbia come primo scopo quello di aumentare l’unità con Dio e fra noi (come è comunemente intesa l’unità) e serva perciò a nutrire la presenza di Gesù in mezzo a noi. Sì, anche questo. Ma il compito dell’Eucaristia è un altro. L’Eucaristia ha come fine: farci Dio (per partecipazione). Mescolando le carni vivificate dallo Spirito Santo e vivificanti del Cristo con le nostre, ci divinizza nell’anima e nel corpo” [2]
Il nutrimento spirituale non è soltanto un’immagine legata alla soddisfazione o al conforto. Esso indica una trasformazione: ricevendo Cristo, la persona viene resa partecipe della sua vita.
Quando negli anni ’70 Chiara Lubich presenta i cardini fondamentali a quanti seguono più da vicino la sua spiritualità, nel 1976, per comprendere l’Eucaristia, invita a “perdere” in un certo senso, quanto presentato della vita spirituale, quanto fin lì compreso della spiritualità, […] “perché altrimenti non si capisce l’Eucaristia. Naturalmente nell’Eucaristia poi ritroveremo tutti questi aspetti, ma in un’altra maniera” [3].
Si tratta dunque anche ora di provare ad entrare in un’altra realtà.
L’amore reciproco e la presenza di Gesù
Quando, desiderose di capire quale era la Parola che, vissuta, sarebbe stata la più gradita a Dio, le prime focolarine dal Vangelo colsero in particolare quella in cui si compendiano la Legge e i profeti: l’amore fraterno [4], giungendo all’amore dunque, amore reciproco, hanno intuito che la preghiera che Gesù aveva rivolto al Padre poco prima di morire, costituiva la magna charta del Movimento che stava nascendo.
Nel 1997, nel discorso tenuto da Chiara Lubich a Graz, in occasione della II Assemblea Ecumenica Europea, dopo aver fatto riferimento ai Padri [della Chiesa], i quali spesso, per spiegare la presenza di Gesù nella Chiesa si basavano su Mt 18,20 e Mt 28,20, mette in luce come la vita con la presenza di Gesù in mezzo, presente per l’amore reciproco, inserisca gli uomini in modo più vitale nella presenza di Gesù nella Chiesa.
Ed afferma: “Questo è un vincolo già forte! E’un aiuto nel cammino verso l’unità visibile! Gesù fra un cattolico ed un evangelico che si amano, fra anglicani e ortodossi, fra un’armena e una riformata… È un dono fra il resto, che rende meno penosa l’attesa del tempo in cui sarà condiviso da tutti noi sotto le specie eucaristiche”[5].
La fraternità diventa così una forma concreta di nutrimento reciproco: l’amore ricevuto e donato rende visibile una presenza che conduce verso l’unità.
La minestra come immagine di condivisione
La minestra è un cibo composto da elementi diversi che vengono riuniti in un’unica preparazione. Anche la vita fraterna nasce dalla condivisione: le sorelle mettono tutto in comune, non hanno nulla di proprio e ciò che arriva dall’esterno viene consegnato perché sia dato a chi ne ha più bisogno.
In questa prospettiva, la minestra spirituale non indica soltanto qualcosa che alimenta individualmente, ma una realtà preparata e ricevuta insieme. La povertà rende possibile la fiducia, il lavoro offre il necessario, la fraternità condivide i doni, la clausura concentra la vita in Dio e la preghiera porta davanti al Signore le necessità dell’umanità.
La vita fraterna, vissuta nello spirito delle prime comunità cristiane, è consolidata dalla comune vocazione, tanto che per Chiara il legame spirituale è più forte di quello di sangue.
“Tranquillamente manifesti l’una all’altra la propria necessità. E se la madre ama e nutre la sua figlia carnale, con quanto maggiore amore deve la sorella amare e nutrire la sua sorella spirituale!” (Regola S. Chiara)
Verdure, semplicità e memoria della cucina povera
Oggi rendiamo goloso il minestrone! Un piatto sano e amico della salute.
Ritorno a dedicarmi ai bambini. Un altro suggerimento per le mamme che cercano di far mangiare le verdure ai loro piccoli e incontentabili pargoletti.
Una minestra di verdure dal colore un po’ speciale!
La minestra in questione è VIOLA! Ecco perchè l’ho voluta chiamare “degli alieni”, perchè è davvero singolare, per certi aspetti anche un po’ inquietante!
Poi, come se non bastasse, questo colore cambia di tono al variare della temperatura (vi ricordate quei pupazzetti che cambiavano il colore del pannolino sotto l’acqua fredda?!): caldo=viola,freddo=grigio/blu.
Se avete anche voi figli coraggiosi, che non hanno paura degli alieni, si avvicineranno di sicuro a questa minestra, dall’aspetto particolare ma dal gusto rassicurante.
Io l’ho proposta alle mie bambine con cereali di mais e un filo di olio extravergine di oliva.
Così ci siamo messe a tavola, abbiamo parlato della luna e delle stelle, del sole e dei suoi caldi raggi, e con grande coraggio abbiamo mangiato la crema di verdure sgranocchiando i cereali e…ringraziando l’omino del pianeta lontano per la buona ricetta!
La minestra degli alieni
| Caratteristica | Indicazione |
|---|---|
| Persone | 2 Persone |
| Difficoltà | Facile |
| Tempo | 30 minuti |
Ingredienti
- 1 patata grande
- 150 gr di cavolo capuccio viola
- 1/2 porro o una cipollina fresca)
- acqua
- olio extravergine di oliva
- cereali di mais
Preparazione
Pulite il porro, tagliatelo a fettine e fatelo rosolare in una pentola con poco olio. Dopo alcuni minuti aggiungete la patata tagliata a dadini, lasciate insaporire, poi unite il cavolo privato della costa centrale (parte più dura) tagliato a fettine.
Fate insaporire bene poi aggiungete acqua fino a coprire le verdure, salate e fate cuocere circa 30minuti. Quando le verdure saranno cotte, frullate fino a ridurre tutto in una morbida crema.
Servite ai vostri figli coraggiosi con pasta corta, riso, orzo, o fate come me che ho messo sulla crema solo un filo di olio extravergine e un cucchiaio di cereali.
Provate e sarete anche voi mamme di amici degli alieni!
Erbette, erbe aromatiche ed erbe selvatiche
Gli studenti mi hanno fatto notare che nel testo vengono citate, fra le verdure usate da Lepron per fare la zuppa, erbette, erbe aromatiche, erbe selvatiche ed erbe matte (che, invece, vengono escluse dalla zuppa perché fanno male).
Le erbette sono quelle verdure in foglia che nel catalogo Ingegnoli, mia bibbia, sono denominate bieta liscia verde da taglio o erbette (che è diversa da bieta verde a costa).
Le erbe aromatiche o odorose sono quelle usatissime in cucina: sedano, salvia, prezzemolo, rucola, aglio orsino, timo eccetera.
Con selvatiche intendo quelle erbe eduli che per secoli hanno fatto parte dell’alimentazione umana e di cui oggi si fa scarso uso perché la maggior parte delle persone non le conosce.
Io un po’ ne conosco, perché ho vari manuali di riconoscimento, fra i miei libri di piante; e quelle che mi ha insegnato mia mamma le raccolgo, tipo i loertis o bruscandoli, il buonenrico, il tarassaco, gli strigoli, la borragine…
Raccogliere le erbe selvatiche, rustiche e vagabonde, è una delle massime soddisfazioni della primavera. E andare a grufolare nei prati in cerca di delizie è un piacere che neppure il raffreddore da fieno riesce a guastarmi.
Infine, le erbe matte sono quelle che fan finta di essere buone e sono pericolose (cicuta, aconito, belladonna…).
Con il termine erba matta io credo che in realtà si intenda, in generale, un’erba non coltivata. Si tratta di un’espressione popolare che mi piace molto e che qui ho impiegata soprattutto in virtù del suo tratto fiabesco: attribuire una attitudine umana, la mattità, a un vegetale mostra quella tipica predilezione della fiaba per la contaminazione dei regni, la mescolanza e il soprannaturale.
La zuppa nella letteratura e nella cultura popolare
Ho spiegato agli studenti che, quando si scrive, si segue, oltre al significato, il ritmo, la musica della frase, dunque non ci si sofferma esclusivamente sul senso letterale delle parole.
Diciamo che in questo caso, affollando il testo d’erbe (parola bellissima), il mio intento era restituire al lettore l’impressione di quella generosa ricchezza vegetale di cui ha immediata percezione chi osservi un prato o un orto o una bancarella di ortofrutta nel periodo primaverile.
Una esperienza estetica che, personalmente, penso i bambini dovrebbero poter fare e che poggia su quella straordinaria varietà di forme e colori che offrono verdure ed erbaggi, come li chiamava Pellegrino Artusi, padre della moderna cucina italiana, in quel libro scritto benissimo che è La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene.
Insomma il mio intento era dar conto, in La zuppa Lepron, della gloria di quella cosa che Ugo Foscolo, nei Sepolcri, ha esemplarmente descritto con la formula perfetta di “bella d’erbe famiglia e d’animali”.
Artusi, fra le ricette che offre nella sezione Minestre in brodo, mette pochissime ricette di zuppe vegetali. Del resto non era un lepre, ma un umano, con tutti i limiti che questo comporta.
Nelle sue minestre sobbollono carni, formaggi, uova, prosciutti, e ogni ben di dio. Ma pochissime verdure.
Praticamente c’è solo una sola zuppa interamente vegetale, la Zuppa toscana di magro alla contadina che poi è la ribollita.
Del resto, in quel saggio breve e delizioso di Giorgio Cusatelli che è Ucci ucci. Piccolo manuale di gastronomia fiabesca si legge che, in effetti, le verdure nel passato erano cose da cucina povera, poverissima.
E, dunque, nelle fiabe, in cui il cibo di solito o non compare, perché al suo posto c’è la fame nera, oppure compare come imbandigione iperbolica, con pentolini fatati e tavole magiche che dal niente producono portate pantagrueliche e delizie di ogni sorta, di zuppe di verdura, come nell’Artusi, se ne incontrano poche.
La minestra dell’allegro starnuto
Un po’ come se il presupposto di entrambi fosse quella pagina di magnificenza assoluta in cui Collodi descrive la cena del gatto e della volpe all’Osteria del Gambero Rosso.
Il gatto e la volpe, due veri morti di fame, testimoniano di un’epoca dove almeno nelle storie si poteva mangiar tanto e non certo erbe dei campi.
Però c’è una fiaba bellissima, che si intitola Nano Nasone, (Der Zwerg Nase, 1826) di un genio ottocentesco tedesco appassionato di cultura popolare, Wilhelm Hauff, morto giovanissimo, che è tutta costruita intorno all’ascesa di un giovane cuoco geniale.
Fra le sue specialità la più prelibata è la Minestra dell’allegro starnuto, il cui ingrediente segreto, quello che la rende ineguagliabile, è una crucifera selvatica (Niesmitlust) che, nella storia, cresce sotto i castagni.
A dire la verità Nano Nasone è un vero conoscitore di erbe selvatiche, in particolare di crucifere, che nei suoi piatti costituiscono l’asso nella manica per sbaragliare la concorrenza (per esempio sa riconoscere nei campi il cavoletto consolazione dello stomaco, oltre a quello che fa sternutire).
Figlio di una verduraia, rapito e trasformato in un essere deforme da una strega cattivissima (Fee Kräuterweis) grazie a una zuppa squisita a base di cavolini dell’allegro sternuto, Nano Nasone apprende dalla vecchia crudele tutti i segreti dell’arte culinaria, anche se la fiaba, fra le righe, mette all’origine del suo talento con ortaggi ed erbe l’apprendistato infantile presso la bancarella della madre.
Insomma, questo giovane ha inscritto nel destino la professione di facitore di zuppe vegetali.
Scusate la superbia, ma io credo che, oggi, Nano Nasone dovrà vedersela con l’avvento del signor Lepron e delle sue zuppe celeberrime, apparso sulla scena dei libri per bambini per strappargli il primato di Gran Zuppiere, o quanto meno condividerlo con lui.
La condivisione, peraltro, mi parrebbe la soluzione più equa, dato che i due cuochi hanno in comune la medesima radice culturale, quella descritta da quel libro meraviglioso che è I nomi del mondo. Santi, demoni, folletti e le parole perdute di Gian Luigi Beccaria, storico della lingua (l’ultimo capitolo del quale è dedicato proprio ai nomi popolari delle piante).
Il mondo vegetale tra natura e mistero
«Nella tradizione prescientifica e nella mentalità popolare la natura era vista come animata, abitata da animali-demoni e da erbe dotate da un’anima vegetale, ogni cosa aveva il suo genio, il suo spirito.
Le piante, le erbe e gli animali erano collocati in un circolo di corrispondenze fra terra e cosmo. L’immanenza del divino nel cosmo allargava le possibilità e le funzioni di vegetali e animali, instaurando fra il fisico e il sovrannaturale una sorta di comunanza che diventava una pienezza animata.
[…] Nei succhi, nelle foglie, nelle radici, nei fiori delle erbe era custodita un’oscura potenza.
[…] Sussisteva una reale simbiosi fra l’uomo e il mondo vegetale, le piante, gli odori, gli aromi, i succhi, i veleni.
Si conoscevano infusi miracolosi che guarivano uomini e animali; si portavano al collo amuleti vegetali; e balsami, unguenti, oli, odori inebrianti di spezie erano in uso nelle dimore dei signori case e nelle case più umili, colme di erbe, eccitanti afrodisiache, terapeutiche, erbe per collane sotto la camicia, mazzetti appesi al collo dei bambini, a protezione di malefizi e tentazioni.
L’erba magica come sicurezza, difesa…»
Ecco, queste storie di zuppe fatte con verdure povere e insieme rare e magiche tanto da approdare alle mense dei re, nascono sotto il segno di una cultura arborea e popolare sotto la cui ala dovremmo ricordarci di porre i bambini, nella gioia della bellezza che sprigionano campi, boschi e letteratura.
La semplicità della minestra, come quella della povertà francescana, non coincide con la mancanza di valore. Al contrario, ciò che appare umile può custodire ricchezza, memoria, condivisione e una potenza capace di nutrire il corpo, l’immaginazione e lo spirito.
Riferimenti
[1] 1. Chiara Lubich, in Gesù Eucaristia, a cura di Fabio Ciardi, Città Nuova, Roma 2014, pag. 87
[2] 2. Chiara Lubich, in Gesù Eucaristia, a cura di Fabio Ciardi, Città Nuova, Roma 2014, pag. 20
[3] 3. Chiara Lubich, in Gesù Eucaristia, a cura di Fabio Ciardi, Città Nuova, Roma 2014, pag. 20
[4] 4. Cfr. C. Lubich, Una spiritualità per la riconciliazione, in La dottrina spirituale, a cura di Michel Vandeleene con i saggi di Piero Coda e Jesùs Castellano, Mondadori, Milano 2001 pagg. 370
[5] 5. C. Lubich, Una spiritualità per la riconciliazione, in La dottrina spirituale, a cura di Michel Vandeleene con i saggi di Piero Coda e Jesùs Castellano, Mondadori, Milano 2001 pagg. 373-374
La Dottrina Spirituale, a cura di Michel Vandeleene, Mondadori, Milano 2001
Una via nuova. La spiritualità dell’unità, Chiara Lubich, Città Nuova2002
Gesù Eucaristia, a cura di Fabio Ciardi, Città Nuova, Roma 2014
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