Donne che conducono una vita contemplativa e di preghiera

Le donne che conducono una vita contemplativa e di preghiera dedicano l’esistenza alla ricerca del volto di Dio, attraverso il silenzio, l’ascolto della Parola, la preghiera, la vita fraterna e l’intercessione per la Chiesa e per tutta l’umanità. La loro scelta non è un fuggire dal mondo per paura, come alcuni pensano, ma continuare a stare nel mondo, senza essere del mondo.

La vita contemplativa femminile è una vocazione all’unione con Dio e una missione nascosta a servizio di tutti: le monache vivono nel cuore stesso della Chiesa e del mondo, portando davanti al Signore le sofferenze, le ansie e le speranze degli uomini e delle donne del nostro tempo.

Che cosa significa vivere una vita contemplativa

Essere donne contemplative è il cuore della nostra missione e cammino di tutta la vita. Accogliere lo sguardo di Dio che si posa con tenerezza sulle nostre esistenze ci insegna a ritrovare Dio presente nelle trame del nostro quotidiano. Le pieghe di volti feriti, gli anfratti di realtà forse senza speranza, la nostra ferialità diventano luogo d’incontro con Dio.

Essere contemplative è vivere un’amicizia profonda e intima con Gesù. È un cammino che include e unifica tutti gli aspetti della nostra vita: essere donne, le nostre storie, i nostri talenti e le nostre fragilità. Sperimentiamo in prima persona che nessuna realtà, ci allontana dall’Amore di Dio se la viviamo nella sua Luce.

Silenzio, preghiera, amore per la Parola sono elementi fondamentali per sperimentare la presenza di Dio in e attraverso di noi. La ricerca del volto di Dio abbraccia la storia dell’umanità e accomuna tutti gli uomini di buona volontà.

La dinamica della ricerca attesta che nessuno basta a se stesso e impone di incamminarsi, alla luce della fede, per un esodo dal proprio io auto-centrato, attratti dal Volto del Dio santo e insieme dalla terra sacra che è l’altro per sperimentare una più profonda comunione. Questo pellegrinaggio, alla ricerca del Dio vero viene espresso in maniera particolare nella vita monastica e contemplativa.

La contemplazione non è riservata alla clausura

Fino a qualche decennio fa, siamo stati abituati a sentire parlare di contemplazione come vertice quasi inaccessibile della preghiera, come dono dall’alto riservato a pochi. Per lunghi secoli poi la contemplazione si è presentata prevalentemente, anche se non esclusivamente, nel suo aspetto, per così dire, “istituzionalizzato”.

Erano infatti considerati contemplativi gli uomini e le donne che appartenevano a ordini religiosi, come ad esempio carmelitane, clarisse, trappisti eccetera, che portavano la storia, il nome, la missione della contemplazione come testimonianza di lode perenne nella Chiesa. Il filosofo Maritain osserva che il termine contemplazione è “elastico”, perché esprime molte cose.

La tradizione cristiana lo ha conservato per dire che la contemplazione è il modo massimo di conoscere Dio. Anche se, osserva ancora il Maritain, nella contemplazione più che conoscere Dio lo si sperimenta. Usando il linguaggio di ogni giorno, si potrebbe dire che nella contemplazione si fa la conoscenza di Dio volendogli bene.

“Pensare a Dio con amore”, diceva Charles de Foucauld. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (2715), per descrivere la contemplazione, dice che è “sguardo di fede fissato su Gesù” e cita la risposta del contadino d’Ars al suo santo curato: “Io lo guardo e lui mi guarda”.

In questo significato, la contemplazione di Dio è il pieno sviluppo della preghiera. La dimensione contemplativa è fondamentalmente la risposta teologale di fede, speranza e amore con cui il credente si apre alla rivelazione e alla comunione del Dio vivente per Cristo nello Spirito Santo.

La contemplazione non appartiene dunque soltanto a chi vive in clausura. La preghiera del cristiano, di ogni cristiano fedele alla grazia di Dio, è fatta per evolversi e per semplificarsi sempre di più in uno sguardo di amore verso Dio, in una amorosa consapevolezza della sua divina presenza in noi e tra di noi.

La preghiera del cristiano è fatta per evolversi e semplificarsi in preghiera contemplativa, cioè per lasciar prevalere Dio, per lasciare che protagonista della preghiera sia lo Spirito di Gesù che adora in noi il Padre. Questa preghiera non è altro che lo sviluppo della grazia battesimale che ci fa partecipi della vita della Trinità divina.

Contemplazione come sguardo amoroso

Nel linguaggio comune il termine contemplare è usato per indicare un guardare a lungo, intensamente qualcosa che desta ammirazione o meraviglia: la natura, un’opera d’arte. Questo sguardo, per cogliere la bellezza e per assaporarla, può sospingere al di là di ciò che si contempla alla ricerca dell’autore della bellezza.

È uno sguardo che contiene in sé un modo di partecipare, di immedesimarsi. Se poi cogliamo lo sguardo di una mamma sul figlio che le dorme in braccio beato o lo sguardo di due che si amano, ci è subito chiaro che il contemplare non esprime solo la facoltà degli occhi.

È un guardare che comunica intensamente, che esprime un rapporto, che dice quello che uno è per l’altro. La contemplazione cristiana è dunque una relazione viva: non consiste in una semplice osservazione distaccata, ma nell’accogliere Dio, lasciarsi guardare da Lui e rispondere al suo amore.

L’iniziativa è di Dio, ma come potremmo essere veri figli di Dio, se non ne prendiamo mai coscienza? Quando questa presa di coscienza si fa sempre più intensa e affettuosa, quando non ci accontentiamo più di sapere che siamo figli di Dio, ma vogliamo esserlo davvero con tutte le nostre forze, allora si comincia ad avere quella coscienza nuova di Dio che chiamiamo contemplazione.

La vocazione delle monache contemplative

L’argomento della chiamata alla vita contemplativa si inserisce naturalmente in un altro ben più vasto che è quello della chiamata o “vocazione” che il Signore rivolge all’uomo. È nella Rivelazione ebraico-cristiana, che noi chiamiamo Sacra Scrittura o Bibbia, che maggiormente conosciamo questo rapporto relazionale voluto da Dio e proposto all’uomo nell’attesa di una risposta.

Il libro della Genesi dice che fin dall’origine dell’uomo, creato libero e cosciente, il Creatore supera la distanza fra infinito e finito per interpellare la creatura ed avere un dialogo, una intimità, se non un’amicizia con lui. La storia che si svolge e vede la crescita dell’uomo vede anche l’approfondirsi e il chiarificarsi di questo dialogo che spesso ha la forma di una chiamata-risposta.

La “vocazione” si inserisce dunque in questo dialogo che non può interrompersi, malgrado i rifiuti e le ribellioni dell’uomo, e le sfide dei silenzi di Dio. Per un cristiano, come per un membro del popolo di Israele, non si può pensare a tutto ciò che è trascendente senza tener conto e voler approfondire questo aspetto.

Dio non lo si pensa, è cosa impossibile, lo si cerca o/e lo si incontra. Solo in una risposta attraverso la quale ci si lascia condurre, offrendo volentieri la propria libertà, si può vivere una risposta che fa entrare nell’amicizia con Dio, che fa scoprire la sua paternità e la grandezza del mistero della salvezza portata dal Figlio Unigenito e operata dallo Spirito d’amore.

Ogni vocazione porta, dunque, in sé un aspetto contemplativo, cioè di sguardo assoluto verso Dio, sguardo che si lascia totalizzare, perché non è possibile mettere Dio in serie con altre cose, progetti, amori. Una vocazione o ha questo aspetto contemplativo o non è una chiamata di Dio.

La vocazione che più particolarmente è chiamata “contemplativa” non è dunque una vocazione a parte, una vocazione speciale, anzi, è quella che testimonia e vive la vocazione di tutti dicendo che “una cosa sola è necessaria” e che tutte le altre senza questa si svuotano in un fare, servire solo dei progetti non accogliendo Cristo come colui che è servito nei fratelli, nei poveri, negli assetati di vita.

Stare con Dio e vivere per Dio

La vocazione alla vita contemplativa è, in caso, una vocazione cristiana senza specificità, una chiamata e una missione senza “per far questo o quello”, ma solo per rispondere all’Amore con uno slancio di amore che unifica tutte le forze dell’uomo o della donna. Dio è Amore e non può che invitare ad una risposta di amore coinvolgente e personale, gratuito: perché Dio è Dio.

La vocazione contemplativa pone nel cuore dell’uomo e della donna questa ansia, questo desiderio di assoluto per consegnarsi interamente al Signore e trovare, nello stare con lui e semplicemente solo per lui, la possibilità di dire al Creatore, al Padre che ama e che salva: “L’uomo non è perso, eccolo, è venuto per adorarti”.

Per questo c’è un’urgenza di vivere i voti in modo forte, radicale, per non avere più uno spazio in cui ci sia posto per una preoccupazione di sé o per la ricerca di un interesse che distolga dal vivere per il Signore. Neanche il bisogno di essere utile ai fratelli deve distogliere da questa attenzione, anche se il dovere della carità fraterna non diminuisce.

Ma l’essenziale è stare con Dio e per Dio solo. Il resto può esserci o non esserci; tutto è vissuto a fondo perché il Signore ama e desidera essere amato, ci è presente e desidera la nostra presenza, ci guarda con benevolenza e desidera essere guardato con passione, anche se attraverso la “nube della non-conoscenza”.

Il monaco e la monaca devono ben far attenzione a non cadere nella dimenticanza, nel perdere l’attenzione alla sola cosa necessaria, accettando di perdere tutto il resto, a rischio di diventare insignificanti, rami secchi o sterili nella Chiesa e nell’umanità.

La vita contemplativa femminile nella Chiesa e nel mondo

È dedicata alla vita contemplativa femminile la Costituzione apostolica Vultum Dei quaerere firmata da Papa Francesco, un documento che arriva a 66 anni dalla pubblicazione della precedente Costituzione Sponsa Christi di Pio XII.

Le religiose contemplative “si collocano nel cuore stesso della Chiesa e del mondo”. “Non è facile che questo mondo, per lo meno quella larga parte di esso che obbedisce a logiche di potere, economiche e consumistiche, comprenda la vostra speciale vocazione e la vostra missione nascosta - scrive Francesco -, eppure ne ha immensamente bisogno.

Come il marinaio in alto mare ha bisogno del faro che indichi la rotta per giungere al porto, così il mondo ha bisogno di voi”. D’altra parte, prosegue il Papa, “che ne sarebbe senza di voi della Chiesa e di quanti vivono nelle periferie dell’umano e operano negli avamposti dell’evangelizzazione?”.

Le contemplative sono chiamate a scoprire i segni della presenza di Dio nella vita quotidiana, a diventare interlocutrici sapienti che sanno riconoscere le domande che Dio e l’umanità ci pongono. Il monaco è colui che cerca Dio per tutta la vita, radicandosi nel silenzio del chiostro, voce della Chiesa che instancabilmente loda, ringrazia, geme e supplica per tutta l’umanità e con la preghiera diviene collaboratore di Dio stesso.

La scelta della vita contemplativa, conclude il Papa, “non è un fuggire dal mondo per paura, come alcuni pensano”, ma continuare “a stare nel mondo, senza essere del mondo”: “Benché separate da esso, mediante segni che esprimono la vostra appartenenza a Cristo, non cessate di intercedere costantemente per l’umanità”.

Per questo “il mondo e la Chiesa hanno bisogno di voi, come ‘fari’ che illuminano il cammino degli uomini e delle donne del nostro tempo”.

Monache in preghiera dentro monastero

La vita di clausura e il suo significato

La disciplina della clausura costituisce un dono perché tutela il carisma fondazionale dei monasteri. Le monache carmelitane, per esempio, hanno una clausura papale, che è segno, protezione e forma della vita integralmente contemplativa.

La separazione attraverso muro e grata, è un mezzo di valore, ma non il fine che è sempre e solo l’unione con Dio unico Signore della vita. La clausura richiama il significato della vita contemplativa e custodisce le sue esigenze.

Per quanto riguarda la clausura, il Papa indica le tre forme tipiche della vita contemplativa - papale, costituzionale, monastica - e consente ai singoli monasteri di chiedere alla Santa Sede di poter abbracciare una forma di clausura diversa da quella vigente.

Inoltre, precisa, “la pluralità di modi di osservare la clausura deve essere considerata una ricchezza e non un impedimento alla comunione”. La separazione materiale non annulla quindi l’appartenenza alla Chiesa e la responsabilità verso l’umanità.

I monasteri possono, nella misura e secondo le modalità che convengono al proprio spirito e alla tradizione della propria famiglia religiosa, accogliere quanti desiderano attingere alla loro esperienza spirituale e partecipare alla preghiera della comunità, mantenendo la separazione materiale che richiama il significato della vita contemplativa e una custodia delle sue esigenze.

Con un animo libero e accogliente, con la tenerezza di Cristo le monache portano in cuore le sofferenze e le ansie di quanti ricorrono al loro aiuto e di tutti gli uomini. Solidali con le vicende della Chiesa, collaborano spiritualmente all’edificazione del Regno di Cristo perché Dio sia tutto in tutti.

La preghiera come centro della giornata

La preghiera liturgica e personale è un’esigenza fondamentale per alimentare la contemplazione. Recitando e cantando le lodi del Signore con la Liturgia delle Ore, ci facciamo voce anche di queste persone e, come fecero i profeti, intercediamo per la salvezza di tutti.

La preghiera personale ci aiuterà a rimanere unite al Signore, come i tralci alla vite, e così la nostra vita porterà frutto in abbondanza. Attraverso la preghiera di intercessione, le contemplative hanno un ruolo fondamentale nella vita della Chiesa.

Pregano e intercedono per tanti fratelli e sorelle che sono carcerati, migranti, rifugiati e perseguitati, per tante famiglie ferite, per le persone senza lavoro, per i poveri, per i malati, per le vittime delle dipendenze. Con la preghiera si possono guarire le piaghe di tanti fratelli.

Ricordate, però, che la vita di preghiera e la vita contemplativa non possono essere vissute come ripiegamento ma devono allargare il cuore per abbracciare l’umanità intera, particolarmente quella che soffre. La vita orante delle monache non è chiusura egoistica, ma apertura universale.

Il libro dell’Esodo ci mostra che Mosè con la sua preghiera decide la sorte del suo popolo, garantendone la vittoria sul nemico quando riesce a tenere alte le braccia per invocare l’aiuto del Signore. Anche oggi, come allora, possiamo pensare che le sorti dell’umanità si decidono nel cuore orante e nelle braccia alzate delle contemplative e le comunità monastiche diventeranno vere scuole di preghiera.

La preghiera contemplativa nella vita quotidiana

La preghiera contemplativa e il termine stesso “contemplazione” hanno nella spiritualità cristiana una storia ricca, delicata e complessa. La contemplazione può calarsi, come dall’alto della cima sulla quale era stata fino ad allora, nella vita di ogni cristiano.

In queste e in altre formulazioni emergevano profili inconsueti della preghiera cristiana e la contemplazione vi si delineava come chiaroscuro o risuonava come contrappunto. I tempi della Chiesa, mossa dallo Spirito Santo, hanno una fisionomia nuova, nella quale la contemplazione appare, come realmente è, “dimensione” della vita cristiana.

Il cristiano, in certo senso, non può che guardare al di là e al di dentro delle cose, non può che dirigere lo sguardo là dove Dio, Padre - Fratello - Spirito di amore, conduce la storia dell’uomo. Se il fuoco della contemplazione e dell’adesione intima a Dio non fosse all’opera nel cuore del mondo e non soltanto negli ordini religiosi, i cristiani dei nostri giorni non saprebbero “tener duro” nella loro esistenza e nelle loro attività quotidiane, né esercitare alcuna azione apostolica veramente feconda.

Lo sforzo di fissare in Dio lo sguardo e il cuore, che noi chiamiamo contemplazione, diventa l’atto più alto e più pieno dello spirito, l’atto che ancora oggi può e deve gerarchizzare l’immensa piramide dell’attività umana.

Anche noi crediamo che “ancora oggi”, anzi oggi più che mai, la contemplazione può “gerarchizzare l’attività umana”, ossia può mettere bene in fila, in ordine le nostre “cose” quotidiane, secondo il valore che hanno agli occhi di Dio.

Contemplativi nell’azione e nel mondo

Era il titolo di un libro uscito negli anni successivi alla seconda guerra mondiale e segnalava un fenomeno emergente: “È possibile la vita contemplativa nel mondo?”. Si aveva l’impressione che la contemplazione potesse calarsi nella vita di ogni cristiano.

Il cristiano che prega così con fedeltà è sempre meno ripiegato su di sé e sulle sue cose, ed è sempre più aperto a Dio, aperto all’opera dello Spirito Santo, che comincia a prevalere delicatamente e fortemente nel suo cuore, “avvicinandolo interiormente a Dio”.

Se lo Spirito del Signore previene, attira, dà i mezzi, non si deve dire che il cristiano può anche pregare contemplativamente. Si deve piuttosto dire che, se il cristiano non contempla il suo Signore nel quotidiano della sua vita, lascia cadere un delicato invito, e non usa un mezzo che Dio gli ha dato per trasformare la sua in una vita di vero testimone.

Il Vaticano II vede la Chiesa come “fervente nell’azione e dedita alla contemplazione”. Se la Chiesa è così, come può il battezzato essere diverso?

Questo atteggiamento interiore non isola la persona dalla realtà della Chiesa e del mondo, ma aiuta ad immergervela seriamente e responsabilmente. La preghiera silenziosa aiuta a riscoprire quegli atteggiamenti di gratuità, di lode, di dono serio della vita che sono frutto del mistero eucaristico per la Chiesa.

Silenzio, solitudine e ascolto

La vita contemplativa richiede tempo e capacità di fare silenzio per ascoltare Dio e il grido dell’umanità. Il silenzio è lo spazio necessario di ascolto e di ruminatio della Parola per uno sguardo di fede che colga la presenza di Dio nella storia personale che il Signore dona e nelle vicende del mondo contemporaneo.

Il silenzio è vuoto di sé stessi per fare spazio all’accoglienza, nel rumore interiore non si può ricevere niente e nessuno. Il silenzio non deve mai essere “sterile” e “vuoto” ma, al contrario, “pieno” e “ricco”.

Il silenzio, la solitudine, la preghiera silenziosa e una lunga frequentazione della Parola di Dio, specialmente dei Salmi, mettono a nudo il cuore dell’uomo e provocano un istinto di fuga. Ma la forza dello Spirito che chiama a lasciarsi purificare totalmente mantiene stabili e coraggiosi nella lotta.

Il silenzio è la “tenda” interiore nella quale si incontra Dio. Servono spazi di silenzio per tempi “puri” di preghiera, tempi sufficientemente prolungati, non “di corsa”, da dedicare soltanto alla preghiera, perché il senso del pregare, della presenza di Dio sgorghi poi continuamente durante la giornata.

La ricettività nella preghiera contemplativa

Avete già sentito dire che nella preghiera contemplativa è essenziale essere recettivi, mettere da parte la propria attività quotidiana frenetica per essere in grado di ricevere? E avete sentito in quell’istante un vago senso di frustrazione, pensando che è più facile a dirsi che a farsi?

Alla radice stessa della nostra vita c’è quindi un dono e se Dio ci togliesse il soffio vitale cesseremo immediatamente di esistere. Infatti solo la volontà amorevole del Creatore concede ad ogni creatura di essere restituita a sé stessa grazie ad ogni singolo respiro.

Siamo creati come esseri di relazione, totalmente dipendenti dagli altri. Tutti siamo nati da altri e siamo diventati adulti attraverso il dono di altri. Nessuno può vivere in modo autosufficiente e la capacità di autonomia può diventare una trappola.

Ciò che vale per la relazione con il prossimo vale anche per la mia relazione con Dio, tanto più che in quest’ultima dipendiamo in modo più evidente dalla sua iniziativa. Se non si rivelasse, se non si offrisse, non avremmo alcuna possibilità di conoscerlo e di entrare in relazione con Lui. È Dio che ci ama per primo!

L’approfondimento della vita contemplativa è generalmente accompagnato da una semplificazione dei metodi e da una presenza più passiva dell’orante. Ma indipendentemente dal punto in cui ci troviamo nel nostro cammino, la recettività è fondamentale.

Per entrare veramente in questo “intimo rapporto di amicizia” con Dio di cui parla Teresa d’Ávila, devo tendere con tutto me stesso verso colui che mi ama. È lo Spirito che mi guida nella mia vita di preghiera.

Per quanto mi riguarda, posso rendermi disponibile alla sua azione coltivando la recettività, atteggiamento delle mani vuote e dell’infanzia spirituale. Un cammino di fiducioso abbandono si esprime attraverso la consegna delle armi, lo smettere di voler controllare tutto e l’apertura all’ignoto.

Come crescere nell’atteggiamento recettivo

La ricettività è iscritta nel profondo di ogni persona. Si tratta pertanto di raggiungere semplicemente ciò che abbiamo trascurato. A tal fine il nostro corpo ci offre qualche prezioso aiuto.

Posso iniziare prestando attenzione al respiro o al battito del cuore percependo ciò che mi abita, ciò che mi è offerto e che mi dà la vita. Molte tecniche di raccoglimento consigliano questa semplice attenzione al ritmo della respirazione.

Certi gesti di preghiera possono aiutare: aprire le mani per esprimere che non trattengo nulla, che mi dirigo verso l’altro per mettermi a sua disposizione, per ascoltare, per accogliere. Anche l’atteggiamento del mio corpo può aiutarmi: il modo di sedermi o di inginocchiarmi può esprimere apertura, interesse, rispetto, ascolto e desiderio di ricevere.

Mi metto alla presenza di Dio, gli offro un tempo e uno spazio interiori: che agisca come vuole! Che continui la sua opera di Creatore e di Redentore. È possibile che possa gustare qualche cosa della sua azione, anche se non capita di frequente.

Comunque sia, agisce sulla mia psiche, sulla mia volontà, sulla mia intelligenza, sui miei sensi, ossia su tutto il mio essere per trasformarlo poco per volta e renderlo di volta in volta più vivo e simile a sé stesso.

La ricettività mi apre a ciò che solo Dio può fare in me e per me. Ne percepirò i frutti nella mia vita di tutti i giorni quando diventerò capace di ricevere con gratitudine e rispetto la realtà così come essa vuole offrirsi a me.

La centralità della Parola di Dio

Uno degli elementi più significativi della vita monastica in generale è la centralità della Parola di Dio nella vita personale e comunitaria. Durante i secoli, il monachesimo è stato custode della lectio divina.

Poiché oggi questa è raccomandata a tutto il popolo di Dio, il monaco è chiamato a farne il nutrimento della sua vita quotidiana, in modo da poter condividere questa esperienza trasformante della Parola di Dio con i sacerdoti, i diaconi, gli altri consacrati e i laici, sentendo questa condivisione come una vera missione ecclesiale.

La lectio divina è l’arte che aiuta a compiere il passaggio dal testo biblico alla vita, è l’ermeneutica esistenziale della Sacra Scrittura, grazie alla quale possiamo colmare la distanza tra spiritualità e quotidianità, tra fede e vita.

Aiuta a coltivare un cuore docile, saggio e intelligente, per discernere ciò che viene da Dio e ciò che invece può portare lontano da Lui; ad acquisire quella sorta di istinto soprannaturale, che permette di non conformarsi alla mentalità del mondo, ma di rinnovare la propria mente, “per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”.

Formazione e discernimento

Francesco sollecita una riflessione su dodici temi della vita consacrata a partire dalla formazione. I singoli monasteri, infatti, devono curare “con particolare attenzione, attraverso strutture adeguate da individuarsi nell’elaborazione del progetto di vita comunitaria, la formazione permanente, che è come l’humus di ogni fase della formazione, già a partire da quella iniziale”.

La formazione non si conclude con l’ingresso in monastero, ma accompagna l’intero cammino della monaca. Essa sostiene la maturazione spirituale, la vita comunitaria, il discernimento e la capacità di leggere alla luce della fede le trasformazioni della persona e della società.

Francesco mette inoltre in guardia dal “demonio meridiano” che è la tentazione che sfocia nell’apatia e nell’accidia paralizzante. La vita contemplativa richiede quindi vigilanza, perseveranza e un continuo rinnovamento della risposta a Dio.

La vita fraterna in comunità

La vita fraterna in comunità è la prima forma di evangelizzazione: “da questo sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 34-35). La vita monastica comporta la vita comunitaria in un continuo processo di crescita, che conduce a vivere un’autentica comunione fraterna.

Ciò richiede che tutti i suoi membri si sentano costruttori della comunità: unità e comunione non significano conformità e si nutrono di dialogo, condivisione, aiuto reciproco e profonda umanità, specialmente nei confronti dei membri più fragili e bisognosi.

La vita fraterna in comunità rappresenta una delle caratteristiche peculiari della vita monastica tanto che “gli uomini e le donne del nostro tempo si aspettano da voi una testimonianza di vera comunione fraterna che con forza manifesti, nella società segnata da divisioni e disuguaglianze, che è possibile e bello vivere insieme, nonostante le differenze generazionali, di formazione e, a volte, culturali”.

Il senso dell’assoluto si riflette nella vita fraterna, nella quale con fratelli o sorelle, che non si sono scelti, ci si esercita ricominciando continuamente, senza stancarsi né scoraggiarsi, a servire Cristo nei fratelli e ad amarlo senza misura in particolare nei più piccoli e nei più difficili, abbassandosi gioiosamente per lavare i piedi di ciascuno, qualunque posizione si abbia nella comunità.

Il lavoro come partecipazione e solidarietà

Il lavoro è partecipazione all’opera che Dio creatore porta avanti nel mondo. Tale attività mette il monaco in stretta relazione con quanti lavorano con responsabilità per vivere del frutto delle proprie mani, per contribuire all’opera della creazione e servire l’umanità.

Il lavoro, poi, “vi fa essere solidali con i poveri che non possono vivere senza lavorare” mentre il silenzio non deve mai essere “sterile” e “vuoto” ma, al contrario, “pieno” e “ricco”.

In particolare fa essere solidali con i poveri che non possono vivere senza lavorare e che spesso, pur lavorando, hanno bisogno del provvidenziale aiuto dei fratelli. Il lavoro non è quindi estraneo alla contemplazione, ma può diventare una forma concreta di partecipazione all’opera della creazione e di servizio.

Autonomia, federazione e comunione

Tra i punti elencati, Francesco richiama i monasteri a non vivere l’autonomia come “indipendenza o isolamento”, fuggendo dalla “malattia dell’autoreferenzialità”. L’autonomia giuridica deve essere accompagnata da una reale autonomia di vita.

Inoltre, dispone che ogni monastero faccia parte di una federazione che, però, non è obbligata a seguire un criterio geografico ma di “affinità di spirito e di tradizioni”. La comunione tra monasteri può sostenere la vita delle comunità, favorire la collaborazione e aiutare ad affrontare le situazioni di fragilità.

All’autonomia giuridica, precisa il Papa, “deve corrispondere una reale autonomia di vita” che tra i diversi criteri prevede “un numero anche minimo di sorelle, purché la maggior parte non sia di età avanzata”.

Altrimenti, si può “mettere in atto un processo di accompagnamento per una rivitalizzazione del monastero, oppure per avviarne la chiusura”. Tra i 14 articoli dispositivi che chiudono il documento, Francesco chiede di “evitare il reclutamento di candidate da altri Paesi con l’unico fine di salvaguardare la sopravvivenza del monastero”.

La situazione delle religiose di clausura

Le religiose che conducono vita contemplativa sono circa 40mila nel mondo. Oltre la metà è presente in Europa, dove si trovano anche la maggior parte dei 4mila monasteri.

DatoInformazione
Religiose contemplative nel mondocirca 40mila
Monasteri nel mondo4mila
Presenza principaleEuropa
Calo nell’ultimo decenniocirca il 15 per cento
Incidenza sul totale delle religiose professe nel 20146 per cento

Segue l’America del Sud e del Nord, l’Asia, l’Africa e la sparuta presenza in Oceania. Nell’ultimo decennio il calo registrato è di circa il 15 per cento e l’incidenza sul totale delle religiose professe nel 2014 è pari al 6 per cento.

Le Francescane sono il gruppo più numeroso insieme alle Carmelitane, mentre tra le meno consistenti si trovano le Certosine e le Battistine. Le presenze nei monasteri sono proprio uno dei temi affrontati all’interno della Costituzione.

Il senso dell’assoluto e la testimonianza

“Ecco l’uomo” lo dicono il monaco o la monaca stando davanti a Dio con tutti i fratelli e le sorelle in umanità, perché ormai sono spogli di ciò che è solo per sé, solo proprio, ciò che permette al singolo di vivere per ottenere lo sguardo di qualcuno che non è il Solo.

Se il contemplativo non si spoglia di sé tanto da lasciar vivere in sé ogni uomo e ogni donna, ogni povero e quanti hanno perso il senso e la direzione della vita, diventa sterile. Non serve i fratelli e non sta a far nulla davanti a un Dio che non adora in spirito e verità.

Non ci può essere un contemplativo mediocre: è un morto ambulante che fugge dallo sguardo di Dio e degli uomini. Certo, il suo desiderio di essere tutto fuoco, di quel fuoco che Gesù è venuto a gettare sulla terra, non è un punto conquistato, ma la meta desiderata.

Essa però deve colorare tutta la vita. Questo è quello di cui il monaco o la monaca sono segno nella Chiesa. Nessun cristiano può pensare di poter desiderare meno, eppure nel cuore della Chiesa i contemplativi sono la profezia che il desiderio di un amore assoluto è possibile.

Un segno non esclude gli altri percorsi, non afferma la riuscita di una vita, non dice che tutto è già conquistato, non reclama una corona di alloro. Un segno è qualcosa di silenzioso che sta in mezzo al consesso umano e non smette di dire una sola cosa, l’essenziale, quella che salva l’uomo.

Il contemplativo è semplicemente un segno, non pretende di esser nulla di più, non vuole attirare su di sé nessuno sguardo; anzi, appena visto, lancia lo sguardo di chi lo incontra verso qualcosa di più grande e necessario, ben più bello e interessante.

Ascesi, purificazione e apertura agli altri

In uno sguardo trasfigurato dall’azione dello Spirito, la contemplazione diventa il terreno nel combattimento spirituale, ascesi, dominio di sé e purificazione del cuore. Alla luce della Parola, nella esperienza di Dio attraverso la preghiera e la vita comunitaria, il monaco si esercita nell’arte dell’ascolto, che è più che sentire.

Il valore dell’ascesi permette alle monache di essere di esempio e aiuto al popolo di Dio e all’umanità di oggi, segnata e a volte lacerata da tante divisioni, a restare accanto al fratello e alla sorella anche là dove vi sono diversità da comporre, tensioni e conflitti da gestire, fragilità da accogliere.

La carità e la forte appartenenza alla Chiesa fanno sì che non si possano tenere distanti, rimanere indifferenti o avere un senso di disprezzo per ciò che ciascun membro della Chiesa, fratello in Cristo, vive e opera per l’annuncio del Vangelo e la salvezza dei fratelli.

Lo stesso senso dell’assoluto fa sperare nella misericordia senza confini e senza misura del Signore. La vita contemplativa è quindi un cammino di purificazione che rende il cuore più libero, più attento e più capace di accogliere Dio e gli altri.

La contemplazione e il servizio all’umanità

“Accontentarsi di cercare Dio amando i fratelli e donandoci ad essi generosamente non è forse in qualche modo restare prigionieri dei limiti stessi dell’umanità? Dovremmo dunque ridurci a contemplare le opere del Signore e a non poter contemplare il Signore in forma diretta?

Oserei dire a questo punto che un cristiano che non avesse più la preoccupazione di contemplare il Signore Gesù e di amarlo sopra tutte le cose, non sarebbe più capace, qualunque sia la generosità del suo dono al servizio in favore degli uomini, di amarli come Gesù li ha amati”.

“L’uomo di fede ha uno sguardo affinato dalla frequentazione del mistero divino ed è in grado più di ogni altro di comprendere l’uomo nella sua totalità e perciò di amarlo in verità”. La contemplazione non allontana dall’essere umano, ma permette di guardarlo con maggiore profondità e verità.

Le monache accolgono nel cuore e portano nella preghiera ogni uomo. La loro vita nascosta diventa una forma di ospitalità spirituale, perché ogni sofferenza e ogni situazione umana possono essere presentate davanti a Dio.

Vogliamo vivere con la Vergine Maria e portare così la Chiesa e tutti gli uomini al silenzio e alla preghiera. La nostra vita contemplativa è aperta all’accoglienza monastica.

Condividiamo con chi accogliamo nelle nostre foresterie l’essenziale della nostra vita: la preghiera, la lettura della Parola di Dio, la ricerca di Dio e la carità fraterna.

La contemplazione come fine ultimo

Nella teologia possiamo trovare espressioni come questa: “La contemplazione è il fine ultimo della nostra vita”, e per fine ultimo si intende la visione di Dio in paradiso. “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1 Cor 2,9).

“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8). Parole magnifiche e misteriose! Il Catechismo (2548), citando un Padre della Chiesa, ci ricorda che “nella Scrittura, vedere equivale a possedere. Chi vede Dio, ha conseguito tutti i beni che si possono concepire”.

La vita eterna è mistero, ma tutta la rivelazione ci fa credere che certamente quella che chiamiamo “visione” sarà la compiutezza del rapporto che Dio ha voluto da sempre con noi. Il germe di questo vedere-stare-insieme è già stato deposto in noi, è un cammino che Dio ha già intrapreso in noi donandoci la sua stessa vita.

La fede la speranza e la carità, principio e capacità di rapporto con Dio, sono anche principio e capacità di contemplazione. Dal battesimo all’Eucaristia, fede speranza e carità ci sono donate come partecipazione degli atteggiamenti del Figlio incantato del Padre, del Figlio che è tutto del Padre e lo contempla.

Educarsi fedelmente alla preghiera

La preghiera è “dono di Dio” “per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5). Ma attenzione a non fare di questo un alibi, un’evasione dal nostro personale impegno.

  • Bisogna avere stima della preghiera personale, non sottovalutare la preghiera rispetto all’attività.
  • La spontaneità non basta. Tutto esige un allenamento, una diligente applicazione, un perfezionamento.
  • La preghiera è “esercizio”. In genere non si prega volentieri, bisogna voler pregare e farlo con fedeltà.
  • Si impara a pregare pregando.
  • Servono spazi di silenzio per tempi “puri” di preghiera.

La preghiera diventa “semplice” e “libera” se siamo fedeli all’umile “esercizio” quotidiano adeguatamente ampio. Il senso del pregare, della presenza di Dio sgorga poi continuamente durante la giornata.

In questo senso hanno ragione quelli che sostengono che una preghiera non protesa a diventare contemplativa non è neanche preghiera. E si può capire come si possa recitare contemplativamente anche un “Padre nostro”, o le altre preghiere “vocali”, quelle con le quali “parliamo” a Dio.

Dio fin dal battesimo ci dà i mezzi soprannaturali per una preghiera così, la nutre soprattutto con l’Eucaristia e può ben aspettarsi che rivolgiamo a lui tutta la nostra vita con un’attenzione di amore.

La dimensione contemplativa in una società frenetica

La cultura occidentale attuale ha un indirizzo prevalentemente prassistico, tutto teso al “fare”, al “produrre”, ma genera, per contraccolpo, un bisogno indistinto di silenzio, di ascolto, di respiro contemplativo. Ma entrambi gli orientamenti rischiano di rimanere superficiali.

Sia l’attivismo frenetico, sia certe maniere di intendere la contemplazione possono rappresentare una “fuga” dal reale. Per far evolvere cristianamente questa situazione, non basterà risvegliare una ricerca di preghiera. Occorrerà anche purificare, orientare, cristianizzare certe forme scorrette o insufficienti di ricerca.

In particolare occorrerà evitare le generiche contrapposizioni tra azione, lotta, rivoluzione, da un lato, e contemplazione, silenzio, passività, dall’altro. Bisognerà dare uno specifico orientamento cristiano sia all’azione, sia alla contemplazione.

La dimensione contemplativa dell’esistenza è quel momento di distacco dall’incalzare delle cose, di riflessione, di valutazione alla luce della fede, che è tanto necessario per non essere travolti dal vortice degli impegni quotidiani.

Il costruttore della parabola evangelica che prima di iniziare la torre si siede e fa i suoi conti, non perde tempo, ma ne guadagna. Il lavoro procederà così più spedito e lieto.

La Costituzione apostolica Vultum Dei quaerere

La Costituzione tiene conto del cammino percorso dalla Chiesa negli ultimi decenni, alla luce degli insegnamenti del Concilio Vaticano II, e delle mutate condizioni socio-culturali. “Questo tempo ha visto un rapido progresso della storia umana: con essa è opportuno intessere un dialogo che però salvaguardi i valori fondamentali su cui è fondata la vita contemplativa”, sottolinea Francesco.

La vita contemplativa, attraverso le sue istanze di silenzio, di ascolto, di richiamo all’interiorità, di stabilità, può e deve costituire una sfida per la mentalità di oggi. Il documento si chiude con 14 articoli dispositivi.

Alla Costituzione apostolica seguirà una nuova Istruzione che sarà redatta dalla competente Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. Il documento affronta la formazione, la preghiera, la Parola di Dio, la vita fraterna, l’autonomia dei monasteri, la federazione, la clausura, il lavoro, l’uso dei mezzi di comunicazione e l’ascesi.

Francesco punta il dito contro i rischi che possono derivare dai mezzi di comunicazione, in particolare quelli personali, esortando “a un prudente discernimento affinché siano al servizio della formazione alla vita contemplativa e delle comunicazioni necessarie, e non occasione di dissipazione o di evasione dalla vita fraterna in comunità, né danno per la vostra vocazione, né ostacolo per la vostra vita interamente dedita alla contemplazione”.

Una missione nascosta, ma universale

Le monache sanno di aver ricevuto un dono grande per un atto di misericordia del Signore e si impegnano a corrispondere a tale grazia alla quale lasciano gradualmente spazio nel loro cammino di crescita e di scoperta del piano di Dio sulla loro persona e della missione particolare affidata ad ogni comunità.

Sono figura visibile di ciò che sarà in futuro; tutti infatti contempleranno il volto del Signore senza avere necessità di altro, in un’eterna felicità. La loro esistenza anticipa e rende visibile la speranza della comunione definitiva con Dio.

Le contemplative vivono separatamente, ma non sono separate dall’umanità. Pregano con la Chiesa e per la Chiesa, accolgono le intenzioni del mondo, sostengono spiritualmente coloro che soffrono e collaborano all’edificazione del Regno di Cristo.

La vita contemplativa femminile mostra che il silenzio può diventare ascolto, che la clausura può diventare apertura universale, che la solitudine può trasformarsi in intercessione e che la preghiera può abbracciare ogni situazione umana.

“Per me la preghiera è essenzialmente vita”.

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