Gandhi fu Dalai Lama? Il rapporto tra il Mahatma e il leader tibetano

Gandhi non fu il Dalai Lama. Mohandas Karamchand Gandhi fu un avvocato, politico e attivista indiano, promotore dell’indipendenza dell’India e della lotta nonviolenta contro l’oppressione. Il Dalai Lama è invece il principale maestro spirituale del buddhismo tibetano e il simbolo della lotta nonviolenta per i diritti e le libertà del popolo tibetano.

Il legame tra i due riguarda soprattutto l’ispirazione: il Dalai Lama considerava Gandhi un maestro e un modello, tanto da dedicargli il proprio Premio Nobel per la pace nel 1989. Gandhi, invece, non ricevette mai il Premio Nobel per la pace, nonostante la sua campagna nonviolenta per l’indipendenza dell’India.

Gandhi e il Dalai Lama: due figure diverse unite dalla nonviolenza

Gandhi, Mohandas Karamchand (Porbandar, Kathiawar, 1869 - Nuova Delhi 1948), detto il Mahatma ("la Grande Anima"), fu un avvocato, politico e attivista indiano che dedicò la sua vita ai movimenti per la nonviolenza e contro l’oppressione.

Il Dalai Lama ha invece basato la sua lotta per la libertà del Tibet sulla nonviolenza e ha riconosciuto in Gandhi una fonte di ispirazione fondamentale. All’età di 20 anni, durante il primo giorno della sua prima visita a Delhi, il Dalai Lama visitò Raj Ghat nel 1956.

“Standing there I felt I had come in close touch with him,” he said of a formative moment. “I determined more strongly than ever that I could never associate myself with acts of violence.”

Molti anni dopo, nel 1989, il Dalai Lama dedicò il suo Premio Nobel per la pace a Gandhi. Il riconoscimento non fu quindi assegnato al Mahatma, ma fu ricevuto dal Dalai Lama anche come omaggio alla sua eredità morale e politica.

Chi era Gandhi

Nel 1869, in una famiglia agiata di Porbandar, nasce Mohandas Karamchand Gandhi. I Gandhi erano di religione vaishnava, appartenevano cioè a una setta hindù con particolare devozione per Vishnù.

Da giovane si appassiona agli studi giuridici e per questo motivo la famiglia gli concede di compiere i suoi studi superiori a Londra, dove dopo qualche anno consegue la laurea. Ottenuta una laurea in legge a Londra, dopo avere esercitato per un breve periodo l’avvocatura a Bombay, decide di partire per il Sud Africa per sbrigare un complicato affare legale per conto di una casa di commercio indiana.

Diventato avvocato, torna in India, ma ad attenderlo a casa ci sono delle brutte notizie. Il consiglio della sua casta lo ha bandito perché ritiene che la vita condotta in Europa lo abbia sicuramente portato sulla strada della promiscuità.

L’India nel periodo della dominazione britannica

La civiltà indiana ha una storia antichissima, da sempre fondata su forti elementi spirituali e religiosi che sin dagli albori ne hanno condizionato la cultura, la morale e la vita sociale.

Crescendo e allargandosi in un territorio aspro e vastissimo è facile intuire quali fossero le numerose motivazioni che hanno impedito, nel corso dei secoli, il conseguimento di una completa unità politica, religiosa e sociale.

Se applichiamo anche all’India la conditio sine qua non per l’unità nazionale espressa da Alessandro Manzoni nell’opera Marzo 1821, per cui l’essere «una d’arme, di lingua, d’altare, di memoria, di sangue e di cor» è considerata come la vera essenza di ciò che distingue un popolo dall’altro, allora aggiungiamo che in India non esiste nemmeno una lingua comune, neppure in forma scritta.

La società indiana era segmentata in caste, alcune delle quali erano viste come più prestigiose, e l’appartenenza era determinata dalla nascita e rimaneva immutabile per tutta l’esistenza. Era usuale unirsi in matrimonio solo con individui del proprio strato e si evitava di condividere il pasto con chi era di un livello differente.

Alla base di questo sistema, c’erano i paria, percepiti come di rango minore e non puri. Anche il credo religioso si distingueva nelle diverse regioni.

Quello dominante era ed è l’induismo, ma molte altre fedi e credenze convivevano nel Paese: per esempio l’Islam, il buddismo, o il giainismo. All’interno di questo crogiolo di religioni e culture, nel 1876 i Britannici consolidarono definitivamente il loro dominio coloniale nel subcontinente.

La cosiddetta “perla dell’impero” divenne a tutti gli effetti l’Impero Indiano di cui fu proclamata imperatrice la regina Vittoria.

Il trasferimento in Sudafrica e le prime discriminazioni

Bisogna cambiare aria e per questo motivo si trasferisce in Sudafrica (1893) con in mano una valigia e l’incarico di consulente legale per una ditta indiana.

Arrivato in Sud Africa subisce le prime esperienze personali: sul treno che deve portarlo a destinazione, benché munito di biglietto, viene allontanato dallo scompartimento di prima classe perché riservato ai bianchi.

Ma durante un viaggio in treno all’interno del Paese il capotreno gli intima di lasciare lo scompartimento di prima classe e spostarsi in quello di terza, dove viaggiava la gente di colore.

Il giovane ed educato Mohandas mostra prima il biglietto di prima classe e poi il suo tesserino di avvocato. Non serve, alla stazione di Maritzburg viene letteralmente espulso dal treno.

A Johannesburg per colpa della sua razza non trova albergo. Queste umiliazioni da lui subite non sono dirette soltanto a lui ma a tutta la sua razza.

Gandhi espulso dal treno in Sudafrica

La lotta contro la discriminazione razziale

Generalmente è questo l’episodio chiave che porterà Gandhi ad approfondire la questione della segregazione razziale in Sudafrica e cominciare la sua attività politica contro il dispotismo delle autorità britanniche e l’apartheid.

Nel maggio 1894 fonda il “Natal Indian Congress”, un’associazione per la difesa degli interessi indiani nell’Unione Sudafricana. Il Mahatma inizia a battersi per il riconoscimento dei diritti dei suoi compatrioti.

Dal 1906 lancia, a livello di massa, il suo metodo di lotta basato sulla resistenza nonviolenta, denominato anche Satyagraha: una forma di non-collaborazione radicale con il governo britannico, concepita come mezzo di pressione di massa.

Che cosa significa Satyagraha

È inutile, pensa, rispondere alla violenza con altra violenza. Gli inglesi hanno potere, armi e manganelli. Gli indiani devono invece usare la forza della propria dignità e della giustizia.

Ecco perché comincia a predicare il verbo della teoria del Satyagraha, il cui significato letterale sarebbe «insistenza per la verità», ma verrà generalmente interpretato come «resistenza passiva».

Si tratta di un rivoluzionario metodo di lotta politica, che consiste nel rifiuto di ogni atto che possa ledere fisicamente il nemico. Gandhi giunge all’uguaglianza sociale e politica tramite le ribellioni pacifiche e le marce.

L’antico principio di origine induista e buddhista dell’ahimsa, che in sanscrito significa «non nuocere», ora applicato alla resistenza politica, avrà un peso notevole nella storia del successo del movimento indipendentistico indiano.

La nonviolenza di Gandhi non è sottomissione alla volontà di chi detiene il potere, ma la «ribellione della propria anima contro la volontà del tiranno».

Questo apparente segno di debolezza, in realtà cela una forza esplosiva che poi si estende a collettive forme di non collaborazione e di boicottaggio che nel corso degli anni successivi cominceranno a far scricchiolare l’enorme struttura dell’impero britannico.

I risultati della lotta in Sudafrica

Alla fine il governo sudafricano attua importanti riforme a favore dei lavoratori indiani: eliminazione di parte delle vecchie leggi discriminatorie, riconoscimento ai nuovi immigrati della parità dei diritti e validità dei matrimoni religiosi.

Gandhi abbandona il Sudafrica dopo ventun anni di lotte lasciandosi alle spalle un Paese dove, grazie alle sue battaglie, sono state attuate importanti riforme a favore dei lavoratori indiani, eliminate parte delle vecchie leggi discriminatorie, riconosciuti ai nuovi immigrati parità dei diritti e convalidati i matrimoni religiosi.

Anche per questo motivo, la popolazione lo elegge Mahatma, un titolo onorifico che deriva dal sanscrito e significa «Grande Anima».

Nonostante Gandhi fosse restio ad accettare questo riconoscimento, perché riteneva non ci fossero differenze tra grandi e piccole anime, il ricordo dei suoi anni in Sudafrica rimarranno per sempre scolpiti nella sua memoria.

Il ritorno in India e la guida del movimento indipendentista

Nel 1915 Gandhi torna in India dove circolano già da tempo fermenti di ribellione contro l’arroganza del dominio britannico, in particolare per la nuova legislazione agraria, che prevedeva il sequestro delle terre ai contadini in caso di scarso o mancato raccolto, e per la crisi dell’artigianato.

Nel 1915, mentre imperversa la Grande Guerra, Gandhi torna in India dove già da tempo si accendono ovunque focolai di ribellione contro l’arroganza e la violenza del dominio britannico.

A inasprire ancora di più i toni è la nuova legislazione agraria, che prevede il sequestro delle terre ai contadini in caso di scarso raccolto. In questo periodo, Gandhi compie un lungo viaggio attraverso le diverse regioni dell’India al fine di prendere coscienza delle condizioni di vita degli indiani che lui aveva tanto difeso all’estero.

Anche qui, si accorge ben presto, il tacco britannico schiaccia i diritti degli indiani. Diventa il leader del Partito del Congresso, partito che si batte per la liberazione dal colonialismo britannico.

Il Mahatma diventa così il capo politico e morale del movimento d’indipendenza nonché il leader del Partito del Congresso, battendosi anima e corpo per l’indipendenza dalla Gran Bretagna.

La disobbedienza civile e il boicottaggio

Nel 1919 prende il via la prima grande campagna satyagraha di disobbedienza civile, che prevede il boicottaggio delle merci inglesi e il non-pagamento delle imposte.

Gandhi divenne l’anima del movimento di resistenza che praticava una duplice tattica:

  1. non partecipazione ai prestiti, boicottaggio dei tribunali e delle scuole statali, rifiuto di ricoprire cariche civili o militari;
  2. propaganda dello swadeshi, rivendicazione della indipendenza nazionale.

Il Mahatma subisce un processo ed è arrestato. Viene tenuto in carcere pochi mesi, ma una volta uscito riprende la sua battaglia con altri satyagraha.

Nuovamente incarcerato e poi rilasciato, Gandhi partecipa alla Conferenza di Londra sul problema indiano, chiedendo l’indipendenza del suo paese.

Proprio come in Sudafrica, anche in India Gandhi elabora alcune strategie di boicottaggio per impedire ai britannici di sfruttare materialmente la sua nazione.

Esorta così gli indiani a un ritorno a una vita agreste primitiva, rurale, lontana dalle modernità occidentali. Dunque la tessitura a mano del cotone diventa il simbolo della disobbedienza civile.

La campagna politica di boicottaggio di Gandhi si estende in tutto il Paese: giudici, maestri, e funzionari pubblici cominciano a dimettersi, le scuole inglesi abbandonate, i prodotti britannici invenduti.

Anche a Londra si accorgono che l’India è diventata praticamente ingovernabile.

La richiesta dell’indipendenza

La fine della Prima Guerra mondiale scuote seriamente per la prima volta la struttura del colonialismo mondiale. Il crollo dei vecchi imperi coloniali, quello tedesco, quello turco e in un primo momento quello russo, concede per la prima volta l’impressione alla popolazione delle colonie che gli imperi stranieri siano sul punto di estinguersi.

Il Congresso nazionale indiano, che già dal 1906 rivendicava una sorta di autogoverno, accelera per chiedere l’indipendenza completa.

Gli anni che vanno dal 1918 al 1922 in India trasformano la politica nazionalista di massa, sia perché le masse islamiche si schierano contro gli inglesi, sia perché accadono alcuni episodi limite che cambiano anche la percezione internazionale sulla questione coloniale.

Il decisivo errore del generale britannico Dyer, che in un eccesso di isteria sanguinaria ordina ad Amristar il massacro di una folla inerme in un recinto senza via di uscita, contribuirà a consolidare nell’opinione pubblica le simpatie per il movimento indipendentista.

La Marcia del sale

Del 1930 è la terza campagna di resistenza. Organizza la marcia del sale: disobbedienza contro la tassa sul sale, la più iniqua perché colpiva soprattutto le classi povere.

Ecco perché, quando nel marzo 1930 Gandhi lancia una nuova campagna contro la legge britannica del monopolio sul sale, anche la stampa internazionale se ne interessa.

Gli indiani protestavano per il fatto di non poter vendere il loro sale sui mercati internazionali, che invece erano sfruttati dai Britannici.

Per questo motivo Gandhi, in un plateale atto di disobbedienza civile, si mette alla testa di una marcia che durerà 24 giorni coprendo a piedi una distanza di 200 miglia fino al raggiungimento delle saline, presidiate dalla polizia inglese.

In segno di protesta il Mahatma raccoglie un pugno di sale e, subito dopo di lui, tutti ripetono il suo gesto. Dopodiché migliaia di indiani si fermano pacificamente davanti all’esercito che, nonostante l’ordine di sparare sulla folla, depone le armi.

Gandhi durante la Marcia del sale

Arresti e repressione

La campagna si allarga con il boicottaggio dei tessuti provenienti dall’estero. Nuovamente incarcerato, fu liberato.

La “marcia del sale” si concluderà con l’arresto di più di 60.000 persone, tra cui Gandhi e sua moglie Kasturba Makanji, condannato a sei anni, e moltissimi membri del Congresso.

In totale, in tutta la sua vita Gandhi sconterà 2.338 giorni di carcere, senza mai aver commesso un atto di violenza.

Il discorso “Quit India” e la fase finale della lotta

Nell’agosto del 1942 Gandhi rivolge il suo ultimo appello al governo britannico per l’indipendenza dell’India con il celebre discorso tenuto a Bombay.

Con le celebri parole «Quit India, lasciate l’India», nel quale esortava gli indiani a lottare per la libertà o a morire nel tentativo, assurge a una figura di uomo politico come santo, il leader di una rivoluzione come atto collettivo di disobbedienza passiva.

In tal modo coglie un successo che travalica ogni più viva speranza. Liberato per l’ultima volta nel 1944 dopo due anni di carcere e un lungo sciopero della fame, partecipa ai negoziati che si conclusero con la proclamazione dell’indipendenza dell’India.

L’indipendenza dell’India e la Partition

Il 15 agosto 1947, infatti, l’India conquista la propria indipendenza. Ma a quale costo?

Il processo d’indipendenza inizia con uno dei traumi più profondi del secolo scorso. Dai territori liberati dal giogo della corona britannica nascono due stati autonomi, pensati male e disegnati peggio.

Un’India centrale «per gli indù» e un Pakistan «per i musulmani» diviso in due, quello Orientale, nel 1971, avrebbe combattuto per un’ulteriore indipendenza, diventando Bangladesh.

Mesi prima e dopo la cosiddetta «Partition», le violenze tra la comunità musulmana e quella indù lasciano sul campo quasi tre milioni di morti e almeno quindici milioni di sfollati.

Gandhi partecipa ai negoziati che si conclusero con la proclamazione, il 15 agosto 1947, dell’indipendenza dell’India, ma anche con la sua separazione dal Pakistan.

L’atteggiamento moderato di Gandhi sul problema della divisione del paese suscita l’odio di un fanatico indù che lo uccide il 30 gennaio 1948.

La morte di Gandhi

Gandhi vive questo momento con dolore, pregando e digiunando. Si era battuto per la costruzione di uno Stato indiano dove potessero convivere pacificamente popolazioni e fedi religiose diverse.

Ma di questa cieca violenza, di questo fanatismo religioso a farne le spese sarà lo stesso Mahatma.

Il 30 gennaio 1948, un estremista indù di nome Vinayak Nathuram Godse, uccide Gandhi con tre colpi di pistola mentre si reca in giardino per la preghiera delle 5 p.m.

Godse ritiene Gandhi responsabile di aver ceduto alle richieste di autonomia del governo pakistano e dei gruppi musulmani. Il killer viene subito catturato, processato e condannato a morte, nonostante l’opposizione dei sostenitori di Gandhi che, come il loro leader spirituale, erano contrari alla violenza e a questa forma di giustizia sommaria.

Il 6 febbraio del 1948 due milioni di indiani partecipano al funerale di Gandhi. Le ceneri, secondo la sua volontà, vengono disperse nei più importanti fiumi del mondo, Gange, Nilo, Tamigi, Volga.

Il 2 ottobre di ogni anno, giorno del compleanno di Gandhi, viene commemorata la giornata internazionale della non violenza. L’iniziativa è stata promossa dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con una risoluzione del 15 giugno 2007.

Perché il Dalai Lama considera Gandhi un maestro

Il Dalai Lama ha scritto di considerarsi un seguace di Gandhi e di aver trovato in lui una fonte di ispirazione fin da quando era un ragazzo cresciuto in Tibet.

“I am grateful for this opportunity to pay tribute to Mahatma Gandhi because I consider myself to be his follower. Indeed, he has been a source of inspiration to me ever since I was a small boy growing up in Tibet.”

“He was a great human being with a deep understanding of human nature, who made every effort to encourage the full development of the positive aspects of the human potential and to reduce or restrain the negative.”

Secondo il Dalai Lama, Gandhi prese l’antica ma potente idea dell’ahimsa, o nonviolenza, e la rese conosciuta in tutto il mondo, in particolare durante la lotta dell’India per la libertà.

“Gandhiji took up the ancient but powerful idea of ahimsa or non-violence and made it familiar throughout the world, particularly during India’s struggle for freedom.”

Nonviolenza e compassione

Per il Dalai Lama, la nonviolenza non significa soltanto assenza di violenza. È qualcosa di più positivo e più significativo, perché la vera espressione della nonviolenza è la compassione.

Some people seem to think that compassion is just a passive emotional response, rather than a rational stimulus to action. But to experience genuine compassion is to develop a feeling of closeness to others, as Gandhiji did, combined with a sense of responsibility for their welfare.

Il grande risultato di Gandhi fu mostrare, attraverso il proprio esempio, che la nonviolenza può essere applicata efficacemente non soltanto nell’ambito politico, ma anche nella vita quotidiana.

“His great achievement was to show through his own example that non-violence can be implemented effectively not only in the political arena, but also in our day-to-day life.”

Per questo il titolo della biografia “My Life is My Message” è considerato particolarmente appropriato.

“It may be possible to gain something through violence, but such gains tend to be only temporary. We may solve the immediate problem, but in the long run, we create another one. So the best solution is non-violence.”

La violenza può ancora essere diffusa nel mondo, ma la tendenza dell’opinione pubblica globale è riconoscere che il futuro appartiene alla nonviolenza.

“I wonder if this would have been the case were it not for Gandhiji’s leadership?”

L’influenza di Gandhi sulla lotta del Dalai Lama

Da giovane, il Dalai Lama fu profondamente ispirato soprattutto dall’adozione della nonviolenza da parte di Gandhi nella lotta per la libertà dell’India.

“As a young man, I was deeply inspired first and foremost by his adoption of nonviolence in India’s struggle for freedom and I have, therefore, put this into practice in my own efforts to restore the fundamental human rights and freedoms of the Tibetan people.”

Il Dalai Lama ammirava inoltre la semplicità e la disciplina dello stile di vita di Gandhi. Sebbene avesse ricevuto una formazione moderna completa e conoscesse bene i modi di vivere moderni e occidentali, Gandhi tornò alla propria eredità indiana e coltivò una vita semplice e sana in accordo con la filosofia indiana.

“Consequently, he was acutely aware of the problems of the common people, who everywhere constitute the majority.”

Il Dalai Lama ritiene che coltivare compassione, gentilezza e rispetto per la verità significhi mantenere viva l’eredità di Gandhi.

“I believe that if we can each cultivate compassion, kindness and respect for truth within ourselves as he did, we will be fulfilling his legacy to us.”

Gandhi e il Dalai Lama nel dialogo sulla pace

A Dharamsala, il Dalai Lama ha partecipato a una sessione della Conferenza sulla pace globale dedicata al sentiero di Buddha e di Gandhi, su invito della fondazione Gandhi Smriti e Darshan Samiti, il cui scopo è preservare e diffondere il messaggio, il pensiero e la vita del Mahatma Gandhi.

Parlando in hindi, il vice rettore della Central University of Himachal Pradesh, Kuldip Chand Agnihotri, ha ricordato che oggi parlare di Buddha e di Gandhi può contribuire alla pace mondiale perché l’essenza del Dharma è ahimsa, la nonviolenza.

Shri Laxmi Dass della Gandhi Smriti e Darshan Samiti ha sottolineato quali sono i rischi dei conflitti e della diffidenza in un mondo dove esistono armi nucleari, mentre il professor Samdhong Rinpoche ha espresso la speranza che questo incontro riesca ad orientare le giovani generazioni nella giusta direzione.

Ha citato come esempio il Dalai Lama, che da sempre ha basato la sua lotta per la libertà del Tibet sulla nonviolenza.

La responsabilità individuale nella costruzione della pace

“I fratelli e le sorelle più grandi e, in particolare i fratelli e le sorelle più giovani - ho esordito Sua Santità - mi rivolgo sempre alle persone in questo modo perché in quanto esseri umani siamo tutti uguali.”

“Le differenze di fede religiosa, razza o nazionalità sono di secondaria importanza rispetto al fatto che siamo tutti esseri umani.”

“Concentrarsi su tali differenze secondarie dà luogo a conflitti. Questo è il modo con cui creiamo problemi per noi stessi e ridurre i problemi è responsabilità di ciascuno di noi.”

“In questi giorni, quando mi sveglio al mattino e inizio la meditazione, mi chiedo spesso quante persone sono state uccise e quanti bambini sono morti di fame mentre dormivo pacificamente.”

“Le persone creano questi problemi e le persone devono risolverli. Quelli di noi che appartengono al XX secolo fra dieci o quindici anni non ci saranno più, ma quelli di voi che appartengono al XXI secolo devono lavorare per rendere il mondo più felice.”

“Avete l’opportunità e la responsabilità di farlo. Iniziate con il coltivare la vostra pace interiore. La pace nel mondo non può essere creata dalla rabbia, dall’odio e dalla gelosia.”

La pace interiore e l’eredità delle tradizioni indiane

“Sia Buddha Shakyamuni che Mahatma Gandhi erano indiani, si erano formati sulle tradizioni indiane che conducono alla trasformazione del mondo interiore.”

“Non hanno raggiunto la pace interiore solo con le preghiere, ma affrontando le loro emozioni negative. Queste tradizioni, che insegnano a coltivare la pace della mente, sono importanti oggi.”

“Anche noi dobbiamo capire che cosa dà origine alla pace interiore e che cosa la distrugge.”

Il Dalai Lama ha ribadito che, per raggiungere la pace della mente, dobbiamo affrontare le nostre emozioni negative. L’antica psicologia indiana aveva una profonda comprensione di come raggiungere questo obiettivo.

Ha raccomandato di avvicinarci a tale conoscenza non tanto con un approccio religioso quanto piuttosto da un punto di vista pratico, laico e accademico.

Citando il famoso detto del Buddha: “Come saggio testa l’oro bruciandolo, tagliandolo e sfregandolo, così, bhikshu, dovreste accettare le mie parole dopo averle testate, e non solo per rispetto per me”.

Il Dalai Lama ha confermato che i maestri dell’Università del Nalanda esaminarono ciò che il Buddha insegnò alla luce della ragione. Le conoscenze che hanno trasmesso sono contenute negli oltre 300 volumi, tradotti per lo più dal sanscrito in tibetano.

Ha annunciato che i compendi che da questi testi derivano saranno tradotti in hindi, inglese e altre lingue.

Modernità, tecnologia e saggezza antica

“L’India moderna sta raggiungendo un buon sviluppo materiale, tuttavia tende a trascurare il suo patrimonio di conoscenze antiche.”

“Fortunatamente, noi tibetani, chela, discepoli dei guru indiani, abbiamo conservato gran parte di questa tradizione.”

“Oggi, ciò che è importante è coniugare la moderna istruzione e gli sviluppi tecnologici con l’antica conoscenza del funzionamento della mente e delle emozioni che hanno plasmato il Buddha e il Mahatma Gandhi.”

“L’India è l’unico paese in cui ciò può essere fatto.”

Nelle sue discussioni con gli scienziati moderni, il Dalai Lama ha dichiarato di aver imparato a conoscere le nuove intuizioni della fisica quantistica.

“Tuttavia, il grande fisico Raja Ramana mi disse che queste scoperte erano state anticipate secoli dagli scritti di Nagarjuna.”

“Allo stesso modo, là ove gli scienziati moderni tendono a vedere la mente solo in termini di coscienza sensoriale, l’antica saggezza indiana aveva raggiunto una comprensione altamente sviluppata della profondità della coscienza mentale.”

L’eredità comune di Gandhi e del Dalai Lama

“Sulla base della vostra antica eredità, credo che voi indiani abbiate il potenziale per dare un grande contributo al benessere dell’umanità.”

“Buddha Shakyamuni ha sottolineato l’origine dipendente dei fenomeni, pratityasamutpada, ma ha anche l’importanza di karuna, la compassione.”

“Il Mahatma Gandhi sembrava un mendicante, ma era molto istruito e saggio. Abbiamo l’opportunità di seguire le antiche tradizioni indiane che hanno dato origine a queste figure esemplari.”

Il rapporto tra Gandhi e il Dalai Lama è quindi fondato sulla continuità di alcuni ideali: il rifiuto della violenza, la compassione, la responsabilità verso gli altri, la difesa della verità e la ricerca della pace interiore.

Gandhi applicò questi principi alla lotta politica contro il dominio britannico e alla costruzione dell’indipendenza indiana; il Dalai Lama li applicò alla difesa dei diritti e delle libertà del popolo tibetano.

«Mi oppongo alla violenza perché, quando sembra produrre il bene, è un bene temporaneo; mentre il male che fa è permanente.»

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