Atti 23 e 24 mostrano come Geova sostenne Paolo durante la sua “passione”: fu aggredito, accusato ingiustamente, minacciato di morte e trasferito da Gerusalemme a Cesarèa, ma nessuno riuscì a impedire che rendesse testimonianza di Gesù Cristo.
Questi capitoli insegnano che la nostra vita non ha come scopo principale stare bene o vedere risolti tutti i nostri problemi, ma vivere per la gloria di Dio. Quando comprendiamo che facciamo parte dell’opera eterna di Dio, possiamo avere pace anche nelle situazioni difficili, sapendo che Dio è in controllo.
Paolo mantiene una coscienza pulita davanti a Dio
Paolo fissò lo sguardo su di loro e disse: «Fratelli, fino a oggi io ho servito Dio e la mia coscienza è perfettamente tranquilla».
Quest’autodifesa di Paolo è la più breve e la più polemica: il tono personale con cui Paolo avvia il suo discorso scatena la reazione prima di Ananìa e poi dei sadducei.
Paolo non intendeva dire di essere perfetto e senza peccato. Piuttosto, intendeva dire che aveva risposto alla coscienza quando aveva sbagliato e aveva rimesso le cose a posto.
Paolo non avrebbe mai considerato l’avere la coscienza pulita come un modo per essere giustificato davanti a Dio. Anche la coscienza più pura poteva essere una base di fiducia insicura sotto lo scrutinio di Dio.
L’affermazione di Paolo in 1 Corinzi 4:4 è importante: Non sono infatti consapevole di colpa alcuna; non per questo sono però giustificato, ma colui che mi giudica è il Signore.
Una coscienza perfettamente tranquilla non significa quindi che una persona possa considerarsi giusta per i propri meriti. Significa piuttosto che cerca sinceramente di vivere davanti a Dio, riconosce i propri errori e non conduce una doppia vita.

L’ingiustizia del sommo sacerdote Anania
Il sommo sacerdote Ananìa comandò a quelli che stavano vicino a Paolo di colpirlo sulla bocca.
Ananìa fu sommo sacerdote dal 47 al 59 d.C.
La dichiarazione di Paolo di avere una buona coscienza offese il sommo sacerdote, il quale pensava che una persona accusata di crimini così gravi non avrebbe mai dovuto dichiarare di avere la coscienza a posto.
L’ordine era illegale, perché la legge ebraica diceva: “Chi colpisce la guancia di un israelita, è come se colpisse la gloria di Dio” e “Chi colpisce un uomo, colpisce il Santo”.
Anania non rendeva onore alla carica. Era ben noto per la sua avidità; l’antico storico ebreo Flavio Giuseppe racconta di come Anania rubasse per sé le decime che appartenevano ai sacerdoti ordinari.
Non si fece scrupolo di usare la violenza e l’assassinio per promuovere i suoi interessi.
Paolo allora disse: «Dio colpirà te, specie di muro imbiancato. Proprio tu che siedi lì per giudicarmi secondo la legge, contro la legge comandi di percuotermi?».
L’uomo che aveva ordinato di dare un pugno in faccia a un uomo indifeso era davvero un muro imbiancato; una patina bianca di purezza che copriva un’evidente corruzione.
Paolo smascherò l’ipocrisia dell’uomo che aveva impartito il comando. Gli uomini del sinedrio dovevano essere degli esempi della legge di Mosè. L’ordine di colpire Paolo era in realtà contrario sia allo spirito che alla lettera della legge.
Deuteronomio 25:1-2 dice che solo un uomo riconosciuto colpevole può essere percosso, e Paolo non era ancora stato riconosciuto colpevole di nulla.
Le parole di Paolo, tuttavia, furono più profetiche di quanto egli stesso si rendesse conto. Gli ultimi giorni di Anania furono vissuti come un animale braccato e finirono per mano della sua stessa gente.
Rispondere all’ingiustizia senza diventare ingiusti
I presenti fecero notare a Paolo: - Ma tu stai insultando il sommo sacerdote di Dio!
Allora Paolo disse: - Fratelli, io non sapevo che egli fosse il sommo sacerdote. Infatti nella Bibbia sta scritto: Non maledire il capo del tuo popolo.
Paolo capì immediatamente di aver sbagliato nel suo sfogo, indipendentemente da come lo avesse detto. Riconobbe che era sbagliato parlare male del principe del tuo popolo.
Ciò non è irragionevole, dal momento che Paolo era stato lontano dal sinedrio e dagli alti circoli dell’autorità ebraica a Gerusalemme per più di 20 anni. Probabilmente, non riconobbe nell’uomo che aveva dato l’ordine di colpirlo il sommo sacerdote.
Secondo alcuni, però, non lo sapeva a causa dei suoi problemi di vista, come si deduce da Galati 4:14-15 e 6:11, oltre che dalle prime tradizioni scritte della chiesa.
Altri pensano che Paolo fosse sarcastico, come a dire: “Non pensavo che qualcuno che si comportasse in questo modo potesse essere il sommo sacerdote”.
È comunque interessante notare che anche Gesù venne schiaffeggiato da un soldato Romano: Gesù gli rispose: «Se ho parlato male, dimostra il male che ho detto; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?».
Questo ci dice che “porgere l’altra guancia” non è per il quieto vivere, la mitezza non è da confondere con l’abbassare la testa di fronte alle ingiustizie, noi Cristiani dobbiamo essere i primi a denunciarle, e soprattutto a non farle.
Porgere l’altra guancia rimane un importante gesto di umiltà che non risponde alla violenza con altra violenza.
Paolo divide il sinedrio sulla risurrezione
Paolo sapeva che i membri del tribunale ebraico erano di idee diverse: alcuni erano sadducei e altri farisei.
Perciò esclamò dinanzi a loro: «Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei e mi vogliono condannare perché spero nella risurrezione dei morti».
Davanti alla folla, Paolo voleva aiutare loro a vedere il loro peccato, in modo che potessero vedere in Gesù Cristo la salvezza. Invece qua davanti al sinedrio, Paolo voleva essere liberato, per poter tornare a predicare Cristo.
Quello che dice al sinedrio aveva lo scopo di creare divisioni in loro, affinché non potessero essere d’accordo nell’accusarlo falsamente davanti ai romani.
I farisei accettavano tutto quello che noi chiamiamo l’Antico Testamento, e credevano nella risurrezione dei morti.
Invece, i sadducei accettavano solamente i primi cinque libri dell’Antico Testamento, e non credevano nella risurrezione.
Conoscendo chi lo ascoltava, Paolo richiamò il suo retaggio di fariseo e dichiarò: “È a motivo della speranza e della risurrezione dei morti che vengo giudicato”. Sapeva che si trattava di una questione di grande controversia tra le due fazioni.
Naturalmente, si trattava di un’affermazione sostanzialmente vera. Il centro del vangelo di Paolo era il Gesù risorto ed egli veniva giudicato proprio per la questione della risurrezione dei morti.
Farisei e sadducei
| Gruppo | Convinzioni ricordate nel brano |
|---|---|
| Farisei | Credono nella risurrezione, negli angeli e negli spiriti. |
| Sadducei | Dicono che i morti non risorgono e che non esistono né angeli né spiriti. |
I sadducei erano i teologi liberali del loro tempo, che negavano la realtà della vita dopo la morte e il concetto di risurrezione.
I farisei avevano maggiori probabilità di trovare un terreno comune con Paolo, essendo quelli che, nel mondo ebraico dell’epoca, credevano di più nella Bibbia.
Avevano una grande considerazione della Scrittura, anche se erravano molto aggiungendo le tradizioni degli uomini a ciò che avevano ricevuto da essa.
In genere, i sadducei e i farisei erano acerrimi nemici, ma riuscirono a unirsi per opporsi a Gesù e a Paolo. È strano come persone che non hanno nulla in comune si uniscano come amici per opporsi a Dio o alla Sua opera.
Queste parole di Paolo fecero scoppiare un contrasto tra i farisei e i sadducei, e l’assemblea si trovò divisa.
I sadducei infatti dicono che i morti non risorgono e che non esistono né angeli né spiriti. I farisei invece credono a tutte queste cose.
Ci fu dunque una grande confusione. Poi alcuni maestri della Legge appartenenti al partito dei farisei si alzarono e protestarono: «Noi non troviamo nulla di male in quest’uomo. Non potrebbe darsi che uno spirito o un angelo gli abbia parlato?».
Dicendo questo, i farisei suggerirono di ritornare al consiglio del loro grande leader Gamaliele, come riportato in Atti 5:38-39: “Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!”.
Dio protegge Paolo attraverso circostanze umane
A questo punto il contrasto si fece tanto forte che il comandante ordinò ai soldati di scendere nell’assemblea per portare via Paolo e ricondurlo in fortezza. Temeva infatti che Paolo venisse fatto a pezzi.
Paolo colse nel segno. Grazie alle sue parole, ottenne subito l’alleanza dei farisei e fece sì che discutessero con i sadducei.
Il comandante allontanò Paolo per la sua sicurezza e lo lasciò in custodia nella fortezza.
L’astuto stratagemma di Paolo lo salvò dal sinedrio, ma non fu certo contento del risultato. Aveva avuto l’opportunità di predicare a un’enorme folla di Giudei pronti ad ascoltarlo sul monte del tempio, ma fu un fallimento. Poi ebbe l’opportunità di predicare davanti all’influente tribunale ebraico, e anche questa volta finì in una zuffa.
In seguito, Paolo sembra suggerire che la tattica di sollevare la controversia sulla risurrezione nel modo in cui l’aveva fatto non fosse stata corretta; infatti, dirà che si era trattato di un “comportamento sbagliato” da parte sua.
Lo scopo di Paolo quel giorno non era di difendere se stesso, era di magnificare Cristo. Però, in quell’occasione, dichiarare la sua innocenza faceva parte di come poteva glorificare Dio.
Se fosse possibile, Paolo voleva essere liberato per poter continuare a predicare l’evangelo ad altri.
“Coraggio”: Gesù incoraggia Paolo nella notte
La notte seguente il Signore apparve a Paolo e gli disse: «Coraggio! Tu sei stato mio testimone a Gerusalemme: dovrai essere mio testimone anche a Roma».
Come in Atti 19,21, si delinea l’itinerario missionario che si apre dinanzi a Paolo e se ne afferma il carattere provvidenziale.
Dev’essere stata una notte difficile per Paolo. Il suo cuore desiderava la salvezza dei suoi connazionali ebrei, ma due grandi opportunità non ebbero l’esito sperato.
Non ci sarebbe da stupirsi se Paolo si rimproverasse per l’occasione mancata davanti al sinedrio. Probabilmente la sua reazione al pugno ordinato dal sommo sacerdote aveva rovinato tutto.
Forse con le lacrime, Paolo rimpiangeva le opportunità che aveva sprecato per Dio e il modo in cui poteva averle sciupate. In momenti come questi, spesso si è tormentati da un profondo senso di indegnità e di inadeguatezza davanti a Dio.
Fu nell’oscurità di quella notte che Paolo ebbe paura; quando la sua fiducia in Dio sembrò vacillare; quando si preoccupò di ciò che Dio avrebbe fatto e se lui stesso ce l’avrebbe fatta. Fu nell’oscurità di quella notte che Gesù venne da Paolo e si presentò a lui.
Essendo Paolo un apostolo, Gesù Cristo apparve a lui in varie occasioni. Apparve a lui sulla via di Damasco, quando fu chiamato da Cristo ad essere apostolo e gli è stato dato il suo mandato.
In Atti 18:9, il Signore Gesù apparve a lui mentre era a Corinto, rassicurandolo della sua protezione e anche che aveva tante persone in quella città.
“Una notte il Signore in visione disse a Paolo: ‘Non temere, ma parla e non tacere, perché io sono con te e nessuno ti metterà le mani addosso per farti del male poiché io ho un grande popolo in questa città’”.
E così qua, di nuovo il Signore si presentò a Paolo per dargli coraggio.
Ricordate che Paolo aveva subito terribili persecuzioni e sofferenze per il nome di Cristo. Le sue sofferenze e fatiche superavano quella degli altri apostoli.
Cristo apparve a lui anche qua, per incoraggiarlo e per fargli capire più il suo piano per lui.
Cristo dichiara a Paolo che non sarà ucciso, ma che arriverà a Roma dove dovrà rendere testimonianza di Gesù Cristo.
Non rivela a Paolo come e quando arriverà a Roma. Però, Paolo ora sa che arriverà a Roma, e che testimonierà di Cristo là.
Sicuramente questo fu di immenso conforto a Paolo.
Nel Nuovo Testamento, non è normale che Cristo appare alle persone. Quindi, questo non è qualcosa che ci dovremmo aspettare nella nostra vita.
Visto che non siamo apostoli, e abbiamo tutto il Nuovo Testamento, Cristo non appare direttamente a noi. Noi abbiamo tutta la rivelazione di Dio nella Bibbia.
Abbiamo lo Spirito Santo, e le promesse meravigliose. Però, anche se Cristo non appare a noi direttamente come è apparso a Paolo come apostolo, lo Spirito Santo attesta al nostro cuore che le promesse di Dio sono per noi.
Egli ci consola, egli ci incoraggia, egli ci insegna, egli ci illumina, quindi, con lo Spirito Santo e con le promesse di Dio che abbiamo nella Bibbia, siamo ben curati da Dio.
Nello stesso modo che Paolo sapeva che sarebbe arrivato a Roma, ma non sapeva né quando né come, noi sappiamo che arriveremo in cielo, anche se non sappiamo quando e non sappiamo tutto quello che succederà prima.
Ma sappiamo che Dio completerà la sua opera in noi! Di quello possiamo essere sicuri.
La vera fonte della pace nelle difficoltà
Se un bambino cresce pensando che egli sia al centro del mondo, e che tutto dovrebbe andare come vuole lui, allora, quando le cose succedono che non sono come vorrebbe lui, sarà agitato e scontento.
Il problema è che ha aspettative sbagliate. Aspettative sbagliate portano sempre a scontentezza, a delusione, e a tanti peccati.
Questo è vero anche per noi adulti. Quando noi crediamo di essere al centro della vita, quando crediamo che le cose dovrebbero andare come vorremmo noi, e invece le cose non vanno come volevamo, ci agitiamo, e siamo abbattuti.
La chiave per stare bene è di capire che noi non siamo il centro della vita. Lo scopo della vita non è che le cose vanno bene.
Piuttosto, la nostra vita fa parte di qualcosa di molto più grande, facciamo parte dell’opera eterna di Dio.
Solo se comprendiamo questo, allora, possiamo aver vera pace in mezzo alle situazioni difficili. Solo allora possiamo avere fede in Dio.
Cioè, se io credo che lo scopo della vita è che io stia bene, e che Dio risolva i miei problemi, allora, quando la vita va male, quando succedono cose che io non volevo, quando Dio non risolve i miei problemi come avrei voluto, io starò male.
Avrò grande difficoltà a fidarmi di Dio. Questo è perché secondo il mio metro, Dio non mi sta curando come dovrebbe.
Perciò, avrò difficoltà avere fede in Dio. Non avrò pace, e non avrò la gioia della salvezza.
Credere che la vita sia per stare bene non solo mi porterà a stare male, ma mi porterà a sprecare la mia vita, impegnandomi nelle mie cose, anziché per il regno di Dio.
Non vivrò per la gloria di Dio.
Quindi, è estremamente importante per noi di comprendere che lo scopo della nostra vita non è di stare bene, ma piuttosto è di vivere per la gloria di Dio, ed essere usati da Dio per la sua opera eterna.
Lo scopo della vita è che viviamo e moriamo per la gloria di Dio.
Ascoltate le parole dell’apostolo Paolo in Filippesi 1:20. “Secondo la mia fervida attesa e speranza, che non sarò svergognato in cosa alcuna, ma che con ogni franchezza, ora come sempre, Cristo sarà magnificato nel mio corpo, o per vita o per morte.”
Quello che era il desiderio di Paolo dovrebbe essere il desiderio di ogni vero credente. Dovremmo riconoscere che la nostra vita non è per noi stessi, ma è da vivere per la gloria di Dio, cioè per magnificare Cristo.
Allora, non importa come vanno le cose ogni giorno. Importa che la nostra vita magnifica Cristo.
E quindi quando arrivano periodi difficili, possiamo riposarci in Cristo, sapendo che Egli sta portando avanti la sua opera, e che noi facciamo parte di quello che sta facendo per l’eternità.
Possiamo riposarci, sapendo che Dio è in controllo. E allora, possiamo avere pace anche nelle situazioni difficili.
Se invece ricordiamo che la nostra vita serve per la gloria di Dio, allora possiamo avere pace anche nelle difficoltà, capendo che Dio sta portando tutto al traguardo giusto, che porterà gloria a lui, e questo sarà il nostro vero bene nell’eternità.
La congiura di oltre quaranta uomini
La mattina dopo, alcuni Ebrei si riunirono per organizzare una congiura contro Paolo, e giurarono di non toccare né cibo né bevanda fino a quando non lo avessero ucciso.
Quelli che avevano partecipato a questa congiura erano più di quaranta.
Essi andarono dai capi dei sacerdoti e dai capi del popolo e dissero: «Noi ci siamo impegnati con solenne giuramento a non mangiare nulla finché non avremo ucciso Paolo».
«Voi dunque, d’accordo con il tribunale ebraico, dite al comandante di portarvi qui Paolo. Il pretesto potrebbe essere questo: che voi volete esaminare un po’ meglio il suo caso. Noi intanto ci terremo pronti a ucciderlo prima che egli arrivi qui».
Umanamente, il loro complotto sembrava quasi certo a funzionare. Erano pronti a morire affinché andasse in porto, al punto che avevano fatto un giuramento di non mangiare o bere finché non avessero ucciso Paolo.
Il tribuno aveva già portato Paolo dal sinedrio una volta, evidentemente con pochi soldati, quindi era quasi scontato che avrebbe portato Paolo ancora, con quei pochi soldati, troppo pochi per fermare 40 uomini che volevano uccidere Paolo.
Quindi umanamente parlando sembrava che la morte di Paolo era imminente.
Però, ricordate che Dio è sovrano. Satana non può fare nulla senza il permesso di Dio.
La congiura dimostra anche quanto sia pericoloso manipolare la fede e il nome di Dio per giustificare la violenza.
Questi uomini giurano davanti a Dio di uccidere Paolo, o di morire di fame, hanno infatti fatto voto di non bere e mangiare fino a quando non ci fossero riusciti.
Questi uomini danno una testimonianza di violenza disumana.
Il digiuno, gesto di culto a Dio degli Ebrei e dei Cristiani, è un gesto che fa spazio all’altro non a ucciderlo.
Inoltre trasmettono un’idea di Dio totalmente fuorviante, il nostro Dio, il Dio di Gesù il Dio di Paolo, il nostro Dio, non uccide, semmai dà la sua vita affinché le sue creature non muoiano.
Si arrogano il potere di dare la Morte ai fratelli e a loro stessi come se fossero loro i padroni della vita.
Lo hanno fatto anche quando Gesù è stato condannato a morte. “Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell’acqua, si lavò le mani davanti alla folla: «Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli»”.
È veramente una tragedia, la storia ce lo insegna, quanto male può fare questo tipo di atteggiamento, quando Dio viene manipolato l’uomo ha fatto e può fare disastri.
La cosa più tragica in questo episodio è che il Sinedrio che pur sapendo e non approvando, tacitamente acconsente.
Anche il quieto vivere può fare disastri perché per paura alimenta il fuoco devastante del male.
Il nipote di Paolo e la liberazione dal complotto
Ma un nipote di Paolo venne a sapere qualcosa di questa congiura. Perciò andò alla fortezza, entrò e informò Paolo.
Ma come spesso accade la potenza di Dio si manifesta nei piccoli, nelle persone “insignificanti” anonime.
Le loro nascoste trame, non sono poi tanto nascoste perché il figlio della sorella di Paolo, probabilmente un ragazzino, è la prima volta che si parla della famiglia di Paolo, scopre la tresca.
Il tribuno lo prende per mano.
Paolo comunque godeva di una certa libertà e poteva incontrare i visitatori.
Paolo chiamò uno degli ufficiali e gli disse: - Accompagna questo ragazzo dal comandante; egli ha qualcosa da dirgli.
L’ufficiale lo prese con sé, lo portò dal comandante e gli disse: - Il prigioniero Paolo mi ha fatto chiamare e mi ha pregato di accompagnare da te questo giovane perché ha qualcosa da dirti.
Il comandante prese per mano quel giovane, si ritirò in disparte e gli domandò: - Che cosa hai da dirmi?
Egli rispose: - Gli Ebrei, tutti d’accordo, ti domanderanno di condurre Paolo domani davanti al loro tribunale con il pretesto di esaminare più accuratamente il suo caso.
Tu però non crederci perché ci sono più di quaranta Ebrei che stanno preparando un tranello a Paolo. Essi hanno giurato di non mangiare né bere prima di averlo ucciso. E ora sono già pronti, in attesa che tu lo faccia uscire dalla fortezza.
Allora il comandante gli raccomandò: - Non raccontare a nessuno le cose che mi hai detto! Poi lo lasciò andare.
Dio guidò le cose affinché il nipote di Paolo scoprisse dell’agguato.
Il trasferimento a Cesarèa
Il comandante fece chiamare due ufficiali e disse loro: «Tenete pronti per stasera alle nove duecento soldati, settanta cavalieri e duecento uomini armati di lance: dovranno andare fino a Cesarèa. Preparate anche alcuni cavalli per trasportare Paolo: egli deve arrivare sano e salvo dal governatore Felice».
Felice fu governatore romano della Giudea dal 52 al 59 o 60 d.C.
Poi scrisse anche una lettera che pressappoco diceva:
«Claudio Lisia saluta Sua Eccellenza il governatore Felice. Quest’uomo che io ti mando, lo hanno arrestato gli Ebrei. Stavano per ammazzarlo, quando intervenni con le mie guardie. Venni a sapere che era cittadino romano e lo liberai».
«Volendo sapere perché gli Ebrei lo accusavano lo condussi davanti al loro tribunale».
«Ho potuto stabilire che contro quest’uomo non c’erano accuse degne di morte o di prigione: si trattava solo di questioni che riguardano la loro Legge».
«Tuttavia sono venuto a sapere che gli Ebrei stavano preparando una congiura contro di lui: perciò te l’ho mandato subito. Nello stesso tempo faccio sapere a quelli che lo accusano che devono rivolgersi a te».
Con questi ordini, i soldati presero Paolo e lo condussero di notte fino alla città di Antipàtride.
Il giorno dopo lasciarono partire con lui soltanto i cavalieri. Gli altri tornarono alla fortezza.
I cavalieri arrivarono a Cesarèa, consegnarono la lettera al governatore e gli presentarono anche Paolo.
Il governatore lesse la lettera e domandò a Paolo in quale provincia era nato.
Paolo gli rispose: - Sono originario della Cilicia.
Allora Felice disse: - Ti ascolterò quando saranno qui anche quelli che ti accusano.
Poi comandò di rinchiudere Paolo nel palazzo di Erode.
Allora il palazzo del governatore era detto pretorio. Quello di Cesarèa fu fatto costruire da Erode il Grande e fu scelto come residenza dei governatori romani.
La sovranità di Dio attraverso le decisioni umane
Tutto gioca a favore di Paolo, anche i Romani conquistatori, spesso crudeli e violenti nel reprimere le ribellioni, sono intrappolati nei loro giochi di potere e lasciano ampio spazio all’agire di Dio.
Il Tribuno è pienamente convinto dell’innocenza di Paolo ma non può liberarlo, perché liberarlo significherebbe condannarlo a morte, inoltre scontenterebbe i potenti di Israele rischiando sommosse.
Verrebbe anche tacciato di trascuratezza verso un cittadino romano, e questo gli avrebbe compromesso la carriera.
Insomma tutti questi calcoli umani non fanno altro che agevolare Paolo nel suo cammino verso Roma, che come vedremo sarà ancor lungo.
Si è confrontato con il Popolo, con il Sinedrio, ora lo attende il confronto con il potere di Roma e con il Re fantoccio dei Giudei, fino a Cesare.
In che modo il progetto di Dio procede attraverso tutto questo? Paolo non viene liberato per tornare immediatamente alla predicazione, ma viene condotto verso il luogo in cui dovrà dare ulteriore testimonianza.
Paolo non sapeva come si sarebbe sviluppato il tutto. Però, Paolo sapeva che Dio era in controllo.
La lezione più grande è che i dettagli di questo capitolo fanno parte di qualcosa di molto grande, che continua anche oggi.
La “passione di Paolo” e la testimonianza di Gesù
Dal capitolo 22 fino alla fine del libro degli Atti degli Apostoli, possiamo considerare questo periodo come il periodo della Passione di Paolo.
Luca descrive questi ultimi capitoli in modo dettagliato e con dovizia di particolari con uno stile cronologico abbastanza preciso.
Leggendo si ha l’impressione che non ci siano spunti su cui riflettere perché si è presi dall’evolversi dei fatti.
Ma dobbiamo subito smentire questa ipotesi perché i fatti elencati ci portano a considerare che Luca si concentri sulla vicenda di Paolo per la figura che riveste, per il ruolo che svolge.
È il prototipo del discepolo di Gesù, è colui che ne segue le orme, subisce ogni violenza ma non arretra di un passo.
Ha una missione da compiere e nonostante tutto sembri remare contro si affida totalmente a Dio incurante che le sue azioni aggravino la sua situazione.
In questi ultimi capitoli chiamati appunto “LA PASSIONE DI PAOLO” possiamo esercitarci a ricercare le similitudini che accomunano la Passione di Paolo con la Passione di Gesù.
- La folla che si scaglia contro.
- Il Sinedrio che lo accusa di tradimento.
- Gli schiaffi.
- La reazione di Paolo.
- La sua solitudine.
- L’anatema.
In questo brano in particolare possiamo notare andando oltre la cronaca, si nota in modo chiaro il disegno di Dio che lentamente prende corpo, in cui tutto e tutti sembrano partecipare.
Paolo agisce con la mitezza della colomba e l’astuzia del serpente, mettendo in campo tutta la sua umanità non tanto per salvarsi la vita ma soprattutto per portare avanti il progetto che Dio ha preparato per lui: andare a Roma.
Come nessuno ha potuto fermare Gesù nel suo cammino verso Gerusalemme.
Ma c’è anche un’altra cosa importantissima da dire, Paolo nel suo difendersi e trovare il modo di sopravvivere non smette mai di catechizzare nella speranza di convertire qualcuno.
Vedi il discorso alla folla nel capitolo 22.
Semmai gioca con le contraddizioni dei suoi avversari.
Intanto in lui si avvera ciò che Gesù aveva annunciato ai suoi discepoli: «Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe e comparirete davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro. Ma prima è necessario che il Vangelo sia proclamato a tutte le nazioni».
Applicazioni spirituali per i cristiani
La vita non ruota intorno al nostro benessere
Come abbiamo visto, l’Apostolo Paolo capiva che lo scopo della vita non è di stare bene, ma piuttosto è di glorificare Dio.
Come abbiamo letto, Paolo voleva che la sua vita servisse per magnificare Gesù Cristo, con la sua vita e con la sua morte.
E perciò, non era preoccupato dell’andazzo della vita, perché confidava in un Dio sovrano.
Paolo riconosceva che la sua vita terrena era temporanea, e che non importava quanto bene andasse, o quanto a lungo durasse.
Gli importava solamente di essere speso per la gloria di Gesù Cristo.
Capendo questo, e vivendo così, Paolo poteva avere pace in ogni situazione.
La Chiesa appartiene a Cristo
Atti non è la storia degli apostoli, Atti è la storia di Gesù Cristo che edifica la sua Chiesa.
Le persone che troviamo in Atti sono strumenti che Dio usa per portare avanti la sua grande opera.
E perciò, ciò che importa non è l’andazzo della vita di questo o quell’altro.
Ciò che importa è che tramite tutto quello che succede, Cristo edifica la Chiesa.
Finora nello studio di Atti abbiamo visto la morte di Stefano, il primo martire e poi la morte di Giacomo sotto gli ordini di Erode.
Abbiamo visto Pietro in prigione, e abbiamo visto tanta persecuzione contro i credenti, e in modo particolare contro Paolo e i suoi collaboratori.
Lo scopo di Dio in tutto questo non era il bene terreno di Paolo, era di portare avanti la sua opera, facendo crescere la Chiesa.
Dio può usare persone apparentemente insignificanti
La liberazione di Paolo dal complotto passò attraverso un ragazzo di cui non viene indicato il nome.
La sua azione fu semplice, ma ebbe conseguenze decisive: ascoltò, informò Paolo e portò il messaggio al comandante.
La vicenda ricorda che la potenza di Dio si manifesta nei piccoli, nelle persone “insignificanti” anonime.
Non sono necessari una posizione importante o un ruolo pubblico per contribuire alla protezione dei servitori di Dio.
La prudenza non è mancanza di fede
Paolo si difese, fece notare l’ingiustizia commessa contro di lui, riconobbe il proprio errore e utilizzò con saggezza la divisione esistente nel sinedrio.
Non cercava semplicemente di stare bene o di evitare ogni difficoltà. Cercava di rimanere in vita per continuare a predicare Cristo.
La prudenza di Paolo era quindi al servizio della missione.
La fede nella sovranità di Dio non elimina la necessità di agire con discernimento. Paolo informò le autorità, accettò la protezione disponibile e proseguì il cammino che Dio gli aveva indicato.
La disciplina deve riflettere giustizia ed equilibrio
I genitori possono imitare Geova disciplinando “nella giusta misura”. Questo significa non reagire d’impulso e non infliggere una punizione semplicemente perché sono arrabbiati.
Prima è bene analizzare cosa è successo, perché è successo e di cosa ha veramente bisogno il figlio.
Lo scopo della disciplina dovrebbe essere insegnare e correggere, non sfogare la frustrazione del momento.
Geova tiene conto di tutti i fattori prima di correggerci, anche di quelli che a prima vista non sono evidenti.
I genitori possono fare lo stesso chiedendosi se il figlio è stanco, malato, preoccupato o sta affrontando qualche difficoltà.
Un comportamento sbagliato potrebbe essere il sintomo di un problema più profondo. Capirlo permette di correggere con più equilibrio ed empatia.
I genitori imitano Geova anche quando hanno aspettative realistiche.
Un bambino non pensa e non controlla le emozioni come un adulto.
Perciò età, maturità e capacità dovrebbero influire sulla disciplina.
Questo non significa giustificare una cattiva condotta, ma adattare la correzione affinché il figlio possa capirla, imparare da essa e sapere esattamente cosa deve migliorare.
Prima di disciplinare può essere utile chiedersi se ciò che è accaduto è stato un episodio isolato o se sta diventando un’abitudine.
Un errore occasionale potrebbe richiedere una risposta diversa da una condotta ripetuta.
Considerando il contesto e senza reagire in modo eccessivo, i genitori riflettono la pazienza e la giustizia equilibrata con cui Geova tratta i suoi servitori.
Una buona disciplina dovrebbe lasciare il figlio convinto che i genitori continuano ad amarlo.
Geova disciplina perché vuole salvarci e aiutarci, non perché abbia smesso di amarci.
Allo stesso modo, dopo aver corretto un figlio, i genitori possono rassicurarlo del loro affetto e aiutarlo a capire che la disciplina serve a proteggerlo e a insegnargli a prendere decisioni migliori.
Gesù Visita l'Apostolo Paolo in Prigione
Le gemme spirituali principali di Atti 23 e 24
- Atti 23:1: Paolo mostra il valore di una coscienza pulita davanti a Dio, senza confondere la sincerità personale con la giustificazione.
- Atti 23:2-5: Paolo denuncia l’ingiustizia, ma riconosce anche il dovere di rispettare l’autorità e la legge.
- Atti 23:6-10: Paolo utilizza con saggezza una differenza dottrinale reale per impedire che il sinedrio lo condanni ingiustamente.
- Atti 23:11: Gesù incoraggia il suo servitore e conferma che la testimonianza di Paolo continuerà a Roma.
- Atti 23:12-22: Una congiura accuratamente organizzata viene sventata attraverso il coraggio di un giovane e l’intervento delle autorità.
- Atti 23:23-35: Dio utilizza persino l’organizzazione militare romana e le decisioni politiche per proteggere Paolo e avvicinarlo alla destinazione stabilita.
- Atti 24: Il cammino di Paolo davanti al governatore continua a mostrare che le accuse umane non possono annullare il proposito di Dio.
La testimonianza di Paolo non dipendeva da circostanze favorevoli. La sua coscienza era davanti a Dio, la sua speranza era legata alla risurrezione e il suo coraggio poggiava sulla promessa di Gesù: avrebbe reso testimonianza anche a Roma.
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