Gli esercizi di Patañjali sono raccolti negli Yogasūtra, un breve trattato sanscrito composto da 195 «proposizioni» (sūtra) e da un eserciziario destinato a guidare il praticante lungo un itinerario metodico verso la libertà suprema, chiamata kaivalya. Il sistema comprende otto rami: yama, niyama, āsana, prāṇāyāma, pratyāhāra, dhāraṇā, dhyāna e samādhi.
Per Patañjali lo Yoga non coincide con la semplice esecuzione delle posture fisiche: è un percorso organico che coinvolge comportamento, disciplina personale, corpo, respiro, sensi, concentrazione e meditazione. Il suo scopo è arrestare il turbinio delle attività mentali, indicato dall’espressione cittavṛtti, e superare la causa prima del disagio umano, il «non vedere come stanno le cose» (avidyā).
Chi era Patañjali
Patañjali fu un autore vissuto in India tra il IV e il V secolo d.C. Della vita del redattore di questo breve trattato in lingua sanscrita non sappiamo nulla, ma la sua opera ha influenzato numerose correnti e tradizioni di yoga, in Sudasia e poi in Europa.
Le informazioni sulla sua figura si confondono spesso tra realtà, mito e leggenda. Nemmeno sulla sua data di nascita ci sono notizie certe: gli Indù lo collocano intorno al 10000 a.C., mentre alcuni storici lo collocano tra il IV e il VI secolo d.C. L’ipotesi storicamente più accreditata presente nella tradizione divulgativa lo considera un filosofo indiano vissuto nel II secolo a.C. e autore della codificazione di un patrimonio trasmesso oralmente.
Secondo la tradizione indiana Patañjali nacque in Ilavritavarsha, un luogo oltre l’India, eterno e celestiale. La leggenda più diffusa narra invece che fosse l’incarnazione di Adisesa, il serpente di Shiva e re dei Naga, figure mitologiche della tradizione vedica e induista dalla natura semidivina, metà uomo e metà serpente.
Da qui deriverebbe la rappresentazione iconografica di Patañjali come uomo con la coda di serpente e quattro mani. La leggenda racconta che Adisesa, affascinato dalla danza di Shiva, gli chiese di insegnargliela per rendere felice il suo signore; in seguito Visnu gli concesse di incarnarsi affinché, con la sua danza, potesse rendere felici gli uomini sulla terra.
Adisesa si sarebbe incarnato nel ventre di Gonika, una donna sterile che pare praticasse Yoga. Il nome Patañjali deriverebbe da «pata», «caduto dal cielo», e «anjali», «benedizione», a indicare una grazia discesa dal cielo e destinata all’umanità.
Le opere attribuite a Patañjali
Anche quando si tratta di definire le opere di Patañjali, l’incertezza continua. Le fonti che riguardano la sua produzione scritta sono piuttosto contraddittorie, e non è sempre possibile ricondurre con estrema esattezza ogni testo alla stessa persona.
Attraverso gli Yogasūtra, Patañjali avrebbe messo per iscritto insegnamenti che fino ad allora erano stati tramandati soltanto oralmente. Alcuni sostengono che sia stato anche autore di un trattato di medicina ayurvedica e del Mahābhāṣya, il «Grande Commentario» sulla grammatica sanscrita di Pāṇini.
Il tema dell’Ayurveda fu di grande interesse per Patañjali, considerando che argomenti come la diagnosi delle malattie, la struttura e la funzione del corpo umano, il mantenimento di una buona forma fisica e il benessere sono più volte menzionati negli stessi Yogasūtra. Allo stesso modo Patañjali fu certamente un grande conoscitore del sanscrito e del suo vocabolario.
Che cosa sono gli Yogasūtra
Gli Yogasūtra sono un testo in lingua sanscrita costituito da brevi frammenti di testo, affermazioni concise che il Maestro rivolge all’allievo. Il termine sanscrito «sūtra» significa «filo», e la forma concisa degli aforismi doveva rendere più facile ricordarne i precetti.
Il testo è stato trasmesso in una forma composta da 195 sūtra. Nella tradizione divulgativa viene talvolta indicato anche come composto da 196 aforismi, versetti o sentenze. Gli Yogasūtra sono giunti fino ai giorni nostri come una delle principali opere alla base dello Yoga classico.
Quello che potrebbe sembrare un testo teorico è in realtà un eccellente manuale pratico di Yoga. Gli aforismi descrivono la pratica, le condizioni del percorso, gli ostacoli, le facoltà che possono emergere durante la disciplina e il fine ultimo dell’emancipazione.
Le quattro sezioni degli Yogasūtra
Gli Yogasūtra sono suddivisi in quattro libri, sezioni o capitoli, chiamati in sanscrito pāda. Le quattro parti descrivono la pratica e gli scopi dello Yoga attraverso gli otto rami che il praticante dovrebbe seguire per raggiungere il kaivalya, cioè la libertà suprema.
| Sezione | Significato | Numero di sūtra | Contenuto |
|---|---|---|---|
| Samādhi Pāda | Il Sentiero dell’Unione | 51 | Introduce lo Yoga come mezzo per il raggiungimento del samādhi e tratta la contemplazione introspettiva. |
| Sādhana Pāda | Il Sentiero della Pratica iniziatica | 55 | Descrive la pratica dello Yoga e presenta gli otto rami. |
| Vibhūti Pāda | Il Sentiero delle facoltà sovrumane | 56 | Illustra la progressione della pratica e i poteri che il praticante può acquisire. |
| Kaivalya Pāda | Il Sentiero dell’Emancipazione | 34 | Affronta il tema della liberazione e il conseguimento del più alto stato del kaivalya. |
Samādhi Pāda
Nel primo capitolo Patañjali introduce il concetto di Yoga come mezzo per il raggiungimento del samādhi, vale a dire lo stato di suprema beatitudine o illuminazione. L’intero capitolo è dedicato al concetto di contemplazione introspettiva ed è rivolto ai praticanti spiritualmente già evoluti.
Sādhana Pāda
La seconda sezione è dedicata alla pratica dello Yoga. È qui che Patañjali entra nel dettaglio per spiegare gli otto passi dello Yoga, cioè l’aṣṭāṅga yoga. In sostanza questo capitolo contiene le istruzioni per la pratica dello Yoga.
Vibhūti Pāda
Nella terza sezione degli Yogasūtra Patañjali prosegue nell’illustrare la progressione della pratica e parla delle facoltà o dei «poteri» che il praticante può acquisire lungo il percorso yogico.
Kaivalya Pāda
Nella quarta e ultima sezione degli Yogasūtra Patañjali affronta il tema della liberazione, vale a dire il conseguimento del più alto stato del kaivalya.
La definizione di Yoga secondo Patañjali
È nei primissimi aforismi degli Yogasūtra che Patañjali chiarisce l’essenza della sua opera. Nel Samādhi Pāda enuncia lo scopo del trattato nel sūtra 1.1 e definisce il concetto di Yoga nel sūtra 1.2.
«E adesso, espongo l’insegnamento dello Yoga» (Yoga Sūtra 1.1). Attraverso questo primo sūtra, Patañjali denuncia la natura orale della trasmissione delle informazioni da maestro a discepolo, come avveniva nella tradizione di molti sūtra brahmanici.
Con tale esordio l’autore sottolinea soprattutto l’importanza del tempo presente, come a voler indicare che siamo di fronte a un momento molto importante e che il momento per praticare Yoga è proprio «adesso».
«Lo Yoga è lo spegnimento dell’attività mentale, del turbinio della coscienza» (Yoga Sūtra 1.2). Questo secondo sūtra si riferisce al celebre concetto di «Yoga chitta vritti nirodha», che condensa l’intera opera di Patañjali.
Secondo Patañjali, la nostra mente può essere paragonata a una scimmia che salta senza sosta da un ramo all’altro. Il compito di uno yogi è arrestare il continuo e incessante fluire dei pensieri, le cosiddette fluttuazioni della mente, vṛtti, che impediscono di prendere atto della concretezza della realtà nel momento presente.
Solo quando la mente è calma il praticante può trovarsi pienamente in uno stato di Yoga o, se preferisci, nel «qui e ora». L’itinerario degli otto rami è quindi un metodo progressivo per governare i rapporti tra la vita e le forme, la carne e i modelli ideali, la prassi e il pensiero, il sensibile e l’immaginabile.

Gli otto rami dello Yoga
Gli otto stadi, definiti anche rami o membra, sono uno propedeutico all’altro, nonostante nessuno sia più o meno importante di un altro. Tutti devono essere praticati in egual misura.
Ogni ramo può essere immaginato come un gradino di una scala che conduce alla piena completezza dell’individuo. Il percorso non è una successione di scorciatoie, ma un sentiero articolato in otto tappe:
- Yama - Precetti morali universali o astensioni.
- Niyama - Prescrizioni o osservanze personali.
- Āsana - Posture del corpo.
- Prāṇāyāma - Tecniche di respirazione per il controllo e l’espansione del prāṇa.
- Pratyāhāra - Ritiro dei sensi dagli oggetti.
- Dhāraṇā - Concentrazione.
- Dhyāna - Meditazione.
- Samādhi - Congiunzione con l’oggetto della meditazione o unione con il divino.
Queste otto linee guida aiutano a raggiungere una maggiore consapevolezza e a vivere un’esistenza in pace con se stessi e con l’intero universo. Attraverso il sistema degli otto stadi elaborato da Patañjali, il praticante percorre un sentiero di risveglio spirituale, si libera dalle limitazioni inflitte dalla mente e scopre il proprio vero Sé.
1. Yama: i precetti morali universali
Gli yama rappresentano il primo degli otto rami dello Yoga di Patañjali. Si tratta di cinque precetti morali universali, definiti anche «astensioni», che orientano la gestione delle relazioni con gli altri e con tutto ciò che circonda il praticante.
Gli yama sono principi etici o valori che possono far emergere qualità come la compassione, l’onestà e la generosità. Oltre a rappresentare presupposti fondamentali per ogni praticante di Yoga, offrono l’opportunità di dare un contributo positivo alla società e al mondo in cui si vive.
| Yama | Significato |
|---|---|
| Ahimsa | Non violenza, gentilezza, compassione |
| Satya | Verità, onestà, autenticità |
| Asteya | Non rubare, non appropriazione |
| Brahmacharya | Moderazione, continenza, autodisciplina |
| Aparigraha | Non accumulo, non attaccamento |
Ahimsa
Ahimsa significa non violenza, gentilezza e compassione. Il principio orienta il rapporto con gli altri esseri e con tutto ciò che circonda il praticante, invitando a riconoscere il valore della cura e a evitare atteggiamenti violenti.
Satya
Satya indica verità, onestà e autenticità. Il precetto riguarda il modo di rapportarsi alla realtà, agli altri e a se stessi, favorendo una condotta coerente e sincera.
Asteya
Asteya significa non rubare e non appropriarsi. Il principio riguarda il rispetto di ciò che appartiene agli altri e il rifiuto dell’appropriazione indebita.
Brahmacharya
Brahmacharya comprende i significati di moderazione, continenza e autodisciplina. Il precetto invita a governare le proprie energie e a orientarle con consapevolezza.
Aparigraha
Aparigraha significa non accumulo e non attaccamento. Il principio riguarda il rapporto con il possesso e con il desiderio di trattenere persone, oggetti o esperienze.
2. Niyama: le osservanze personali
Il secondo ramo è costituito dai niyama. Il termine comprende cinque prescrizioni o osservanze personali che descrivono il modo in cui relazionarsi con se stessi.
I niyama sono valori che riguardano l’interiorità, la parte più profonda e autentica del praticante, in una prospettiva di crescita spirituale.
| Niyama | Significato |
|---|---|
| Śauca | Pulizia, purezza |
| Santoṣa | Contentezza, appagamento, soddisfazione |
| Tapas | Disciplina, ardore, forza |
| Svādhyāya | Studio delle sacre scritture, conoscenza e consapevolezza di sé |
| Īśvara praṇidhāna | Arrendersi al divino, abbandonarsi a un essere supremo |
Śauca
Śauca indica pulizia e purezza. Il principio riguarda la cura e la purificazione, considerate condizioni per una relazione più consapevole con il corpo, la mente e l’ambiente.
Santoṣa
Santoṣa significa contentezza, appagamento e soddisfazione. L’osservanza riguarda la capacità di riconoscere la condizione presente senza lasciarsi dominare dall’insoddisfazione.
Tapas
Tapas comprende disciplina, ardore e forza. Il principio esprime l’impegno necessario a sostenere la pratica e a trasformare le abitudini attraverso una disposizione costante.
Svādhyāya
Svādhyāya indica lo studio delle sacre scritture, la conoscenza e la consapevolezza di sé. L’osservanza collega l’apprendimento alla comprensione della propria interiorità.
Īśvara praṇidhāna
Īśvara praṇidhāna significa arrendersi al divino e abbandonarsi a un essere supremo. Il principio descrive una disposizione di affidamento e di rinuncia all’idea di controllare ogni cosa.
3. Āsana: le posizioni del corpo
Dopo i primi due rami, che indicano la via da seguire per entrare in connessione con gli altri e con se stessi, Patañjali parla degli āsana. Le posizioni del corpo rappresentano il terzo degli otto rami dello Yoga.
Secondo questa impostazione, le indicazioni morali e le osservanze personali rappresentano i presupposti che precedono la pratica fisica sul tappetino. Prima di arrivare alle posture e alla pratica delle posizioni Yoga, è quindi consigliato assimilare e mettere in pratica gli stadi precedenti.
Patañjali menziona il termine āsana in un solo sūtra, parlando genericamente di una posizione stabile e comoda. Il concetto viene introdotto nel secondo capitolo degli Yogasūtra, il Sādhana Pāda, nel sūtra 2.46.
«Sthira Sukham Asanam» (Yoga Sūtra 2.46). Il sūtra potrebbe essere tradotto: «Le posizioni corporee devono essere stabili e confortevoli».
Nel sistema di Patañjali, dunque, l’āsana non è presentato come una semplice esibizione di abilità fisica, ma come una condizione di stabilità e comodità utile al proseguimento della pratica.
4. Prāṇāyāma: il respiro e il prāṇa
Il quarto ramo è il prāṇāyāma, costituito dalle tecniche di respirazione per il controllo e l’espansione del prāṇa. Esso prosegue il lavoro iniziato con la stabilità del corpo e orienta l’attenzione verso il respiro.
Nel percorso degli otto rami, il respiro costituisce un passaggio tra la dimensione corporea e quella mentale. La pratica dello Yoga non si limita quindi alle posture, ma comprende anche il modo in cui il praticante governa e rende consapevole il proprio atto respiratorio.

5. Pratyāhāra: il ritiro dei sensi
Il quinto ramo è il pratyāhāra, cioè la ritrazione o il ritiro dei sensi dagli oggetti. Dopo il lavoro rivolto al comportamento, all’interiorità, al corpo e al respiro, l’attenzione viene sottratta alla dispersione prodotta dagli stimoli esterni.
Il pratyāhāra prepara i tre rami interiori successivi: concentrazione, meditazione e samādhi. Il praticante non è più guidato in modo passivo dagli oggetti dei sensi, ma può orientare l’attenzione verso un’esperienza più raccolta.
6. Dhāraṇā: la concentrazione
Dhāraṇā è il sesto ramo degli esercizi di Patañjali e indica la concentrazione. L’attenzione viene raccolta e mantenuta su un oggetto, invece di seguire il flusso incessante dei pensieri e delle impressioni.
La concentrazione rappresenta un passaggio decisivo nel rapporto con le vṛtti, le fluttuazioni della mente. La pratica consiste nel rendere più stabile il movimento della coscienza e nel ridurre la dispersione dell’attenzione.
7. Dhyāna: la meditazione
Dhyāna è il settimo ramo e indica la meditazione. Esso prosegue la concentrazione, trasformandola in una continuità più stabile dell’attenzione verso l’oggetto meditativo.
La meditazione appartiene alla dimensione contemplativa dello Yoga e conduce progressivamente verso il samādhi. In questa fase il praticante lavora direttamente sul turbinio della coscienza e sulla possibilità di dimorare con maggiore continuità nel presente.
Meditazione Guidata 8 Minuti: Rilassa Corpo e Mente, Lascia Andare Stress e Ansia
8. Samādhi: l’assorbimento meditativo
Samādhi è l’ottavo e ultimo ramo dello Yoga di Patañjali. Viene definito come congiunzione con l’oggetto della meditazione o unione con il divino, ed è presentato come lo stato verso cui conduce la progressione degli altri sette rami.
Nel Samādhi Pāda, Patañjali introduce il samādhi come stato di suprema beatitudine o illuminazione. Il percorso degli otto rami trova qui il suo compimento contemplativo, in relazione al conseguimento del kaivalya, la libertà suprema e l’emancipazione.
Il rapporto tra gli otto rami
Gli otto rami non costituiscono una raccolta di esercizi indipendenti, né una sequenza in cui alcuni elementi possono essere considerati semplicemente accessori. Ciascuno degli otto stadi è propedeutico all’altro, ma nessuno è più o meno importante di un altro.
Gli yama orientano le relazioni con gli altri; i niyama organizzano la relazione con se stessi; gli āsana stabilizzano il corpo; il prāṇāyāma rende consapevole il respiro; il pratyāhāra riduce la dispersione sensoriale; dhāraṇā raccoglie l’attenzione; dhyāna sviluppa la meditazione; il samādhi indica il compimento dell’assorbimento meditativo.
Il sistema crea così una progressione che collega etica, interiorità, corpo, respiro e coscienza. La perfetta sintesi fra mente, corpo e spirito non è separata dalla vita quotidiana, perché l’itinerario di Patañjali è teso all’immunità dai turbamenti del vorticoso plesso delle cognizioni e delle affezioni.
Il fine degli esercizi di Patañjali
Individuando nel «non vedere come stanno le cose» (avidyā) la causa prima di tutti i disagi e i malanni che affliggono l’animale umano, Patañjali ha architettato un originale itinerario metodico, interamente immanente e teso all’immunità dai turbamenti del vorticoso plesso delle cognizioni e delle affezioni, designato con il termine cittavṛtti.
Gli esercizi di Patañjali sono quindi rivolti al governo della mente e delle affezioni, ma coinvolgono l’intera esistenza. Il praticante è chiamato a dotarsi di sistemi immunitari che lo mettano in condizione di governare i complessi rapporti tra la vita e le forme, la carne e i modelli ideali, la prassi e il pensiero, il sensibile e l’immaginabile.
Attraverso gli otto rami, il praticante percorre il sentiero del risveglio spirituale e della liberazione dalle limitazioni inflitte dalla mente, orientandosi verso il proprio vero Sé e verso il conseguimento del kaivalya.