L’unione di grandi gruppi di meditatori può ridurre la criminalità, il terrorismo e le morti violente. Questo, almeno, è dimostrato da vari studi. Gli effetti della meditazione collettiva sulla società sono meno noti, ma ugualmente importanti.
Nonostante il possibile scetticismo, è dimostrato che l’unione di numerose persone in meditazione ha un impatto positivo sulle dinamiche sociali. Le ricerche disponibili hanno esaminato soprattutto i rapporti tra meditazione collettiva, criminalità violenta, omicidi, suicidi, incidenti stradali, terrorismo, conflitti internazionali e recidiva.
Che cosa indicano gli studi sulla meditazione collettiva
Tra il 1972 e il 1978 è stato studiato l’effetto di un programma collettivo di meditazione trascendentale in varie città degli Stati Uniti. I risultati hanno mostrato che questa pratica ha avuto un’influenza significativa sulla diminuzione del tasso di criminalità.
Allo stesso modo, è stato riscontrato che la variazione del numero di persone che meditano durante la settimana è associata a tassi di criminalità violenta. Risultati simili sono stati ottenuti in altri studi condotti a Manila, nelle Filippine.
Tra il 1978 e il 1991, invece, la stessa ipotesi è stata dimostrata nel Merseyside, al tempo la terza area metropolitana con il più alto tasso di criminalità in Inghilterra. Lo studio ha rilevato che quando il gruppo raggiungeva un numero sufficiente, si è verificato un calo della delinquenza del 13,4%.
Nel 1992, quando lo studio è terminato, il Merseyside aveva il tasso di criminalità più basso del paese, il 40% al di sotto della media nazionale e la progressione prevista.
| Ambito osservato | Risultato riportato |
|---|---|
| Criminalità nel Merseyside | calo della delinquenza del 13,4% |
| Tasso di criminalità nel Merseyside nel 1992 | il 40% al di sotto della media nazionale |
| Terrorismo durante i periodi di meditazione | calo del 72% |
| Conflitti internazionali durante i periodi di meditazione | calo del 32% |
| Recidiva in un programma di meditazione trascendentale | differenza del 20% rispetto a un gruppo di controllo |

Meditazione collettiva e diminuzione delle morti violente
Nel 1985, in Canada, due studi hanno testato gli effetti della meditazione collettiva condotta da un folto gruppo di partecipanti. Nello specifico, è stata osservata una riduzione del numero di suicidi, omicidi e decessi per incidenti stradali.
Allo stesso modo, sono stati riscontrati ulteriori effetti positivi. Per esempio, un miglioramento della qualità di vita della popolazione a seguito della riduzione del consumo di sigarette e della diminuzione degli scioperi del lavoro.
Questi dati vengono spesso interpretati come un possibile effetto della meditazione sulle condizioni sociali che favoriscono la violenza. La meditazione non viene quindi considerata soltanto come un’attività individuale, ma anche come una pratica capace di influire sui comportamenti e sul clima emotivo di un gruppo.
Guerra, terrorismo e conflitti internazionali
Tra il 1983 e il 1985 varie persone si sono riunite per 8-11 giorni per eseguire la meditazione collettiva. L’ipotesi suggeriva che ciò avrebbe avuto effetti positivi sul terrorismo e sui conflitti internazionali.
I risultati hanno confermato la teoria. Hanno mostrato un calo del 72% del terrorismo e del 32% dei conflitti internazionali durante i periodi di meditazione.
D’altra parte, nel 1983 è stata proposta a Gerusalemme una meditazione trascendentale collettiva con l’intento di migliorare la qualità della vita e incidere positivamente sulla guerra in Libano. È stato dimostrato che l’influenza positiva di questa pratica riduce i decessi per guerra, criminalità e incidenti stradali.
In miglioramento, inoltre, il mercato azionario e l’umore a livello nazionale. Le osservazioni riportate collegano quindi la meditazione collettiva a una serie di indicatori diversi, dalla violenza diretta al benessere psicologico e sociale.
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La teoria della coscienza collettiva
Questi risultati sorprendenti possono essere compresi alla luce di ciò che conosciamo come “coscienza collettiva”. Il livello di coscienza individuale di ogni persona è riconoscibile sia dall’emissione di onde cerebrali sia dai livelli di alcuni neurotrasmettitori come la serotonina.
Chi presenta livelli di coscienza più elevati nutre pensieri di maggiore tranquillità e atti più gentili e altruistici. Al contrario, le persone con bassi livelli di coscienza sperimentano più rabbia e irritabilità e hanno maggiori probabilità di adottare condotte criminali.
Tuttavia, ogni individuo è influenzato dal livello di coscienza collettivo, quindi tutti diamo un contributo in una direzione o nell’altra. A questo proposito, è più o meno probabile che un delinquente commetta un reato a seconda che sia immerso in un ambiente stressante o pacifico.
Siamo tutti connessi, influenziamo e siamo influenzati dagli altri. Ne consegue che meditando non solo otteniamo miglioramenti personali, ma contribuiamo anche a creare un ambiente collettivo più positivo.
Perché la meditazione può incidere sui comportamenti violenti
La mindfulness è la consapevolezza che sorge quando ci si concentra intenzionalmente e senza giudizio sull’evolversi degli eventi momento per momento. L’obiettivo della mindfulness non è cambiare il contenuto dei pensieri, ma sviluppare un atteggiamento non giudicante nei confronti dei pensieri, dei sentimenti o delle sensazioni.
La pratica aiuta a ridurre lo stress e l’aggressività, migliorando le abilità pro-sociali. Ciò che propone la mindfulness è di rendere la persona maggiormente presente nel “qui ed ora” aumentando la capacità di distinguere tra emozione e pensiero e comprendere profondamente le relazioni che intercorrono tra queste due dimensioni della vita psichica.
Infatti, sovente le azioni illegali e di crimine sono spesso commesse sulla base di reazioni impulsive. La consapevolezza può creare uno spazio tra l’impulso e l’azione, permettendo alla persona di riconoscere più chiaramente ciò che sta vivendo.
Così facendo è possibile scoprire, o riscoprire, le proprie risorse interne con le quali far fronte alle difficoltà quotidiane nonché a situazioni di disagio mentale più profonde.
Gli effetti individuali collegati alla riduzione dell’aggressività
Riduzione dello stress
Ridurre lo stress è una delle ragioni più frequenti per cui molte persone provano la meditazione. Uno studio su 3.500 adulti ha concluso che è decisamente all’altezza della sua reputazione di riduzione dello stress.
Di solito, l’aumento dei livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, è causato dallo stress fisico e mentale. Il cortisolo crea un sacco di effetti dannosi dello stress, come il rilascio di sostanze chimiche infiammatorie, le citochine.
Questi effetti nocivi promuovono l’ansia e la depressione, l’aumento della pressione sanguigna, il sonno disturbato e possono portare alla stanchezza e al pensiero annebbiato. In un recente studio condotto su un periodo di otto settimane, lo stile di meditazione “meditazione consapevole” ha dato risultati promettenti in quanto ha visto una ridotta risposta infiammatoria nei suoi candidati.
La ricerca ha continuato a dimostrare che anche i sintomi delle condizioni legate allo stress possono essere ridotti con la meditazione. Così il disordine da stress post-traumatico, la fibromialgia e la sindrome dell’intestino irritabile possono essere tutti diminuiti un po’ con la meditazione.
Controllo dell’ansia
Meno ansia spesso si traduce in meno stress. Per esempio, i partecipanti di uno studio di meditazione consapevole di otto settimane hanno scoperto che la loro ansia si era ridotta.
Hanno anche scoperto che avevano ridotto i sintomi dei disturbi d’ansia come l’ansia sociale, la paranoia, gli attacchi di panico e i comportamenti ossessivo-compulsivi. Uno studio su 2.466 volontari, una scala molto più grande, ha concluso che diversi tipi di strategie di meditazione possono ridurre i livelli di ansia.
Gli studi dimostrano anche che la meditazione può aiutare lo stress legato al lavoro e l’ansia che viene da ambienti di lavoro ad alta pressione. Un gruppo di infermiere che ha preso parte a uno studio ha riscontrato una riduzione dell’ansia.
Salute emotiva e depressione
Ci sono alcuni tipi di meditazione che possono portare le persone ad avere una visione più positiva della vita e una migliore immagine di sé. Due studi su 4.600 persone in totale hanno mostrato che la meditazione consapevole porta a una diminuzione della depressione.
Rilasciate a causa dello stress, le sostanze chimiche infiammatorie chiamate citochine possono influenzare l’umore e questo può portare alla depressione. Dopo aver esaminato diversi studi, i risultati hanno mostrato che la meditazione potrebbe ridurre la depressione perché aiuta la riduzione delle sostanze chimiche infiammatorie.
Un altro studio controllato ha esaminato l’attività elettrica tra il cervello delle persone che hanno praticato la meditazione consapevole e quello delle persone che non l’hanno fatto. Le persone che hanno meditato hanno mostrato cambiamenti nelle attività relative ad aree come il pensiero positivo e l’ottimismo.
Consapevolezza di sé e controllo degli impulsi
La meditazione in alcune forme può aiutarvi a sviluppare una migliore consapevolezza e comprensione di voi stessi. Questo, a sua volta, può aiutarvi a crescere per essere la migliore versione di voi stessi.
Altri tipi di meditazione ti insegnano a notare i pensieri dannosi o autodistruttivi. L’idea è che più consapevolezza si ha delle proprie abitudini di pensiero, più facilmente le si può indirizzare verso abitudini più costruttive.
La meditazione può aiutare a sviluppare discipline mentali benefiche che possono vederti rompere le dipendenze aumentando la tua consapevolezza dei fattori scatenanti dei comportamenti di dipendenza e aumentando il tuo autocontrollo.
La meditazione può aiutare le persone a reindirizzare la loro attenzione, a controllare le loro emozioni e i loro impulsi, ad aumentare la loro comprensione di ciò che sta dietro il loro comportamento e ad aumentare la loro forza di volontà.
Gentilezza, empatia e comportamenti prosociali
Alcuni tipi di meditazione possono creare sentimenti e azioni più positivi verso sé stessi e verso gli altri. Metta è un tipo di meditazione che è conosciuta anche con il nome di meditazione di amorevole gentilezza.
Inizia con lo sviluppo di sentimenti e pensieri gentili verso sé stessi. Le persone possono imparare ad estendere questo tipo di pensieri e sentimenti agli altri attraverso la pratica. Si insegna ad estendere agli amici, ai conoscenti e, infine, ai nemici.
I risultati di 22 studi su questo tipo di meditazione hanno dimostrato che ha la capacità di aumentare la compassione delle persone verso sé stesse e gli altri. Un ulteriore studio ha dimostrato che i sentimenti di positività che possono essere sviluppati attraverso la meditazione Metta possono aiutare a ridurre i conflitti matrimoniali, aiutare nella gestione della rabbia e migliorare l’ansia sociale.
Attenzione e capacità di autoregolazione
La meditazione di attenzione focalizzata è ottima per aiutare ad aumentare la resistenza e la forza della vostra attenzione. Uno studio che ha esaminato gli effetti della meditazione consapevole su un periodo di otto settimane di corso ha scoperto che la capacità dei partecipanti di mantenere la loro attenzione era migliorata.
Inoltre, si è scoperto che la meditazione inverte i modelli cerebrali che portano alla preoccupazione, alla scarsa attenzione e al vagabondaggio della mente. La meditazione per brevi periodi di tempo può anche essere benefica.
Uno studio recente ha dimostrato che praticare la meditazione per quattro giorni può essere sufficiente per migliorare la capacità di attenzione. Una maggiore attenzione può contribuire a riconoscere più rapidamente l’aumento della rabbia e a interrompere la sequenza che può precedere una reazione aggressiva.
Meditazione e sistema penitenziario
La popolazione carceraria deve gestire situazioni difficili ed emozioni, nonché lo stress e la rabbia dietro le sbarre. La dura realtà dell’incarcerazione, con la perdita di libertà, traumi e l’assenza di familiari e amici, impatta negativamente sulla salute mentale ed emotiva delle persone detenute, causando depressione, rabbia e ansia.
Questi fattori influenzano la capacità di adattamento delle persone ristrette, che mostrano spesso alti livelli di stress e modalità aggressive oltre a comportamenti antisociali. Spesso vi sono episodi violenti fino a rivolte all’interno delle carceri.
L’articolo identifica otto preoccupazioni ambientali che influenzano il comportamento e l’adattamento delle persone detenute: privacy, sicurezza, struttura, supporto, feedback emotivo, stimolazione sociale, attività e libertà.
La mancata soddisfazione di queste preoccupazioni aumenta gli incidenti con episodi aggressivi e violenza. Inoltre, le persone detenute portano con sé numerosi fattori di rischio, tra cui disagio personale, aggressività, pensiero criminale, associazioni negative, infrazioni legali e abuso di sostanze.
Trauma, rabbia e ambiente carcerario
Per condurre incontri di meditazione in carcere bisogna tenere anzitutto presenti questi elementi, ma ce n’è uno più rilevante: il trauma. Da studi accreditati risulta che oltre l’80% delle persone incarcerate ha subito dei traumi.
O durante l’infanzia, ad esempio violenza domestica o abbandono, o in età adulta, scene di violenza, azioni di guerra, crimini sessuali. Secondo lo psichiatra Bessel van der Kolk, il trauma è al centro dell’esperienza carceraria.
Il trauma può essere riacceso da associazioni involontarie che riportano la persona all’evento traumatico, e quindi a un passato dal quale non si è mai in realtà staccata. Insegnare meditazione in carcere significa quindi, oltre che motivare i partecipanti smontando le false credenze su questa pratica, fare in modo che l’esperienza possa accadere in un contesto sicuro.
Soltanto così i partecipanti agli incontri potranno sentirsi sufficientemente al sicuro per potere riprendere contatto con il corpo, con il respiro e in generale con la consapevolezza di sé.
Mindfulness e meditazione in carcere
La mindfulness è stata studiata in molti campi, incluso quello della psicologia clinica, ed è stata introdotta anche nel contesto della giustizia penale. Carceri e strutture di detenzione giovanile hanno incorporato forme di mindfulness, come la mindfulness-based cognitive therapy e la meditazione trascendentale, al fine di favorire consapevolezza e trasformazione nei partecipanti.
Nel contesto carcerario, l’uso di attività basate sulla mindfulness è stato associato a una comprensione più profonda di sé, alla riduzione della violenza e dell’aggressività, e all’aumento della consapevolezza di sé.
La meditazione invece, con radici nelle tradizioni spirituali di buddhismo, induismo e taoismo, è stata praticata per migliaia di anni. La meditazione mira ad addestrare l’attenzione e la consapevolezza per promuovere il benessere psicologico e spirituale.
Le tecniche di meditazione comuni includono la meditazione trascendentale, la meditazione concentrativa sul respiro, la mindfulness-based stress reduction e la meditazione Vipassana. La meditazione è associata all’aumento della consapevolezza di sé nei praticanti.
Programmi di meditazione nelle carceri
Il progetto “Carcere senza stress”
Nella Casa di Reclusione San Michele, ad Alessandria, è stato presentato il progetto “Carcere senza stress”, che prevede l’utilizzo del programma di Meditazione Trascendentale per ridurre lo stress, promuovere il benessere psicofisico e una migliore qualità di vita per detenuti, agenti e operatori penitenziari.
Il progetto, della durata di un anno, è iniziato a fine aprile 2019, coinvolge 15 detenuti e 16 tra agenti e operatori della Casa di Reclusione San Michele e della Casa Circondariale Alessandria Cantiello e Gaeta, che hanno imparato la tecnica di Meditazione Trascendentale nell’ambito di un progetto pilota.
L’obiettivo è promuovere una concezione culturale e sociale della sistema penale che metta al centro l’individuo, nella titolarità dei suoi diritti e delle sue responsabilità, favorendo il miglioramento della qualità della vita e delle condizioni detentive.
Roberto Baitelli della Fondazione Maharishi ha spiegato che lo stress oggi è un fenomeno di proporzioni epidemiche con gravi ripercussioni sociali e nelle carceri ha raggiunto un livello insostenibile che incide pesantemente sulla salute dei detenuti e del personale, conduce alla crescita delle infrazioni ai regolamenti e di altri comportamenti negativi.
Oltre che ostacolare il processo di riabilitazione dei detenuti stessi. L’antidoto naturale allo stress è il riposo.
La tecnica di Meditazione Trascendentale, i cui numerosi benefici sono documentati da 700 studi scientifici, procura un riposo così profondo da sciogliere lo stress già accumulato e aumentare la resistenza allo stress.
Esperienze nelle carceri di massima sicurezza
Negli ultimi 50 anni la Meditazione Trascendentale è stata utilizzata con successo nelle carceri di molte nazioni. Negli Stati Uniti ad esempio è stato utilizzata nelle carceri di massima sicurezza, come San Quintino, Folsom e Walpole con ottimi risultati, che includono la riduzione di ansia, depressione, fatica e rabbia.
E aiuta a combattere il modo di pensare criminale, lo stress psicologico, i sintomi traumatici, e porta ad una riduzione delle infrazioni alle regole carcerarie, una riduzione del 30% della recidività.
Il dato che colpisce di più è la diminuzione dei suicidi che si è registrata nelle carceri Usa tra i detenuti che si erano sottoposti alla pratica della meditazione antistress.
Il progetto di Rebibbia
Il centro Zen l'Arco, insieme alla Facoltà di Psicologia 1, Università Sapienza di Roma stanno tenendo corsi di meditazione e di riduzione dello stress presso la casa di reclusione di Rebibbia.
Al progetto in corso presso la casa di reclusione di Rebibbia stanno partecipando due distinti gruppi: quello delle guardie, circa 20, e quello dei detenuti, composto da 12 ergastolani, o comunque con pene lunghe.
Per verificare l’efficacia del programma, i “pazienti” sono stati sottoposti dall’equipe di psicologi a una serie di test che verranno ripetuti a fine programma. Un aspetto di assoluta novità, invece, è il fatto che per la prima volta anche le guardie vengono coinvolte in tale programma.
L’esperimento è già da tempo divenuto realtà all’estero: negli Usa è da 40 anni che un programma simile va avanti con risultati straordinari per i detenuti: calo dell’aggressività e delle recidive.
Alessandria e la partecipazione del personale penitenziario
Sia per la condizione carceraria stessa che per il sovraffollamento la vita nel carcere è molto stressante, e se non è possibile modificare queste condizioni, quantomeno è possibile offrire ai detenuti e anche a tutti coloro che operano nel carcere uno strumento che li aiuti ad attingere alle proprie risorse interiori e aumenti il loro benessere psicofisico.
Come hanno riportato alcuni partecipanti, “La meditazione mi ha aiutato a superare tante difficoltà: ora il mio pensiero è bello e positivo”. E poi ancora: “La meditazione mi sta facendo finalmente trovare quella pace interiore che ho cercato fin dalla nascita”.
Yoga, meditazione e riabilitazione
Lo yoga comprende otto elementi, tra cui asana, postura, pranayama, respirazione consapevole, e dhyana, meditazione. Sebbene parte della pratica originale sia persa nell’adattamento a tempi e contesti, elementi come le modalità di allungamento corporeo, respirazione consapevole e meditazione sono ancora presenti.
Oltre agli effetti fisici, lo yoga promuove il benessere mentale ed emotivo. Lo yoga va ben oltre lo stretching, coinvolgendo respirazione, meditazione e consapevolezza nei movimenti del corpo.
Può portare a riflessione, accettazione e auto-realizzazione, offrendo benefici emotivi come miglioramento dell’umore, riduzione di ansia e depressione, nonché maggiore soddisfazione nella vita. La pratica corretta può condurre a scoperte personali, comprensione, perdono ed empatia.
La ricerca ha dimostrato associazioni tra lo yoga e il miglioramento dell’umore, la riduzione di ansia, rabbia e stress percepito. Inoltre, lo yoga è risultato efficace nel trattamento di abuso di sostanze e contribuisce alla riabilitazione dei sex offenders.
Lo yoga in ambito carcerario è stato oggetto di studi recenti, dimostrando benefici significativi su depressione, ansia, controllo comportamentale, stress e benessere psicologico. Le persone detenute che partecipano a programmi di yoga riportano esperienze di trascendenza che influenzano positivamente il percorso di riabilitazione.
La pratica di yoga in carcere ha dimostrato di ridurre comportamenti aggressivi e antisociali. Inoltre, ha mostrato effetti positivi su sintomi di paranoia, idee ossessive-compulsive e disturbi mentali.
Regole per praticare meditazione in carcere
Quando ho seguito il corso del PYP, “Prison Yoga Project”, un’associazione che forma insegnanti di yoga in carcere in America e in Europa, ero in effetti interessato all’aspetto prevalentemente meditativo dello yoga, che ho sempre privilegiato nella mia pratica ormai ventennale.
Al PYP ho imparato soprattutto che cosa non si deve fare nella relazione con i detenuti, le cose da non dire e gli esercizi da non fare, ad esempio quelli con le mani dietro la schiena, o sollevate di fianco alle braccia, poiché possono ricordare i momenti traumatici dell’arresto.
Ho imparato perché a certi allievi risulta difficile togliersi le scarpe e che certi esercizi di respirazione possono essere controindicati, e così certe posizioni. I motivi sono tanti poiché, dagli stati di ansia o di rabbia all’uso esagerato di tranquillanti, vi è tutto un menù di elementi che interagiscono negativamente con certe posture o stati di rilassamento.
Le conseguenze possono essere difficili da controllare. Ho imparato anche che i detenuti non vanno trattati come teiere fragili, e che bisogna sempre rispondere con il cuore.
Pratiche semplici e verificabili
La prima regola, almeno in base alla mia esperienza, consiste nel scegliere pratiche abbordabili, cioè semplici e non faticose, non troppo lunghe, la soglia di attenzione è quasi sempre bassa, almeno inizialmente, e in grado di produrre effetti velocemente verificabili, la pazienza va costruita poco per volta, non la si può dare per scontata.
In questi tre anni, tuttavia, non ho cambiato idea sulla priorità dell’aspetto meditativo degli incontri. Non so se la mia scelta sia la più efficace in un contesto carcerario ma so che funziona.
A patto che gli allievi vogliano impegnarsi a riconoscere una parte di sé che in molti casi non hanno mai saputo di avere. La meditazione può aiutarlo a ritrovare quello spazio.
Resistenze e pregiudizi
Sono tante le ragioni per cui un detenuto può ritenere totalmente estranea la pratica della meditazione. Oltre a certe resistenze che sono le stesse di chi vive fuori dal carcere, ad esempio l’idea che lo yoga sia destinato alle donne o a persone deboli e insicure, o che si tratti di una pratica religiosa travestita, o che la meditazione rubi spazio al movimento fisico.
Un detenuto si ritrova ad affrontare resistenze interne che lo portano a rifiutare la pratica a causa dei vari acciacchi fisici, o a vergognarsi di un esercizio di meditazione o di semplice respirazione, “se pratico in cella mi prendono in giro e perdo il rispetto altrui, che mi sono faticosamente costruito”.
La pratica può essere percepita come parte di quel processo di infantilizzazione a cui è continuamente sottoposto dall’ambiente in cui vive, che non gli lascia spazio di scelta su nulla. La meditazione può aiutarlo a ritrovare quello spazio.
Meditazione, recidiva e reinserimento sociale
Gli studi sulla meditazione in carcere hanno mostrato benefici significativi, riducendo l’uso di sostanze, migliorando gli esiti psicosociali e contribuendo alla riduzione della recidiva.
La meditazione trascendentale ha dimostrato di ridurre depressione, ansia e ostilità, oltre a diminuire il comportamento criminale e i tassi di recidiva. La mindfulness-based stress reduction ha portato a miglioramenti significativi nella gestione dell’ostilità, dell’autostima e dei disturbi dell’umore.
La meditazione Vipassana ha mostrato effetti positivi sulla riduzione dell’uso di sostanze dopo il rilascio e sulla diminuzione dei problemi legati all’alcol. La persistenza nella pratica della meditazione è stata associata a cambiamenti positivi nel comportamento dei detenuti.
La ricerca accademica ha identificato diverse variabili che influenzano il rischio di recidiva di una persona detenuta, tra cui il tipo di libertà condizionale, la pena riabilitativa, il sovraffollamento carcerario e le dinamiche del mercato del lavoro, oltre a fattori demografici come razza, età al primo arresto, precedenti penali e tipo di reato commesso.
I tassi di recidiva sono estremamente alti, con uno studio di follow-up di 9 anni che indica che l’83% dei detenuti ricade in qualche momento in atti criminosi.
Alcuni studi indicano che la pratica della meditazione, in particolare la meditazione trascendentale, può ridurre significativamente i tassi di recidiva tra gli ex detenuti. Ad esempio, un programma di meditazione trascendentale ha mostrato una differenza del 20% nei tassi di recidiva rispetto a un gruppo di controllo.
Altri studi hanno evidenziato una diminuzione significativa della recidiva tra coloro che partecipano a programmi di yoga o meditazione. Sebbene solo pochi studi abbiano esaminato specificamente il collegamento tra yoga, mindfulness, meditazione e recidiva, i risultati indicano un impatto positivo.
Un esempio italiano: il progetto “Meditando”
Il progetto denominato “MEDITANDO” si pone l’obiettivo di favorire lo sviluppo delle competenze personali e relazionali attraverso l’applicazione di tecniche meditative e di rilassamento attraverso lo yoga.
Tale percorso avrà come obiettivi di favorire: la gestione e il controllo delle emozioni, il rafforzamento delle proprie risorse personali, nonché la creazione di uno spazio di benessere nella quotidianità della vita detentiva.
Il progetto sarà rivolto ai detenuti interessati alla partecipazione, divisi in piccoli gruppi, secondo le indicazioni dei formatori coinvolti. L’Istituto di Vallo della Lucania è destinato alla categoria specifica di detenuti definiti sex offender.
Per il progetto sono previste le figure di un istruttore di yoga e di un istruttore di mindfulness. La proposta integra quindi pratiche corporee, respirazione, attenzione consapevole e controllo emotivo.
Limiti delle ricerche disponibili
Nonostante l’ampia ricerca sui benefici mentali, emotivi e fisiologici dello yoga, sono necessari ulteriori studi, specialmente nell’ambito della giustizia penale, per testare le migliori pratiche e valutare l’efficacia dei programmi di yoga, mindfulness e meditazione.
La ricerca su yoga in carcere presenta alcune limitazioni e debolezze. In primo luogo, manca specificità riguardo alla forma di yoga insegnata in prigione e alla durata di tali pratiche.
Il termine “yoga” è diventato un termine generico che include diverse forme, alcune incentrate sulla respirazione, altre sulle posture e sulla meditazione, e altre ancora su una combinazione di tutte queste tecniche.
Questa mancanza di chiarezza può causare difficoltà interpretative e rendere difficile comprendere quale delle pratiche stia guidando l’effetto desiderato. Pertanto, è necessario raggiungere un consenso sul tipo di yoga utilizzato.
Altre debolezze includono la metodologia della ricerca, gli strumenti di misurazione, la durata dello studio e il periodo di follow-up. Gli studi devono seguire una formulazione di ricerca appropriata, considerando che lo yoga non è una pratica regolamentata e potrebbe essere difficile distinguere se il beneficio derivi da alcune pratiche o dalle competenze dell’insegnante a influenzare i risultati.
A questo proposito, la qualità e formazione degli insegnanti di yoga dovrebbe essere considerata e misurata. È inoltre necessario valutare quanto la partecipazione sia costante e quali risultati restino dopo la conclusione del programma.
Prospettive per i programmi di riabilitazione
La ricerca su yoga, mindfulness e meditazione dietro le sbarre potrebbe essere stata condotta nel modo sbagliato. Nonostante sia noto che mindfulness e meditazione siano componenti fondamentali praticate durante lo yoga, gli studi continuano a esaminare gli effetti di queste pratiche separatamente.
Tuttavia, la ricerca ha dimostrato miglioramenti significativi nel comportamento dei detenuti attraverso variabili criminogene chiave grazie alle pratiche citate. I miglioramenti includono la riduzione dell’uso di sostanze, dell’ira e dell’ostilità, insieme a un aumento della capacità di rilassamento, dell’autostima e dell’ottimismo.
Una volta rilasciati, gli ex detenuti non hanno accesso a classi di yoga, mindfulness o meditazione nella comunità. Questo solleva problemi di accessibilità finanziaria, poiché le classi di yoga spesso non sono economiche.
Pertanto, è cruciale fornire agli ex detenuti gli strumenti per praticare autonomamente queste discipline. L’implementazione di classi di yoga, mindfulness e meditazione nella comunità post rilascio potrebbe contribuire a ridurre i tassi di recidiva.
Attualmente, la ricerca ha dimostrato che queste pratiche possono migliorare gli esiti riabilitativi e ridurre la frequenza della recidiva, specialmente per coloro che continuano a praticarle dopo il rilascio.
Per progredire, è necessario implementare queste pratiche come opzioni di libertà vigilata o libertà condizionale post rilascio. Sarebbe utile standardizzare gli strumenti di valutazione, i requisiti minimi di formazione per gli insegnanti, i parametri di programma di base e condurre analisi costi-benefici.
Gli insegnanti di yoga dovrebbero essere professionisti autorizzati, e ulteriori ricerche dovrebbero esaminare i benefici delle pratiche di yoga, mindfulness e meditazione nel ridurre lo stress e la rabbia al di fuori delle prigioni.
Analisi costi-benefici dovrebbero essere condotte per valutare l’efficacia di questi programmi, considerando che l’implementazione di pratiche di yoga potrebbe contribuire a ridurre i costi elevati della salute carceraria.
Consapevolezza e vita in carcere
La condizione-limite della reclusione carceraria si configura al contempo come una delle più difficili da accettare e una di quelle in cui è maggiormente necessaria la capacità di vivere e accettare il momento presente in quanto il pensiero costante della futura scarcerazione rischia di essere ulteriore fonte di frustrazione.
Anche riguardo alla riduzione del rischio di recidiva la mindfulness può rivelarsi un eccellente strumento per la reintegrazione civica laddove associata a interventi specifici di riabilitazione.
Il ritorno nel mondo esterno, infatti, rischia di tradursi nel reinserimento in tessuti sociali criminosi qualora non sia stato effettuato un lavoro sulla motivazione del cambiamento e la consapevolezza dei meccanismi interni ed esterni risoltisi nel reato.
Nel caso in cui tale rischio non sussista, colui che esce dal carcere si troverà comunque ad affrontare una realtà mutata con tutta la frustrazione che ne può derivare.
La consapevolezza nella testimonianza di Silvio Pellico
Ne “Le mie prigioni” di Silvio Pellico possiamo leggere un invito alla consapevolezza e accettazione del presente che richiama i principi della mindfulness.
Nella sua opera più nota, Le mie prigioni, egli racconta la propria esperienza umana e spirituale durante il periodo di carcerazione presso la prigione dei Piombi di Venezia e la fortezza austriaca di Spielberg.
Tale esperienza portò Silvio Pellico ad una profonda attività riflessiva segnata dalla riscoperta della fede cristiana. Tra le righe di questo percorso esistenziale possiamo leggere un invito alla consapevolezza e all’accettazione del presente che richiama i principi della mindfulness.
La condizione di Pellico mostra come il pensiero rivolto continuamente a una realtà esterna, sulla quale non si può avere controllo, possa trasformarsi in sofferenza. La pratica della consapevolezza propone invece di osservare pensieri, sensazioni ed emozioni senza identificarsi completamente con essi.
Ciò che propone la mindfulness è di rendere la persona maggiormente presente nel “qui ed ora” aumentando la capacità di distinguere tra emozione e pensiero e comprendere profondamente le relazioni che intercorrono tra queste due dimensioni della vita psichica.
Nella pratica della mindfulness è centrale il lavoro sul corpo: mediante la pratica del bodyscan ed esercizi di focalizzazione sul respiro, la meditazione porta ad una riconnessione con il proprio organismo come sede di sensazioni capaci di rivelare l’emozione del momento.
Il significato sociale della meditazione
Immaginare la vita di un detenuto consapevole di sé e del proprio ambiente, in grado di gestire sentimenti ed emozioni senza reazioni impulsive, solleva domande sul potenziale impatto positivo all’interno e all’esterno delle mura della prigione.
La meditazione collettiva, secondo gli studi riportati, viene associata a una riduzione della criminalità, degli omicidi, dei suicidi, degli incidenti stradali, del terrorismo e dei conflitti internazionali.
Nel contesto penitenziario, la meditazione viene inoltre collegata alla riduzione dello stress, dell’ansia, della rabbia, dell’aggressività, delle infrazioni alle regole, dell’uso di sostanze e della recidiva.
Questi risultati non eliminano la necessità di interventi psicologici, sociali, educativi e sanitari, ma indicano che la meditazione può diventare uno strumento complementare nei percorsi di prevenzione della violenza e di riabilitazione.
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