Rendere conto nella spiritualità di Don Bosco: significato e principi

Nella spiritualità di Don Bosco, il rendere conto è anzitutto un atteggiamento di verità, responsabilità e fiducia attraverso il quale la persona riconosce il proprio cammino, verifica le proprie scelte e si lascia accompagnare nella crescita umana e cristiana. Esso non è un semplice controllo esterno né una formalità disciplinare, ma si inserisce nella relazione educativa fondata sulla familiarità, sull’obbedienza, sulla confidenza con la guida spirituale e sulla ricerca concreta della volontà di Dio.

Il rendiconto acquista il suo significato pieno dentro una spiritualità vissuta come incontro tra educazione e santità. Don Bosco realizza la personale santità mediante l’impegno educativo vissuto con cuore apostolico, e al contempo sa proporre la santità come mèta concreta della sua pedagogia. Per questo il rendere conto riguarda insieme la vita interiore, le relazioni, i doveri, le difficoltà, le decisioni e il progetto di vita della persona.

Il significato del rendere conto nella vita salesiana

Nel linguaggio della tradizione salesiana, il rendiconto è legato alla possibilità di parlare con sincerità a una guida, di esporre la propria situazione e di ricevere orientamento per proseguire il cammino. Confidare e affidarsi è la regola d’oro per ottenere quanto sta a cuore a ciascuno. Solo la relazione d’amicizia e la fiducia reciproca possono instaurare quel rapporto, che diviene la condizione indispensabile per la riuscita dell’azione educativa.

Il rendere conto non nasce quindi dalla diffidenza verso la persona, ma dalla fiducia nella sua capacità di crescere. Don Bosco infatti amava usare i termini «familiarità» per definire il rapporto e «spirito di famiglia» per caratterizzare la serenità e la spontaneità dei suoi ambienti giovanili. «Senza familiarità non si dimostra l’affetto e senza questa dimostrazione non vi può essere confidenza. Chi vuol essere amato bisogna che faccia vedere che ama».

La confidenza consente alla persona di non rimanere sola davanti alle proprie difficoltà, ai propri dubbi e alle proprie responsabilità. L’abbandono confidente e fiducioso nella guida dell’educatore che viene loro incontro è sentito dai tre come un dono, come un’esigenza su cui impostare il proprio cammino di maturazione. Senza tale disponibilità non si entra in comunicazione costruttiva, non si crea ambiente educativo.

Il rendiconto come relazione educativa

Il rendiconto salesiano presuppone una relazione nella quale l’educatore non si limita a impartire ordini o a giudicare i comportamenti. L’educatore ascolta, comprende, incoraggia, orienta e accompagna. Il segreto dell’esito di Don Bosco educatore è la sua intensa spiritualità, ossia quell’energia interiore, che unisce inseparabilmente in lui l’amore di Dio e l’amore del prossimo, di modo che riesce a stabilire una sintesi tra evangelizzazione ed educazione.

Il sistema preventivo è insieme pedagogia, pastorale, spiritualità, che associa in un’unica esperienza dinamica educatori e destinatari, contenuti e metodi, con atteggiamenti e comportamenti nettamente caratterizzati. In questa prospettiva, il rendiconto non è separabile dal modo concreto di educare: esso è uno spazio di dialogo nel quale la persona viene aiutata a riconoscere il bene, a correggere ciò che ostacola la crescita e ad assumere con libertà le proprie responsabilità.

Don Bosco possedeva una radicale fiducia nei suoi ragazzi: «Questi cari giovinetti hanno una naturale intelligenza per conoscere il bene che viene loro fatto personalmente, e insieme sono pure dotati di cuore sensibile, facilmente aperto alla riconoscenza». La fiducia dell’educatore rende possibile la fiducia del giovane e trasforma il rendiconto in un’esperienza di crescita, non in un interrogatorio.

Il rapporto tra rendere conto e santità

Don Bosco è giustamente definito «maestro di spiritualità giovanile». L’audace proposta di «santità» per i giovani è intrinseca alla sua arte educativa e al sistema preventivo: egli infatti realizza la personale santità mediante l’impegno educativo vissuto con cuore apostolico, e al contempo sa proporre la santità come mèta concreta della sua pedagogia.

La santità è una sola, perché unica è la fonte, lo Spirito del Signore: «Un’unica santità è coltivata da quanti sono mossi dallo Spirito di Dio e, obbedienti alla voce del Padre in spirito e verità, seguono Cristo» (LG 41), il modello di ogni santità. La vita nello Spirito è proposta a ciascuno nella sua totalità e coinvolge tutti i credenti con lo stesso spessore d’impegno.

E tuttavia è ragionevole, e la storia della Chiesa lo conferma, distinguere diversi stili di santità, manifestazioni pluriformi della magnanimità dello Spirito. Accanto alla parola «spiritualità» il qualificativo che la determina non è certo secondario, dal momento che ogni credente è tenuto a giungere alla santità «nel proprio modo» e «nel suo genere di vita».

Il rendere conto appartiene dunque a una santità concreta, quotidiana e progressiva. Esso aiuta a verificare se la vita sta procedendo secondo il Vangelo, se le scelte corrispondono ai doni ricevuti, se le relazioni sono vissute nella carità e se le responsabilità vengono assunte con fedeltà. La santità non viene presentata come un ideale astratto, ma come un cammino verificabile nella vita ordinaria.

Don Bosco e la proposta della santità giovanile

Con i suoi quasi 15 anni Domenico Savio lo dimostra con i fatti. Mai prima del 1950 è stato proclamato beato un adolescente. Tale categoria dei ragazzi sembrava dimenticata, come se si dubitasse delle loro potenzialità di cuore e di spirito.

Con la santità di Domenico la Chiesa prende consapevolezza che questa tappa evolutiva ha un valore decisivo nella vita e che ogni generazione porta con sé una speranza nuova per la società e per la Chiesa. E don Bosco ha fatto di questo la missione della sua esistenza intera.

L’educazione integrale, voluta e praticata da don Bosco, si traduce per lui in pedagogia realistica di santità, in una vita spirituale piena, dal volto giovanile. Don Bosco non intende deludere le aspirazioni profonde dei giovani, che manifestano bisogno di vita e di amicizia, esigenza di amore e di libertà, necessità di espansione e di gioia: sono parte essenziale della loro esistenza.

Su queste esigenze vitali egli porta i giovani con gradualità e realismo a sperimentare che solo nell’amicizia con Cristo si attuano in pieno gli ideali e i valori più autentici (JP 16). Per lui educare alla fede «si situa all’interno del processo di formazione umana, consapevole che la parola del Vangelo deve essere seminata nella realtà del vivere quotidiano» (JP 15).

Il rendiconto e il discernimento del progetto di vita

Il rendiconto è strettamente collegato al discernimento. Quel «che fare?», quel «bell’abito» delle conversazioni riportate pongono in primo piano la questione del progetto di vita. Potrebbe apparire strano, specie al giorno d’oggi, che simili preoccupazioni si agitino nell’animo di adolescenti. Eppure, anche se in forma radicalmente differente, anche oggi si sollevano interrogativi del genere.

Il giovane non chiede soltanto come evitare una colpa o come osservare una regola. Chiede come diventare ciò che è chiamato a essere, come orientare le proprie capacità, come affrontare le difficoltà e come costruire un futuro coerente con i desideri più profondi. Il rendiconto diventa così un momento nel quale la persona impara a leggere la propria storia e a riconoscere le direzioni possibili.

Don Bosco è profondamente convinto che gli adolescenti non sono cattivi, anche quelli che hanno già fatto esperienza del male; tutti avvertono in sé questa occasione unica e così determinante della loro vita e provano il bisogno, cercano, addirittura gridano in qualche modo, magari anche con lo sballo, la loro esigenza di essere accompagnati attraverso questo tunnel dei passaggi di esistenza.

Insomma anni straordinari per la formazione del proprio carattere e del proprio progetto di vita e di esistenza. Il rendiconto offre un luogo concreto per affrontare questi passaggi, collegando la maturazione personale alla responsabilità, alla fede, alla libertà e al servizio.

Il cuore del giovane come punto di partenza

Di fronte alle tre situazioni la nostra meraviglia non riesce a celare un fatto: è il constatare che tre ragazzi, con storie personali tanto diverse, dimostrano di capire sino in fondo che la questione sollevata mette in gioco la loro vita, il loro futuro, la loro felicità.

Pur nello scarno dialogo citato, ma di certo nel contesto di tutta la narrazione, si avverte limpido il desiderio di bene in ognuno di essi, il fine intuito di quanto serve per crescere veramente. A ragione don Bosco era convinto che in ogni ragazzo, anche il più «disgraziato», c’è un punto accessibile al bene.

Il segreto sta nel cogliere questo punto, questa corda sensibile per aiutarlo a crescere. E il suo sistema educativo si propone appunto di risvegliare le energie migliori, facendo appello «alle risorse dell’intelligenza, del cuore e del desiderio di Dio, che ogni uomo porta nel profondo di se stesso» (C 38).

Da questo sentire profondo scaturisce l’interrogativo che tutti e tre ritengono determinante e che esplicitano con preoccupazione: chi mi accompagnerà a crescere secondo quanto sento nel cuore? Il rendiconto risponde a questa domanda offrendo una relazione, una guida e un metodo per trasformare ciò che la persona sente nel cuore in un cammino concreto.

Tre dialoghi esemplari

Michele Magone: rendere conto della propria situazione

Dialogo tra don Bosco e Michele Magone. - Mio caro Magone, hai volontà di abbandonare la tua vita da monello e metterti a imparare un mestiere o continuare gli studi? - Ma sì che ho volontà, questa vita non mi piace più: alcuni miei compagni sono già in prigione e io temo altrettanto per me; ma che fare? Mio padre è morto e mia madre è povera, chi mi aiuterà?

In queste parole il rendiconto appare come la possibilità di esporre con sincerità la propria situazione: la paura, la povertà, il rischio di perdersi e il desiderio di cambiare. Michele non presenta un problema isolato, ma consegna la propria vita a chi può aiutarlo a trovare una direzione.

Domenico Savio: rendere conto dei propri desideri

Dialogo tra Domenico Savio e don Bosco. - Ebbene, che gliene pare, concluse Domenico: mi condurrà a Torino per studiare? - Eh! mi sembra che ci sia buona stoffa. - A che può servire questa stoffa? - A fare un bell’abito da regalare al Signore. - Dunque, io sono la stoffa e lei sia il sarto: mi prenda con lei e farà un bell’abito per il Signore.

Domenico esprime il desiderio di crescere e di mettere la propria vita a disposizione di Dio. Il linguaggio dell’abito indica un processo di formazione: la persona non è un oggetto già compiuto, ma una realtà da accompagnare, modellare e orientare con pazienza.

Francesco Besucco: rendere conto del bisogno di aiuto

Dialogo tra don Bosco e Francesco Besucco. - Che hai, gli dissi, mio caro Besucco? - Io mi trovo qui in mezzo a tanti compagni tutti buoni ed io vorrei essere molto buono al par di loro: ma non so come fare ed ho bisogno che ella mi aiuti. - Ti aiuterò con tutti i mezzi a me possibili.

Francesco manifesta il desiderio di essere buono, ma riconosce di non sapere come procedere. Il rendiconto richiede proprio questa sincerità: ammettere il bisogno di aiuto senza vergogna e accettare un accompagnamento concreto.

La familiarità come condizione del rendiconto

Ma perché creare questo ambiente di familiarità? Come mai affidarsi all’educatore? La familiarità crea le condizioni perché il giovane possa parlare senza sentirsi umiliato, ascoltare senza sentirsi minacciato e accettare una correzione senza viverla come rifiuto.

Don Bosco amava usare i termini «familiarità» per definire il rapporto e «spirito di famiglia» per caratterizzare la serenità e la spontaneità dei suoi ambienti giovanili. «Senza familiarità non si dimostra l’affetto e senza questa dimostrazione non vi può essere confidenza. Chi vuol essere amato bisogna che faccia vedere che ama».

La familiarità non elimina l’autorevolezza dell’educatore, ma la rende credibile. L’autorità non si fonda sulla distanza o sulla paura, bensì sulla presenza, sulla coerenza, sulla competenza e sull’amore dimostrato. Il giovane si apre quando riconosce nell’educatore una persona che desidera realmente il suo bene.

Il rendiconto, pertanto, non può essere separato dallo spirito di famiglia. Un ambiente educativo autentico è un ambiente nel quale le persone vengono conosciute, accolte e valorizzate, nel quale la correzione è orientata alla crescita e nel quale la verità viene cercata insieme.

Obbedienza e confidenza con la guida spirituale

Un giovane domandò in pubblico a don Bosco (16 maggio 1857) qual era la regola o la chiave di Domenico per divenire così buono. «La chiave e la serratura - gli fu risposto - che usava Domenico per entrare nella via del paradiso e chiudere il passaggio al demonio, era l’obbedienza e la gran confidenza con la sua guida spirituale».

Questa frase collega due atteggiamenti: l’obbedienza e la confidenza. L’obbedienza, nella prospettiva salesiana, non è una rinuncia irrazionale alla libertà, ma l’atto con cui la persona accetta un orientamento riconosciuto come utile al proprio bene. La confidenza permette di comprendere, interiorizzare e vivere tale orientamento in modo personale.

Il rendiconto non è quindi una comunicazione puramente informativa. È un dialogo nel quale la persona presenta ciò che vive e si dispone a lasciarsi illuminare. La guida spirituale, a sua volta, non sostituisce la coscienza del giovane, ma lo aiuta a formarla e a renderla capace di decisioni mature.

Ragione, religione e amorevolezza

Il sistema preventivo si fonda sui tre elementi tradizionalmente indicati da Don Bosco: ragione, religione e amorevolezza. La “ragione” si riferisce all’importanza di un dialogo aperto e rispettoso tra educatore e allievo.

La “religione” rappresenta l’importanza di una solida formazione spirituale cristiana: la formazione del credente. L’“amorevolezza”, l’elemento più distintivo: l’amore, più che la paura, dovrebbe essere il motore dell’educazione.

PrincipioSignificato nel rendiconto
RagioneDialogo aperto e rispettoso tra educatore e allievo
ReligioneFormazione spirituale cristiana e orientamento alla fede
AmorevolezzaRelazione fondata sull’amore, più che sulla paura

Nel rendiconto, la ragione aiuta a comprendere ciò che accade e a valutarlo con lucidità; la religione illumina la vita alla luce del Vangelo; l’amorevolezza rende possibile una relazione nella quale la persona si sente accolta e incoraggiata.

Il sistema preventivo è nel contempo uno stile di presenza e azione educativa tra i giovani. L’organicità del sistema fa perno attorno alla persona, a una persona che vive con gli altri. Il metodo trova la sua unità orbitando intorno alla comunità giovanile, epicentro del suo progetto educativo, cuore della sua azione.

Il rendiconto come pratica preventiva

Per distinguere il suo metodo dal sistema repressivo di educazione, prevalente nel XIX secolo in Italia, egli ha chiamato il proprio metodo sistema preventivo - perché esso cerca il modo di prevenire la necessità della punizione, collocando il ragazzo in un ambiente in cui egli è incoraggiato a dare il meglio di sé.

Il rendiconto è preventivo quando aiuta ad affrontare le difficoltà prima che diventino crisi più gravi, quando consente di riconoscere per tempo le tentazioni, le fragilità, i conflitti e le scelte sbagliate. Esso non aspetta il fallimento per intervenire, ma accompagna costantemente la persona nel discernimento.

Questo è un approccio congeniale, amichevole, integrale all’educazione. Esso crea un clima che ‘trae fuori’ (educere) il meglio dal ragazzo, che incoraggia la sua completa e piena espressione di sé, che aiuta il ragazzo ad acquisire atteggiamenti che lo guidino a scegliere ciò che è buono, sano, gioioso e fa crescere la vita.

La prevenzione non consiste nel sorvegliare continuamente il giovane, ma nel creare condizioni favorevoli alla libertà responsabile. L’educatore accompagna, propone, dialoga e corregge; il giovane impara gradualmente a riconoscere il bene e a sceglierlo in modo personale.

Il rendere conto e l’educazione integrale

Don Bosco fu un educatore eccezionale. La sua acuta intelligenza, il suo senso comune e la sua profonda spiritualità lo guidarono a creare un sistema di educazione che sviluppa tutta la persona - corpo, cuore, mente e spirito.

Esso favorisce la crescita e la libertà, mentre mette il ragazzo al centro di tutta l’opera educativa. Il rendiconto si inserisce in questa visione integrale perché non riguarda esclusivamente la condotta religiosa, ma la persona nella sua interezza: gli studi, il lavoro, le amicizie, l’uso del tempo, le emozioni, la salute morale, la preghiera e il servizio.

“Illuminare la mente per rendere buono il cuore”. Così don Bosco, nella seconda metà dell’800, scriveva in una prefazione alla “storia Sacra”. È una frase che rappresenta la sintesi di un progetto che ancora oggi rivoluziona l’educazione e tramite l’educazione rivoluziona il mondo: l’invito ad una partecipazione attiva alle questioni del tempo e della società perché si possano cambiare fino alla radice, il cammino verso una consapevolezza critica che tramite la ragione cerchi risposte originali e innovative.

Il rendiconto permette di unire mente e cuore: aiuta a comprendere le proprie azioni e, nello stesso tempo, a verificarne la qualità morale e spirituale. La persona è educata a non separare ciò che pensa da ciò che vive, ciò che desidera da ciò che sceglie, ciò che crede dalle responsabilità quotidiane.

Rendiconto, responsabilità e cittadinanza

L’invito di don Bosco ad essere “buoni cristiani e onesti cittadini” è il frutto di una complessità del pensiero cristiano che ancora oggi fatica ad essere compresa: non si può essere buoni cristiani se non si lega alla dimensione religiosa quella della giustizia, declinata attraverso l’onestà della partecipazione alla vita comune, e cioè alla cittadinanza.

Il rendiconto aiuta a verificare anche il modo in cui la persona vive nella società. La responsabilità cristiana non si esaurisce nella sfera privata, ma comprende il rapporto con gli altri, il rispetto delle regole giuste, la solidarietà, l’onestà e la partecipazione al bene comune.

Don Bosco non separa la formazione spirituale dalla promozione umana. La pedagogia di don Bosco non si ferma al gesto caritativo o alla bontà paziente, bensì si fonda su una concezione organica che partendo dal vissuto del povero, vi si immedesima per elevarne il livello morale e spirituale.

Con la scelta determinante della santità, tale pedagogia accompagna la gioventù povera a un grado di pienezza umana e cristiana da poter essere additata a modello per tutti i giovani. È una proposta socialmente valida, perché coinvolge in particolare gli ultimi, ed è culturalmente di peso in quanto tende a rigenerare la società nelle nuove generazioni.

Il rendiconto nella vita spirituale dei Salesiani

Le costituzioni salesiane inseriscono il rendiconto tra gli strumenti destinati a custodire e verificare la vocazione. Nell’indice delle Regole o Costituzioni della Società di San Francesco di Sales compaiono «Dei rendiconti e loro importanza» e «Pratiche di pietà».

Le nostre costituzioni, o figliuoli in G. C. dilettissimi, furono definitivamente approvate dalla Santa Sede il 3 aprile 1874. Questo fatto deve essere da noi salutato come uno dei più gloriosi per la nostra Congregazione, come quello che ci assicura che nell’ osservanza delle nostre regole noi ci appoggiamo a basi stabili, sicure, e, possiamo dire, infallibili, essendo infallibile il giudizio del Capo Supremo della Chiesa, che le ha sanzionate.

Ma qualunque pregio porti seco questa approvazione tornerebbe di poco frutto, se tali regole non fossero conosciute e fedelmente osservate. Egli è appunto per fare in modo che le medèsime si possano comodamente da ciascuno conoscerò, leggere, meditare e quindi praticare, che giudico bene di presentacele tradotte dal loro originale.

Credo poi cosa utile notarvi alcune cose pratiche, le quali faciliteranno la conoscenza dello spirito, di cui quelle sono informate. Io parlo col linguaggio del cuore, ed espongo brevemente quollo che l’ esperienza mi fa giudicare opportuno per vostro profitto spirituale e per vantaggio di tutta la nostra Congregazione.

Il rendiconto e la fedeltà alla vocazione

Iddio misericordioso, infinitamente ricco di grazie, nella stessa creazione dell’ uomo, stabilisce a ciascuno una via la quale percorrendo egli può con molta facilità conseguire la sua eterna salvezza. L’ uomo che si mette in quella via, e per quella cammina, con poca fatica adempie la volontà di Dio, e trova la sua pace.

Per questo motivo il padre Granata chiamava la elezione dello stato la ruota maestra di tutta la vita. Siccome negli orologi, guastata la ruota maestra, è guastato tutto il macchinismo, così nell’ ordine della nostra salvazione errato lo stato andrà errata tutta la vita.

Bisogna però notare che il punto della vocazione è poco inteso dal mondo. Sembra loro che sia lo stesso il vivere nello stato a cui chiama Dio, che il vivere nello stato eletto dal proprio genio; e perciò tanti vivono poi malamente e si dannano.

Il rendiconto aiuta a verificare la fedeltà alla propria vocazione, a riconoscere se le scelte corrispondono alla chiamata ricevuta e a distinguere il desiderio autentico dalle inclinazioni momentanee. Esso non sostituisce la libertà personale, ma la educa a diventare responsabile e capace di risposta.

Obbedienza, libertà e discernimento

Alla vocazione succede la giustificazione, cioè la vita eterna. Se non segui questa vocazione, dirà S. Agostino, Corri bene, ma fuor di via: Bene curris sed extra viam; cioè fuor della via per cui Dio ti ha chiamato per salvarti.

Pertanto quando chiama Dio a stato più perfetto, chi non vuole mettere in gran rischio la sua salute eterna dee ubbidire, ed ubbidire subito. Altrimenti udirà rimproverarsi da Gesù Cristo ciò, che egli rimprovero a quel giovane, il quale invitato alla sua sequela disse: Sequar te, Domine, sed permitte mihi primum ire et renuntiare his quae domi sunt.

Nel contesto della spiritualità salesiana, l’obbedienza non deve essere intesa come una rinuncia alla coscienza. Il discernimento richiede dialogo, riflessione e accompagnamento. La persona deve poter comprendere la direzione proposta e maturare una risposta libera, fondata sulla fiducia e sulla responsabilità.

Il rendiconto è precisamente uno degli spazi nei quali questa libertà viene educata. La persona impara a presentare con sincerità ciò che vive, ad ascoltare un consiglio, a riconoscere i propri limiti e a scegliere il bene con maggiore consapevolezza.

Segretezza, preghiera e raccoglimento

La vocazione allo stato religioso può considerarsi come la perla preziosa del vangelo, che noi dobbiamo custodire molto gelosamente e con ogni diligenza. S. Alfonso propone la pratica di tre mezzi a fine di non perderla e sono: segretezza, orazione e raccoglimento.

La segretezza indica la prudenza nel custodire ciò che è ancora in fase di discernimento. L’orazione permette di cercare la volontà di Dio. Il raccoglimento aiuta a non disperdere l’attenzione tra molte voci e molte pressioni.

Il rendiconto con la guida spirituale è il luogo nel quale questi atteggiamenti possono essere integrati. La persona non espone indiscriminatamente la propria interiorità, ma sceglie una relazione affidabile, orientata alla crescita spirituale e alla ricerca della verità.

La preghiera e il rendiconto non sono realtà contrapposte. La preghiera apre il cuore a Dio; il rendiconto aiuta a riconoscere come quella ricerca si traduce nelle decisioni, nelle relazioni, nel lavoro, nei doveri e nella vita comunitaria.

Il rendiconto come verifica della vita interiore

La riflessione sulla spiritualità di don Bosco ha evidenziato nel tempo il rapporto inseparabile tra azione apostolica e vita interiore. Don Bosco è santo perché è vissuto “interamente per Dio”, in Lui ha ricercato il principio e posto il fine “di tutti i suoi pensieri, di tutti i suoi affetti, di tutte le sue azioni”.

Ha insegnato che “azione e orazione” devono essere “fuse, compenetrate, indivisibili”, e che “lo spirito di preghiera”, infuso dallo Spirito Santo richiede anche un continuo impegno ascetico per eliminare in sé le opere della carne e accogliere i frutti dello Spirito.

Il rendiconto verifica proprio questa unità. Aiuta a domandarsi se l’attività è davvero sostenuta dalla preghiera, se il servizio nasce dalla carità, se gli impegni apostolici non diventano ricerca di affermazione personale e se l’efficienza non prende il posto dell’unione con Dio.

Pio XI pone l’accento soprattutto sul mirabile equilibrio tra fervore operativo e unione con Dio, segreto dinamico della fecondità di don Bosco: “Un ardore incessante, divorante, di azione apostolica, di azione missionaria […]; e con questo ardore uno spirito mirabile, veramente, di raccoglimento, di tranquillità, di calma, che non era la sola calma del silenzio, ma quella che accompagnava sempre un vero spirito di unione con Dio”.

Il rendiconto e lo spirito di sacrificio

La vita quotidiana “era un’immolazione continua di carità, un continuo raccoglimento di preghiera […]. Egli sentiva tutto, afferrava tutto, rispondeva a tutto e sempre in un alto raccoglimento”. Inoltre, l’operosità apostolica di don Bosco e la sua unione a Dio erano unite con “la coltivazione accurata dello spirito”, con una “vita cristiana abbondantemente, sovrabbondantemente vissuta”.

Il rendiconto permette di riconoscere se il sacrificio viene vissuto come dono oppure come motivo di amarezza, se l’impegno rimane ordinato oppure diventa dispersione, se la fatica è sostenuta dalla carità oppure dalla ricerca di approvazione.

Per questa strada don Bosco ha potuto “vivere nello Spirito”, “ripieno di tutta la pienezza di Dio” ed essere fecondissimo apostolo dei giovani. Grazie a questi doni egli ha saputo affrontare ogni tipo di prova senza turbamenti, “praticando eroicamente, in mezzo alle croci inviategli, ogni virtù dal principio alla fine della sua mortale carriera”.

Il rendiconto non elimina le prove, ma aiuta a viverle con maggiore verità. La persona può riconoscere ciò che la sostiene, ciò che la indebolisce, ciò che deve essere corretto e ciò che può essere affidato con fiducia a Dio.

Don Bosco come modello di rendiconto vissuto

La categoria dei modelli è ancora attuale oggi. Basti pensare al ricupero nell’evangelizzazione e nello stesso campo pedagogico della comunicazione narrativa e della valenza del simbolico.

Non si tratta di ritornare al passato per rilanciare biografie obsolete oppure esempi devozionali e tantomeno moralistici. Ci viene invece sottoposta a riflessione tutta quella pedagogia che si rifà a modelli ispiratori perché riferiscano di opportunità e fattibilità di esperienze significative.

Nell’èra della comunicazione ci sentiamo agguerriti in questo campo: le parole suonano e vanno, ma i gesti colpiscono la mente e il cuore. È la conferma di un vecchio proverbio: le parole volano e gli esempi trascinano.

I testimoni nella storia divengono modelli cui riferirsi. Don Bosco non presenta il rendiconto soltanto come una pratica da osservare, ma lo mostra attraverso una vita nella quale la preghiera, il lavoro, il sacrificio, la fiducia nella Provvidenza e la dedizione ai giovani formano un’unità concreta.

Il rendiconto e la paternità spirituale

Essenzialmente, don Bosco è un padre, un fondatore, un santo. È l’aver provato sulla sua carne viva la ferita della mancanza di una presenza continua del padre a provocarlo nella sua passione educativa e paterna verso i giovani.

Ma, contemporaneamente a questa ferita, che sanguina dal suo cuore per tutta la fanciullezza e adolescenza, fino alla vecchiaia, la scoperta, grazie soprattutto all’educazione sapiente della mamma, la scoperta della presenza amorosa di Dio Padre.

Ed allora si sente chiamato a rendere presente fra i ragazzi ed i giovani questa paternità di Dio. Una paternità che vuole tutto il bene possibile per la crescita integrale dei giovani, dal pane, alla casa, allo studio, al mestiere, al cammino di fede, al gioco.

La paternità spirituale non consiste nel dominare la persona, ma nel sostenerla affinché possa diventare adulta. Il rendiconto, vissuto in questo clima, non produce dipendenza infantile: educa alla libertà, alla responsabilità e alla capacità di assumere personalmente il proprio progetto di vita.

Il rendiconto e l’amorevolezza

Il versante dell’educazione spetta di mettere in moto il cerchio dell’amore: l’educatore ama in modo disinteressato, con quella particolare modalità per cui don Bosco ha inventato addirittura una parola, l’amorevolezza, cioè un modo di volere bene, che fa accorgere all’adolescente che gli vogliamo bene sul serio.

Per questo il ragazzo si sente amato, si apre a sua volta all’educatore, risponde al suo accompagnamento ed alla sua guida. Il rendiconto nasce da questa apertura reciproca e la rafforza.

Educazione come cosa del cuore significa educazione a cogliere il proprio cuore in senso biblico, il proprio centro vitale, lo scrigno prezioso che contiene appunto tutte quelle dinamiche di formazione della propria personalità e di ricerca di cammino nella propria autonomia di identità.

La persona che rende conto non consegna soltanto informazioni sul proprio comportamento, ma entra in contatto con il proprio centro vitale: desideri, paure, aspirazioni, resistenze, decisioni e speranze. Per questo il rendiconto può diventare un’esperienza profondamente educativa.

Il rendiconto nella comunità educativa

La comunità giovanile crea ambiente, il quale è sì costituito da un confluire di giovani con spazi e cose a disposizione, ma è soprattutto un tessuto di rapporti interpersonali riconosciuti, accolti, valorizzati, un luogo di incontro e di convergenza di energie a servizio della gioventù.

L’ambiente non è pensato qui come un assemblaggio di iniziative o un accumulo di attività, ma come un laboratorio di proposte, un centro di idee e di iniziative che si orientano verso una stessa finalità e convergono in un progetto educativo.

Il rendiconto contribuisce a costruire questa comunità perché incoraggia la responsabilità personale e la ricerca del bene comune. La persona impara a riconoscere che la propria crescita non è separata dalla crescita degli altri e che ogni scelta produce effetti nella comunità.

La comunità giovanile allora non diviene punto di coagulo degli interessi più disparati o luogo di effimera fruizione di iniziative. Al contrario, essa è aggregazione di persone che intendono compiere un comune cammino di crescita umana e cristiana.

Il rendiconto come metodo di verità

Don Bosco invita a una conoscenza realistica della persona. Dobbiamo necessariamente prendere atto che, pur senza dimenticare e deprezzare il tesoro agiografico che una sana tradizione ci ha lasciato, la ricerca erudita ha fatto (e deve fare) dei passi in avanti, senza con ciò sentirsi in colpa, senza sgomentare nessuno, senza essere accusata di profanare un qualche sancta sanctorum.

È mia intenzione rinunciare alla facile retorica per attenermi ad una figura apparentemente più dimessa, ma estremamente realista, quella che ci appare dalle fonti a nostra disposizione, filologicamente vagliate.

Questa attenzione al realismo è importante anche per il rendiconto. Rendere conto significa evitare sia l’autogiustificazione sia il pessimismo. La persona è chiamata a guardare con verità ciò che vive, riconoscendo il bene senza esaltazione e il limite senza scoraggiamento.

Il metodo salesiano non si fonda su immagini irreali di perfezione, ma sulla possibilità concreta di crescere. La fiducia nell’educabilità della persona permette di affrontare gli errori senza identificare il giovane con i suoi errori.

Il rendiconto e la lettura dei segni dei tempi

Questo non sta nel passato, magari glorioso, che la storia salesiana ci presenta; non sta nel rimpianto del tempo antico, ma in quella fedeltà carismatica che esige, nei nostri progetti pastorali, di guardare con realismo e lucidità i cambiamenti culturali, sociali ed ecclesiali in corso.

La spiritualità di Don Bosco richiede di assumere in positivo alcuni valori della cultura attuale, come libertà, democrazia, autonomia, tolleranza e solidarietà, e di opporsi con lucidità ai controvalori, come individualismo, relativismo etico, assolutizzazione del mercato, secolarizzazione selvaggia ed edonismo.

Il rendiconto permette di applicare questo discernimento alla vita concreta. La persona verifica come sta vivendo la libertà, se l’autonomia è diventata isolamento, se la solidarietà è reale, se le scelte sono guidate dalla verità o dal conformismo.

La fedeltà a don Bosco non consiste nel ripetere meccanicamente forme del passato, ma nel vivere con il suo impegno le sue scelte, la sua dedizione, il suo spirito di intraprendenza e di avanguardia.

Il rendiconto e la missione verso i giovani

Don Bosco non può essere pensato senza gioventù, estraniato dal suo impegno educativo. Esiste un legame vitale che lo unisce ai giovani: l’appassionata missione verso di loro.

«Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo - confidava ai suoi ragazzi -, per voi sono disposto anche a dare la vita»; e ripeteva: «Ho promesso a Dio che fin l’ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani».

Opzione fondamentale della sua vita è educare la gioventù. Con l’intera esistenza coincide la sua missione educativa, dal sogno dei nove anni sino alla vecchiaia.

Il rendiconto deve essere compreso dentro questa missione. Esso non è una pratica rivolta a proteggere l’istituzione, ma un servizio alla crescita della persona e alla sua salvezza. Il suo scopo è aiutare il giovane a vivere con maggiore pienezza, dignità, responsabilità e apertura a Dio.

Rendere conto come risposta alla fiducia ricevuta

Una radicata persuasione domina la vita di Don Bosco: essere strumento nelle mani del Signore per compiere una missione che gli è del tutto singolare, la salvezza della gioventù.

La predilezione sua per i giovani risalta così come uno speciale dono di Dio che lo impegna in totale dedizione a guadagnare il loro cuore per il Signore. A questo unico scopo si vota la sua instancabile operosità.

Il rendiconto è una risposta alla fiducia ricevuta: la persona riconosce di non essere autosufficiente, accetta di lasciarsi guidare e assume il compito di collaborare attivamente alla propria crescita. La guida, a sua volta, è chiamata a custodire con rispetto ciò che le viene affidato.

La relazione di rendiconto è quindi reciproca nella responsabilità, anche se non simmetrica nei ruoli. Il giovane si apre e cerca orientamento; l’educatore ascolta e accompagna; entrambi sono chiamati a rispettare la verità e a orientarsi verso il bene.

Principi fondamentali del rendere conto salesiano

  • Confidenza: la persona deve poter esporre con sincerità ciò che vive.
  • Familiarità: il dialogo nasce in un ambiente sereno, spontaneo e accogliente.
  • Fiducia: l’educatore crede nelle possibilità di crescita del giovane.
  • Obbedienza: la persona accoglie un orientamento riconosciuto come utile al proprio cammino.
  • Discernimento: le situazioni vengono lette alla luce della fede, della ragione e dell’esperienza.
  • Prevenzione: le difficoltà vengono affrontate prima che si trasformino in crisi più gravi.
  • Amorevolezza: l’accompagnamento è sostenuto dall’amore dimostrato, non dalla paura.
  • Responsabilità: il giovane è protagonista della propria crescita e non semplice destinatario di indicazioni.
  • Verità: il rendiconto richiede realismo, evitando sia la giustificazione sia lo scoraggiamento.
  • Progetto di vita: il dialogo orienta verso scelte coerenti con la vocazione personale.
  • Unità tra educazione e fede: la crescita umana e quella cristiana vengono vissute insieme.
  • Servizio: il cammino personale si apre alla responsabilità verso gli altri e verso la società.

Il rendiconto come cammino graduale

Don Bosco porta i giovani con gradualità e realismo a sperimentare che solo nell’amicizia con Cristo si attuano in pieno gli ideali e i valori più autentici. La gradualità impedisce di pretendere risultati immediati e permette alla persona di maturare secondo i propri tempi.

Il rendiconto non deve diventare un peso aggiunto alla vita spirituale, ma un aiuto per procedere con maggiore consapevolezza. La sua efficacia dipende dalla continuità, dalla sincerità e dalla qualità della relazione.

La spiritualità salesiana valorizza l’allegria, la quotidianità, l’itinerario, i tempi lunghi, lo sguardo educativo, il cortile, l’amorevolezza e la condivisione con i giovani studenti, non destinatari di un servizio, ma protagonisti attivi e centrali di una comunità che, ogni giorno, cerca di essere “una casa per crescere insieme”.

In questo orizzonte, il rendiconto non è separato dalla vita ordinaria. Esso riguarda il modo di studiare, lavorare, pregare, giocare, vivere le amicizie, affrontare i conflitti, usare il tempo e partecipare alla comunità.

Rendere conto nella vita quotidiana

Questa pensiamo sia la missione della scuola salesiana, una missione che si realizza nella quotidianità, che si evidenza con un gessetto sulla lavagna, che si articola in una lezione di filosofia o matematica, che esplode in una risata insieme agli studenti, in una partita di calcetto o nel canto animato dal complessino.

Una missione articolata la cui semplicità è sempre il frutto di una complessità di relazioni, di progettualità condivisa e studiata, perché l’educazione non si improvvisa e l’educatore non agisce nell’emergenza.

Il rendiconto rende leggibile questa quotidianità. Aiuta a riconoscere che la spiritualità non si vive soltanto nei momenti esplicitamente religiosi, ma anche nelle scelte ordinarie, nei rapporti con gli altri, nell’impegno scolastico e professionale, nella capacità di mantenere la parola data e nella disponibilità a correggersi.

La parola del Vangelo deve essere seminata nella realtà del vivere quotidiano. Il rendiconto aiuta a verificare se questa parola sta realmente orientando la vita o se rimane soltanto un’idea separata dalle decisioni concrete.

Rendere conto e testimonianza

Paolo VI traduce nell’Evangelii nuntiandi questa sapienza umana ed evangelica, asserendo che l’uomo d’oggi ha bisogno di testimoni più che di maestri.

Il rendiconto prepara alla testimonianza perché educa alla coerenza. Una persona che impara a riconoscere la verità della propria vita, ad assumere le proprie responsabilità e a lasciarsi correggere diventa capace di offrire un esempio credibile.

Don Bosco plasmò i suoi salesiani, raccontando più che dissertando. Oggi, come ieri, abbiamo bisogno di realizzare la pastorale vocazionale e di plasmare i salesiani «raccontando», rifacendoci più sovente ed esplicitamente a Don Bosco, alla maniera di Don Barberis, uno dei suoi biografi.

La testimonianza non nasce dalla perfezione esibita, ma dalla trasparenza di una vita orientata a Dio e al servizio. Il rendiconto custodisce questa trasparenza e impedisce che l’azione educativa si riduca a parole prive di coerenza personale.

Il rendiconto e la presenza di Dio

Don Bosco fu un contemplativo vero, anche se l’abituale “percezione sperimentale della vita spirituale” e i fenomeni straordinari di cui fu gratificato non comportarono in lui “smarrimenti nelle potenze inferiori” e nei sensi.

L’unione semplice è stata un dono tipico di don Bosco, il quale, nonostante l’attività vorticosa e assorbente, non si lasciò “mai distrarre dal pensiero amoroso di Dio”.

Il rendiconto aiuta a riconoscere la presenza di Dio dentro gli avvenimenti, le decisioni e le responsabilità. Non è una semplice analisi psicologica, perché la vita viene letta anche nella prospettiva della vocazione e della relazione con il Signore.

La spiritualità salesiana unisce contemplazione e azione. Il rendiconto aiuta a mantenere questa unità, impedendo che la preghiera si separi dalla vita e che l’attività perda il suo orientamento spirituale.

La dimensione narrativa e simbolica

Il racconto ha un posto importante nella formazione salesiana. La categoria dei modelli è ancora attuale oggi, soprattutto per la forza della comunicazione narrativa e della valenza del simbolico.

Il racconto di una vita concreta può riferire di opportunità e fattibilità di esperienze significative. La formazione spirituale riceve forza da cammini simbolici, concretizzati in persone vive e non semplicemente in dichiarazioni di idee o principi.

Anche il rendiconto è una forma di narrazione della propria esperienza. Raccontare ciò che è accaduto permette di riconoscere nessi, motivazioni, responsabilità e conseguenze. La persona può scoprire il significato di una scelta mentre la espone e la ascolta insieme alla guida.

I racconti dei sogni di Don Bosco possono costituire un interessante materiale da leggersi, adattando i criteri di analisi della struttura narrativa, considerando l’atto di narrare il sogno quale azione in un contesto sociale.

Il fine del raccontare di Don Bosco si può riassumere nella volontà di trasmettere un impatto positivo nel processo di crescita umana e cristiana di coloro che gli erano accanto. Allo stesso modo, il rendiconto non si limita a descrivere il passato, ma orienta l’azione futura.

Il rendiconto come orientamento al futuro

Nel Sogno dei nove anni, emergono due elementi interessanti: il concetto di sogno come intenzionalità, quell’intenzione che ha avuto Don Bosco, l’intenzione nel riorientare ciò che di negativo stava accadendo nella vicenda vissuta e sentita, anche corporalmente, nel sogno, in un agire spontaneo; il sogno come atto di fede nell’esplicita esortazione di far diventare ciò che è impossibile qualcosa di concretamente possibile.

Il rendiconto possiede una dinamica analoga: parte dal vissuto concreto, aiuta a rileggerlo e orienta verso un’azione possibile. Non serve soltanto a stabilire ciò che è stato fatto, ma a comprendere ciò che si può fare da quel momento in poi.

I sogni, per concludere, hanno rappresentato per Don Bosco una fonte di ispirazione, guida e profezia. Il rendiconto, nella sua dimensione spirituale, è anch’esso uno strumento di orientamento: permette di riconoscere le chiamate, le responsabilità e i passi concreti da compiere.

I Sogni di Don Bosco sono preziosi fonti di ispirazione per vivere e conoscere i principi del carisma Salesiano in ogni epoca e in ogni contesto culturale, sociale e religioso. Il rendiconto rende questi principi operativi nella storia personale e comunitaria.

Il rendiconto come educazione alla libertà

Don Bosco intraprende la via educativa, e ne intuisce tutta la portata sociale e il peso culturale. Egli comprende che l’operare per «l’uomo spiritualmente maturo, cioè l’uomo pienamente educato, l’uomo capace di educare se stesso» (JP 1) è una meritevole azione sociale che ha dignità pubblica, e costituisce un compito di promozione culturale di fondamentale e primaria importanza.

«Che l’uomo diventi sempre più uomo, che possa essere di più, che sappia sempre più pienamente essere uomo» (JP 1) è il coraggioso impegno culturale e sociale di Don Bosco.

Il rendiconto educa a questa libertà matura. La persona non viene guidata affinché dipenda per sempre da un’autorità, ma affinché impari a discernere, scegliere e agire con responsabilità. L’accompagnamento è autentico quando conduce progressivamente all’autonomia interiore.

Il giovane è protagonista della propria crescita. L’educatore offre presenza e orientamento, ma il cammino deve essere assunto personalmente, nella convinzione che la libertà diventa piena quando è orientata al bene e aperta alla verità.

Il rendiconto come esperienza di carità educativa

Domenico Giordani nel 1886 illustra il sistema educativo di don Bosco interpretandolo alla luce della virtù teologale della carità, mostrandone il radicamento nella vita interiore di don Bosco e sottolineandone le esigenze ascetiche e le implicanze virtuose.

Tutta la sua opera sgorga da questa carità, “dall’amore stesso di Dio che opera in lui e attraverso di lui come strumento”, infiammandolo di zelo per la salvezza delle anime, suggerendogli mille imprese educative e missionarie, donandogli l’efficacia della parola, ispirandogli lo stesso Sistema preventivo.

Il rendiconto è una forma di carità educativa quando aiuta la persona a diventare ciò che può essere davanti a Dio e agli altri. Esso richiede rispetto, pazienza, discrezione e disponibilità a sostenere il cammino senza sostituirsi alla persona.

La carità educativa non è permissivismo. Essa accompagna, corregge e propone mete esigenti, ma lo fa nel clima della fiducia e della speranza. Per questo il rendiconto può unire misericordia e responsabilità, accoglienza e verità, pazienza e orientamento.

La pratica del rendiconto in prospettiva salesiana

Il rendiconto può essere vissuto secondo una dinamica semplice e concreta: riconoscere ciò che è accaduto, leggerlo alla luce della fede, individuare ciò che ha favorito o ostacolato la crescita, accogliere un orientamento e assumere un passo successivo.

  1. Presentare la propria situazione: raccontare con sincerità ciò che si vive.
  2. Riconoscere il bene: individuare i progressi, le grazie ricevute e le scelte positive.
  3. Affrontare le difficoltà: nominare con verità gli errori, le resistenze e le fragilità.
  4. Discernere: comprendere ciò che Dio chiede nella situazione concreta.
  5. Accogliere l’orientamento: ascoltare il consiglio della guida con fiducia e libertà.
  6. Assumere un impegno: tradurre il dialogo in una scelta concreta e verificabile.
  7. Riprendere il cammino: proseguire con pazienza, senza scoraggiamento e senza presunzione.

Questa dinamica non deve essere interpretata in modo rigido. Don Bosco sa bene che l’educazione richiede attenzione alle circostanze e alle persone. «Il mio metodo si vuole che io esponga. Mah! Non lo so neppure io. Sono sempre andato avanti come il Signore m’ispirava e le circostanze esigevano».

Da vero educatore, immerso nella concretezza della prassi e nei suoi pericoli, avverte l’esigenza di non irrigidirsi in un sistema educativo che rischi la stereotipia: perciò intende avvalersi sempre di libertà di movimento nell’arte di educare.

Il rendiconto come sintesi della spiritualità di Don Bosco

Il sistema preventivo è infatti la persona stessa di Don Bosco, il suo stile è l’educatore. In effetti la sua esperienza costituisce globalmente uno stile con un’ispirazione unitaria, precisi obiettivi, contenuti chiave, con esigenze permanenti e una forma che organizza tutto in un insieme armonico.

Per cui davvero nel suo essere sistema, la pedagogia di Don Bosco è anzitutto vita vissuta, passione educativa, trasparenza personale. Alla sorgente vivace e limpida della sua esperienza acquista rilievo e significato ogni esposizione organica della sua visione pedagogica.

Anche il rendere conto, considerato nella spiritualità di Don Bosco, non è una pratica isolata. Esso appartiene a un insieme organico nel quale convergono ragione, religione e amorevolezza; educazione e pastorale; preghiera e azione; fiducia e responsabilità; familiarità e autorevolezza; santità personale e servizio ai giovani.

Il suo valore non dipende soltanto dalla forma esterna del colloquio, ma dallo spirito con cui viene vissuto. Quando nasce dalla carità pastorale, il rendiconto diventa un aiuto per riconoscere il bene, custodire la vocazione, affrontare le difficoltà, maturare nella libertà, vivere la fede nella quotidianità e orientare l’intera esistenza al servizio di Dio e dei giovani.

noimgs

tags: #rendere #conto #nella #spiritualita #di #don