Sclerosi del cuore in senso spirituale: significato e interpretazioni

In senso spirituale, la sclerocardia è l’indurimento del cuore: una condizione interiore nella quale la persona non si apre agli altri e all’Altro per insensibilità, rigidità e mancanza di compassione. È la “sclerosi, ovvero l’indurimento, del cuore” e indica un cuore che non desidera commuoversi, rendersi permeabile e trasparente alle vite degli altri e a Dio.

Secondo l’interpretazione cristiana, la sclerocardia non è una malattia organica, ma una malattia spirituale terribile che impedisce di accogliere l’amore, di lasciarsi trasformare dallo Spirito e di riconoscere la sofferenza altrui. Il difetto non è in Dio, ma nell’uomo che, avendo il cuore indurito, non desidera aprirsi alla vera Vita.

Che cosa significa sclerocardia

Il termine “sclerocardia” indica, in ambito teologico, l’evangelica durezza o l’indurimento del cuore, in chi non si apre agli altri e all’Altro per insensibilità e mancanza di compassione. Quando si mantiene il termine greco con cui il Vangelo indica la durezza di cuore, questa suona come una malattia grave.

La sclerocardia è la terza delle malattie spirituali diagnosticate da Papa Francesco alla Curia pochi giorni prima del Natale 2014. Il cristianesimo è una cura risolutiva per quel tipo di sclerosi, ma la terapia comporta la costanza nel discepolato sui passi di Gesù.

La “dura cervice” e il “cuore di pietra” sono due rimproveri biblici distinti e che facilmente vanno a braccetto. Il primo riguarda le cose che si sanno, o che si crede di sapere, e il modo di pensare; il secondo riguarda le cose che si vogliono, o che si crede di volere, e il modo di vivere.

Il cuore nella simbologia cristiana

In molte culture il cuore è considerato non solo come il luogo dove ha sede la vita, ma anche come il simbolo delle emozioni e dei sentimenti, in particolare quello dell’affetto o dell’amore per una persona. Anche in ambito cristiano il cuore evoca l’amore di Dio per l’essere umano, un amore incommensurabile, manifestatosi in maniera concreta e definitiva con la morte di Gesù in croce.

Lì il suo cuore trafitto diventa il simbolo di un amore totale, che si trasforma nel dono estremo di sé per la salvezza dell’uomo (Gv 19,34). È per questa ragione che ogni anno la Chiesa celebra solennemente la festa liturgica del “Sacratissimo Cuore di Gesù”, e tradizionalmente dedica ad esso il mese di giugno, così come dedica quello di maggio alla Madonna.

Il fatto che la Chiesa abbia riservato una festa particolare per commemorare il cuore di Gesù, simbolo dell’amore infinito di Dio per l’uomo, significa che la comprensione di tale simbolo non può essere ridotta al solo ambito personale, ma ha una sua valenza liturgica ed ecclesiale.

L’aspetto cultuale e celebrativo consente di guardare alla festa del “Cuore di Gesù” come ad un’opportunità per misurare la nostra vita cristiana sull’esempio di Lui, nostro Maestro e Signore. La significatività della celebrazione liturgica del “Sacratissimo Cuore di Gesù” consiste dunque in un effettivo radicamento della simbologia del cuore nella sostanza della vita teologale, ossia in quella pienezza di fede, speranza e carità.

Cuore indurito e perdita della compassione

La sclerocardia si manifesta quando il cuore diventa incapace di amare incondizionatamente il Padre e il prossimo. È la malattia di coloro che perdono i sentimenti di Gesù, perché il loro cuore, con il passare del tempo, si indurisce.

È pericoloso perdere la sensibilità umana necessaria per piangere con coloro che piangono e gioire con coloro che gioiscono. Secondo Gesù, niente chiude alla salvezza, nulla rende impermeabile alla felicità come questa sclerosi del cuore che sempre ci minaccia.

Il Vangelo presenta la durezza dei cuori come un ostacolo alla capacità di riconoscere il bene. Nel racconto della guarigione dell’uomo dalla mano paralizzata, Gesù guarda i presenti con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, e domanda: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?» (Mc 3,1-6).

Per Dio è più facile guarire una mano inaridita piuttosto che un cuore indurito. Non perché Dio non ne sia capace, ma perché l’uomo dal cuore indurito non desidera commuoversi, non desidera rendersi permeabile e trasparente alle vite degli altri e all’Altro che è la vera Vita.

Le cause spirituali dell’indurimento

Sono tante le ragioni che ci fanno indurire il cuore: abbiamo sofferto già abbastanza per tradimenti, indifferenza, cattiverie, e, preferendo evitare di ricominciare, mettiamo il nostro cuore al riparo. Amare è sempre prendere un rischio.

C’è un solo modo di essere assolutamente certi che il nostro cuore non verrà più ferito o maltrattato, ed è di non amare più. Mettersi al riparo totalmente, in un isolamento scelto e accettato per l’eternità, ha, nella teologia cattolica, un termine tecnico: è precisamente quello che si chiama inferno.

Noi non abbiamo la scelta tra il rischio e la sicurezza, ma tra la vulnerabilità e l’inferno, che non è una punizione voluta da un Dio malvagio, ma la conseguenza stessa della nostra sclerocardia. Se Gesù mostra instancabilmente il suo amore per i più deboli, è appunto per invitarci a imitarlo, a prenderci cura anche di quello che in noi c’è di vulnerabile, a non averne più paura.

È unicamente in questa fragilità che può nascere la nostra felicità. La vulnerabilit, quindi, non è presentata come una debolezza da eliminare, ma come lo spazio interiore nel quale l’amore può ancora nascere e diventare relazione, cura e responsabilità.

La sclerocardia come malattia spirituale

La sclerocardia è una condizione che può colpire chiunque, anche chi possiede conoscenze religiose, svolge attività ecclesiali o osserva pratiche spirituali. Il moralismo e il formalismo delle regole astratte possono rendere più difficile una profonda liberazione del cuore.

Questa gabbia di esteriorità, nello stesso tempo in cui può apparire di un’austera religiosità, può ostacolare la profonda penetrazione dello Spirito in tutta l’umanità dell’uomo. Si può diventare in varia misura freddi, distanti, giudicanti e in realtà ancora legati a sé stessi, all’emotività, proprio perché si può non venire più pienamente liberati e vivificati dall’amore autentico di Dio.

È la “sclerocardia”, il vario ingessamento del cuore. I Padri della Chiesa parlano del rischio a cui può portare il peccato che, quando diventa una normalità, produce la durezza del cuore.

È una condizione che fa vivere la superficie di noi stessi: in apparenza ci sentiamo vivi, ma le nostre facoltà vengono paralizzate. Chi rimane attaccato alle proprie sicurezze rischia di cadere nella sclerocardia, che impedisce l’azione dello Spirito nel cuore umano.

Rigidità mentale e rigidità del cuore

Avrei pensato al rimprovero di Gesù ai discepoli di Emmaus, anche se a quelli il Risorto biasima piuttosto la lentezza che la durezza del cuore (Lc 24,25). Papa Francesco indica invece At 7,51: «O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi».

Mentre i discepoli di Emmaus si sentivano ardere il cuore nel petto mentre il Maestro scioglieva davanti a loro i veli delle Scritture (Lc 24,32), i cuori degli altri fremevano e facevano digrignare i denti (At 7,54). Così accade sempre quando crediamo di sapere cose su Dio e sull’uomo perché abbiamo a mente molti testi e, poiché non lasciamo che lo Spirito ci parli ogni giorno, quelle stesse verità si sclerotizzano.

La “dura cervice” riguarda soprattutto la rigidità del pensiero; il “cuore di pietra” riguarda soprattutto la rigidità dei desideri e delle scelte. Le due dimensioni, tuttavia, possono alimentarsi reciprocamente: una concezione rigida di Dio e dell’uomo può produrre chiusura, mentre un cuore chiuso può trasformare le verità religiose in formule immobili e incapaci di generare vita.

Con il passare del tempo, le verità possono assumere fattezze irreali, grottesche caricature delle verità che erano in origine. La conoscenza religiosa, se non conduce all’amore e alla conversione, può diventare una barriera invece di essere uno strumento di apertura.

Quando la fede diventa conoscenza senza trasformazione

“Credere in Gesù”, certo, ma il fatto che crediamo in Gesù ha la cartina al tornasole non nelle conoscenze teologiche, ove ci siano, né nelle attività caritative, ove se ne facciano, bensì anzitutto nello sviluppare e nel coltivare “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5).

Quella di “sentimento” è categoria ancipite, diciamo pure ambigua: normalmente con essa intendiamo lo strato più lieve e superficiale della nostra esperienza emotiva, ma c’è pure un senso forte del “sentire”, interiore e profondo, da cui trae vigore un’accezione intensa e ricca di “sentimento”.

Esiste infatti «una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti» (Gaudete et exsultate 36).

Frequentemente si verifica una pericolosa confusione: credere che, poiché sappiamo qualcosa o possiamo spiegarlo con una certa logica, già siamo santi, perfetti, migliori della “massa ignorante”. San Giovanni Paolo II metteva in guardia quanti nella Chiesa hanno la possibilità di una formazione più elevata dalla tentazione di sviluppare «un certo sentimento di superiorità rispetto agli altri fedeli».

Quello che crediamo di sapere dovrebbe sempre costituire una motivazione per meglio rispondere all’amore di Dio, perché «si impara per vivere: teologia e santità sono un binomio inscindibile» (Gaudete et exsultate 45). La conoscenza autentica, pertanto, non si misura soltanto da ciò che una persona sa spiegare, ma da ciò che permette di vivere e di donare.

La perdita della sensibilità e l’indifferenza

Coloro che possiedono un cuore di pietra e la “testa dura” perdono, strada facendo, la serenità interiore, la vivacità e l’audacia. Si nascondono sotto le carte diventando “macchine di pratiche” e non “uomini di Dio”.

“Dio” può diventare «un lavoro come un altro» o, per quanti non lavorano nella Curia Romana e neppure in una curia, un argomento di conversazione, anzi, di discussione. Mentre invece il cristianesimo è anzitutto un’altra cosa.

La sclerocardia può quindi assumere la forma dell’attivismo, dell’abitudine e dell’efficienza esteriore. Una persona può continuare a svolgere molti compiti religiosi o sociali e, nello stesso tempo, perdere il contatto con il significato profondo di ciò che fa.

La durezza del cuore può presentarsi anche come indifferenza verso la sofferenza, incapacità di ascoltare, giudizio immediato, attaccamento alle proprie sicurezze o rifiuto di lasciarsi interpellare da una situazione concreta. In questo senso, l’indurimento non coincide necessariamente con l’assenza di attività, ma con l’assenza di una partecipazione interiore autentica.

Il modello del buon samaritano

Nella scena della trafittura del costato e del cuore di Gesù sulla croce siamo confrontati con le articolazioni più importanti della nostra vita cristiana, in particolare con quell’aspetto dell’amore che ha nome compassione.

La compassione è quel movimento dell’anima che ci rende sensibili alla sofferenza altrui e ci porta ad un intimo coinvolgimento con essa. Come dice lo stesso termine “compatire”, significa “soffrire con”.

La specificità della compassione cristiana è quella di essere legata all’esperienza di Gesù. Una traduzione di ciò che i suoi discepoli sono chiamati a mostrare è racchiusa nella figura del “buon samaritano” della parabola evangelica (Lc 10,30-37).

Il buon samaritano è modello di chi si piega sulle necessità e sulle sofferenze altrui e le fa proprie con cuore disinteressato e generoso. La compassione non è un sentimento debole, ma un sentimento forte.

Essa rappresenta la vittoria dell’amore che, anche quando tutto sembra sgretolarsi nell’indifferenza, non esita a piegarsi affinché la vita e la speranza siano l’ultima parola.

Il significato dell’uomo che si piega

In un apoftegma dei Padri del deserto si legge: «Prima che spunti la spiga, la pianta sta dritta, ma quando spunta la spiga, il suo frutto la piega verso il basso. Quando l’uomo non ha frutto per il Signore, non si può trovare in lui la vera compassione, ma quando in lui vi è il frutto, egli si piega.

L’uomo piegato, chinato, l’uomo compassionevole, è l’uomo che ha dentro il frutto del Signore, che è stato toccato dal sentimento di Dio, quello che nasce da Gesù, e che fa sì che un uomo si chini ai piedi dell’altro».

L’immagine della spiga suggerisce che la maturità spirituale non rende la persona rigida o superba, ma capace di abbassarsi. Il frutto interiore si riconosce nella disponibilità a servire, nella compassione e nella capacità di riconoscere il bisogno dell’altro.

La sclerocardia, al contrario, impedisce di piegarsi. Il cuore indurito non si lascia toccare dalla sofferenza e non riconosce nell’altro una persona da accogliere, ma spesso vede soltanto un problema, un ostacolo o qualcuno da giudicare.

I sentimenti di Gesù come criterio della vita cristiana

Essere cristiano significa “avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5), sentimenti di umiltà e di donazione, di distacco e di generosità. I “sentimenti di Gesù” tutelano e rinnovano quando vengono rinnovati giorno per giorno in un atteggiamento semplicemente discepolare.

Questo significa rimettersi sempre a camminare dietro al Nazareno, anche se si fosse Papi, Vescovi, preti o catechisti in parrocchia, senza smanie “magisteriali”. Significa preferire il ministero, l’azione del lievito nella pasta, che magari subisce il male e in questo coglie l’occasione per stringersi un poco di più a Gesù.

Un santo non è una persona eccentrica, distaccata, che si rende insopportabile per la sua vanità, la sua negatività e i suoi risentimenti. Non erano così gli Apostoli di Cristo.

Il libro degli Atti racconta insistentemente che essi godevano della simpatia «di tutto il popolo» (At 2,47; cfr. 4,21.33; 5,13), mentre alcune autorità li ricercavano e li perseguitavano (cfr. 4,1-3; 5,17-18). La santità, dunque, non coincide con l’asprezza del carattere, con il distacco dalle persone o con una superiorità ostentata.

La preghiera e l’apertura alla trascendenza

La santità è fatta di apertura abituale alla trascendenza, che si esprime nella preghiera e nell’adorazione. Il santo è una persona dallo spirito orante, che ha bisogno di comunicare con Dio.

È uno che non sopporta di soffocare nell’immanenza chiusa di questo mondo, e in mezzo ai suoi sforzi e al suo donarsi sospira per Dio, esce da sé nella lode e allarga i propri confini nella contemplazione del Signore.

Non credo nella santità senza preghiera, anche se non si tratta necessariamente di lunghi momenti o di sentimenti intensi (Gaudete et exsultate 147). La preghiera non è quindi definita soltanto dalla quantità di tempo o dalla forza delle emozioni, ma dalla disponibilità a lasciarsi incontrare e trasformare.

Chi rimane chiuso in sé stesso può anche parlare di Dio, discutere di questioni religiose o compiere pratiche spirituali, ma senza entrare in una relazione viva. L’apertura alla trascendenza impedisce che la fede si trasformi in un sistema autosufficiente di idee e abitudini.

La cura della sclerocardia secondo la prospettiva cristiana

Il cristianesimo è presentato come una cura risolutiva per la sclerocardia, ma la terapia comporta la costanza nel discepolato sui passi di Gesù. «Nella vita interiore - mi hanno sempre insegnato i maestri dello spirito - non si dà stasi: o si progredisce o si retrocede».

Proprio come quando con la bici si va in salita: se si smette di pedalare, immediatamente, e a dispetto del fatto che per qualche metro si avanza ancora, comincia la decelerazione, e riprendere a pedalare sarà tanto più duro e tanto meno produttivo.

I “sentimenti di Gesù” rinnovano il cuore quando vengono coltivati nella vita quotidiana. La trasformazione non consiste soltanto nell’acquisire nuove informazioni religiose, ma nel diventare più umili, generosi, compassionevoli e disponibili alla relazione.

Solo così diventiamo missionari di speranza. Non dobbiamo mettere ostacoli all’azione rinnovatrice dello Spirito, prima di tutto nei nostri cuori e nei nostri stili di vita.

Il cuore nuovo e il cuore di carne

La promessa biblica della guarigione interiore è espressa nel libro di Ezechiele: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36,26).

Dio promette inoltre: «Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi» (Ez 36,27). Il cuore nuovo è quindi un cuore reso nuovamente capace di ascoltare, desiderare, amare e rispondere.

Il passaggio dal cuore di pietra al cuore di carne non indica una semplice intensificazione emotiva. Indica una trasformazione globale della persona, nella quale l’intelligenza, la volontà, gli affetti e le azioni vengono ricondotti a una vita più aperta a Dio e agli altri.

Il cuore di carne è vulnerabile, ma proprio per questo è capace di compassione. È sensibile alla gioia e alla sofferenza, non perché sia instabile o debole, ma perché non è impermeabile alla realtà.

La compunzione come antidoto

Francesco ha usato “una parola forse desueta, ma che credo ci faccia bene riscoprire: la compunzione”, la consapevolezza dispiaciuta dei propri errori, “antidoto alla sclerocardia”, la durezza del cuore.

«Come la goccia scava la pietra, così le lacrime lentamente scavano i cuori induriti: si assiste così al miracolo della tristezza che conduce alla dolcezza».

Nella vita spirituale, dove conta diventare bambini, chi non piange regredisce, invecchia dentro, mentre chi raggiunge una preghiera più semplice e intima, fatta di adorazione e commozione davanti a Dio, matura.

La compunzione non coincide con il senso di colpa che avvelena l’esistenza. È piuttosto la consapevolezza di avere smarrito l’amore e la disponibilità a ritornare ad esso. Le lacrime possono diventare il segno di un cuore che torna a lasciarsi toccare.

Sclerocardia e senso di colpa

Gesù di Nazaret libera l’uomo dalla disumanità e dalla scissione. Se ci salva, è dalla scarsa fede che abbiamo nella vita, in lui e nella sua presenza; dalla nostra indifferenza, dalle chiusure, dalla sclerosi del cuore che ci impedisce di vivere.

Se ci salva, è dal panico, dalla paura di un Dio presentato come uno che vorrebbe farci pagare il diritto di vivere. Se Cristo ci libera, è dalle certezze nelle quali l’abbiamo rinchiuso, dalle catechesi con il marchio di garanzia, dalle formule magiche e da quei piccoli riti che a volte sfiorano la nevrosi.

È dalla religione che legittima tante forme di potere e influenza. È dal senso di colpa che avvelena l’esistenza e impedisce di vivere, danzare, amare.

La durezza del cuore può quindi essere alimentata anche da un’immagine di Dio che schiaccia, giudica continuamente o pretende uomini perfetti. A un Dio che ama l’uomo anche nel suo fardello di fragilità, che ama gratuitamente senza aspettarsi uomini perfetti, ci si può fidare.

Fidarsi di Dio e fidarsi della vita

Fidarsi di Dio vuol dire anche fidarsi della vita, abitandola con serenità e libertà, con coraggio e responsabilità. Significa valorizzare il presente, senza angosce per il futuro e senza pesi dal passato.

Vivere così significa «salvaguardare momenti di raccoglimento», difendere istanti di solitudine, significa «esserci, semplicemente, là dove la vita ci ha portato». Significa riscoprire il valore dell’oggi, evitando folli corse che non si controllano e che consumano tempo, relazioni, riflessioni e preghiera.

La ricerca di Dio può divenire una forma di dimissione dall’esistenza quando viene usata per rimuovere la questione dell’uomo. Ma il Vangelo racconta di un Dio incarnato, di un Gesù di Nazaret che «unifica la vita di coloro che seguono i suoi passi».

Il cuore nuovo non conduce fuori dalla realtà, ma rende capaci di abitarla con maggiore umanità. La fede autentica non elimina le contraddizioni della vita, ma impedisce che il dolore, la paura o la delusione trasformino definitivamente il cuore in una fortezza chiusa.

Il rapporto tra spiritualità e malattia

Vivere con la sclerosi multipla può essere impegnativo e le persone possono trovare modi anche estremamente diversi per affrontare non solo la malattia ma anche ciò che essa comporta. Uno studio ha esaminato se la fede religiosa o un approccio più spirituale alla vita avesse fatto la differenza nel vivere la SM.

Obiettivo della ricerca è stato valutare se la fede religiosa o un approccio più spirituale alla vita potesse in qualche modo influenzare la convivenza delle persone con la SM. Lo studio ha coinvolto 213 persone con SM tra i 18 e i 65 anni, con un livello di disabilità medio moderato.

Il questionario riguardante le pratiche spirituali e religiose comprendeva pratiche religiose, tra cui pregare e frequentare la chiesa; pratiche umanistiche, come aiutare gli altri; pratiche esistenzialistiche, come trovare il senso della vita e auto-realizzarsi; pratiche spirituali, tra cui la meditazione e le discipline mente-corpo come lo yoga.

In base ai risultati, le persone sono state divise in quattro gruppi: religiosa, ma non spirituale; non religiosa ma spirituale; sia religiosa che spirituale; atea.

Fede, spiritualità e interpretazione della malattia

Dall’elaborazione dei questionari è emerso che il 31% dei partecipanti si considera religioso, mentre circa il 55% non si considera religioso. Circa il 29% di coloro che si consideravano religiosi riteneva vera l’affermazione “La mia fede è una roccaforte nei momenti difficili” e pertanto la fede aveva un impatto importante nei periodi difficili della loro vita.

Circa il 52% ha respinto completamente tale affermazione. Solo il 6% ha dichiarato di aver perso la fede a causa di esperienze diverse nella vita.

È emerso che coloro che vedono e vivono la loro religione come una roccaforte in tempi difficili sono più propensi a rivalutare la loro vita, mostrare maggiore gratitudine, sperimentare e valorizzare la bellezza nella vita, avere un atteggiamento più positivo e consapevole della vita.

I ricercatori commentano che la fede non è indicata come un mezzo per ottenere la guarigione, ma per riflettere maggiormente su ciò che veramente deve essere considerato più importante nella propria vita e per affrontare la vita così come essa è.

Non è stata osservata alcuna relazione tra questa considerazione e gli altri parametri presi in considerazione, come per esempio il punteggio EDSS o la presenza di altri sintomi come la fatica. Le persone individuate come atee erano meno propense a riflettere su ciò che era essenziale nella vita o ad apprezzare e valorizzare la vita.

Aspetto osservatoRisultato riportato
Partecipanti allo studio213 persone con SM
Età dei partecipantiTra i 18 e i 65 anni
Partecipanti che si considerano religiosi31%
Partecipanti che non si considerano religiosiCirca il 55%
Religiosi per i quali la fede è una roccaforteCirca il 29%
Religiosi che respingono completamente l’affermazioneCirca il 52%
Persone che hanno perso la fedeSolo il 6%

Questi risultati non autorizzano a confondere la spiritualità con una terapia medica né a interpretare la malattia come una conseguenza della durezza del cuore. Indicano piuttosto che, per alcune persone, la fede può diventare una risorsa per dare significato all’esperienza, riconoscere ciò che conta e conservare un atteggiamento di gratitudine e consapevolezza.

La differenza tra sclerocardia spirituale e sclerosi organica

La sclerocardia spirituale non deve essere confusa con le malattie organiche che contengono nel nome il riferimento alla sclerosi. La sclerosi della valvola aortica definisce un ispessimento focale o diffuso della valvola aortica senza effetti emodinamicamente significativi.

La sclerosi valvolare aortica è caratterizzata da una mobilità delle cuspidi preservata e da una velocità del flusso sistolico transvalvolare normale o leggermente aumentata (≤ 2-2,5 m/s all’eco-Doppler). Questa è una definizione medica e non ha il significato simbolico o teologico della sclerocardia.

Allo stesso modo, la sclerosi multipla è una patologia neurologica che colpisce la guaina mielinica delle strutture nervose e può provocare una progressiva invalidità motoria determinando fenomeni di paralisi in parti differenziate del corpo. La sclerocardia spirituale, invece, indica una chiusura del cuore nei confronti di Dio e degli altri.

L’uso della stessa radice linguistica richiama l’idea generale di indurimento o irrigidimento, ma i piani restano diversi: quello clinico riguarda processi fisiologici e patologici, mentre quello spirituale riguarda l’atteggiamento interiore, la relazione e la capacità di compassione.

La prospettiva psicosomatica e il simbolismo della malattia

Nella Terapia della Gestalt qualsiasi fenomeno trattato va inserito in un contesto e quindi in una visione di insieme. Per questo motivo si può considerare la malattia psicosomatica come espressione della personalità nella sua interezza.

Il sintomo non può essere isolato dalla persona che ne soffre. La guarigione comprende la recessione del sintomo e va oltre, verso la riorganizzazione della personalità e in direzione dello sviluppo dei potenziali repressi o, per ignoranza, mai attivati.

La Gestalt non è una terapia sintomatica e tanto meno può essere considerata una terapia breve. È un approccio che integra aspetti analitici ed esperienziali, si occupa del cognitivo e dell’emozionale, del processo e del contenuto, articolandosi lungo una linea che va dalla cura del sintomo fino alla crescita spirituale.

Questa prospettiva non autorizza a ritenere che una malattia organica sia semplicemente prodotta da un atteggiamento spirituale o da un conflitto psicologico. Permette però di interrogare il significato che la persona attribuisce alla propria esperienza e il modo in cui essa si colloca nella sua storia.

Il continuo della consapevolezza

Il “continuo di consapevolezza”, nelle sue varie forme di applicazione, permette di lavorare su due livelli di esperienza. Da un lato viene attivata la consapevolezza stessa, potenziale naturale di autoguarigione, e dall’altro si identificano i meccanismi di interruzione che ne impediscono il libero fluire.

Nel libero fluire della consapevolezza, che diventa punto di arrivo, è possibile sperimentare lo stato di salute mentale, molto vicino ad uno stato meditativo. Essere presenti momento per momento nel qui ed ora dell’esperienza attiva parti adulte della personalità e permette di trovare risposte congruenti ai nostri effettivi bisogni.

Le necessità non sono più legate a esperienze del passato che ancora ci contaminano e neanche ad aspirazioni illusorie che ci spingono verso soluzioni idealizzate e perciò irrealizzabili. Dal “continuo” derivano molte tecniche che in Gestalt vengono chiamate “di contatto”.

In una riflessione spirituale sulla sclerocardia, la consapevolezza aiuta a riconoscere i momenti nei quali ci si chiude, si evita il dolore, si reagisce automaticamente o si smette di ascoltare. Riconoscere questa dinamica non equivale ancora a trasformarla, ma può aprire lo spazio a una risposta diversa.

Il sintomo come espressione di un conflitto

In area psicosomatica, l’esempio divenuto classico è quello del lavoro sul sintomo. La tendenza difensiva è di evitare e reprimere; in Gestalt, al contrario, si dà spazio al fenomeno, lo si rende consapevole e lo si osserva nella sua interezza, riempiendo i vuoti di esperienza e di significato.

Il contatto con l’emozione è un punto di arrivo importante, perché l’emozione dirige il comportamento e riportarla in superficie permette la scoperta di bisogni e di nuove alternative. L’emicrania ha ragioni di essere più profonde ed in questo sintomo è coinvolto l’intero mondo del paziente, condizionato da quanto ancora manca nella sua esistenza.

Perls considera la malattia effetto di una introiezione di regole e comportamenti che provengono dall’ambiente e sono in contrasto con la naturale saggezza organismica. In pratica il sintomo è il prodotto di un impasse tra bisogni naturali e divieti ambientali.

La Gestalt condivide la concezione freudiana e considera il sintomo come il derivato di un conflitto. Contemporaneamente, però, la malattia psicosomatica è anche un’espressione di vitalità.

Per il fatto di essere un prodotto di un conflitto, costituisce una difesa contro una manifestazione di desideri e di bisogni vissuti come troppo pericolosi, perché in contrasto con divieti familiari e culturali. In pratica, è il frutto di un compromesso tra un “voglio” e un “devi”.

Il significato dell’adattamento

Il risultato è un nuovo fenomeno, la malattia, che, pur portando sofferenza, paradossalmente è il risultato di scelte creative. Generalizzando, si può dire che ogni adattamento, e il sintomo ha natura adattiva, anche il più limitante, è il risultato di un atto creativo.

In una visione ridecisionale, questa concezione implica che, se da bambini abbiamo inventato comportamenti limitanti per convenienze affettive e per limiti personali nella comprensione delle nostre vicende, siamo oggi altrettanto in grado di operare scelte, questa volta più sane, in direzione della salute.

Da quanto detto, discende che il sintomo, anche il più grave, è solo apparentemente autodistruttivo e contiene in sé la via per il cambiamento. Naturalmente, i processi patologici possono essere così avanzati che diventa difficile la remissione.

La riflessione sul sintomo non deve quindi diventare una colpevolizzazione della persona malata. Il senso spirituale della sclerocardia riguarda la responsabilità con cui si accoglie e si orienta la propria vita interiore, non l’idea che ogni malattia fisica sia stata causata da una colpa personale.

La sclerocardia come incapacità di lasciarsi coinvolgere

La persona dal cuore indurito non desidera rendersi permeabile e trasparente alle vite degli altri. La chiusura può nascere dal desiderio di proteggersi, ma finisce per impedire anche la gioia, la fiducia e la possibilità di essere raggiunti dall’amore.

La sclerocardia rende difficile lasciarsi coinvolgere dalla sofferenza altrui. Di fronte a chi soffre, la persona può reagire con distanza, fastidio, giudizio, freddezza o con il bisogno di ridurre tutto a una regola astratta.

Il cuore indurito può anche sottrarsi alla gioia degli altri. Non solo la sofferenza, ma anche la felicità altrui può diventare un’occasione di confronto, invidia o chiusura, invece che una possibilità di condivisione.

Il cuore nuovo, invece, è capace di partecipare. Si lascia raggiungere dalla vita degli altri e riconosce che la compassione non è una perdita di autonomia, ma un modo più pieno di vivere la relazione.

La crisi spirituale come possibilità di trasformazione

Il silenzio di Dio può disciogliere le certezze come neve al sole e lasciare la persona nuda e muta, stravolta, sul ciglio di un’assenza. Può diventare uno spartiacque tra nascita e morte, tra origine e fine.

Durante una crisi personale, la persona può rendersi conto che il Dio in cui fino ad allora aveva creduto era un Dio troppo esigente, troppo disumanizzante, un Dio fatto a immagine di se stesso. Le immagini che si faceva di lui si confondevano con quelle di sé stessa.

La crisi può diventare un luogo di lotta con Dio, come lo Iabbok di Giacobbe. Dopo la notte dell’anima può sorgere un’alba su una fede nuova e su una vita nuova.

Questa esperienza può aiutare a comprendere che Dio non vuole l’uomo nonostante l’umanità che lo caratterizza, ma lo ama per quello che è e per quello che porta nella propria vita. Il cuore si apre quando smette di dover corrispondere a un’immagine impossibile di perfezione.

La sclerocardia e le false sicurezze religiose

La sclerocardia può essere alimentata dalle certezze nelle quali si rinchiude la fede. Gesù libera dalle formule magiche, dai piccoli riti che a volte sfiorano la nevrosi e dalla religione che legittima tante forme di potere e influenza.

Una fede irrigidita può cercare di controllare Dio, gli altri e la realtà attraverso formule, regole e risposte immediate. Ma il controllo assoluto non genera apertura: può trasformarsi in una forma di impermeabilità.

Lasciare che le domande rimangano aperte non significa rinunciare alla fede. Significa evitare di sostituire la relazione con Dio con risposte prefabbricate che non toccano realmente l’esistenza.

La libertà spirituale non è assenza di responsabilità. Fidarsi di Dio vuol dire abitare la vita con serenità e libertà, con coraggio e responsabilità, accettando che la fede non elimini la complessità dell’esperienza.

Il cammino quotidiano contro l’indurimento

“Per divenire umani, bisogna mantenersi in cammino, non restare immobili”. Il cammino spirituale non consiste in una perfezione raggiunta una volta per tutte, ma nella disponibilità a ripartire.

La vita interiore non conosce stasi: o si progredisce o si retrocede. I “sentimenti di Gesù” vengono rinnovati giorno per giorno in un atteggiamento semplicemente discepolare.

Difendere momenti di raccoglimento e istanti di solitudine significa custodire lo spazio umano più intimo. Significa esserci, semplicemente, là dove la vita ci ha portato.

La sclerocardia viene contrastata quando la persona torna a riconoscere ciò che la abita nel profondo e costruisce lì, con pazienza e serenità, la propria vita. Il cuore si mantiene vivo attraverso l’ascolto, la preghiera, la compassione e la disponibilità a lasciarsi cambiare.

Riconoscere la sclerocardia nella vita concreta

La sclerocardia può essere riconosciuta quando la persona non riesce più a commuoversi, si abitua all’indifferenza, si nasconde dietro le pratiche o usa le proprie conoscenze per sentirsi superiore agli altri. Può essere riconosciuta anche quando la religione diventa un argomento di discussione privo di conseguenze nella vita.

È presente quando si perde la serenità interiore, la vivacità e l’audacia, quando si smette di piangere con chi piange e di gioire con chi gioisce. È presente quando il cuore non riesce più a vedere Cristo nel volto dei poveri e dei sofferenti.

Essere santi non significa lustrarsi gli occhi in una presunta estasi. Se si è ripartiti davvero dalla contemplazione di Cristo, si deve saperlo scorgere soprattutto nel volto di coloro con i quali egli stesso ha voluto identificarsi.

Il testo di Matteo 25,35-36 non è un semplice invito alla carità: è una pagina di cristologia, che proietta un fascio di luce sul mistero di Cristo. Nel richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde.

Il cuore aperto come forma di responsabilità

La compassione cristiana non è soltanto un’emozione interiore, ma una disposizione che conduce all’azione. Il buon samaritano si piega sulle necessità e sulle sofferenze altrui e le fa proprie con cuore disinteressato e generoso.

Il cuore aperto non resta fermo davanti alla sofferenza. La riconosce, si avvicina e si lascia coinvolgere, senza trasformare l’altro in un oggetto di pietà o in un problema da risolvere rapidamente.

La compassione rappresenta la vittoria dell’amore che, anche quando tutto sembra sgretolarsi nell’indifferenza, non esita a piegarsi affinché la vita e la speranza siano l’ultima parola.

In questa prospettiva, la sclerocardia è superata non attraverso una semplice intensificazione dei sentimenti, ma attraverso una forma concreta di partecipazione alla vita degli altri, sostenuta dalla fede, dalla speranza e dalla carità.

Una lettura equilibrata del significato spirituale

Parlare di sclerocardia significa usare un’immagine spirituale per descrivere la durezza interiore, non attribuire automaticamente un significato morale a ogni sofferenza fisica. Una persona malata non deve essere considerata responsabile della propria condizione perché attraversa una prova o perché non riesce a vivere sempre con serenità.

La fede non è indicata come un mezzo per ottenere la guarigione, ma come una risorsa per riflettere su ciò che veramente deve essere considerato più importante nella propria vita e per affrontare la vita così come essa è.

La distinzione tra piano medico e piano spirituale è quindi essenziale. Le malattie organiche richiedono valutazione e cura clinica, mentre la sclerocardia riguarda il modo in cui il cuore umano si pone davanti a Dio, agli altri e alla propria vulnerabilità.

La riflessione spirituale può accompagnare la persona nella sofferenza, ma non sostituisce la medicina, la psicoterapia o il sostegno professionale quando sono necessari.

Il significato cristiano della guarigione del cuore

La guarigione del cuore non consiste nel diventare incapaci di soffrire. Consiste nel non lasciare che la sofferenza trasformi la persona in qualcuno che non ama più.

Non significa eliminare ogni difesa o rinunciare a ogni prudenza. Significa non trasformare la prudenza in chiusura assoluta, la protezione in isolamento, la conoscenza in superiorità, la pratica religiosa in formalismo o il dolore in indifferenza.

Il cuore di carne resta vulnerabile, ma può vivere questa vulnerabilità senza averne più paura. È proprio nella fragilità che può nascere la felicità.

Per questo Cristo adempie in noi il prodigio promesso già secoli prima della sua incarnazione: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36,26).

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