Il carattere di un maestro spirituale si riconosce dalla profondità della sua vita interiore, dall’integrità etica, dalla compassione, dall’umiltà e dalla capacità di guidare l’allievo verso una maggiore libertà, non verso la dipendenza. Un vero maestro non cerca fama, successo o vantaggi personali: incarna gli insegnamenti, li rende visibili nelle proprie azioni e aiuta il praticante a riconoscere ciò che deve essere trasformato dentro di sé.
Il maestro spirituale non è semplicemente una persona che possiede molte informazioni, ha pubblicato libri, dirige una scuola o vanta numerosi seguaci. La sua autorevolezza dipende dalla coerenza tra ciò che insegna e il modo in cui vive, dalla capacità di osservare con chiarezza l’allievo e dalla disponibilità ad accompagnarlo senza sostituirsi alla sua responsabilità personale.
Il significato della parola “guru”
In diverse tradizioni spirituali il ruolo del Guru - per i buddhisti tibetani il Lama - occupa un posto di immensa importanza. Il termine “guru” in sanscrito significa “dissipatore dell’oscurità”, ovvero colui che guida il ricercatore dall’ignoranza alla conoscenza, dall’illusione alla realizzazione. La parola tibetana “Lama” è tradotta con “Maestro”.
La Guru Gita descrive appropriatamente il guru come “colui che dissipa l’oscurità” (da gu, “oscurità”, e ru, “ciò che dissipa”). Un vero guru, illuminato da Dio, è colui che, avendo raggiunto la padronanza di sé, ha realizzato la propria identità con lo Spirito onnipresente.
Il ruolo dell’insegnante spirituale e quello di un insegnante regolare sono molto diversi. L’insegnante regolare di solito insegna allo studente qualcosa che non conosceva prima - una tecnica o una lingua. Al contrario, l’insegnante spirituale indica una verità spirituale che è sempre presente nello studente.
Nei tempi antichi e ancora oggi nell’India moderna, una particolare tradizione spirituale viene tramandata da un insegnante a uno studente e a sua volta al suo allievo. Quindi c’è un senso di lignaggio e nessuno si assume alcuna pretesa personale su quel lignaggio. La verità è importante, non l’insegnante.
Il maestro come incarnazione vivente dell’insegnamento
In base alla tradizione, il Lama è visto non solo come un insegnante, ma come la manifestazione vivente degli insegnamenti. Egli serve come promemoria dello stato che il praticante deve aspirare a raggiungere, ricordandogli le qualità che desidera coltivare, come compassione, pazienza, saggezza e umiltà.
Un vero Maestro trasmette saggezza e consapevolezza in un modo che libri o video non possono. È l’esempio vissuto delle azioni, dei pensieri e della presenza del Maestro che può avere l’impatto più profondo su una persona.
Osservare il modo in cui il Maestro interagisce con il mondo, sia nei momenti più formali degli insegnamenti e delle cerimonie, che durante i semplici atti della vita quotidiana, fornisce un modello su come integrare la spiritualità nella vita materiale. Questo apprendimento incarnato è difficile da replicare in forma scritta o registrata.
Il direttore spirituale dovrebbe insegnare più con l’esempio che con le parole. Il direttore stesso dovrebbe avere familiarità con Dio e docilità alla Grazia per poter trasmettere questo alla persona che dirige.
Il maestro reale insegna sia il silenzio sia l'espressione risoluta ed efficace. Sa mantenere gli allievi a contatto con il corpo e con la purezza interiore in virtù di un orizzonte spirituale.
Le qualità fondamentali di un maestro spirituale
La direzione spirituale è una cosa molto importante e delicata. Nessuno può dedicarsi ad essa senza essere adeguatamente preparato, e nessuno dovrebbe affidare la propria anima a qualcuno che non è in grado di farlo.
Pertanto coloro che si dedicano alla direzione o alla guida delle anime hanno l'enorme responsabilità di educare se stessi a questo compito. Analogamente coloro che stanno pensando di scegliere un direttore spirituale devono cercare la persona che meglio può guidarli.
Il direttore deve possedere tutte le qualità necessarie e cercare di diventare esperto in questo campo. Ovviamente, nessun direttore umano è perfetto in tutte quelle qualità, ma il punto è che deve coltivarle.
- Preparazione
- Virtù
- Esigente/Cordiale
- Docilità
- Preghiera
Integrità etica
È una persona etica? Ha diminuito le sue emozioni disturbanti almeno in gran parte? È sinceramente preoccupato per il benessere degli studenti? È molto gentile e compassionevole? La lista è lunga e noi dobbiamo esaminare se possiede o meno queste qualità.
Essere famosi o avere una buona reputazione non è convenzionalmente accettato come qualifica per essere un insegnante spirituale o per affidare a qualcuno il nostro sviluppo spirituale.
Non è una convenzione appropriata che qualcuno sia un grande insegnante solo perché ha il titolo di Rinpoce: alla conferenza dei tulku nel 1988, Sua Santità disse infatti che se avesse potuto fare a modo suo, si sarebbe sbarazzato dell'intero sistema dei tulku, poiché troppo suscettibile ad abusi, rimproverando tutti i giovani tulku di essere pigri.
Compassione e attenzione al bene dell’allievo
Il maestro è capace di empatia e manifesta Amore. Un maestro spirituale autentico non usa l’allievo per i propri scopi, non sfrutta la sua vulnerabilità e non trasforma la relazione in uno strumento di controllo.
Il vero guru ha il solo scopo di risvegliare nella coscienza degli altri la coscienza di Dio. Il vero guru non desidera occupare il cuore degli altri, ma piuttosto risvegliare in loro la coscienza di Dio.
Il guru è, tra tutti gli uomini, il migliore dei donatori. Come il Signore stesso, la sua generosità non conosce confini.
Il maestro non crea dipendenza nell’allievo. Il reale maestro cerca l’indipendenza del suo allievo.
Umiltà e assenza di ego
Un insegnante che accetta personalmente l’adorazione degli altri è semplicemente un adoratore del proprio ego. Per capire se un cammino è autentico, bisogna distinguere in base al tipo di insegnante che vi sta dietro, osservando se le sue azioni mostrano che è guidato da Dio oppure dal proprio ego.
Se un insegnante è privo di egoismo, si può sapere che solo Dio risiede nel tempio del suo corpo; e quando ci si sintonizza con lui, ci si sintonizza con Dio.
Un leader che non ha realizzazione non può mostrarvi il regno di Dio, per quanto numeroso sia il suo seguito.
Il mio maestro spirituale non era né rassicurante né accomodante: era semplicemente sconvolgente. Fin dal primo momento aveva stabilito inequivocabilmente che da me voleva tutto, senza nessuna garanzia in cambio.
Coerenza tra insegnamento e vita
Quando lo Yoga ha iniziato ad affermarsi, per lo meno diffondeva i concetti di base su cui si fondava, quei concetti che ne riassumono la visione, l’intento, la traiettoria e che ne costituiscono il senso profondo, personificati e resi vivi dalla figura del maestro che ne incarna l’essenza.
Il contenuto culturale, filosofico, l’approfondimento intellettuale e storico, la definizione di metodi e approcci tecnici e pratici allo studio dello Yoga, assieme alla conoscenza delle basi della cultura vedica dovrebbero determinare la qualità del lavoro di un insegnante e divulgatore.
La conoscenza e le competenze sviluppate in ambito accademico, così come le competenze e le abilità fisiche e tecniche di un praticante avanzato, non sono sufficienti a determinare la qualifica di maestro.
Maestro spirituale, insegnante e istruttore: differenze
In conclusione un insegnante di Yoga non è un maestro, come non è un esperto di filosofia. La conoscenza e le competenze sviluppate in ambito accademico, così come le competenze e le abilità fisiche e tecniche di un praticante avanzato, non sono sufficienti a determinare la qualifica di maestro.
Un istruttore di fitness o un personal trainer fanno lavorare i clienti sull’aumento della forza, della massa, della definizione, sul dimagrimento, eccetera; un insegnante di arti marziali sull’apprendimento delle tecniche di attacco e difesa, dello stile e delle forme.
Un insegnante di Yoga in grado di fornire gli strumenti per realizzare questi passaggi attraverso il suo insegnamento? Nel suo approccio metodologico, tra filosofia di base e procedure tecniche, riesce ad andare alla sostanza? Siamo preparati a questo?
Da sempre immagino un insegnante di Yoga come un tramite rispettoso e adeguato tra il praticante, le sue necessità e le sue problematiche, e lo Yoga come strumento di conoscenza di sé.
Un insegnante deve saper valutare, comprendere e orientare il lavoro dell’allievo verso quelle procedure che possono permettergli di instaurare un corretto approccio alla pratica per far fronte alle necessità individuali e soggettive.
Conoscendo i temi di fondo legati al significato e al funzionamento della mente, del corpo e degli stati d’animo, attraverso i concetti filosofici e la pratica adeguata delle tecniche, il praticante crea il suo bagaglio esperienziale e lo Yoga può aiutarlo a crescere.
Diversamente nell’insegnare ad allungare e a rimanere in equilibrio, a respirare in un modo o nell’altro, e che “il Karma è questo e l’illuminazione è quello”, si rischia di non raggiungere la profondità di una vera esperienza nello Yoga.
Il carattere del maestro nella relazione con l’allievo
Cosa significa accettare un maestro spirituale? Significa rinunciare a una vita in cui tutto ruota intorno a te. In una semplice frase, significa rinunciare al proprio interesse personale.
La relazione tra guru e discepolo è la più alta espressione dell’amicizia, perché si fonda sull’amore divino e sulla saggezza incondizionati. È la più nobile e sacra di tutte le relazioni.
La relazione tra guru e discepolo è amore nella sua forma suprema. Quando questo amore si sviluppa tra guru e discepolo, il discepolo non desidera manipolare il maestro, né il maestro cerca di controllare il discepolo.
La ragione e il giudizio supremi governano la loro relazione; non esiste amore come questo.
La rinuncia all’interesse personale
Siamo abituati a pensare che la pubblicazione di libri, l’essere conosciuti e avere diversi allievi, l’aver fondato scuole o essere stati per un periodo al seguito di maestri conosciuti, tutto questo sia il segno che definisce l’autorevolezza di un maestro.
Al primo posto non c’era il conseguimento di un diploma valido ai miei fini lavorativi o l’acquisizione di meriti di reputazione e influenza per una “carriera” spirituale; non era contemplata l’idea di guadagnarmi il pane e mettere su famiglia, aumentare il mio benessere economico e avere una carriera di successo non erano il modo di poterlo avvicinare, di ottenerne le attenzioni, di riceverne gli insegnamenti.
Non era garantita nemmeno la sicurezza di ricevere un ricco patrimonio di informazioni e insegnamenti filosofici o una formazione di livello nelle tecniche dello Yoga. Anzi, in realtà non era possibile avere nessuna sicurezza su ciò che avrebbe deciso di donarti.
Quando egli disse che non si aspettava nulla dagli altri, e quindi le loro azioni non potevano essere in opposizione ai suoi desideri, spiegò anche che non avrebbe usato il discepolo per i propri scopi e che sarebbe stato felice soltanto della sua vera felicità.
Esigenza, fermezza e benevolenza
Un maestro autentico può essere esigente e persino destabilizzante, senza per questo essere crudele o arbitrario. La sua fermezza ha lo scopo di rendere visibili i condizionamenti che impediscono all’allievo di vedere con chiarezza.
A distanza di anni, ciò che mi è chiaro era che voleva scardinare fino nel più profondo di me ogni idea di identificazione, di appartenenza, di attaccamento.
Ognuno possiede limiti caratteriali, psicologici, comportamentali che per lo più ignora. Talvolta li subisce, talvolta li asseconda, e il lavoro costante di Srila Gurudeva (il maestro spirituale divino, ndr) era metterci di fronte a quei limiti, di fronte alla realtà.
Il maestro può dunque provocare crisi, conflitti interiori e momenti di forte disorientamento. Tuttavia il dolore non dovrebbe essere fine a se stesso, né diventare uno strumento di umiliazione, paura o sottomissione.
A volte una persona, un gruppo o un’esperienza ci mettono di fronte a ferite antiche, ci fanno piangere lacrime amare. Ma anche in quei momenti, se ascoltiamo bene, possiamo percepire un senso silenzioso di necessità, una serenità sotterranea che ci dice: questo dolore ha senso.
Quando invece il dolore si ripete, si chiude su se stesso, ci svuota e ci paralizza, allora emerge in noi una sensazione diversa: un senso di stupidità, di spreco, di deviazione. Questa distinzione è preziosa e non andrebbe mai dimenticata.
La guida diretta e personalizzata
Mentre gli insegnamenti possono essere impartiti in numerosi modi, anche tramite testi scritti, discorsi registrati o mezzi di comunicazione virtuali, l’atto di essere fisicamente alla presenza della persona che abbiamo scelto come guida spirituale offre profondi benefici, che non possono essere replicati tramite le altre forme di apprendimento.
Un altro aspetto significativo dell’essere con un Maestro di persona è l’opportunità di una guida diretta e non standardizzata. La crescita spirituale è un viaggio assolutamente personale e, mentre gli insegnamenti generalizzati forniscono una base, i singoli individui hanno spesso ostacoli, punti di forza e influenze karmiche che richiedono un’attenzione specifica.
Il Maestro sa affrontare e risolvere i dubbi, le sfide o i blocchi emotivi che lo studente potrebbe incontrare. Se fisicamente presente può osservare queste caratteristiche e offrire una guida su misura, che accelera il progresso del praticante.
Inoltre, sarà più facile che egli fornisca un riscontro immediato sulla pratica, identificando le aree in cui è necessario progredire e indicando i punti ciechi di cui lo studente potrebbe non essere a conoscenza.
La trasmissione diretta
Una delle ragioni per cui è fondamentale la vicinanza fisica ad un individuo realizzato, è la cosiddetta trasmissione diretta. Il vero insegnamento, infatti, non riguarda semplicemente l’acquisizione di informazioni e di pratiche, ma implica una comprensione più profonda, la cui attivazione spesso avviene in modo non verbale.
Quando ci si trova in presenza del Guru, può infatti verificarsi una trasmissione energetica a livelli sottili. Questo passaggio diretto dall’insegnante allo studente, che gli indiani chiamano “shaktipat”, è particolarmente importante nella crescita spirituale, perché non avviene a livello intellettuale ma si basa sulla esperienza.
Gli allievi riferiscono di provare un profondo senso di pace, maggiore chiarezza mentale o di sperimentare realizzazioni spontanee e cambiamenti nella percezione o nella coscienza.
Tutte trasformazioni che richiederebbero molto più tempo per essere coltivate praticando da soli.
Il feedback e la responsabilità
Questo feedback in tempo reale è prezioso per coloro che prendono sul serio la propria evoluzione nel breve tempo di una vita, poiché aiuta a prevenire la stagnazione e mantiene il ricercatore sulla strada giusta.
La costante vicinanza della guida spirituale favorisce infine disciplina e responsabilità. È facile, specialmente nel mondo odierno, perdere la concentrazione quando siamo lasciati completamente a noi stessi.
Il contatto regolare con il Maestro ci mantiene ancorati al sentiero e allineati con le nostre aspirazioni più elevate. La sua presenza ci offre dunque opportunità senza pari. Sta a noi saperle cogliere.
Il silenzio, la conversazione e l’esempio
La guida del Maestro può arrivare attraverso la conversazione, in cui l’allievo riceve consigli pratici e applicabili che si allineano con il suo attuale stadio di sviluppo, ma anche nel silenzio o persino attraverso le azioni, ovvero mentre lo studente impara osservando la vita quotidiana del suo insegnante.
Il vero apprendimento non si limita all’ascolto di concetti. La vita quotidiana del maestro diventa essa stessa un insegnamento, perché mostra come la consapevolezza, la pazienza, la compassione e l’umiltà possono essere espresse nelle situazioni concrete.
Non è sempre facile riconoscere il proprio maestro, spesso non si arriva a capirne la vicinanza. Ma mettersi in ricerca di un maestro significa voler cercare di diventare amore.
Il satsang e la forza della comunità
Essere in presenza di un realizzato offre anche l’opportunità di far parte di un insieme di ricercatori con idee simili, in sanscrito “satsang”, che significa “associazione con la verità”, ovvero di essere membri della comunità che si forma attorno alla sua figura.
L’energia collettiva del gruppo, combinata con la presenza della Guida spirituale, crea una potente atmosfera. Questo sistema collettivo può agire da catalizzatore per lo sviluppo della persona, supportata non solo dal Maestro ma anche dai compagni che hanno intrapreso lo stesso cammino.
In questo ambiente sacro, le domande sorgono organicamente e spesso le risposte fornite ad una persona risuonano con il resto dei presenti.
Apprendimento, devozione e umiltà condivisi accelerano il raggiungimento dei traguardi, mentre vedere i progressi e le lotte degli altri può ispirare e incoraggiare alla perseveranza.
Tutto questo era immerso in un tempio, in un luogo sacro, in una comunità, accompagnato da una serie di pratiche e routine devozionali e mistiche, connesse con lo studio o la lettura, la recitazione individuale o collettiva, con lo svolgimento di servizi o lavori, con la condivisione degli spazi e delle attività.
Rigorosamente stabilite da regole e procedure, assieme al clima e alla essenzialità materiale, erano sufficienti a chiedersi: «Cosa ci faccio qui?». Eppure, come detto, queste attività andavano inesorabilmente avanti, mentre nel privato ciò che rimaneva di se stessi, del proprio mondo interiore, elaborava in continuazione infinite emozioni e pensieri per cercare di stabilire un punto fermo, un luogo sicuro in cui potersi domandare: «Sto seguendo il mio vero desiderio interiore?»
Il maestro e la trasformazione dell’identità
Il lavoro del maestro può consistere nel mettere in discussione le identificazioni, le appartenenze e gli attaccamenti attraverso cui l’allievo definisce se stesso.
E questo porta inevitabilmente verso due risultati: o la perdita della salute mentale, o l’acquisizione di una nuova e diversa coscienza di sé.
Tutti i più intimi e dedicati discepoli del mio maestro che ho potuto incontrare e a cui mi sono legato, hanno mostrato e vissuto incredibili conflitti interiori, crisi e crolli, rinascite e incredibili scoperte di nuovi aspetti di sé che mi hanno sbalordito, confuso, allontanato e avvicinato simultaneamente.
Se un maestro è autentico, dal mio punto di vista, tutto il suo lavoro consiste unicamente nel disfare, smantellare e bruciare tutte le idee false che ci impediscono di vedere chi siamo e cos’è questa vita che ci attraversa.
Quelle stesse idee illusorie sono ciò che comunemente chiamiamo “problemi personali”. Sono problemi di un’identità che, nei fatti, non esiste.
Questa nostra tanto celebrata “personalità” ha la consistenza dei sogni notturni: per un tratto sembra reale, ci regala qualche gioia, molte inquietudini, poi si dissolve, svanisce nel nulla dal quale era emersa.
Risveglio spirituale e responsabilità personale
Ma cos’è il risveglio se non proprio la dissoluzione radicale di quel che chiamiamo “problema personale”? Non è forse il più grande fra tutti i problemi proprio la convinzione di essere un “Io” separato, abbandonato a se stesso, in lotta con le cose del mondo e destinato a morire, dissolversi o affrontare un ignoto terrificante al termine del proprio percorso?
Se spiritualità significa risveglio - cioè comprensione e rimozione dei propri condizionamenti - allora vivere spiritualmente non ha nulla a che fare con rituali o appartenenze, ma riguarda un’attitudine interiore, una disposizione quotidiana a riflettere, sentire, osservare sé stessi e il mondo con sincerità e implacabile trasparenza.
Questa attitudine può essere favorita da incontri, letture, percorsi condivisi, ma non nasce da fuori. È responsabilità e compito di ciascuno di noi.
La decisione di assimilare un insegnamento e di praticarlo nella quotidianità appartiene interamente a ciascuno di noi.
In questa libertà sta sia la nostra grandezza sia la nostra condanna: siamo i soli responsabili della nostra crescita come della nostra stagnazione, della nostra fioritura come della nostra sofferenza.
Nessuno potrà mai imporci un cambiamento che non vogliamo, ed è per questo che le storie di maestri che trasformano la vita delle persone con un solo sguardo mi appaiono, nella migliore delle ipotesi, come miti poetici, e il più delle volte come consolazioni inventate da chi desidera ricevere tutto senza faticare nulla.
Come affidarsi a un maestro spirituale
Come ci affidiamo effettivamente a un maestro spirituale? Come ci relazioniamo a lui o lei? Possiamo discuterne sulla base del nostro atteggiamento ma anche del nostro comportamento con l'insegnante.
La prima componente dell'atteggiamento che dobbiamo avere nei confronti di un insegnante ben qualificato, è dunque la ferma convinzione e la fiducia che possieda le buone qualità richieste: ne siamo convinti e dunque ci fidiamo di lui, di quanto dice e del fatto che non ci deluderà: è una parte molto importante.
La fiducia, tuttavia, non coincide con l’ingenuità, con l’obbedienza cieca o con la rinuncia alla capacità di giudizio. Deve essere fondata sull’osservazione, sull’esperienza e su una valutazione il più possibile accurata delle qualità effettive dell’insegnante.
La “mopa”: convinzione nelle buone qualità
Il primo termine in tibetano è “mopa” (mos-pa), uno dei fattori mentali. La parola "mopa" è definita da Vasubandhu come "la comprensione dell’oggetto che viene focalizzato come dotato di buone qualità".
"Comprendere" qualcosa significa averne cognizione in modo accurato e decisivo, nello specifico parliamo delle buone qualità dell'insegnante.
"Accuratamente" significa avere cognizione delle effettive buone qualità dell'insegnante, non di quelle che noi proiettiamo o immaginiamo. "Decisivamente" significa che ne siamo assolutamente certi, non con l’incertezza come quando pensiamo: "Forse l'insegnante ha queste qualità, o forse no".
Sulla base dell'esperienza, dell'esame, ecc., ne siamo completamente convinti.
Asanga definisce "mopa" come "ferma convinzione" e sottolinea l'aspetto della convinzione, non necessariamente delle buone qualità; nell’accezione di Vasubandhu si parla invece della ferma convinzione nelle buone qualità dell'insegnante.
Valutare ciò che si osserva
Possiamo osservare come agisce il maestro e chiedere agli altri della loro personale esperienza con lui per confermare ciò a cui abbiamo assistito in prima persona.
Ciò che osserviamo e ciò che gli altri riferiscono non deve contraddire il fatto che l'insegnante abbia questa buona qualità, e nemmeno ciò che possiamo dedurre da prove inconfutabili deve contraddire questa conclusione.
Se ad esempio l'insegnante avesse la buona qualità di essere una persona etica, chiunque ne esaminasse oggettivamente il comportamento lo vedrebbe etico, nessuno potrebbe trovare elementi contraddittori.
Ma supponiamo di vedere che invece sta agendo in modo assolutamente non etico: quando altri ne osservano il comportamento, riferiranno anche del modo terribile in cui si sta comportando e vedere l'insegnante agire in tal maniera contraddice il fatto che tali buone qualità siano presenti.
Non dovrebbero esserci contraddizioni.
I tre criteri di una valutazione valida
Per sapere con certezza se possiede queste buone qualità dobbiamo considerare quanto presenta Chandrakirti con i tre criteri per determinare la validità di un'etichettatura mentale.
Primo criterio: una qualità riconosciuta
Per prima cosa, esaminiamo: esiste una convenzione per questa buona qualità? È convenzionalmente accettata come tale?
I testi tradizionali accettano convenzionalmente che avere un forte senso dell'etica, essere onesti e così via sono le qualifiche per un insegnante spirituale.
È anche convenzionalmente accettato che possiamo fidarci di una persona etica e onesta e che non dobbiamo fidarci di una persona disonesta: sono solo convenzioni comuni su cui la maggior parte delle persone si trova d'accordo.
Secondo criterio: assenza di contraddizioni
Il secondo criterio è che la nostra comprensione dell'insegnante che possiede questa qualità non sia contraddetta da una mente che conosce validamente la verità convenzionale.
"Cognizione valida" significa una cognizione non fraudolenta, per cognizione diretta e cioè per esperienza personale, o per cognizione inferenziale.
"Verità convenzionale" è ciò che una mente non illuminata trova quando esamina mediante la cognizione valida l'apparenza superficiale degli oggetti.
Non basta quindi immaginare il maestro come etico, compassionevole o saggio: queste qualità devono risultare coerenti con il comportamento osservabile, con le testimonianze attendibili e con le conseguenze concrete della relazione.
Terzo criterio: evitare l’assolutizzazione
Il terzo criterio è che la nostra comprensione dell'insegnante come dotato di questa buona qualità non dovrebbe essere contraddetta da una mente che conosce validamente la verità più profonda, la vacuità (vuoto).
Una tale mente sa che le buone qualità di un insegnante non sono auto-stabilite o intrinsecamente rintracciabili all'interno della persona, ma sono sorte in modo dipendente da ogni genere di cause, condizioni e altri fattori.
Pensare che un insegnante sia una sorta di dio, un essere trascendente su un piedistallo, e che le sue buone qualità siano saldamente stabilite, intrinsecamente dentro di lui e che non c'è modo di poter diventare così, è un punto di vista falso, contraddetto da una mente che comprende validamente la vacuità e il sorgere dipendente.
Tutti noi abbiamo la capacità di migliorare le nostre buone qualità: possiamo costruirle e rafforzarle lavorando molto e duramente, così come ha fatto il nostro maestro, così come Buddha è diventato un Buddha.
È molto importante non pensare che queste buone qualità siano impossibili da raggiungere e mantenere un atteggiamento realistico su come svilupparle.
Vedere il maestro come un Buddha
Distinguere ('du-shes) è un altro fattore mentale, spesso tradotto come "riconoscimento" che però non coglie tutte le sfumature del termine.
Identificare cosa sono gli oggetti e attribuire loro dei nomi si basa su questo fattore mentale fondamentale che è sempre attivo, altrimenti non potremmo dare alcun senso a ciò che percepiamo o pensiamo.
Possiamo applicare questa analisi per considerare il nostro maestro come un Buddha. Un Buddha è qualcuno con tutte le buone qualità; siamo convinti che anche il nostro maestro abbia molte buone qualità, è preciso, ma può anche avere qualità negative o difetti, poiché è difficile trovare un maestro che abbia solo buone qualità.
Tuttavia non possiamo trovare le caratteristiche di definizione di questi due tipi di qualità dal lato del maestro, ma in base al suo comportamento e così via, possiamo correttamente dire che egli ha sia pregi che difetti.
Non negare i difetti
Nel suo lam rim il Quinto Dalai Lama afferma molto chiaramente e anche Tsongkhapa suggerisce che non dovremmo essere ingenui e negare i difetti del nostro maestro, ma dobbiamo renderci conto che non c'è alcun vantaggio nel concentrarsi solo su di essi, poiché conduce solo a lamentarci, mentre se ci focalizziamo sulle buone qualità possiamo trarre grande ispirazione.
Considerare il maestro come un Buddha non significa dunque negare i suoi comportamenti problematici, ignorare le contraddizioni o sospendere il discernimento.
Significa scegliere consapevolmente di riconoscere e valorizzare le qualità che possono orientare la propria pratica, senza trasformare l’insegnante in una figura assoluta, infallibile o intoccabile.
Il maestro e la natura di Buddha
Le buone qualità, insieme a corpo, parola, mente e attività, costituiscono i cinque tratti della famiglia di Buddha in una delle presentazioni della natura di Buddha.
Tutti noi possediamo questi cinque tratti al loro livello di base ordinario, ciò significa che tutti noi abbiamo buone qualità, così come la tendenza (letteralmente, i "semi") di esse nel nostro continuum mentale.
Queste tendenze danno luogo a manifestazioni di queste buone qualità in modo intermittente: prima dell'illuminazione non avviene in modo continuo, sempre.
Il ruolo del maestro consiste anche nell’aiutare l’allievo a riconoscere e rafforzare queste possibilità interiori, invece di alimentare l’idea che soltanto il maestro possieda la luce, la saggezza o la capacità di trasformazione.
Il rapporto tra maestro e libertà dell’allievo
In Occidente ci piace fare tutto da soli. Diciamo: “La vita è la mia maestra”, e non vediamo che anche il guru fa parte della vita.
Ha un ruolo particolare, che non si può svolgere da soli. La prima cosa che fa un guru è aprire il tuo cuore facendoti rivolgere verso l’interno.
E naturalmente se potessi farlo tu stesso, lo avresti fatto. Se il tuo cuore non è aperto, allora devi avere bisogno di aiuto.
Se il tuo cuore non è aperto non permetterai a nessuno di toccare il tuo ego. Nessuno vuole che il proprio ego venga toccato.
Tutti amano il proprio ego. Tutti si identificano perché pensano di essere il loro ego.
Il maestro, però, non dovrebbe sostituire la libertà dell’allievo con la propria volontà. La sua funzione è creare le condizioni affinché il discepolo possa vedere, comprendere e assumersi la responsabilità del proprio cammino.
La fiamma esiste, certo, ma se non ti getti nel suo fuoco, il suo calore non ti raggiungerà mai. E non esiste fiamma che venga a cercarti.
Maestri celebri e maestri nascosti
Esistono individui che considero profondamente ispirati, uomini il cui sguardo, le cui parole e la cui presenza incarnano una consapevolezza viva, radicata e silenziosamente trasformativa.
Tra questi, Eckhart Tolle e Anthony Paul Moo-Young - conosciuto come Mooji - sono per me riferimenti autentici, esempi di una via incarnata e non concettuale.
E tuttavia il secolo scorso ci ha lasciato in eredità un patrimonio spirituale ancora più vasto, accessibile attraverso i libri e i video di uomini come Krishnamurti, Ramana Maharshi e Nisargadatta Maharaj: voci diverse ma intimamente convergenti, strumenti di risveglio che la vita ha posto sul nostro cammino.
Ma i veri maestri, quelli che contano davvero, non hanno sempre nomi celebri o volti noti. Possono trovarsi ovunque: in un incontro casuale, in un gesto qualunque, in un attimo di silenzio tra due parole.
Chi ha imparato a guardare per imparare, chi accoglie ogni evento come rivelazione, sa bene che la vita stessa è il primo e ultimo maestro.
Illuminato, più che il volto o la voce di qualcuno, è lo sguardo con cui osserviamo.
Si può passare una vita intera accanto a un maestro come Nisargadatta o Krishnamurti senza riceverne nulla, come si può leggere una pagina, ascoltare un insegnamento per pochi istanti, e da quel momento cambiare totalmente la propria direzione.
C’è chi ha trovato ciò che cercava semplicemente raccogliendosi sotto un albero.
Prima di andare a cercare qualcuno che vi prometta di essersi reincarnato in qualcosa di grande, occorre che ci rendiamo conto di quanto la grande maestria si celi dietro la semplicità e si possa trovare in coloro che eseguono i mestieri più semplici magari accompagnati da pratiche come lo yoga, il tai chi chuan o la meditazione.
Anche il dolore costituisce una notevole spinta evolutiva, per cui accade si trovino le coscienze più evolute in persone che han sperimentato profonde forme di dolore e lo hanno reso utile.
Il lignaggio e la trasmissione della luce
Personalmente mi piace offrirmi come amico, ma in India la parola guru spiega molto bene questa situazione. Guru significa colui che rivela la luce nell’oscurità - se volete, il portatore di luce.
Ma in Occidente questa parola guru ha un significato un po’ strano e non mi associo a questo significato. Allo stesso tempo, guru è una parola molto importante.
Nel mio caso, ho passato quindici anni con Osho e quando l’ho incontrato non stavo cercando un guru. Ho fatto un lungo viaggio con lui e poi ha lasciato il suo corpo e il mio lavoro non era completo.
Non stavo cercando un altro guru, ma l’esistenza mi ha preso e mi ha portato da un altro guru, Papaji. Poi dopo tre settimane ho capito la verità e sono rimasto quasi cinque anni con Papaji.
In quei cinque anni non ho mai avuto una domanda. Ma questi cinque anni sono stati un periodo molto importante.
Mi ha dato il potere e la conoscenza a mia volta per portare luce a coloro che passano il tempo con me.
Dopo aver condiviso per più di vent’anni ho intorno a me qualcuno che può trasmettere la luce. In questo modo la luce viene trasmessa di generazione in generazione.
Il maestro nella tradizione di Paramahansa Yogananda
Un vero guru, illuminato da Dio, è colui che, avendo raggiunto la padronanza di sé, ha realizzato la propria identità con lo Spirito onnipresente. Un tale essere è particolarmente qualificato per guidare il ricercatore nel suo viaggio interiore verso la perfezione.
“I ciechi non possono guidare i ciechi”, disse Paramahansaji. “Solo un maestro, colui che conosce Dio, può insegnare correttamente agli altri qualcosa su di Lui. Per recuperare la propria divinità bisogna avere un tale maestro o guru.”
Colui che segue fedelmente un vero guru diventa simile a lui, perché il guru aiuta il discepolo a elevarsi fino al suo stesso livello di realizzazione.
Per comprendere le verità spirituali è necessario avere un insegnante spirituale, o guru, qualcuno che conosca Dio.
Quando ci si muove ciecamente nella valle della vita, inciampando nell’oscurità, si ha bisogno dell’aiuto di qualcuno che possiede gli occhi.
Il guru come canale
Un tale guru, ordinato da Dio per aiutare gli individui in risposta alle loro profonde preghiere, non è un insegnante ordinario; è un veicolo umano il cui corpo, parola, mente e spiritualità Dio usa come canale per attirare e guidare le anime smarrite verso la loro casa di immortalità.
Incontriamo vari insegnanti all’inizio, attraverso il nostro vago desiderio di conoscere la verità. Ma un guru è un’incarnazione vivente della verità scritturale e un agente di salvezza nominato da Dio in risposta alle incessanti richieste di un devoto di liberarsi dalla schiavitù della materia.
L’illusione viene distrutta dalla buona compagnia, dalla compagnia dei santi e dalla devozione ai messaggeri di Dio.
Anche il solo pensiero dei santi aiuterà a rimuovere l’illusione. Non è tanto l’associazione personale quanto la sintonia del pensiero con il messaggero di Dio a distruggere l’illusione.
Amore incondizionato
Il mio Maestro era così: era uno con noi, senza mai mostrare la propria grandezza. Se qualcuno nell’ashram desiderava riconoscimento o una posizione di alta autorità, il Maestro gli concedeva quella posizione.
Io invece volevo il cuore del Maestro, la coscienza divina che egli possedeva dentro; e come risultato, egli è per sempre qui, nel mio cuore.
Questa è la sintonia che si desidera con i grandi esseri.
Il mio Maestro mi disse: “Sarò tuo amico da ora fino all’eternità, non importa se ti trovi sul piano mentale più basso o sul piano più alto della saggezza. Sarò tuo amico anche se sbaglierai, perché allora avrai bisogno della mia amicizia più che in qualsiasi altro momento”.
Quando accettai l’amicizia incondizionata del mio Maestro, egli disse: “Mi darai lo stesso amore incondizionato?”.
“Ti amerò eternamente, Gurudeva!”.
“L’amore ordinario è egoista, radicato oscuramente nei desideri e nelle soddisfazioni. L’amore divino è senza condizioni, senza confini, senza cambiamenti.”
La fluttuazione del cuore umano scompare per sempre al tocco trasfigurante dell’amore puro.
Il maestro come donatore e risvegliatore
Il guru è il Dio risvegliato che risveglia il Dio addormentato nel discepolo.
Attraverso la simpatia e la visione profonda, un vero guru vede il Signore sofferente nei poveri dal punto di vista fisico, mentale e spirituale, e per questo considera un dovere gioioso assisterli.
Cerca di nutrire il Dio affamato negli indigenti, di risvegliare il Dio addormentato negli ignoranti, di amare il Dio inconsapevole nel nemico e di risvegliare il Dio mezzo addormentato nel devoto desideroso.
Con un tocco gentile d’amore, risveglia istantaneamente il Dio quasi completamente risvegliato nel ricercatore avanzato.
Il guru è, tra tutti gli uomini, il migliore dei donatori. Come il Signore stesso, la sua generosità non conosce confini.
La promessa del maestro e il limite delle promesse
Coloro che sono venuti alla Self-Realization Fellowship cercando sinceramente aiuto spirituale interiore riceveranno da Dio ciò che cercano.
Tutti i devoti che saranno regolari e fedeli nella pratica degli insegnamenti della SRF vedranno che le loro vite diventano purificate e trasformate.
Nella loro persistenza e costanza, i veri devoti di questo sentiero troveranno l’emancipazione.
La promessa del maestro, tuttavia, non elimina la responsabilità del praticante. La decisione di assimilare un insegnamento e di praticarlo nella quotidianità appartiene interamente a ciascuno di noi.
Nessun insegnante può imporre dall’esterno una trasformazione che l’allievo non vuole compiere.
Come riconoscere un rapporto spirituale sano
La domanda “come sapere se un gruppo, un insegnante, un libro fanno per noi?” richiede un’osservazione sincera degli effetti che producono nella nostra vita.
Ciò che ti fa sentire più leggero e più libero è la tua casa, la tua persona, la tua via.
Questo non significa che il cammino debba essere sempre dolce o privo di dolore.
Un percorso autentico può far emergere ferite antiche, paure, resistenze e illusioni. Tuttavia, insieme alla difficoltà, dovrebbe comparire una maggiore chiarezza, una serenità profonda e un senso di necessità.
Quando il dolore si chiude su se stesso, svuota, paralizza e produce dipendenza, paura o perdita di autonomia, la relazione richiede un esame particolarmente attento.
Il maestro autentico non chiede di rinunciare alla capacità di pensare, di osservare o di proteggere la propria integrità.
Il reale maestro cerca l’indipendenza del suo allievo. Come? Mettendolo in contatto con la forma di maestria più grande: l’amore.
Il maestro interiore
Chi si dedica a una ricerca spirituale è già maestro di se stesso. Ma talvolta serve mettersi sui passi di coloro che passi più ampi li han compiuti già.
Il maestro spirituale è chi guida verso l’integrazione altrui. Ognuno è maestro spirituale di coloro su cui influisce in modo illuminante ed è allievo spirituale di chi lo aiuta a rendersi consapevole.
D’altro canto, ogni allievo ha in sé il percorso spirituale, lo incarna.
La ricerca va verso l’aumento della propria vibrazione spirituale.
Senza dimenticare che il maestro diventa anche interiore e che sono gli incontri a cambiare la vita, gli incontri con chi ha un’orizzonte di senso ampio e condivisibile.
Se dentro di noi non si è accesa nemmeno una scintilla di luce, nessun sole esterno potrà dissipare la notte che ci avvolge.
Lo sguardo di un uomo ha la potenza che l’occhio che lo riceve gli concede: in questo incontro vive una parte di destino e una parte di volontà.
La volontà ci rende capaci di andare verso, il destino, se siamo aperti, rende possibile l’incontro.
Quando l’essere umano è realmente assetato di verità e di libertà, il luogo e il momento giusto arrivano sempre.
Possono arrivare nella forma di un maestro, ma anche nel cammino silenzioso di una formica che trasporta una briciola di pane, minuscola e determinata sotto il sole del mattino, così fragile e così perfetta, come noi, come la vita stessa.

tags: #carattere #di #un #maestro #spirituale