Il Rotolo innologico manicheo della British Library è la più antica attestazione liturgica del culto di Gesù in quanto Buddha tra i seguaci di Mani della Cina medievale. Nel testo Gesù e Buddha vengono invocati insieme come figure capaci di guidare l’essere umano dalla sofferenza verso l’emancipazione.
«O vasto e gentile Gesù Buddha, ascolta le mie parole di dolore. Modesto e sempre desto Re della Mente, Anticipatore del Pensiero, guidami fuori da questo mare avvelenato, verso l’acqua fragrante dell’Emancipazione», si legge nel Rotolo innologico manicheo della British Library, la più antica attestazione liturgica del culto di Gesù in quanto Buddha tra i seguaci di Mani della Cina medievale.

Il rotolo e l’immagine del Gesù-Buddha
La figura solitaria dal viso assorto, i capelli neri raccolti sulla nuca, siede su un alto trono esagonale. La testa è circondata da un’aureola di luce inscritta nel contorno di una più ampia mandorla che si intravede sullo sfondo brunito del lungo rotolo di seta dipinta.
Uno sfolgorio di rosso e oro accomuna i petali dell’immenso fiore di loto dischiuso sotto le sue gambe incrociate e il simbolo della croce che regge tra le dita sottili della mano sinistra, all’altezza del cuore, mentre le dita della destra compongono un esoterico gesto. È il Buddha, ed è insieme il Cristo, e in entrambe le vesti è stato venerato per secoli dagli adepti della comunità manichea del sud della Cina per cui la sua immagine, conservata dall’inizio del Seicento nel tempio zen di Seiun-ji in Giappone, fu prodotta fra il XII e il XIII secolo.
Quest'immagine e queste parole provengono dalle pagine di un articolo pubblicato su una rivista scientifica svizzera da una studiosa ugroamericana di arte religiosa dell'Asia Centrale, Zsuzsanna Gulacsi, grande esperta di manicheismo.
La sua argomentazione e la sua tesi finale - nella raffigurazione del "profeta" Gesù Buddha è in realtà esplicitata la dottrina della religione dualistica e connaturatamente sincretistica di Mani, cui vanno attribuiti sia il simbolo della Croce di Luce, materializzato nella statuetta, sia il principio della separazione tra luce e tenebra, simboleggiato dal gesto della mano destra - danno nuovo senso a dati già acquisiti ma non ancora elaborati dagli eruditi.
Il significato manicheo della fusione tra Gesù e Buddha
La vita e l’opera di Mani si svolgono in un contesto geopolitico e storico-culturale fra i più interessanti nella storia dell’umanità, l’area compresa tra la Siria, l’Anatolia e l’Iran da sempre crocevia naturale del confronto fra Oriente e Occidente, ed in un periodo come quello tardoantico nel quale la spinta espansiva dell’ellenismo seguita alla conquista di Alessandro Magno cominciava ad esaurirsi, antiche tradizioni orientali riprendevano vigore e consapevolezza di sé, ed un fenomeno radicalmente nuovo come il cristianesimo emergeva sempre più con la sua enorme capacità di diffusione e di incidenza sociale e culturale.
In un momento storico tanto pregnante Mani credeva fermamente che gli fosse stato affidato il compito - la missione - di trovare una sintesi superiore delle diverse istanze che agitavano la sua epoca, di raccogliere armonicamente in un’istituzione religiosa, al tempo stesso rigorosamente integrata ed estremamente duttile e aperta, sia l’eredità del mondo antico sia le prospettive dei tempi nuovi, di offrire l’ultima, definitiva rivelazione a tutti gli uomini parlando loro nel linguaggio di tutte le principali civiltà del tempo.
Il Manicheismo, negli intenti del fondatore, voleva essere una “religione di sintesi”, volta a portare a compimento il lavoro di coloro che ne vengono considerati i precursori: i già citati Zoroastro, Buddha e Gesù.
Dunque possiamo definire Mani, nei migliori auspici, un “universalizzatore”, un personaggio in cui facevano convergenza una sorta di equidistanza geografica, in terra zoroastriana, tra la Palestina di Gesù e l’India, nei cui territori nord-orientali si mosse, da monaco itinerante, il Buddha.
Del resto, obiettivo di Mani era la realizzazione di una religione che fosse in grado di conquistare l’intera umanità. Sentendosi ispirato a divulgare la sua saggezza in tutte le lingue del mondo, anche utilizzando la musica e la pittura, Mani si dedicò senza risparmio a fissare per iscritto la sua dottrina presentandola come un sistema perfettamente coerente e impermeabile ad ogni modifica di rilievo, onde evitare che venisse successivamente alterata da coloro che avessero “raccolto il suo testimone”.
Per questa ragione possiamo tranquillamente definire il Manicheismo, oltre che una religione di sintesi, una religione del libro.
Mani tra cristianesimo, zoroastrismo e buddhismo
Ci sono diverse fonti da cui si può attingere un profilo biografico di Mani. Ad esempio: il Kitāb al-Fihrist, dello storico arabo Ibn al-Nadim (vissuto a Baghdad approssimativamente tra il 932 ed il 995), il Codex Manichaicus Coloniensis − riconducibile al quinto secolo, ritrovato in Egitto e acquistato presso un mercante di antichità, nel 1969, per conto dell’Institut für Altertumskunde dell’Università di Colonia -, gli Acta Archelai: testo riconducibile al polemista cristiano, del quarto secolo, Hegemonius e lo Scholion dell’esegeta siriaco, vissuto probabilmente tra l’ottavo e il nono secolo, Theodore Bar Konai.
Da queste fonti, scrive il Professore emerito di studi iraniani all’Università di Harvard Prods Oktor Skjærvø, si ricavano due versioni: l’una favorevole e l’altra ostile al fondatore del Manicheismo. Le notizie che ne emergono sono dunque, su taluni particolari biografici, divergenti ma se ne possono enucleare alcuni punti fermi.
Mani nasce, il 14 aprile 216 d.C., nella regione storica di Babilonia, in un sobborgo dell’importante città di Ctesifonte, a circa trenta chilometri dall’attuale Baghdad. Cresce in ambienti giudeo-cristiani, in particolare di matrice ebionita e gnostica.
A proposito di giudeo-cristianesimo come espressione del più ampio fenomeno del Cristianesimo “aurorale” credo meriti ricordare che, nel terzo secolo d.C., questo era ancora particolarmente magmatico e plurale mentre bisognerà aspettare il 325 ed il Concilio di Nicea per un primo, chiaro delineamento dottrinario.
Non va del resto trascurato che la Mesopotamia di allora offriva uno scenario particolarmente eterogeneo da un punto di vista religioso, in cui, accanto ai “culti delle antichissime divinità siro-mesopotamiche come Bel, Atargatis, Nanaia, Nabu, ormai ampiamente modificati in termini ellenistici e con una spiccata connotazione astrologica”, troviamo lo Zoroastrismo e il Mitraismo.
Data, inoltre, la presenza di una comunità ebraica (a seguito dell’Esilio babilonese), vi troviamo forme di Giudaismo di impostazione, soprattutto, rabbinica oltre a comunità cristiane legate alla Chiesa madre di Edessa che aveva come figure di riferimento gli apostoli Giacomo e Tommaso.
Edessa si associa infatti, storicamente, alla Chiesa siriaca orientale pre-efesina e di tradizione aramaica, dunque, potremmo dire, ad un Cristianesimo diverso rispetto a quello cui siamo tutti, in Europa e, più in generale, nel mondo cosiddetto occidentale, maggiormente avvezzi.
A fronte di tutto questo potevano mancare mai forme sincretiche di natura, come si accennava, giudaico-cristiana cui si aggiungevano, non di rado, elementi esoterici e di natura gnostica?
Dunque il giovanissimo Mani viene socializzato (per usare un termine propriamente sociologico) nell’ambito della setta giudeo-cristiana degli Elcasaiti − cui aveva aderito in precedenza il padre (Patticio o Patteg) − che praticavano il battesimo rituale, presentando alcune affinità con gli Esseni.
La missione profetica di Mani
In età adolescenziale si distacca progressivamente dall’ambiente in cui era cresciuto, anche a seguito di suoi ricorrenti incontri con un essere soprannaturale: un angelo − o un suo “gemello celeste” − che lo induce a perseguire una missione profetica.
Stando alla tradizione manichea, riporta il filosofo delle religioni Aldo Magris, Mani ebbe una prima visione del “gemello” a dodici anni (nel 227-228) ed una seconda, che si sarebbe rivelata la più importante, a venticinque anni, nel 240.
A seguito della seconda visione del “gemello”, Mani lascia definitivamente la confraternita di appartenenza, seguito da alcuni, primi discepoli cui si unirà, nel tempo, anche il padre Patticio.
Sul modello di Paolo, inizierà a presentarsi come “Apostolo di Gesù Cristo”. Di più: a seguito della rivelazione dell’angelo-gemello, Mani sostiene di essere il Paracleto (lo Spirito della Verità o lo Spirito Santo promesso da Gesù nel Vangelo di Giovanni) e di essere il Sigillo dei Profeti, espressione con la quale chi ha una certa dimestichezza con il Corano e con l’Islam dovrebbe sentire una certa famigliarità.
Muhammad viene infatti presentato, in ambito islamico, con il titolo coranico di Khātim an-Nabiyīn, il cui significato non si discosta da quello che si attribuiva il fondatore del Manicheismo: “Sigillo dei Profeti (o della Profezia)”.
Il viaggio di Mani in India
Nella primavera del 241, Mani si imbarca in un porto della Mesopotamia meridionale per raggiungere, navigando il Golfo Persico, l’India dove era arrivato, quasi due secoli prima, l’Apostolo Tommaso (definito, in un Inno manicheo a Gesù: “il dolce profumo che partì per le Indie”), “molto celebrato negli ambienti gnostici e giudeocristiani”.
Questo è, naturalmente, un aspetto particolarmente importante della biografia di Mani in relazione alle ricerche che abbiamo condotto per il nostro testo Gesù in India? di cui stiamo curando una seconda edizione rivista e aggiornata.
Egli, difatti, ha effettivamente realizzato quanto viene attribuito a Gesù dai teorici dei suoi anni indiani.
Vediamo più nel dettaglio: per diversi mesi, Mani si muove tra i territori dell’attuale Belucistan (nel Pakistan occidentale, ai confini con gli attuali Iran ed Afghanistan) e l’Afghanistan meridionale, parti integranti, fino al primo secolo a.C., del regno indo-greco di Battriana dove si era ben radicato il Buddhismo, da cui viene profondamente colpito il giovane profeta.
In particolare Mani apprezza la distinzione, peculiare del Buddhismo, fra monaci e seguaci laici, riproducendola nella Chiesa manichea dove gli “eletti” saranno ben distinti dagli “uditori”.
Tanto nel Buddhismo quanto nel successivo Manicheismo la salvezza, per raggiungere la quale è necessario aderire ai valori della non violenza e della compassione, consiste nella liberazione dal ciclo delle reincarnazioni.
Dal Buddhismo Mani mutua anche la tecnica missionaria, orientata alle persone di rango elevato.

La diffusione del Manicheismo
Conquista dunque il principe Peroz che stando a quanto scrive Aldo Magris, oltre ad essere viceré della provincia di Cusiana − che coincideva in buona parte con l’area in cui si trovava il giovane profeta in quel periodo (da poco conquistata all’Impero Persiano Sassanide) - è il fratello di Sapore (Shapur I).
Quest’ultimo verrà incoronato “Re dei re dell’Iran e del non Iran”, il 9 aprile 243, a Ctesifonte (ovvero in quella che possiamo considerare la città natale di Mani) che, nel 226, era addirittura divenuta la capitale dell’Impero Sassanide, fondato dal padre di Sapore: Artaserse (Ardashir I).
L’Impero Sassanide si estenderà sulla Persia e territori limitrofi tra il 224 ed il 651, quando cederà alla conquista islamica un territorio che, nel corso dei secoli, era cresciuto esponenzialmente, raggiungendo − nel 620 − il livello di massima espansione.
Di ritorno in patria, con una lettera di raccomandazione di Peroz, Mani riesce dunque ad essere introdotto direttamente al “Re dei Re” (anche se non ancora incoronato, dato che il giovane profeta ritorna dall’India alla fine del 242, quando tutta la Corte è in lutto per la recente morte di Artaserse) da cui ottiene il permesso di muoversi liberamente, assieme a suoi seguaci, nei territori del Regno.
Una delle ragioni di questo atteggiamento benevolente, sostiene Prods Oktor Skjærvø, è riconducibile al fatto che Mani presenta la propria religione a Sapore, in un libro a lui dedicato (Shabuhragân), come la vera versione della rivelazione di Zarathustra.
Al pari del padre Artaserse, infatti, Sapore aderiva allo Zoroastrismo.
Seguono circa trent’anni di viaggi, proselitismo e attività missionaria da parte di Mani e dei propri seguaci e, intorno al 270, il Manicheismo si è oramai consolidato nell’Impero Sassanide, forte anche di alcune opere composte dallo stesso fondatore (di cui oggi sopravvivono appena alcuni frammenti): il Vangelo vivente, il Tesoro della vita, il Libro dei Misteri e il Libro dei Giganti, per menzionarne solo alcune.
Missionari manichei diffondono la propria fede anche in territorio romano, dalla Siria e la Palestina, all’Egitto ed il Nordafrica. Viene raggiunta presto anche l’Armenia e semi cruciali vengono piantati per la diffusione del Manicheismo in Asia centrale ed in Cina.
Commercianti, medicina e astrologia
Magris presenta “un nesso molto stretto fra la religione di Mani e le grandi rotte commerciali dell’antichità”.
«Data la sua condanna dell’agricoltura accusata di torturare la sostanza divina prigioniera della materia sotto forma di alberi e piante, essa poteva considerare relativamente innocenti soltanto le attività mercantili, e per questo attecchiva preferibilmente nel ceto dei commercianti, che a loro volta contribuivano a diffonderla grazie ai loro spostamenti fra i grandi centri urbani.
Bisogna poi considerare che i missionari manichei erano molto versati nella medicina e nell’astrologia, due competenze capaci di attirare loro l’interesse e il favore delle classi superiori.
Infine l’atteggiamento manicheo verso le religioni istituzionali, che era critico ma al tempo stesso disposto a sfruttarne gli aspetti positivi, andava incontro alle esigenze degli intellettuali desiderosi di distinguersi dalla massa credulona, come si vede ad esempio dal caso di Agostino».
Persecuzioni e morte di Mani
Tutto questo non può non suscitare, in diversi ambienti politici e religiosi, un crescente sentimento di ostilità nei confronti del Manicheismo (a partire dall’Editto Antimanicheo, del 302, dell’Imperatore romano Diocleziano che teme, oltretutto, infiltrazioni da parte dell’Impero Persiano).
Il fatto stesso che Mani si ispiri, secondo quello che Magris identifica come un atteggiamento tipicamente gnostico, tanto a Gesù quanto a Buddha e Zoroastro, sentendosi parimenti svincolato da ciascuna religione ad essi riconducibile, finisce per renderlo inviso, con il tempo, agli stessi imperatori sassanidi, nei cui territori la religione mazdea − lo Zoroastrismo - è religione di stato.
Morto Sapore, dunque, il Manicheismo − a partire dal 273 sotto il regno di Bahram - inizia ad essere sempre meno tollerato e, poi, perseguitato.
Mani viene dunque imprigionato e, per la tradizione manichea, muore − a causa delle durissime condizioni di detenzione − il 26 febbraio 277.
La dottrina manichea come religione universale
“Oltre all’universalità”, scrive Giuseppe Messina in un suo testo piuttosto datato ma non per questo meno interessante: Cristianesimo, Buddhismo e Manicheismo nell’Asia antica, “Mani voleva che la sua religione fosse definitiva e durasse fino al termine del mondo e, ad ottenere ciò, egli confidava soprattutto nella sua organizzazione compatta e gerarchica.
L’universalità e l’assolutezza mancavano, secondo Mani, alla religione di Cristo, come a quella di Zarathustra e di Buddha”.
Riprendendo l’esaustiva presentazione di Aldo Magris, vediamo rapidamente come si articolava “l’organizzazione compatta e gerarchica” del Manicheismo.
Iniziamo col dire che Mani, prima di morire, aveva designato a succedergli il discepolo Sisinnio (Sishin), a capo di un’organizzazione con il proprio vertice a Ctesifonte.
La presenza del buddhismo nella cultura occidentale
Al di là dello specialismo, l’emergere dal passato orientale del Gesù-Buddha-Mani di Seiun-ji, i suoi epiteti, la forza delle invocazioni parlano in modo immediato al presente occidentale, dove sempre di più il buddismo si radica nella prassi di una crescente élite di figli dell’esistenzialismo, nell’utopia di una non-religione dall’etica resistente alla secolarizzazione ma compatibile con gli approdi della filosofia e con le conquiste della psicologia.
A metà del Novecento il Siddharta di Hesse aveva spontaneamente orientato il suo revival nella cultura pop.
Anticipata da pionieri del modernismo cattolico come Thomas Merton, l'accoglienza del buddismo in occidente aveva prodotto un'ibridazione confessionale in cui lo yoga e le tecniche ancestrali di meditazione proprie dell'esicasmo cristiano e del sufismo islamico, come già prima delle scuole platoniche e pitagoriche, erano sostanzialmente tollerate se non promosse dai residui esponenti delle religioni ufficiali.
«Perché non possiamo non dirci cristiani», si domandava Benedetto Croce all'inizio della Seconda Guerra Mondiale, riflettendo sulle radici comuni dell'Europa.
Con altrettanta onestà dovremmo oggi riflettere sul perché non possiamo non dirci buddisti.
Più di una filosofia, meno di una religione, mai una dogmatica, il buddismo è oggi la dottrina più condivisa del mondo contemporaneo.
Ne è pervasa, ben più che dal cristianesimo, la filosofia moderna.
Dal buddhismo asiatico all’Europa
In genere si fa risalire il suo influsso nel pensiero, nella cultura e nel modo di sentire occidentali allo slancio degli studi di orientalistica che influenzarono il giovane Schopenhauer.
Ma quella conoscenza era già ben diffusa tra gli illuministi, per il tramite privilegiato delle missioni in Cina e in Giappone, ma anche in Tibet e Sri Lanka, degli avventurosi gesuiti che tra Cinque e Settecento avevano trasmesso accurati resoconti, in particolare, sul buddismo tibetano.
Di recente una studiosa americana, Alison Gopnik, ha cercato di dimostrare l'influenza diretta delle Notizie istoriche del Tibet del padre Desideri sulla composizione del Trattato sulla natura umana di Hume, avvenuta a stretto contatto con l'ambiente gesuita del Collège de La Flèche, nel nord della Francia.
Ma già il Seicento spagnolo era impregnato di buddismo.
Il suo riflesso più occidentale è ne La vida es sueno di Calderón de la Barca, attraverso cui la trama della vita del Tathagata si trasmetterà alla letteratura otto e novecentesca.
La leggenda cristiana di Buddha
Ancora molto prima il buddismo era penetrato in occidente, ne aveva permeato la psiche collettiva, si era innestato nel suo Dna culturale, predisponendo subliminalmente il terreno alla definitiva svolta che non possiamo non considerare oggi compiuta.
La Controriforma aveva dovuto prendere atto che a Bisanzio fin dall'XI secolo il Buddha era venerato dalla chiesa e nonostante lo scetticismo di Bellarmino nel 1583 il cardinal Baronio lo aveva incluso nel Martirologio Romano come santo «apud Indos Persis finitimos».
Il buddismo non aveva mai avuto una Scrittura.
Ma la forza plasmatrice di Bisanzio, civiltà del libro, aveva trasformato la vita del Buddha in libro: la cosiddetta Storia di Barlaam e Ioasaf, composta nell'età di sincretismo e cosmopolitismo immediatamente successiva all'espansione militare e culturale araba e al cosiddetto iconoclasmo.
È a partire da questo decalcarsi dell'impronta buddista nello stampo greco per il tramite dell'islam che quel Siddharta ante litteram si riprodurrà in progressione geometrica nella letteratura globale e Buddha estenderà la sua predicazione nell'occidente ancora del tutto cristiano.
Detti e fatti dell'interpretazione cristiana del principe Siddharta risuoneranno in ogni lingua europea con una diffusione non raggiunta da nessun'altra leggenda agiografica.
Sedurrà l'Italia più mistica, si trasfonderà nel Trecento senese di Caterina, attraverso il Novellino si trasmetterà al Decameron di Boccaccio e di qui al teatro di Shakespeare.
Aveva raggiunto, prima, la Provenza dei catari e degli albigesi, attraverso il latino ma con l'influenza del manicheismo orientale.
La pista manichea e il Buddha cristiano
È in effetti la pista manichea, desunta dai frammenti in turco uiguro e in neo-persiano portati alla luce dalle spedizioni archeologiche di inizio Novecento, quella che con più forza è emersa nel rompicapo degli eruditi sull'origine del Buddha cristiano.
Ed ecco, il cerchio si chiude, riportandoci al rotolo di Seiun-ji.
Quest'immagine di perfetto sincretismo a sua volta permette un ulteriore passo indietro.
Dal bacino del manicheismo emergeva, tra il IV e il V secolo, il massimo cervello cristiano di tutti i tempi, Agostino.
Quella che aveva conosciuto in Mani era una dottrina gnostica già impregnata di un'idea di salvezza propriamente religiosa.
Scambi tra mondo greco e mondo buddhista
Ma in realtà, nel seno della filosofia ellenistica in cui il flusso oriente-occidente era continuo, lungo la rotta della conquista di Alessandro, nello splendore dei regni indogreci, nelle predicazioni dei monaci greci buddisti che re Ashoka inviò ai monarchi affacciati sul Mediterraneo, o degli asceti erranti che giunsero fino alla corte di Augusto, lo stesso germoglio di ciò che chiamiamo buddhismo dovette essere rinvigorito dallo scambio, prima che con lagnosi, con il pensiero delle scuole elleniche.
An che se la prima menzione del Buddha nella storia della letteratura europea si trova solo alla fine del II secolo, negli Stromata, i "Tappeti" letterari di Clemente di Alessandria, è congetturabile una coabitazione e contaminazione tra le dottrine del Gautama Sakyamuni e quelle, ancora recentemente evocate da Christopher Beckwith, dei filosofi scettici, o dello stoicismo antico.
Gesù e Buddha nella cultura popolare contemporanea
“Ci sono Buddha e Gesù che condividono un appartamento a Tokyo…” Sembra l’inizio di una barzelletta, invece è la trama di Saint Young Men, il manga di Hikaru Nakamura che dal 2006, in Giappone, ha venduto circa 10 milioni di copie.
La storia in sé è semplicissima: i due giovani sant’uomini, stanchi della vita celeste, decidono di farsi una vacanza sulla Terra.
Qui, però, si cacceranno in una serie di disavventure, in parte a seguito dei tentativi (maldestri) di nascondere i loro poteri, e in parte a causa dell’incontenibile entusiasmo di Gesù, che trascina il pacioso Buddha in situazioni assurde.
I due abitano in un monolocale piccolissimo, la cui padrona li ha in antipatia perché sono stranieri (e anche perché Gesù, credendo di farle un complimento, le ha detto che il posto gli ricordava una stalla).
Il poco spazio è dimezzato da un'infinità di oggetti assurdi, come la statua d'oro di un Buddha chiamato Junior, che i due hanno vinto alla lotteria di quartiere, la macchina per le serigrafie di Buddha, appassionato di t-shirt, e le decine di pani che Gesù ha moltiplicato per la fame.
Perché anche i sant'uomini, di questi tempi, tirano la cinghia.
Le storie, nonostante il loro tono dissacrante, non puntano a una facile ironia volgare, al contrario sono caratterizzate da una leggerezza spensierata, quasi ingenua.
La serie infatti non nasce con intenzioni satiriche (il tema delle istituzioni non è mai toccato, se non da un punto di vista folkloristico), ma piuttosto dall’idea di far incontrare le due religioni valorizzandone i punti in comune.
Perché è vero che Gesù spende un mucchio di soldi in dvd e pezzi del computer, mentre Buddha è al limite della tirchiaggine, ed è vero anche che Buddha è un tipo riservato che ama i manga di Tezuka, mentre Gesù aggiorna costantemente il proprio blog.
Però i due si capiscono, si aiutano, si divertono insieme.
È proprio sulla base di questo semplice, ma potente messaggio, che Saint Young Men ha vinto, all'interno del recente RiminiComix, la menzione speciale del Premio Fede a Strisce 2014, destinato alle opere a fumetti che meglio riescono a trasmettere i valori religiosi.

L’edizione italiana del manga, edita da J-Pop, è particolarmente curata e ricca di note esplicative.
Per volere dell’autore, infatti, la casa editrice ha scelto un traduttore esperto in storia delle religioni, che riuscisse a valorizzare nello stesso modo sia l'aspetto culturale cristiano che quello buddista.
Due radici e tolleranza religiosa
I genitori dovranno incoraggiare i figli ad avere due radici e ad accogliere sia il Buddha sia Gesù nella propria vita.
Perché no?
Si aprirà così una nuova era, in cui la gente sarà più tollerante, in cui le persone capaci di vedere la bellezza e il valore delle altre tradizioni saranno più numerose.
È come per la cucina: se ami la cucina italiana non vuol dire che tu non possa apprezzare quella francese.
Anche se ci vorrà un secolo per arrivare a questo risultato, ne vale comunque la pena.
Se riuscirete a giungere a questa conclusione, la prossima generazione non dovrà soffrire come la mia e quelle precedenti.
Ti piacciono le mele? Benissimo, sei pienamente autorizzato, ma nessuno ti impedisce di apprezzare anche le prugne.
Il buddhismo come conoscenza adattabile
Se non possiamo non dirci buddisti, cos'è allora che veramente noi occidentali chiamiamo buddismo?
Non una dottrina, non una religione, non una filosofia, piuttosto la prensile erba di una conoscenza capace di allacciarsi e adattarsi e dare linfa a diverse religioni, dottrine, filosofie.
Il germe radicato nel nostro passato, ciclicamente reinterrato e rifiorito, di una verità universalmente diffusa perché straordinariamente persuasiva, indiscutibile e intuibile, in certi folgoranti attimi, anche a livello prerazionale: la percezione, continuamente rimossa, delle "cose come sono", per usare l'espressione di Hervé Clerc; la stupefazione che sta all'origine di ogni visione filosofica; dove il riconoscimento dell'illusorietà dell'esistenza e dell'impermanenza dell'essere è in realtà il nucleo stesso di ciò che gli antichi greci, poco dopo la morte del Gautama storico, chiamarono per la prima volta filosofia.
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