Il training autogeno è una tecnica di rilassamento e autodistensione che può aiutare i detenuti a gestire stress, ansia, tensione muscolare, insonnia e alcune reazioni psicosomatiche, favorendo una maggiore consapevolezza del corpo e delle proprie emozioni. Il metodo si basa su esercizi strutturati di concentrazione psichica passiva e, dopo un adeguato apprendimento, può essere praticato in autonomia anche in un ambiente istituzionale.
Nel contesto penitenziario il training autogeno non deve essere considerato una cura autonoma né un sostituto della valutazione medica, psicologica o psichiatrica. Prima di decidere l’instaurarsi del trattamento sono necessarie una corretta diagnosi e una valutazione sia somatica sia psicologica del caso da parte di un medico o di un terapeuta esperto nella tecnica.
Che cos’è il training autogeno
Il training autogeno è una tecnica di rilassamento-desensibilizzazione, con la quale è possibile ottenere reazioni psicofisiche misurabili, utilizzata soprattutto per il trattamento di ansia, depressione e reazioni psicosomatiche incontrollate. Fu sviluppato dallo psichiatra tedesco Johannes Heinrich Schultz, anche grazie ai suoi predecessori Abbé Faria ed Émile Coué, e venne divulgato per la prima volta nel 1932.
Il training autogeno può essere collocato nell’ambito delle varie tecniche terapeutiche non farmacologiche brevi, in una posizione a metà tra tecniche di rilassamento e stati di autoipnosi. Dei due termini che compongono la denominazione di questa procedura, training (dall’inglese to train, “esercitare, addestrare”) sottolinea l’allenamento graduale da essa previsto, mentre autogeno indica come gli effetti psicofisici si generino da sé nel corso della sua pratica.
Il training autogeno si basa sul concetto di autogenicità, cioè permette di produrre da sé determinate modificazioni a livello dell’unità psiche/soma. Il training autogeno, infatti, è un metodo di auto-distensione che attraverso un atteggiamento di concentrazione passiva sul proprio corpo, mira a limitare le funzioni di controllo e ad attivare i processi distensivi e rigenerativi.
Il training autogeno significa “allenamento che si genera da sé”, proprio perché chi lo pratica è attivo nell’auto-induzione di modificazioni psichiche e somatiche finalizzate al proprio benessere psico-fisico. La caratteristica principale del training autogeno che lo differenzia, ad esempio, dall’ipnosi, è di rendere il paziente autonomo e quindi operatore indipendente.
Origine storica e sviluppo del metodo
Storicamente il training autogeno ha origine in alcune osservazioni risalenti all’inizio del 20° secolo che mostravano come pazienti addestrati all’ipnosi fossero in grado di produrre da soli stati di autoipnosi, utili per combattere fatica e disturbi dolorosi. Il T.A ebbe origine nel tardo XIX secolo da O. Vogt e K. Brodmann dell’Istituto Neuro-biologico di Berlino.
Nel corso dei loro studi sul sonno e l’ipnosi, osservarono che i pazienti erano capaci di entrare autonomamente in uno stato simile all’ipnosi (autoipnosi) e che questo stato aveva effetti positivi e curativi. J. H. Schultz, psichiatra e neurologo di Berlino, venne incuriosito dal loro lavoro di ricerca riguardo al potenziale terapeutico dell’ipnosi.
J.H. Schultz approfondì queste prime osservazioni cercando di sviluppare e mettere a punto una tecnica attraverso la quale il soggetto potesse apprendere ad autoindurre uno stato psicofisico particolare. Egli basò la procedura soprattutto su due principi, riduzione della stimolazione esterna e concentrazione passiva su formule mentali, che sono divenuti appunto gli ingredienti essenziali del training autogeno.
Schultz osservò che esistevano alcune esperienze comuni nei suoi pazienti ipnotizzati, per esempio, pesantezza e calore agli arti, e che quei pazienti che riuscivano a rilassarsi erano quelli che avevano assunto un comportamento casuale, ossia, passivo e rilassato. Basandosi su queste osservazioni e sul suo desiderio di ridurre la dipendenza del cliente dal terapista, Schultz sviluppò il training autogeno.
Perché può essere utile in carcere
La detenzione può accompagnarsi a condizioni di stress prolungato, difficoltà di sonno, irritabilità, preoccupazione, tensione somatica e ridotta possibilità di controllo sulle condizioni ambientali. In questo quadro, una tecnica che insegna a riconoscere e modulare le sensazioni corporee può offrire uno strumento complementare di autoregolazione.
Il training autogeno viene utilizzato soprattutto per migliorare la gestione emotiva; in ambito clinico è utile per alleviare certi disturbi psicosomatici indotti dallo stress, qualunque sia la causa. Lo scopo principale del training autogeno è di sviluppare l’autonomia nella regolazione emotiva, escludendo attivamente le distrazioni ambientali, grazie a specifiche tecniche di visualizzazione facili da imparare e da ricordare.
Il training autogeno permette a chiunque lo impari di poterlo poi gestire in maniera autonoma praticamente in qualsiasi situazione e luogo; l’apprendimento del metodo però ha regole precise e necessita di allenamento. La caratteristica dell’autonomia può essere particolarmente importante per i detenuti, perché consente di utilizzare la procedura senza dipendere continuamente dalla presenza dell’operatore.
Tra i benefici del training autogeno vi sono il rilassamento e la distensione, l’autoregolazione delle funzioni corporee involontarie e il recupero delle energie fisiche e psichiche. Altri possibili benefici riguardano l’autodeterminazione, l’introspezione, l’autocontrollo, la concentrazione e la consapevolezza delle proprie emozioni.
Meccanismi psicofisici
Nella maggior parte dei casi un training correttamente eseguito conduce a uno stato di attivazione del sistema trofotropo dell’organismo, il sistema del “riposo”: tale stato è caratterizzato dalla riduzione dell’attivazione neurovegetativa ortosimpatica e, contemporaneamente, dall’aumento dell’attivazione parasimpatica.
Si riscontrano frequentemente anche una diminuzione della tensione muscolare, della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, dell’attività elettrodermica, la tendenza a una sincronizzazione dell’attività elettroencefalografica e la riduzione del consumo di ossigeno. Tra gli effetti fisiologici vengono inoltre indicate modificazioni EEG, riequilibrio neurovegetativo, regolarizzazione della frequenza cardiaca, modificazione della capacità respiratoria, vasodilatazione periferica, aumento della temperatura corporea e riduzione della tensione muscolare.
A livello fisiologico il training autogeno produce una risposta trofotropica che consiste in una risposta a livello dell’ipotalamo, il quale riduce l’attività neurovegetativa e aumenta il tono parasimpatico. In questo contesto esso indica la capacità dell’organismo di regolare, aumentandone l’intensità o inibendola, alcune funzioni viscerali.
Il sistema muscolo-scheletrico contribuisce più che ogni altro sistema all’invio di stimoli verso le formazioni ipotalamiche, cosicché riducendo il tono muscolare si riduce anche l’attivazione ipotalamica. Sul piano vegetativo la risposta trofotropica riduce la frequenza cardiaca e respiratoria, il tono muscolare, la pressione arteriosa e la secrezione delle ghiandole sudoripare mentre aumentano le funzioni motorie e la secrezione di sostanze gastriche nonché la secrezione di insulina.
Lo stato di rilassamento che viene a crearsi in conseguenza di un adeguato allenamento e che parte dalla periferia, cioè dai muscoli, piuttosto che dalle aree centrali, corrisponde ad una risposta integrata ipotalamica con l’effetto di scaricare le tensioni in eccesso dovute all’ansia e allo stress e di recuperare un discreto benessere psicofisico.
In sostanza il Training Autogeno non solo regola l’attività di singoli apparati, ma riesce anche, grazie a questo gioco di influenze reciproche, ad indurre uno stato di distensione che coinvolge l’intero organismo. Questo stato di commutazione autogena, infatti, genera una deconnessione psichica permettendo il passaggio da uno stato di veglia ad uno stato di metabolismo di base simile al sonno.
Concentrazione passiva e attenzione al presente
È fondamentale un atteggiamento psicologico di quiete, per il quale vengono utilizzate formule verbali autoindotte specifiche, quale, per es., “io sono perfettamente calmo”. Deve essere evitato un atteggiamento attivo, di sforzo per raggiungere l’obiettivo.
Nel contesto della concentrazione passiva indotta dal training autogeno, la persona viene istruita a focalizzarsi esclusivamente sulle sensazioni interne piuttosto che sugli stimoli ambientali. Il termine “passività” si riferisce ad uno specifico atteggiamento positivo, non negativo.
Consiste nell’adottare un’attitudine permissiva, lasciando semplicemente che le sensazioni accadano, senza ostacolarle, acquisendo il ruolo di osservatore piuttosto che di manipolatore. Viene coltivato un atteggiamento di accettazione, accettando qualunque cosa arrivi.
Focalizzare l’attenzione sul momento presente e sulle sensazioni psicofisiche che l’esercizio sta provocando è essenziale affinché la seduta di training autogeno risulti efficace. Il training autogeno ha l’obiettivo di far apprendere al soggetto l’importanza di rivolgere l’attenzione al presente, al “qui ed ora”, e di guidare il pensiero e l’azione in maniera sempre più consapevole e meno reattiva.
Organizzazione del training in ambito penitenziario
Lo svolgimento abituale del training autogeno richiede un ambiente tranquillo, al riparo da stimoli e rumori disturbanti, in penombra, con temperatura né calda né fredda, un abbigliamento comodo che eviti indumenti aderenti, una postura che elimini ogni fonte di tensione muscolare.
In un istituto penitenziario l’ambiente di pratica deve quindi essere il più possibile ordinato, riservato e privo di interruzioni, compatibilmente con le esigenze di sicurezza e organizzazione della struttura. Il soggetto deve sentirsi comodo e a proprio agio.
Gli esercizi si possono attuare in tre posizioni, la posizione sdraiata, la posizione seduta e la posizione del cocchiere. In genere la posizione privilegiata nella fase di apprendimento è quella distesa.
- La posizione supina è quella consigliata per i principianti: ci si pone con le braccia distese lungo il corpo, i gomiti leggermente flessi, le gambe distese con i piedi che cadono verso l’esterno, la testa leggermente sollevata.
- La posizione seduta consiste nell’utilizzare una poltrona con dei braccioli per sostenere le braccia e lo schienale alto per sostenere il capo.
- La posizione del cocchiere è meno adatta ai principianti e consiste nel sedersi su una panca o uno sgabello tenendo la schiena incurvata, le braccia penzoloni e il capo perpendicolare al grembo, senza mai pendere in avanti sopra le cosce.
Il primo passaggio è l’acquisizione della respirazione che generalmente è una respirazione diaframmatica e profonda che ossigenando i tessuti induce un primo stato di rilassamento psicofisiologico. Il training autogeno si realizza poi attraverso una serie di esercizi di concentrazione, durante i quali l’individuo impara a ripetersi mentalmente determinate formule, mirate alla distensione di specifiche zone corporee.
Il Training Autogeno si divide in due gruppi di esercizi: ciclo inferiore e ciclo superiore. Gli esercizi del ciclo inferiore o somatico sono volti al raggiungimento della capacità di abbandonarsi all’ascolto passivo del corpo e sono: pesantezza, calore, cuore, respiro, plesso solare e fronte fresca.
Una seduta può durare circa 30-45 minuti sotto la supervisione di un terapeuta, mentre le singole esercitazioni possono avere una durata di circa 10 minuti in base al livello di esperienza dell’individuo. Gli esercizi possono essere svolti 3 volte al giorno per i primi mesi, per poi arrivare allo svolgimento anche di una sola sessione.
I sei esercizi del ciclo inferiore
| Numero | Area coinvolta | Formula indicativa | Obiettivo |
|---|---|---|---|
| 1 | Muscoli | “Il mio braccio destro è pesante” | Rilassamento muscolare |
| 2 | Vasi sanguigni | “Il mio braccio destro è caldo” | Distensione vascolare periferica |
| 3 | Cuore | “Il mio cuore batte calmo e regolare” | Percezione calma dell’attività cardiaca |
| 4 | Respirazione | “Il mio respiro è calmo e regolare” | Regolarizzazione del ritmo respiratorio |
| 5 | Plesso solare | “Il mio plesso solare è piacevolmente caldo” | Distensione dell’area addominale |
| 6 | Fronte | “La mia fronte è piacevolmente fresca” | Rilassamento della regione del capo |
1. Esercizio della pesantezza
Il primo esercizio è quello della pesantezza, che agisce sul rilassamento dei muscoli. La persona che pratica l’esercizio fa passare nella mente il pensiero: “il mio corpo è pesante”.
Il soggetto deve cioè immaginare che il proprio corpo diventi pesante: si comincia con la formula “il mio braccio destro è pesante”, per i soggetti mancini sarà naturalmente il sinistro; si continua espandendo la sensazione al braccio sinistro con la formula “Le mie braccia sono pesanti”; si procede gradualmente, generalizzando così la sensazione di pesantezza a tutto il corpo.
L’esercizio di pesantezza riguarda i muscoli scheletrici e l’esperienza viene indotta da formule come “il braccio destro (sinistro) è pesante” da ripetersi 5 o 6 volte. Questo esercizio è molto utile per combattere disturbi da stress, cefalee muscolo-tensive e tensioni muscolari.
2. Esercizio del calore
L’esercizio del calore agisce sulla dilatazione dei vasi sanguigni periferici. Si immagina che il proprio corpo diventi caldo, focalizzando l’attenzione sulle diverse parti del corpo sempre a partire dai piedi fino alla testa.
L’esercizio del calore concerne il sistema vascolare periferico e si fonda sulla concentrazione su formule come “il braccio destro (sinistro) è caldo”. Immaginando che il proprio corpo diventi caldo, è possibile ottenere una reale vasodilatazione periferica, corrispondente alla distensione della muscolatura che ricopre i vasi sanguigni.
Durante questi esercizi di training autogeno le frasi che vengono ripetute sono, ad esempio: “il mio piede è caldo”, “la mia mano è calda”. La sequenza può essere adattata alle necessità individuali soltanto da un professionista formato, soprattutto quando sono presenti condizioni mediche che richiedono cautela.
3. Esercizio del cuore
L’esercizio del cuore aiuta l’individuo a regolarizzare l’attività cardiaca, prestando attenzione alla frequenza del proprio battito cardiaco. L’esecuzione di questo esercizio contribuisce a favorire uno stato di maggior tranquillità e benessere emotivo e a fronteggiare le somatizzazioni dell’individuo che derivano da situazioni di ansia e stress.
L’esercizio del cuore verte sull’allenamento alla concentrazione passiva su sensazioni cardiache e viene indotto mediante formule come “il cuore batte del tutto calmo”, oppure “il cuore batte calmo e regolare”. La formula più utilizzata è “il mio cuore batte calmo e regolare”, da ripetere 5 o 6 volte.
4. Esercizio del respiro
L’esercizio del respiro consente di regolarizzare la respirazione del soggetto e ha notevole utilità nel trattamento di problematiche connesse a stati ansiosi, che spesso si manifestano primariamente con un’alterazione del ritmo respiratorio. La formula “il mio respiro è calmo e regolare” rende la respirazione sempre più profonda e spontanea, avvicinandola a quella che si ha durante il sonno.
La concentrazione passiva sul meccanismo respiratorio può essere accompagnata dalla formula verbale “sto respirando”. Arrivate a questa fase, le persone dicono di raggiungere uno stato di calma sempre maggiore ed una minore interferenza da parte di pensieri disturbanti.
5. Esercizio del plesso solare
Con il quinto esercizio, ci si concentra sul plesso solare, una struttura nervosa situata al di sotto del diaframma, tra lo stomaco e la colonna vertebrale, che si collega a numerosi organi interni: stomaco, intestino, fegato, pancreas, milza, reni e ghiandole surrenali.
Con la formula “il mio plesso solare è piacevolmente caldo”, una sensazione di piacevole calore e distensione, nascendo dalla zona del plesso solare, si estende a tutto l’addome e agli organi addominali sopra citati. L’esercizio del plesso solare consente di fronteggiare le tensioni dell’area addominale che, in molti casi, sono alla base di problemi quali gastriti, stipsi, problemi digestivi e gastro-intestinali.
6. Esercizio della fronte fresca
Il ciclo di esercizi si conclude con quello della fronte fresca; mentre per il corpo la distensione e il rilassamento vengono favoriti dalla vasodilatazione, per quanto riguarda la testa, è la vasocostrizione a portare una piacevole sensazione calmante.
L’ultimo esercizio prevede la ripetizione della formula “la mia fronte è piacevolmente fresca”, che induce nell’individuo una sensazione di benessere e rilassamento anche nella zona del capo. L’esercizio della fronte fresca ha come scopo quello di produrre una vasocostrizione cerebrale, particolarmente utile per trattare il mal di testa legato al sovraccarico fisico o mentale.
Passaggi conclusivi della seduta
Alla fine del sesto esercizio il soggetto ha acquistato una distensione corporea generale, che si manifesta, anche a livello mentale, con una profonda sensazione di calma; il rilassamento è ormai completo e profondo. Se il training si svolge durante il giorno si conclude con una fase di ripresa, che consiste nell’eseguire piccoli movimenti per ripristinare le normali funzioni vitali.
Al termine della sessione di training è buona prassi praticare degli esercizi di risveglio e recupero delle normali funzioni vitali, ed è consigliabile consentire a ciascun soggetto di prendersi il tempo necessario per quest’ultima fase. Generalmente al termine di ciascuna sessione, svolta in sede di training o svolta a casa come esercitazione, viene chiesto ai partecipanti un breve feedback riguardo all’esperienza appena conclusasi.
Nel feedback si approfondiscono generalmente le sensazioni fisiche e psichiche provate durante gli esercizi. In un programma rivolto a detenuti, questo momento può aiutare l’operatore a rilevare difficoltà, reazioni indesiderate, cambiamenti nella qualità del sonno e nell’intensità della tensione, senza trasformare l’esperienza in un esame da superare.
Apprendimento graduale e ruolo dell’operatore
Il training autogeno è costituito da una serie di esercizi “inferiori”, strettamente psicofisiologici, e da una serie di esercizi “superiori”, più strettamente psichici. Ciascuno degli esercizi richiede una pratica di alcune settimane, fino a che la procedura non diventi automatica e naturale.
A seconda dei soggetti e dei casi, l’intera serie può comportare un tempo da 4 a 8 mesi. La terapia autogena non è una cura istantanea; richiede pratica per un lungo periodo, da due a sei mesi, in molti casi per il ribaltamento della patologia.
Anche se è possibile apprendere il training da testi divulgativi, è preferibile che esso sia condotto sotto la guida di un esperto. Inizialmente la guida è necessaria, perché permette di non commettere errori, di monitorare il processo di apprendimento e di personalizzare la tecnica qualora ce ne fosse bisogno.
Dopo aver ricostruito una storia anamnestica medica e psicologica dettagliata, viene detto al paziente di assumere una specifica postura di allenamento, intesa a ridurre al minimo gli stimoli di distrazione, il modo esatto per portare a compimento gli esercizi e le stesse frasi.
Successivamente, il paziente mette in atto queste tecniche per diversi minuti, almeno tre volte al giorno e tiene un registro delle sue esperienze. L’analista monitora i progressi del paziente e determina, a partire dalle osservazioni sul paziente, dai report delle sedute di allenamento e dalla pratica a casa, se il paziente è pronto a passare all’esercizio successivo.
Al momento opportuno, lo psicologo clinico offre suggerimenti per migliorare l’apprendimento dell’attenzione passiva e del cambiamento autogeno, entrata in uno stato autogeno, o suggerisce l’uso di una tecnica aggiuntiva. Quindi, nonostante l’approccio strutturato, attraverso l’interazione paziente-istruttore, il training autogeno permette l’adattamento alle necessità individuali del paziente.
Possibili benefici per i detenuti
Riduzione di ansia e attivazione fisiologica
Il training autogeno è stato utilizzato in soggetti normali e, a scopo terapeutico, in individui sofferenti di patologie psichiche e somatiche. Sono numerose le applicazioni in campo psichiatrico, soprattutto nei disturbi d’ansia, nelle somatizzazioni, nell’insonnia e nei tic.
Alla base dei disturbi d’ansia e degli attacchi di panico è presente un’attivazione fisiologica molto intensa, arousal, per questo il training autogeno può essere utile in queste situazioni, poiché permette di contenere gli stati di tensione e preoccupazione inducendo uno stato di calma.
La tecnica di rilassamento del training autogeno è ampiamente utilizzata in psicologia per indurre calma, facilitando la gestione dello stress. È stato dimostrato che il training autogeno può ridurre ansia e depressione e aumentare la frequenza alta della variabilità della frequenza cardiaca, contribuendo così all’autoregolazione delle funzioni corporee involontarie, come calmare il tremore da ansia e rallentare il battito in caso di tachicardia.
Gestione della rabbia e degli impulsi
Il training autogeno può potenziare l’introspezione e l’autocontrollo, aspetti fondamentali anche nella gestione della rabbia. L’atteggiamento di attenzione passiva permette di riconoscere più tempestivamente le sensazioni corporee associate alla tensione, senza dover reagire immediatamente a esse.
Il training autogeno non insegna a sopprimere le sensazioni o a rafforzarle. La neutralizzazione autogena permette il rilascio strutturato di materiale per neutralizzare o ridurre i suoi effetti di disturbo.
Il paziente è incoraggiato a verbalizzare sia il materiale relativo a tali effetti, verbalizzazione autogena, o comunque a visualizzarla nella sua mente, abreazione autogena. Di cruciale importanza nello svolgimento di queste tecniche è il mantenimento di un comportamento di accettazione passiva sia da parte dell’istruttore sia del paziente, un comportamento né di soppressione né di rafforzamento delle sensazioni.
Insonnia e qualità del sonno
Tra i benefici del training autogeno ricordiamo anche l’effetto positivo nella gestione dell’ansia e dell’insonnia. L’esercizio del training autogeno favorisce il recupero della capacità innata di rilassarsi e di uno stato di rilassamento psicofisico.
I benefici riguardano non solo la capacità di favorire l’addormentamento ma anche la qualità del sonno. L’allenamento al training autogeno può migliorare la qualità del sonno e può essere utilizzato prima di dormire nel caso di insonnia iniziale, ma anche per l’insonnia caratterizzata da frequenti risvegli, per poter riprendere il sonno appena interrotto.
Tensione muscolare e dolore
Le sensazioni corporee che vengono evocate permettono alla persona di godere di una sensazione di rilassamento e di scaricare le tensioni accumulate durante la giornata, in questo modo i benefici sono evidenti anche a livello psicologico, in quanto la persona si sentirà meno tesa, più rilassata e più distesa.
In medicina il training autogeno è stato utilizzato per disturbi somatici e psicosomatici, soprattutto quelli influenzati da situazioni acute o croniche di stress emozionale, come cefalea, colite spastica, ulcera peptica e gastrite, ipertensione arteriosa essenziale, casi selezionati di asma bronchiale, patologie dermatologiche, disturbi cardiovascolari funzionali e patologie dolorose funzionali, come il dolore lombare.
Nella pratica clinica il training autogeno è impiegato nella gestione del dolore e dei disturbi psicosomatici come cefalea, gastrite e altro. Il rilassamento, nelle sue due forme più canoniche, ovvero rilassamento muscolare progressivo di Jacobson e training autogeno di Schultz, trova applicazioni nella gestione del dolore in combinazione con altre tecniche e nell’emicrania.
Consapevolezza corporea e responsabilità personale
Il corpo è lo sfondo di tutti gli eventi psichici. Il training autogeno permette, dunque, di entrare in contatto con il proprio corpo diventando più consapevoli di sé.
La persona riesce, grazie alla pratica di questa tecnica, ad entrare in uno stato d’attenzione passiva, a sospendere l’attività volitiva mettendo il mondo esterno tra parentesi e vivendo pienamente la propria corporeità. Si genera quella che viene chiamata commutazione autogena.
La commutazione autogena è qualcosa che va oltre il rilassamento, è un cambiamento psicofisico globale che produce modificazioni fisiologiche e psichiche in noi stessi. Grazie a questa tecnica è possibile ritrovare un buon equilibrio psicofisico accedendo ad uno stato interno di benessere ed armonia.
Applicazioni specifiche nei programmi penitenziari
Un programma di training autogeno per detenuti può essere proposto individualmente o in gruppo, purché siano garantite valutazione clinica, supervisione professionale e condizioni adeguate di riservatezza. Il protocollo può essere praticato da soli o in gruppo, e viene svolto seguendo le indicazioni della voce guida che aiuta a compiere gli esercizi inferiori e superiori di rilassamento caratteristici.
- Gestione dello stress quotidiano: il training può essere utilizzato per contenere l’attivazione psicofisica associata a conflitti, attese, cambiamenti di routine e condizioni ambientali pressanti.
- Preparazione al sonno: le formule possono essere praticate in una fase della giornata compatibile con le regole della struttura e con le condizioni individuali del detenuto.
- Gestione della tensione prima di colloqui o udienze: l’attenzione al respiro, alla pesantezza e alla calma può aiutare a ridurre l’attivazione somatica.
- Supporto ai percorsi psicologici: la tecnica può essere integrata in un percorso psicoterapeutico quando l’obiettivo è migliorare l’autoregolazione e la consapevolezza corporea.
- Gestione delle somatizzazioni: il training può essere utilizzato come supporto per sintomi influenzati dallo stress, dopo aver escluso o trattato le cause mediche.
- Recupero delle energie: la pratica può favorire una pausa strutturata e un recupero psicofisico durante la giornata.
Il paziente apprende molto a casa; quindi, la responsabilità del training sta in primo luogo nel paziente. In carcere questa indicazione deve essere adattata alle possibilità concrete della persona, agli orari della struttura, alla disponibilità di uno spazio idoneo e alla continuità del programma.
Va sottolineato infine come nella maggioranza dei casi di soggetti che si rivolgono al training autogeno per il trattamento di disturbi psichici o somatici gli effetti benefici siano legati, così come accade per le altre tecniche di rilassamento, alla pratica costante, quotidiana e condotta in diverse situazioni della procedura appresa.
Formule personalizzate e variazioni autogene
Molto spesso, quando il soggetto è già ben allenato e riesce a raggiungere lo stato di distensione psicofisica in modo sempre più automatico e spontaneo, si aggiungono ai sei esercizi standard delle ulteriori formulazioni, specifiche per quel particolare individuo.
Queste formule aggiuntive, che vengono chiamate proponimenti, sono d’aiuto per quei soggetti che intendono modificare una certa condotta o le proprie reazioni in situazioni problematiche. È possibile utilizzare formule specifiche per agire su una determinata problematica da arginare, le così dette formule d’organo specifiche o formule intenzionali.
La variazione autogena usa lo stato autogeno come veicolo per provocare cambiamenti di natura specifica. Questo approccio include una frase, usata in aggiunta o in combinazione con gli esercizi standard, che si concentra o sul cambiamento fisiologico, una formula specifica su un organo, o su un cambiamento attitudinale o comportamentale, una formula intenzionale.
In base alle esigenze cliniche specifiche, la sequenza di formule può essere modificata in tre modelli:
- Riduzione delle formule, ad es. solo le formule di pesantezza e calore.
- Insieme standard di formule con una specifica formula modificata.
- Insieme standard di formule e aggiunta di una formula altamente specifica per il problema in oggetto.
Le formule personalizzate non dovrebbero essere introdotte autonomamente dal detenuto quando sono rivolte a sintomi corporei, a esperienze traumatiche o a contenuti emotivi intensi. La scelta, l’omissione o la modifica di una formula devono essere valutate da un professionista qualificato.
Training autogeno superiore
Gli esercizi superiori presuppongono la completa padronanza del ciclo inferiore. A differenza dei cicli inferiori, vanno condotti soltanto da psicoterapeuti esperti in seguito a un’attenta selezione dei soggetti.
Essi sono basati sulla concentrazione passiva su esperienze esclusivamente psichiche, quali la ricerca del colore personale, la visualizzazione di oggetti concreti oppure astratti, la realizzazione di esperienze simboliche.
Sotto la guida del terapeuta essi permettono un rapporto stretto con contenuti inconsci, per esempio sviluppando la capacità di “interrogare il proprio inconscio” e favorendo nel soggetto un contatto più diretto con sé stesso.
La meditazione autogena consiste in una serie di sette esercizi da iniziare solo dopo che il paziente abbia sviluppato la capacità di mantenere una concentrazione passiva per almeno trenta minuti, di solito dopo almeno sei mesi di pratica del training autogeno.
Il focus degli esercizi progredisce dal colore, oggetti concreti ed immagini, sensazioni e persone ad uno stato in cui il paziente pone direttamente delle domande all’inconscio. La scarsa documentazione scientifica controllata riguardo agli esercizi superiori rende necessario mantenere una particolare prudenza nella loro applicazione.
L’evoluzione del training autogeno di base e quindi il naturale proseguimento della terapia autogena è rappresentata dal training autogeno superiore. Quest’ultimo è possibile eseguirlo solo dopo diverso tempo, circa 6-12 mesi di allenamento col training autogeno di base, poiché è necessaria una condizione di profondo rilassamento che viene raggiunta in breve tempo e in cui è possibile permanere per un periodo di tempo più lungo, 30-40 minuti.
La sua peculiarità è l’utilizzo di immagini mentali e gli ambiti di applicazione sono differenti, in quanto il training autogeno superiore è una vera e propria tecnica psicoterapeutica, quindi è possibile eseguirlo solo con un professionista che oltre a essere specificamente formato è anche psicoterapeuta.
Precauzioni e controindicazioni
Il training autogeno non è invece indicato nel trattamento di disturbi depressivi ed è controindicato in individui con disturbi di personalità, disturbi schizofrenici o in soggetti a rischio di decompensazione psicotica, data la possibilità di alterazioni mentali in seguito all’induzione di esperienze di concentrazione passiva e di focalizzazione su esperienze di stati mentali interni.
Il Comitato internazionale della terapia autogena afferma che “la terapia autogena è una forma psico-fisiologica di trattamento medico e l’applicazione di questa terapia richiede una valutazione medica della prospettiva del paziente, adattamento critico del metodo, guida clinica e controllo regolare della tecnica e del progresso del paziente, da parte di uno Psicologo Clinico qualificato secondo il comitato internazionale della terapia autogena”.
Situazioni in cui il training non è raccomandato sono quelle in cui il paziente non può o non seguirà le istruzioni, per esempio schizofrenia acuta, bambini con meno di cinque anni e persone immotivate. È inoltre necessaria cautela quando devono essere stabilite diverse diagnosi per differenziare un rilascio di materiale psicologico da un sintomo clinico.
È necessaria cautela anche quando è presente una patologia e il suo corso non può essere monitorato per indicare se esiste un peggioramento dei sintomi o un processo stesso della malattia, per esempio ipertensione, diabete o glaucoma.
Le condizioni in cui il paziente dovrebbe omettere o posporre una frase sono quelle in cui il paziente riporta l’esperienza di una reazione indesiderata, per esempio mentre ripete la frase “il mio cuore è calmo e regolare”, il paziente subisce tachicardia o una maggiore vasodilatazione causando rossore in viso.
Una formula deve inoltre essere omessa o modificata quando si concentra su un’area di patologia o preoccupazione, per esempio l’omissione di “il mio plesso solare è caldo” da parte di donne incinte. L’esercizio nelle donne in gravidanza richiede alcuni accorgimenti, in particolare per gli esercizi del calore e della pesantezza che possono indurre cambiamenti nel sistema circolatorio.
Il training autogeno è controindicato in caso di bradicardia, ovvero battito cardiaco lento, perché la diminuzione della tensione muscolare potrebbe abbassare ulteriormente la frequenza respiratoria e cardiaca. In presenza di patologie cardiache è necessario modificare l’esercizio sul cuore a causa dei suoi effetti sul ritmo cardiaco.
Il training autogeno è inoltre sconsigliato in caso di psicosi o disturbi psichiatrici dissociativi, in quanto potrebbe predisporre a un’esperienza di distacco della mente dal proprio corpo e ciò potrebbe provocare disagio, e in caso di depressione grave.
Le controindicazioni non vanno generalizzate, ma bisogna tener conto della variabilità di ogni persona. Prima dell’inserimento in un programma penitenziario sono quindi necessari screening, consenso informato, valutazione del rischio e possibilità di interrompere la pratica in caso di disagio.
Quando interrompere o modificare l’esercizio
Il detenuto deve essere invitato a comunicare immediatamente all’operatore la comparsa di dolore toracico, marcata tachicardia, vertigini intense, panico crescente, confusione, derealizzazione, sensazioni dissociative o qualsiasi altro sintomo insolito. In presenza di sintomi fisici potenzialmente rilevanti è necessaria una valutazione medica.
Il training non dovrebbe essere presentato come una prova di volontà. L’atteggiamento necessario per il successo della pratica è di attenzione passiva; lo sforzo attivo e la preoccupazione per i risultati impediscono il processo di apprendimento.
La pratica deve essere sospesa o adattata quando il soggetto non riesce a seguire le istruzioni, manifesta una reazione indesiderata o presenta un peggioramento dei sintomi. L’operatore deve distinguere una normale difficoltà di rilassamento da una reazione clinicamente significativa.
Difficoltà frequenti nell’apprendimento
Difficoltà a lasciarsi andare
L’essere umano tende naturalmente a mantenere un controllo attivo su se stesso e sull’ambiente che lo circonda. Tuttavia, la pratica del training autogeno aiuta gradualmente l’individuo ad “allentare” questo controllo e mantenere una concentrazione passiva sulle sensazioni psicofisiche percepite durante l’esecuzione degli esercizi.
In carcere la difficoltà a lasciarsi andare può essere accentuata dalla necessità di mantenere un’elevata vigilanza ambientale. Per questo la pratica deve procedere gradualmente e non deve richiedere un abbandono forzato o una perdita di controllo.
Difficoltà a fermare il pensiero
L’essere umano tende a produrre continuamente pensieri e ragionamenti, a rievocare memorie, a immaginare e fantasticare. Durante l’esecuzione del training autogeno è necessario allenare la concentrazione sull’esercizio senza che l’attenzione scivoli verso pensieri distraenti, preoccupazioni o memorie.
Il risultato non consiste necessariamente nell’eliminazione completa dei pensieri. L’obiettivo è imparare a riconoscere la distrazione e riportare con gradualità l’attenzione alla formula e alla sensazione corporea, mantenendo un atteggiamento non giudicante.
Difficoltà a vivere il presente
Molti individui raccontano di aver portato la propria attenzione e il pensiero, durante l’esecuzione degli esercizi, nel passato o nel futuro, lamentando quindi una difficoltà a percepire le sensazioni nel presente.
Il training autogeno ha l’obiettivo di far apprendere al soggetto l’importanza di rivolgere l’attenzione al presente, al “qui ed ora”, e di guidare il pensiero e l’azione in maniera sempre più consapevole e meno reattiva.
Prove di efficacia e limiti delle evidenze
Il training autogeno è stato oggetto in Europa e negli Stati Uniti di numerosi studi e ricerche allo scopo di valutare il tipo e l’entità delle modificazioni somatiche a esso associate e la sua efficacia nel trattamento di varie patologie stress-dipendenti.
Studi controllati di confronto hanno comunque dimostrato che in generale il training autogeno produce modificazioni simili a quelle di altre tecniche di rilassamento, per esempio il rilassamento progressivo, il biofeedback, tecniche yoga e la risposta rilassante, sebbene la sua procedura sia fondata su meccanismi e tecniche di induzione differenti, come la concentrazione passiva.
Studi controllati hanno dimostrato la superiorità del training autogeno rispetto al non trattamento; mentre studi controllati di confronto con altre tecniche di rilassamento hanno offerto risultati sovrapponibili.
Una delle metanalisi più citate, condotta da Stetter e Kupper nel 2002, ha analizzato 60 studi controllati, evidenziando come il training autogeno sia associato a una significativa riduzione di sintomi legati a stress, ansia, insonnia e disturbi psicosomatici.
Questi risultati sono stati confermati anche da studi successivi, che hanno sottolineato come il training autogeno possa rappresentare un valido supporto sia in ambito clinico che preventivo, soprattutto quando integrato in percorsi psicoterapeutici o di gestione dello stress.
Una recente ricerca ha concluso che la riduzione dei livelli di stress rilevati tramite la secrezione di cortisolo è limitata, anche se la percezione della diminuzione di stress è sentita come significativa dai partecipanti. Studi controllati di confronto hanno mostrato che i risultati possono essere sovrapponibili a quelli di altre tecniche di rilassamento.
Tuttavia, il training autogeno è stato studiato e impiegato pressoché esclusivamente in medicina, psicologia e psichiatria attraverso l’applicazione degli esercizi del ciclo inferiore. Scarsa è la documentazione scientifica controllata riguardo agli esercizi superiori.
Il rapporto costi-benefici va considerato caso per caso a seconda del problema, ma è in linea generale soddisfacente. Il training autogeno può essere maggiormente impegnativo come tempi e costi rispetto ad altre tecniche di rilassamento più brevi ad apprendersi e altrettanto valide sul piano strettamente psicofisiologico.
Sotto il profilo pratico è stato osservato che soggetti diversi manifestano capacità e facilità diverse nell’apprendere a rilassarsi, alcuni rispondendo meglio e più velocemente al training autogeno, altri, invece, a tecniche di rilassamento di tipo differente.
Training autogeno e altre tecniche
Training autogeno e rilassamento muscolare progressivo
Il principio della concentrazione passiva nel training autogeno rende questa tecnica fondamentalmente diversa dalle altre tecniche di rilassamento come il rilassamento muscolare progressivo ed il biofeedback, in cui le persone cercano di controllare attivamente le funzioni fisiologiche.
Il rilassamento muscolare progressivo è un metodo non farmacologico di rilassamento muscolare profondo, basato sulla premessa che le tensioni muscolari sono una risposta psicosomatica alle condizioni ansiose, e che il rilassamento muscolare stesso può ridurre l’ansia agendo anche sulla causa scatenante.
Training autogeno e biofeedback
I professionisti del biofeedback integrano gli elementi di visualizzazione autogena e li combinano a versioni semplificate di tecniche parallele. Il biofeedback può essere utilizzato per migliorare lo stato di salute e le prestazioni fisiche, e per intervenire sulle reazioni psicosomatiche emotive.
Alcuni dei processi che possono essere controllati sono onde cerebrali, tono muscolare, conduttanza della pelle, frequenza cardiaca e percezione del dolore. Il biofeedback è risultato efficace nel trattamento del mal di testa e dell’emicrania.
Training autogeno e meditazione
Il training autogeno, in quanto tecnica di rilassamento, ha in comune con le pratiche meditative il raggiungimento di una maggiore consapevolezza e padronanza dei propri pensieri, sensazioni ed emozioni, focalizzando l’attenzione su di sé.
La differenza tra training autogeno e meditazione sta quindi nella finalità. Il training autogeno nasce in un contesto clinico e mira alla gestione dello stress attraverso l’apprendimento dell’auto-rilassamento; la meditazione invece è una pratica che può avere diversi scopi: di tipo spirituale, filosofico e anche di miglioramento delle condizioni psico-fisiche.
Training autogeno e mindfulness
La mindfulness punta allo sviluppo di un atteggiamento consapevole e curioso verso sé e il mondo, entrando in relazione con il presente senza automatismi. Si distingue dal training autogeno per il suo aspetto non formale.
A differenza del training autogeno, non è una tecnica con una struttura chiara e scandita da esercizi specifici, ma una disposizione mentale finalizzata alla consapevolezza e accettazione del presente.
Training autogeno e autoipnosi
Il training autogeno trae le sue origini proprio dagli studi di Schultz sull’ipnosi e sui meccanismi alla base della suggestione. Lo stesso Schultz lo ha definito “figlio legittimo dell’ipnosi” e per questo motivo possiamo affermare che con la pratica del training autogeno viene prodotta una specie di autoipnosi.
È pertanto sostanzialmente diverso dall’etero-ipnosi, in cui la progressione è gestita da un individuo esterno, il terapeuta. Il training autogeno enfatizza l’indipendenza del soggetto conferendogli il pieno controllo della terapia.
Principi etici e organizzativi nel contesto penitenziario
Il terapeuta deve avere esperienza nella pratica. Il Comitato internazionale della terapia autogena richiede valutazione medica, adattamento critico del metodo, guida clinica e controllo regolare della tecnica e del progresso del paziente.
Un programma rivolto a detenuti dovrebbe rispettare la volontarietà della partecipazione, la riservatezza, la possibilità di interrompere l’esercizio e la distinzione tra attività di rilassamento e trattamento psicoterapeutico. La partecipazione a un gruppo non dovrebbe costituire un criterio per ottenere benefici penitenziari né creare pressioni indebite.
La proposta deve inoltre considerare la storia clinica, l’eventuale uso di sostanze, la presenza di traumi, il rischio suicidario, le patologie cardiovascolari e le condizioni psichiatriche. La valutazione è opportuna anche per soggetti normali.
L’operatore deve essere in grado di condurre un singolo o un gruppo nello sviluppo e nell’acquisizione della pratica. Egli è in grado di promuovere attraverso gli esercizi l’incremento del rilassamento, l’autoregolazione delle funzioni corporee involontarie e il recupero delle energie fisiche e psichiche.
Gli esercizi superiori richiedono competenze psicoterapeutiche specifiche e non dovrebbero essere utilizzati come semplice attività collettiva di rilassamento. La grande maggioranza delle applicazioni riguarda gli esercizi inferiori, mentre la letteratura scientifica e sperimentale disponibile è pressoché limitata a essi.
Continuità della pratica
Il training autogeno non è una cura istantanea e i suoi effetti dipendono dall’allenamento. Per apprendere ed utilizzare la tecnica ci vogliono diversi mesi ed è necessario, inoltre, mantenere viva la pratica nel corso del tempo una volta terminato il training di base.
Per poter beneficiare di tutti gli effetti del training autogeno è necessario un allenamento costante, da 1 a 3 volte al giorno, svolto quotidianamente e in totale autonomia. La continuità e la disponibilità del soggetto sono essenziali per il mantenimento del beneficio.
In un istituto penitenziario la continuità può essere sostenuta attraverso orari regolari, schede di pratica, brevi registri delle esperienze e verifiche periodiche con l’operatore. Le modalità devono comunque essere adattate alle regole dell’istituto e alle condizioni cliniche individuali.
Il training autogeno può offrire ai detenuti uno strumento strutturato per riconoscere la tensione, orientare l’attenzione al presente e favorire una risposta di calma, ma il suo impiego deve rimanere integrato in una presa in carico più ampia, proporzionata ai bisogni psicologici, medici e sociali della persona.
